lunedì 26 febbraio 2007

I mercanti nel tempio


(lunedì 28 agosto 2006, copyright Ore Piccole)


(Apro una parentesi, anzi, apro con una parentesi. La Vodafone Super Summer Card o come cavolo si chiama quest’estate è - lo si può intuire dalla sfilza di nomi turchi che possiede - un instrumentum diaboli: non solo perché spinge l’acquirente in generale e in particolare me, che di solito alzo la cornetta solo in caso di furti incendi ed elezioni cardinalizie, a mettersi a chiamare donnine a caso tanto per sfruttare il fatto che è gratis; ma soprattutto perché spinge l’ignaro acquirente, e tanto più me che ne sono consapevole, dritto dritto fra le braccia del demonio. L’anno scorso questi era travestito da Megan Gale, con tutto quel diabolico rosso intorno, e poneva l’uomo e non Dio al centro del creato: “Tutto intorno a te!”; quest’anno è travestito da Muccino jr, insolente spaccafamiglie, il quale sottrae una sposa al giusto altare e per di più ridacchia - oddio, considerata l’incarnazione, per lo più sputacchia - che siamo liberi di tutto fare senza nulla perdere, perché costa “Zèro!”, e i quaranta secondi di spot omettono di considerare come tutti e tre, lui la sua moto e la troia in bianco, per questo motivo perderanno l’anima e senza possibile salvezza marciranno nei secoli all’inferno, dove sarà pianto e stridor di denti - e Dio solo sa se a me piacerebbe trovarmi vicino ai denti di Muccino jr, che già stridono abbastanza su questa terra.)
Il Mondo Deve Sapere, esordio di Michela Murgia che la ISBN ha pubblicato nella consueta veste candida all’inizio dell’estate, esattamente come la Vodafone Shocking Splatter Card può e deve essere letto non in uno soltanto (come avrà fatto buona parte di chi l’ha comprato, l’ha letto e s’è giustamente divertito) ma in ben quattro diversi sensi, secondo il celebre insegnamento di Agostino di Dacia che è reperibile su qualsiasi manuale di letteratura del liceo che non sia stato venduto a metà prezzo per mettere insieme ventimila lire da spendere in superalcolici alla salute di una signorina che ve l’ha fatta annusare e poi, come suole, l’ha data al primo altro che passava: “La lettera insegna i fatti, l’allegoria ciò a cui devi credere, il senso morale ciò che devi fare, l’anagogico ciò a cui devi tendere”.
La lettera insegna i fatti. La lettera, tutt’altro che morta, è questa: una signorina, che chiameremo Camilla perché così viene chiamata nel testo, si impiega in un call center per un mese esatto, dal 13 gennaio al 13 febbraio. Viene istruita, procede al lavoro, diventa bravina, istruisce altre persone, infine si licenzia. Intorno a lei gravita una varia umanità cui conferisce nomignoli tanto bizzarri quanto i loro comportamenti: il boss inflessibile (BillGheiz), la motivatrice ossessiva (Hermann), la psicologa sfiduciata (Sigmund), la collega modello (Laverne), il venditore inappuntabile (Shark), le novelline neo-assunte (Candida & Ingenua), la poveraccia sensuale ma incapace (Jessica Rizzo). Vengono riferiti nel dettaglio i più esilaranti dialoghi possibili con le diverse tipologie di casalinghe (e, caso molto raro, di casalinghi), fra la signorina Importunis e la signora Ingenuis, la signorina Invadenti e la signora Traumatizzatis, la signorina Perculanti e la signora Illusionis. L’obiettivo di Camilla e delle altre telefoniste consiste nel conseguire un appuntamento (cui si presenteranno non loro ma il venditore inappuntabile), costi quel che costi, ovvero sia esso un apputtanamento (strappato flirtando col casalingo single o col marito frescone), un apperculamento (in cui l’interlocutrice viene convinta di aver vinto qualcosa), un appietosamento (in cui la centralinista implora in nome del proprio stesso precariato), un appersfinimento (in cui l’interlocutrice capisce che la centralinista la richiamerà finché non cede, e quindi cede) e, infine e soprattutto, l’apperònoncompro (in cui l’interlocutrice convince la centralinista che assisterà alla dimostrazione gratuita ma non comprerà nulla, senza sapere che il venditore inappuntabile è in agguato e alla fine il male trionfa sempre).
La storia di Camilla fa ridere senza vergogna per via dell’humour di Michela Murgia che sa lanciarsi, di solito senza cadere nel vuoto, in giochi di parole sul genere di quello che ho appena riferito, e su un senso del dialogo, o meglio della contrapposizione dialogica, davvero notevole e pungente. Mi ha convinto meno l’insistenza - dell’editore più che dell’autore - forse indebita sulla parola romanzo (la copertina recita: Romanzo tragicomico di una telefonista precaria; la seconda di copertina riquadra in fucsia: Romanzo; la terza esclama: Coinvolgente come un romanzo; la quarta si riscatta essendo completamente bianca). Senza voler infognarsi in discorsi troppo lunghi, il testo di Michela Murgia non è esattamente un romanzo, non solo perché le manca del tutto la struttura romanzata e lo spessore romanzesco, ma soprattutto perché il testo stesso rivela come tutto si origini da un blog. Ed è un vantaggio, se posso dire, in primo luogo perché non ce l’ha ordinato il medico di scrivere sempre romanzi, in secondo luogo perché strutturare il libro come romanzo avrebbe portato quasi inevitabilmente all’appesantimento, alla perdita della freschezza narrativa (paradossalmente) e temo anche a un accartocciamento del linguaggio che invece, fuori dagli argini, è scoppiettante.
L’allegoria ciò a cui devi credere. Dobbiamo credere, fidandoci esclusivamente della brevissima nota biografica in esergo, che Michela Murgia sia Camilla stessa, poiché è scritto che anche lei ha lavorato in un call center. Dobbiamo credere altresì che i personaggi di contorno siano, benché surreali, più o meno reali, e dobbiamo preoccuparci se la ditta la marca e il prodotto dei quali l’autrice dice tanto male sono reali e chiamati col loro vero nome, e magari dobbiamo pure preoccuparci che si sia pestato qualche callo a persone che prima di aver letto il libro non sapevamo nemmeno che esistessero, nonché informarci del destino della povera Jessica Rizzo, cacciata in lacrime, alla quale se nomen omen dobbiamo augurarci di venire prima o poi presentati.
Dobbiamo infine notare che in alcune pagine, o meglio in alcune righe, l’astio di Michela Murgia nei confronti del mondo in cui ha tentato un’incursione mensile la spinge a qualche piccola caduta di stile, che non dovrebbe tangerci se avesse a che fare soltanto con la sua vita privata (o professionale, di questi tempi coincidono quasi sempre) e se non causasse qualche sbrego narrativo nel ritmo del testo. Dobbiamo tuttavia consolarci con l’idea che, se le risposte delle casalinghe sono veramente vere, è il caso di mettersi immantinente a telefonare a qualsiasi numero sull’elenco - in questo ci sarebbe molto d’aiuto la Vodafone Squeezing Scatter Card - per fingere di essere centralinisti e sentire le risposte già lette dalla viva voce della pancia del Paese.
Il senso morale ciò che devi fare. Forse per contrappasso col lucore della confezione, il libro di Michela Murgia tracima di sottotitoli. Oltre a quello già citato in prima di copertina, in seconda ne troviamo addirittura due: Quant’è schifa la vita in un call center e Quando Bridget Jones incontra Naomi Klein. (Solo lo Spaccio della Bestia Trionfante di Giordano Bruno e il Diario di Bordo del Capitano di Vasco Rossi lo superano in questo, ma non posso provarlo perché esaurirei tutto lo spazio disponibile trascrivendo sottotitoli altrui.) Tale sovrabbondanza prova a priori che Michela Murgia ha un preciso intento pedagogico: vuole rivelare le miserie degli scantinati telefonici, i trucchetti per inchiodare la casalinga sulle proprie responsabilità, i giochini per farle credere che sarà pure una vittima, però privilegiata. A posteriori, leggendo il testo, ci si accorge che alcuni dei capitoli (o meglio alcuni post del blog, cui sono stati saggiamente conservati gli heads, i titoli) sono espressamente dedicati al detrimento di centraliniste passate presenti e future, alla rivendicazione dei diritti dell’uomo e del precario, alla salvaguardia delle casalinghe stesse. Viene addirittura descritto come funziona l’orrendo marchingegno in vendita, tanto nel dettaglio che me lo sono sognato stanotte e ho dovuto alzarmi alle sette come uno che lavora davvero.
In questo caso l’altra faccia della medaglia è che, tanto meno in un romanzo, non ci si deve mai lasciar prendere la mano dall’intento istruttivo (se uno vuol essere istruito, legge il manuale di un elettrodomestico o un libro della serie for dummies); Michela Murgia sa, ma non sempre sembra ricordarsene, che riesce ad essere molto più istruttiva quando è divertente, mentre quando vuol essere esclusivamente istruttiva le può capitare (di rado, ma capita) di infilarsi in vicoli ciechi sull’America cattiva e sul Berlusca dai quali esce solo a seguito di esecuzioni sommarie. Sarà che io evito qualsiasi discussione razionale (e sarà anche che se scoprissi di pensarla come Michela Murgia su alcune faccende probabilmente mi contorcerei sul pavimento in preda a crisi epilettiche autoindotte), ma temo che qualsiasi lettore, anche il più allineato alla Weltannschauung (oddio, da quando mi sono laureato non so più come si scrive) dell’autrice, di fronte alle due o tre tiritere della buona coscienza tiri innanzi o lasci scorrere l’occhio molto più velocemente che sulle più brillanti trovate umoristiche che fioriscono tutt’attorno.
L’anagogico ciò a cui devi tendere. Solo i solutori più che abili (nel cui novero sono capitato per caso) leggendo l’elenco dei personaggi nel senso letterale si saranno accorti che BillGheiz è Dio. Non a caso viene gratificato spesso, ironicamente o meno, dell’appellativo di padre o di sommo sacerdote, e il suo influsso sull’azienda che costituisce il suo unico mondo e il suo unico pensiero è esattamente quello di un padreterno. Hermann, che diffonde il verbo di BillGheiz, è il Figlio (e le centraliniste sono gli Apostoli, anche se la Murgia, veterotestamentariamente, preferisce definirle profeti). Sigmund, la psicologa che seleziona le centraliniste-apostole-profetesse-adepte e le mette sulla buona strada (che porta a BillGheiz) è lo Spirito. Le casalinghe sono i proseliti e i loro divani (o tappeti o materassi) sono le vittime sacrificali su cui esercitare la dimostrazione gratuita, ossia il rito di passaggio. Camilla, che non solo tradisce la fiducia della trinità aziendale (BillGheiz-Hermann-Sigmund) licenziandosi all’improvviso ma cova questo tradimento ruminandolo astiosamente dalla prima pagina, è Giuda; conclude il suo work in progress scrivendo che “il work è cessato e il progress è la mia vita che continua, altrove.” Ma è l’ultima riga e si può presumere che, come Giuda, presi i trenta denari sia caduta nel vuoto; e ciò conferisce un latente senso tragico all’intera sua (ça va sans dire) parabola professionale.
Non sono io che sono pazzo, né ho le visioni (anche se, ogni tanto, mi appare il demonio porgendomi il cellulare e suggerendomi di chiamare signorine alte metri uno virgola settantasette); è Michela Murgia che, si evince dalla terza riga della biografia minima, ha studiato teologia: e la teologia la inseguirà dovunque si nasconda, arguisco e auspico, come il segno sulla fronte di Caino che lo svergogna e lo tutela al contempo.

(A proposito di Caino, mi viene in mente Achille Campanile quando scrive nelle Tragedie in Due Battute che “non per nulla si dice: parenti, serpenti. A questo proposito, anzi, vorrei aprire una parentesi, ma temo di sentirvi dire: parentesi, serpentesi. Perciò, invece di aprirla, la chiudo.”)

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