lunedì 26 febbraio 2007

Il lutto si addice a Van Basten


(mercoledì 12 luglio 2006, copyright Ore Piccole)


Domenica sera una bottiglia d’acqua è diventata la Coppa del Mondo FIFA™. Nel momento in cui l’Italia ha segnato l’ultimo rigore necessario (siamo una nazione di minimi indispensabili), sono salito in piedi sulla più vicina sedia libera del pub modenese in cui ho visto tutte le partite; nel momento in cui la Coppa del Mondo FIFA ™ arrivava in mano a Fabio Cannavaro, ho arraffato una bottiglia vuota d’acqua (naturale, 50 cl) e l’ho innalzata al soffitto. Nulla a che vedere coi libri, parrebbe, non fosse che nel pomeriggio avevo terminato di leggere Selvaggi e Sentimentali di Javier Marías, raccolta di vecchi articoli spagnoli che l’Einaudi ha tradotto qualche anno fa ma che è sempre buona per essere riproposta in tempi mondiali.
Chi è abituato a considerare Marías solo dai meravigliosi titoli dei suoi romanzi (Domani nella battaglia pensa a me; Un cuore così bianco; Tutte le Anime e così via), o eventualmente anche dai meravigliosi suoi romanzi, evidentemente sbaglia la tara. Sarebbe un intellettuale sciapo, benché ammirabilissimo, se si limitasse a scrivere libri per lettori di Repubblica; invece sono sicuro che, se portassi Selvaggi e Sentimentali in dono al muratore che lavora sotto casa, lo leggerebbe con estremo gusto (una volta capito che non deve mangiarlo) e io ne trarrei il vantaggio del silenzio - a giudicare dal rumore, sta squartando passanti con una sega circolare.
Lo stesso Marías racconta un sapido aneddoto su un gruppetto di intellettuali de sinistra che va allo stadio; ciascuno di loro si è (poco) abilmente camuffato per non essere ravvisato in un catino dove ribolle una passione ritenuta da fascisti: solo dopo che ciascuno è stato riconosciuto cadono occhiali da sole e baffi finti, e si ricomincia a guardare la partita da persone serie. Tuttavia, ognuno degli intellettuali si sente in dovere di giustificare la propria presenza con ragioni che hanno poco a che vedere col calcio; ricordano il sociologo del quale Bufalino soleva dire: “Va allo stadio per guardare il pubblico”.
Il muratore sotto casa non capirebbe tanta vergogna, perché è ingenuo e felice, beato lui. Marías la comprende ma non la giustifica, poiché egli stesso è senza remore: il suo corazon tan blanco batte morbosamente per il Real Madrid, tanto da arrampicarsi sugli specchi per spiegare che, nonostante il nome, si tratta di una squadra dalla tradizionale fede repubblicana (mah). I tifosi del Barcellona e dell’Atletico Madrid, di conseguenza, vengono individuati con perifrasi le più sintetiche delle quali sono culés e colchoneros (decenni di lettura settimanale del Guerin Sportivo mi hanno insegnato che colchoneros significa materassi; cosa significa culés non voglio nemmeno supporlo).
La faziosità di Marías è simpatica e mi ricorda quella di un mio collega spagnolo, anch’egli madridista: entrambi sostengono con la medesima prosopopea ubriaca che il Real ha vinto talmente tante volte la Coppa dei Campioni (orrendamente rinominata Champions League) che non vi partecipa ma la difende; o che la palla è di cuoio, il cuoio viene dalla vacca, la vacca mangia l’erba, quindi la palla non deve allontanarsi dall’erba; entrambi si riempiono di lacrime felici al solo pensiero che sia esistito Alfredo Di Stefano, la saeta rubia, il più grande calciatore d’altri tempi; entrambi provano con sillogismi che il Real Madrid deve vincere sempre, e che se ciò non accade è perché l’avversario ha sbagliato qualcosa; entrambi (anche Marías lo farebbe, se mi conoscesse) spediscono cartoline dello stadio Santiago Bernabeu con dietro scritto soltanto: “il Tempio del Calcio”.
Il pregio di Selvaggi e Sentimentali è che la sua prosa è limpida e nobile - come sempre quella di Marías - ma diretta come se davvero stesse parlando al muratore sotto casa (il quale nel frattempo è passato al trapano). Mancano, soprattutto, gli interminabili giri di parole che paiono immancabili quando si scrive di calcio pensando che è una cosa della quale scusarsi, oppure che si tratti di un argomento troppo semplice per non dover essere nobilitato complicandolo in qualche modo. Il difetto più frequente di chi scrive di calcio (lo spiego per far brillare maggiormente il talento di Marías) è la perdita della maggiore consapevolezza. Sarebbe a dire: qualsiasi autore, si presume, parla di un argomento che conosce meglio della media dei lettori a cui si rivolge (il romanziere, in particolare, affronta sempre di un argomento che nessun lettore conosce). Quando il discorso si sposta sul calcio (o quando il personaggio di un romanzo insegue una palla), capita sovente che la media dei lettori ne sappia più dell’autore; quest’ultimo s’ingarbuglia in discorsi volti a spiegare l’ovvio, oppure tenta di sorprendere il lettore aggirandolo e presentandogli il calcio da prospettive alternative e per questo il più delle volte ridicole, oppure s’incarta nel giornalese più ritrito (“le furie rosse”, “ha il problema di girarsi”, “non va!”, etc.): in tutti questi casi l’autore perde la fiducia innamorata del lettore, e il romanzo incapace di far rimbalzare un pallone smarrisce definitivamente la credibilità nel descrivere qualsiasi altro avvenimento.
Senza andare tanto lontano, ciò capita di tanto in tanto anche al traduttore di Selvaggi e Sentimentali, il cui nome taccio perché sono buono e smemorato, il quale inciampa qua e là su svarioni che minano il fluido discorso di Marías. Un esempio per tutti: solo i solutori più che abili, sapendo che in Spagnolo si dice Copa de Europa, riusciranno a capire che l’inesistente “Coppa Europa” cui Marías sembra far ossessivo riferimento è la Coppa dei Campioni o Champions League di cui sopra. Per non parlare della Nazionale spagnola (seleccion), tradotta con un “Selezione” che le fa perdere ogni sfumatura di naturalezza (se andassi dal muratore sotto casa a dirgli che la nostra Selezione ha appena vinto la coppa Rimet, mi segherebbe in due senza che io riuscissi a dargli torto).
Alzare al soffitto una bottiglia d’acqua mentre il capitano della Nazionale alza al cielo la Coppa del Mondo FIFA™ è un gesto oggettivamente infantile, stupido e immediato. In uno dei libri più insopportabili della mia biblioteca, La Storia di Elsa Morante, viene (fra l’altro) compiuto reato di lesa maestà footballistica con un paragrafetto che tracima involuto disagio, e che rende possibile solo ai più eroici masochisti seguitare a leggere le restanti cinquecento pagine: “La sera del 3 giugno, Tommaso, che si appassionava alle partite di calcio, e favoriva la squadra della Lazio, rincasò più avvilito che mai: quasi non bastasse tutto il resto, era successo un caso dell’altro mondo: la Tirrenia aveva eliminato la Lazio. E così, questa era esclusa dalla finale, favorendo la rivale odiata, la Roma”. Un resoconto del genere fa venir voglia di tifare per i nazisti e avrebbe fatto disamorare perfino Gianni Brera, pace all’anima sua, che apriva invece le proprie disamine pallonare con sentenze del tipo: “Se Giove Ottimo Massimo ha ancora qualche fulmine nel suo retrobottega, stanno freschi”.
Un giorno qualcuno (io non ne sarei capace) racconterà il romanzo della vittoria di domenica scorsa, oscillando fra l’escatologia di Marco Civoli su Rai1 (“È finita! È finita! È finita!”) e l’ecumenismo di Fabio Caressa su Sky (“Abbiamo vinto tutti! Abbiamo vinto tutti!”). C’è da sperare che sia, parafrasando, abbastanza selvaggio e sentimentale da saper farlo per bene; che la sua prosa sia infantile, stupida e immediata come il perpetuo stupore col quale Marías ricorda e racconta quarant’anni di calcio. Da quando, bambino, seguiva le evoluzioni di Puskas (plasticamente ritratto in copertina) e Di Stefano a quando, adulto, si disperava per la perenne imperizia della Spagna (la Selezione) in tutti i mondiali, il tempo interiore di Marías non è passato affatto. Gli sembra di essere sempre nei giorni d’estate coi genitori a Soria, dove preparava la stagione il locale Numancia, di cui racconta nel più bell’articolo del lotto, Dignità e Decoro. Scrivere di calcio gli riesce immediato perché è ricupero dell’infanzia e gioco serissimo. Alla fine della partita, o peggio ancora nel morto quarto d’ora d’intervallo, Marías non può non ricordarsi di avere più di cinquant’anni e il racconto cede il passo al ricordo, al limbo cronologico in cui giocano insieme Gento e Santillana, Butragueño e Raúl.L’impossibilità del calcio ideale, la sua perdita irrimediabile, è la sua tragica poesia. Un paio di settimane prima di sollevare l’inopinata bottiglietta, guardavo una in fin dei conti inutile Argentina - Olanda, senza sapere per chi tifare. A metà del primo tempo ho capito che tifavo perché Van Basten si levasse la camicia, rivelando di indossare ancora la maglia a rombi arancioni di tanto tempo fa, ed entrasse in campo a miracol mostrare, insegnando a Van Nistelrooy come si fa un goal e facendomi tornare ad avere nove anni: non accadrà mai, spererò sempre che accada.
[Ringrazio Javier Marías che ha citato questa recensione sul suo blog]

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