giovedì 7 giugno 2007

Ciao vs. La Porcheria

Premesso che ieri non è accaduto ciò che avevamo sperato per tutta la giornata e creduto possibile per quasi cinque minuti; premesso anzi che col loro gran minacciare e far la voce grossa (per quanto in un italiano piuttosto stentato) i separatisti altoatesini alla fine si sono rivelati per ciò che sono, ossia pecore mannare, confermando una volta di più a chi ne avesse ancora bisogno che dalla loro provincia non è mai venuto nulla di buono a parte lo yogurt – dicevo, premesso tutto questo, parliamo d’altro.

Parliamo ad esempio del quattordicesimo risultato da segnare sulla schedina del totocalcio col quale gli Italiani, alla fine dei dorati anni ottanta, vennero chiamati a esprimersi sul nome da dare alla mascotte dei Mondiali di calcio che avremmo di lì a poco ospitati. Non ricordo quale fosse con precisione, ma ricordo grossomodo che al momento dell’attesissima schedina finale l’alternativa al nome vincitore sonava talmente imbarazzante e cacofonica che il risultato fu un plebiscito. Venne così fuori che l’omino stilizzato dalle propaggini tricolori e la testa di pallone si chiamava con la parola che ieri nove italiani su sei (è una stima approssimativa, arrotondata per difetto) avrebbero voluto dire a Prodi, ovverosia Vaff… - sorry, ovverosia Ciao.



Era Ciao, come potete vedere, niente di particolare però aveva due vantaggi: era facilmente riconoscibile e dava l’idea che, se avesse potuto parlare, sarebbe stato simpatico. Perfino io, all’epoca novenne ma già refrattario al mercatino dei gadget multiformi, me ne feci comprare una copia dai miei genitori nel negozio di Bari dove scegliemmo le bomboniere per la prima comunione (a proposito, comunicazione di servizio – mamma e papà, visto che ormai siete gli unici che continuano a leggere quello che scrivo, non è che avete una mezza idea di dove possa essere seppellito quel fasullo Ciao grande come il palmo della mia mano e semovente, non di propria volontà ma a seguito della pressione sul pulsante alla base?). Italia ’90 è passata (e, tragicamente, stava quasi per vincere di nuovo Maradona), nel giro di poco tempo gli stadi costruiti apposta vennero giù a pezzi (nel 1993, durante un Bari-Reggiana, nel prato del San Nicola si aprì una falla grande abbastanza da metterci dentro Matarrese, che peraltro adoro e sta bene dove sta), Vialli ha perso i capelli e Schillaci ha perso i piedi, ma in tutto ciò Ciao è rimasto – invecchiato, magari, con la testa un po’ sgonfia e le propaggini tricolori un po’ slavate – a vegliare nella nostra memoria collettiva come un simpatico omino fatto solo per il calcio (coincidendo in ciò con gran parte dei suoi connazionali, me compreso); e la notte dello scorso nove luglio, mentre compravo il secondo gadget della mia vita (una maglietta azzurra con un enorme Coppa del Mondo sopra), me lo sono immaginato, Ciao, andare in giro mezzo ammaccato per le strade d’Italia, festeggiare (alzando al cielo le braccia prive di mani) il proprio trionfo con sedici anni di ritardo sul programma, venire riconosciuto dai passanti euforici che si davano di gomito e lo indicavano: “Guarda, Sacchi in incognito!” (se ci pensate, si rassomigliano davvero). Per me Ciao regna sovrano su tutta una pletora di mascotte mondiali, europee e olimpiche, fiocchi di neve e lepri in mutande, gemellini siamesi e galletti rossoblu; ma da un paio di giorni la sua leadership icastica è severamente minacciata dalla roboante forza d' urto de La Porcheria.

Certo, Ciao ricordava in maniera inquietante all’impiccato dell’omonimo gioco; ma non restava impresso per questo lugubre aspetto. Quanto a La Porcheria, invece, ha tre giorni di vita e già è passata alla storia (precoce in ciò quanto il dio Hermes, del quale si dice che nello stesso lasso di tempo rubò le mandrie di Apollo, uccise una tartaruga per trasformarla in un banjo e, già che c’era, pizzicò il culo ad Afrodite Pandemia). La sua immagine è indelebile nella retina di ogni inglese. Dodici persone, al solo vederla, sono state colte da crisi epilettica (e vi giuro che rimpiango che questa sia una notizia vera, rimpiango di non essermela inventata, rimpiango che in Inghilterra la vita altrui superi la mia fantasia). Cinquantamila contribuenti hanno chiesto indietro i (tanti) soldi pubblici spesi per finanziare questo scarabocchio malcacato. Al confronto il referendum/totocalcio sul nome da dare a Ciao, temporaneamente Coso, perde ogni fascino di mobilitazione popolare.

Col disvelamento del suo simbolo, Londra 2012 non solo è già iniziata, ma di fatto ha già stancato la nazione ospitante (escluso ovviamente il comitato organizzatore), cosa che per le Olimpiadi di solito accade un paio d’anni prima, non cinque. Personalmente, ho visto La Porcheria per la prima volta l’altro giorno alle otto di mattina, facendo colazione e sbirciando il Daily Telegraph, e nonostante la mia rimarcabile conoscenza dell’inglese scritto ho compreso che si trattava dello stemma per le Olimpiadi solo dopo aver chiuso il giornale e digerito la colazione. Verso mezzogiorno e un quarto, ho intuito che le quattro macchie da cui è costituito stilizzano le cifre 2 0 1 2. Alle cinque del pomeriggio ho realizzato che, se l’avessi visto su The Independent, non ci avrei creduto come a tutto il resto. Al mattino dopo, leggendo sul Guardian che un inglese su sei (è una stima ottimistica, arrotondata per difetto) soffre di problemi con l’alcol, mi sono chiesto perché affidare la composizione dello stemma olimpico proprio a lui.

E sì che, come emerso dalla protesta montante, gli stemmi presentati in alternativa erano tutti inevitabilmente più belli (anche quelli in cui l’artista, soffrendo di problemi con l’alcol, si era limitato a vomitare sulla tela), ma soprattutto più significativi. Sapete cosa significa, significativo? Che ha un significato. Ad esempio, il mio preferito riproduceva semplicemente i cinque cerchi olimpici sovrapponendo a quello rosso lo stemma della metropolitana. Semplice, conciso, ma geniale – e significativo. Rendeva l’idea di cos’è l’Inghilterra e dell’idea che ne hanno gli inglesi. Poiché però l’Inghilterra non è l’Italia, Londra non è Roma e Gordon Brown non è Padoa Schioppa (per favore smettetela di ridere, sono entrambe persone serie) (e rispettabili) (ho detto smettetela), mi sono fatto persuaso che una ragione per scegliere La Porcheria a discapito di qualsiasi altro possibile stemma olimpico doveva esserci. E allora solo oggi a pranzo, con due abbondanti giorni di ritardo, ho capito perché La Porcheria è significativa.

Se non vi siete già addormentati vi ricorderete che secondo me Ciao, con la testa nel pallone, era un ironico ritratto dell’Italiano medio (benché effettivamente più magro); se avete presente lo stemma di Atene 2004, ricorderete che era una corona di alloro (tipicamente greca), mentre Sidney 2000 comprendeva un boomerang (tipicamente australiano) e che, sebbene sorprendentemente quello di Atlanta 1996 non contemplasse una bottiglia di Coca Cola né la scritta Pepsi Merda, quello di Barcelona 1992 stilizzava, sant’Iddio, i colori della bandiera non spagnola ma catalana. Insomma praticamente ogni stemma delle precedenti Olimpiadi aveva a che fare con, anzi si fondava su, la forza l’identità locale, rendendola trampolino per l’accoglienza degli ospiti stranieri.

A questa luce analizziamo pertanto La Porcheria. Essa si compone di quattro sputazzi che, visti da soli, non significano niente, mentre visti contestualmente significano che le Olimpiadi si terranno nel 2012. Cosa peraltro che gran parte degli esseri umani sapeva già, prima che La Porcheria venisse concepita. Notate come dunque il significato dello stemma sia stata spostato dal luogo ospitante all’anno accidentale, ossia se preferite dallo spazio al tempo. Sapete perché? No, e secondo me non lo sa nemmeno chi l’ha fatto. Allora ve lo spiego e glielo spiego io: perché concependo La Porcheria egli ha scartato mentalmente ogni simbolo di appartenenza geografica che potesse offendere i mussulmani, gli indiani, i pakistani, i centrafricani, gli italiani di passaggio, i polacchi appena arrivati, gli spagnoli che si sono persi, gli americani che preferiscono Londra, gli scozzesi che preferiscono Edinburgo, e chiunque avesse dalla sua – nel meraviglioso calderone di razze e di lingue che Londra ha deciso di diventare – il diritto di protestare contro il sentirsi messo da parte da un simbolo che rivendicasse una forte appartenenza geografica, un’identità stabilita. Quindi, scarta questo che scarta questo, l’artista incaricato non ha potuto che produrre una porcheria, anzi, La Porcheria par excellence; questi quattro numeri spastici che esprimono una sola certezza: le Olimpiadi si terranno nel 2012, ma potrebbero essere state organizzate a Londra come a Samarcanda senza che nulla cambiasse. La Porcheria segna il definitivo passaggio di Londra da capitale dell’Inghilterra a città cosmopolita, in cui si può continuare tranquillamente a vivere come se si fosse a casa propria, e qualsiasi casa propria; e quindi il significato de La Porcheria consiste esattamente in ciò che costituisce l’identità comune dell’ideale società multiculturale, cioè niente.

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