lunedì 26 febbraio 2007

Leggere per immagini: una rapsodia in nero


(giovedì 23 marzo 2006, copyright Ore Piccole)


I postumi di un’orgia bolognese, le più che legittime pretese di una segretaria di redazione riguardo alle infinite mancanze di un mio articolo accademico, la reiterata lettura dei manoscritti partecipanti a un concorso di narrativa e l’ardimentosa digestione della panna cotta con cui ho concluso il pranzo mi rendono oggettivamente difficile, se non del tutto sconsigliabile, affrontare un discorso lucido argomentabile in ipotesi-verifica-tesi. Procederò pertanto a balzelli, singhiozzi e di fatto assecondando le mie turbe peristaltiche. Mentre stamane languivo nel letto, terminata la rituale lettura del quotidiano (se vi dicessi quale, non ci credereste), ho preso in mano Lanzarote (romanzetto di Michel Houellebecq, edito nel 2000, tradotto nel 2002) e mi sono reso conto di più cose in un sol colpo.
La prima è che Houellebecq aveva remore sui mussulmani prima dell’11 settembre, ma che la traduzione posticipata ha creato uno ysteron proteron (per quelli che frequentano l’università riformata da Berlinguer: ha invertito l’ordine fra il prima e il dopo). La seconda è che ho fatto bene a prendere Lanzarote in biblioteca, perché altrimenti avrei sprecato soldi abbastanza da poter permettermi una bottiglia e mezzo di Merlot all’enoteca in via Gallucci. La terza è che il nucleo della trama de La Possibilità di un’Isola è già presente in Lanzarote, sebbene con un numero radicalmente inferiore di pompini. La terza e mezzo è che non andrò mai in vacanza nelle Canarie, piuttosto in Gargano o addirittura in Salento. La quarta è che il già esiguo numero di pagine veniva reso addirittura ridicolo dalla peculiare divisione del libro in due metà: sessantacinque pagine numerate di testo, altrettante all’incirca di foto della landa desolata.
Tutte le foto, assicura la quarta di copertina (o la seconda? Boh. Appena l’ho chiuso sono corso a riconsegnarlo in biblioteca), sono state scattate da Houellebecq in persona; e per quanto io lo ritenga un bravo scrittore, la notizia mi ha fatto tanto piacere quanto me ne avrebbe causato l’esordio nella musica pop di Umberto Eco. Però rimuginando mentre facevo pipì (nella vana speranza che la minzione m’inducesse a ragionare) ho richiamato alla mente il grande progetto che uccise Richard Wagner, ovvero il wort-ton-drama: uno spettacolo che racchiudesse la potenza immediata della rappresentazione, l’insondabile trascinamento musicale e la chirurgica precisione semantica della prosa. Sta’ a vedere, mi son detto ripulendomi, che Houellebecq - lungi dal rimpinzare con foto a caso un testo troppo breve per esser pubblicato - aveva intenzione di compiere un’opera wagneriana, ovvero: se a pagina tot (una qualsiasi da 3 a 65) parla dell’inquietudine provata di fronte a un cactus falliforme (è lui che lo vede falliforme, lo sappiano le mie eteree lettrici, non già io che sono innocente come un pargoletto), con precisa rispondenza infila, come note a fine documento, foto di distese di cactus, pagine di cactus, pletore di cactus. È come se, per parlar male di un’ex fidanzata, avessi la bell’idea di far pubblicare le sue foto alla laurea della sorella.
Rimettendomi supino, però, ho considerato che nel 1939 sorsero numerosi dubbi all’atto della pubblicazione di Finnegans Wake, tanto che l’allora Manchester Guardian, nella rubrica delle recensioni, scrisse che il recensore non aveva cavato un ragno dal buco se non la certezza pregressa che Joyce non fosse un ciarlatano, e che di conseguenza Finnegans Wake non fosse una fregatura. Da qualche scranno accademico si levò una voce che suggerì: non capite nulla perché vi sforzate di leggere Finnegans Wake, mentre invece si tratta di un libro da guardare. Cascò il mondo.
Cascò il mondo non solo perché Hitler fece quel che fece, ma soprattutto perché si era sempre pensato a una radicale distinzione fra lo sguardo leggente e lo sguardo guardante. Lo sguardo leggente (cielo, sembro Heidegger, e non è un complimento) si era sempre posto su un piano diverso, e intimamente creduto superiore, rispetto allo sguardo guardante. Il colto, l’erudito, il don Ferrante era l’uomo che aveva letto molti libri, non quello che aveva visto molte cose. Folle di avanguardisti inferociti presero dunque a guardare i volumi che avevano comprato da leggere, e ad alcuni parve addirittura di capirli meglio (quanto ad Heidegger, l’unica maniera di capirlo è buttarlo nella spazzatura o, come dicono da questi paraggi, nel rusco); finché non giunse Joyce in persona a specificare di essere stato frainteso, poiché concepiva Finnegans Wake come libro da ascoltare e non da guardare. Passo sotto silenzio l’evenienza che all’epoca Joyce fosse quasi completamente cieco.
Houellebecq dunque, ho realizzato allungando la mano verso il Guerin Sportivo, ha inteso pubblicare sei anni fa un romanzo da guardare (anche se conoscendolo ne avrebbe preferito uno da leccare). Però, prima ancora di immergermi nelle pagine di calcio internazionale, mi è parso lampante che le vere immagini parlanti non fossero quelle che costituivano metà del libro e che mi sarebbero costate fiumi di alcol, bensì la foto di copertina nella quale l’autore (con l’autoscatto?) viene ritratto seduto nel bel mezzo del punto più desolato delle Canarie. La camicetta sgargiante, la posa falsamente disinvolta, la patta in bell’evidenza, gli occhiali da sole troppo postmoderni costituivano la chiave di volta (Heidegger direbbe la chiave voltante) dell’intero romanzetto: la copertina era il ritratto dell’io narrante, ne era il “chiamatemi Ismaele”, la denunzia che Houellebecq non avrebbe fatto alcuna distinzione fra Io e Marcel Proust, fra Serenus Zeitblom e Adrian Leverkühn (leggete e rileggete il Doctor Faustus, invece di perder tempo davanti al computer).
Vi pare troppo? Considerate che la mia idea primigenia era un’analisi comparativa fra Deus Caritas Est del Santo Padre e il Porno Manifesto di Ovidie Becht, volta a dimostrare che partendo da punti di vista opposti giungevano a conclusioni simili, ma ho temuto la scomunica. Il fatto è che ogni libro inizia dalla copertina; la copertina è un’immagine; pertanto il vero inizio di ogni libro, l’impatto che il più delle volte decide dell’acquisto (e conseguentemente del vitto dell’autore), è guardante e non leggente. Se ad esempio acquistate il mio ultimo romanzo, sempre ammesso che esista veramente, vi renderete agevolmente conto che la copertina è ributtante. Invece ieri, al riparo di un treno sotto la pioggia di Bologna, incorrevo nel disappunto dei pochi coinquilini di scompartimento poiché osavo, nottetempo, leggere un volume che non solo si intitolava Porno Manifesto, appunto, e che quindi era indubbiamente sconcio e disdicevole, ma anche e soprattutto poiché la quarta di copertina mostrava che l’autrice allora ventiduenne (sguardo fisso in camera, braccia intorno al seno, piercing sotto il labbro) se mezz’ora prima avesse percorso i portici di via dell’Indipendenza sarebbe universalmente stata catalogata quale bella gnocca. Ne seguiva che ero un porco, e che non era peregrino immaginare che decidessi di violentare il controllore, il quale grazie a Dio non è passato.
Se ad Ovidie, che è tanto graziosa, fosse mancato un occhio, ovvero una narice, ovvero una tetta avrei comunque deciso di leggere il libro con lo stesso gusto? La risposta viene dall’ultimo bel numero di Stilos - il quindicinale dei libri che giace qui di fianco sulla scrivania sommersa dai promemoria della roba consegnata in lavanderia. Fra una camicia e l’altra, la prima pagina di Stilos mostra e dimostra: che Federico Moccia, come Dan Brown a pagina 2, si veste e si pettina e dispone gli occhi sempre alla stessa maniera, spiegando così come mai i libri dell’uno e dell’altro siano sempre uguali ai libri precedenti rispettivamente dell’uno e dell’altro; che la Feltrinelli, nella pubblicità dell’ultimo libro-denunzia di Giorgio Bocca (non il penultimo libro-denunzia, l’ultimo), ha avuto cuore di mettere la foto di un uomo che, col nodo della cravatta significativamente storto, uno sbuffo di capelli fuori posto e l’arcata dentaria inferiore in bella mostra, è egli stesso un uomo-denunzia, uno che se mi incontrasse per la strada sarebbe in dissenso anche col solo fatto che io porti gli occhiali perché non ci vedo altrimenti; che non v’è significativa distinzione estetica (dal greco aisthanomai, percepisco ovvero - direbbe Heidegger - guardo in quanto guardato guardante) fra Simona Vinci ed Isabella Santacroce se non che la prima è ritratta a mezzo busto e la seconda in primo piano, e se non che io, pur rischiando di non distinguerle a colpo d’occhio, sarei più che felice di divenire amico d’entrambe.Per fortuna la foto più grande i saggi impaginatori di Stilos la dedicano a Sciascia e a Camilleri, un grande morto e un gran vivente (per le vittime del ministro Berlinguer: Sciascia è quello morto). Le pelli traslucono del calore siciliano. Le maniche delle camicie (particolarmente orrenda quella di Camilleri) sono arrotolate fin sopra il gomito, i lembi inferiori sono estratti dai pantaloni. Lungi dal curarsi di guardare in camera, Sciascia porta un braccio irsuto a grattarsi lo sterno; Camilleri sfumacchia semiaddormentato e lontano anni luce dai ray-ban di Houellebecq che tenta di sembrare ciò che non è. Io, se mi sarà dato scegliere, voglio diventare così - quando un giornale locale mi ha scritto che mi avrebbero recensito se avessi mandato loro “una sua bella foto”, ho finto di aver malauguratamente cestinato la mail - perché, come ogni mestiere serio, la scrittura è una zanzara che s’appiccica al sudore non eroico. Detto questo, spiro.

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