giovedì 5 luglio 2007

L'impalcatura e l'alambicco

(Gurrado per Ore Piccole)

Buongiorno. Che state a fa’? Spero qualcosa di utile, ad esempio diventare preti o dare figli alla patria (sottolineo la disgiunzione, non già: diventare preti e dare figli alla patria, poiché il troppo storpia), oppure qualcosa di piacevole, o se non altro di poco doloroso. Invece sono sicuro che, chiunque voi siate a leggermi, ovunque vi troviate e quantunque io possa annoiarvi col mio periodare barocco – ecco, sono sicuro che molti di voi non stanno facendo nulla di utile né di piacevole e che in particolar modo almeno uno fra voi perditempo ha deciso quest’oggi di darsi a un’attività, oltre che inutile e spiacevole, oltremodo dolorosa. Uno di voi oggi ha deciso che scriverà un romanzo.

Imperito romanziere, se a distoglierti non basta la considerazione generale che scrivendo si finisce per andare a letto con molte meno ammiratrici di quante si possa in prima istanza immaginare, non vedo come tu possa essere distolto dal tuo sproposito sulla base di elucubrazioni tecniche. Ciò nondimeno le avanzo, e ti rivelo che chiunque tu sia, ovunque ti trovi, eccetera eccetera, al solo decidere di scrivere un romanzo quest’oggi hai già commesso un primo errore, che come nel calcolo di una somma si ripercuoterà tremendamente sul risultato, non c’è rimedio che tenga. Hai deciso di scrivere un romanzo, frescone, senza prima tracciarne una mappa. Ti fidi di te a sufficienza da ritenere che l’idea (sviluppata, per carità, sviluppatissima) che ti porti in mente da una settimana o da qualche anno funga da propellente bastevole fino all’ultima goccia d’inchiostro. Sei partito per tragitti più incerti di quelli regolati dalla segnaletica stradale pugliese, e sei come una Centoventisette che gira su se stessa alla disperata e frustrante ricerca di Castel del Monte: lo vedi chiaramente, alto bianco e ottagonale, ma non riesci ad arrivarci e t’incarti fra gli oliveti.

Ti conosco, mascherina. Hai maturato la convinzione che la narrativa sia un atto di ispirazione, e hai ritenuto di lasciarla fluire liberamente secondo i suoi capricci, senza chiederti di numerare i ceffoni che daresti al tuo figlioletto se la medesima ispirazione gli suggerisse di fare pipì sulla soglia di casa o di iscriversi a Scienze della Comunicazione, in crescente ordine di gravità. Magari hai pure fatto il liceo classico e hai avuto cinque anni di tempo per fraintendere l’espressione della quale col tempo hai pure dimenticato l’autore, rem tene et verba sequentur, desumendone che basta avere una mezza idea della trama per tirar fuori un libro intero, affidandosi qua e là a qualche trovata o alla disattenzione del lettore. Va bene che lo spirito soffia dove vuole, ma non autoproclamarti vaso d’elezione. Per non dire che nutro il forte sospetto che il tuo romanzo d’oggigiorno sia autobiografico (che fai, arrossisci?) e che la massima trovata narrativa di cui tu sia capace consista nella sostituzione dei nomi delle protagoniste femminili (i protagonisti maschili, al contrario, pretendono di trovarsi citati per vantarsene con gli amici, fra i quali ci sarà qualcuno che sentendoli a sua volta deciderà di scrivere un romanzo autobiografico, e così via all’infinito fino all’esaurimento delle case editrici e al disboscamento della foresta amazzonica. Diceva Giancarlo Buzzi, te lo ricordo solo fra parentesi pur temendo che, nella fregola di scoprire dove va a parare il mio discorso e poter finalmente iniziare a scrivere il tuo romanzo che, ovvio, sarà diverso da tutti quelli degli altri esordienti, tu salti a pie’ pari le lunghe digressioni – diceva Giancarlo Buzzi che all’atto della nascita a ognuno andrebbe consegnata una quantità limitata di carta, da usarsi per la letteratura ma anche per le più basse funzioni corporali, così che uno in generale, e in particolare anche tu, ci pensi due volte prima di scrivere, metaforicamente, ciò che farebbe piuttosto meglio a pulire).

Ipocrita scrittore, mio simile e fratello, se io dovessi creare un uomo partirei dallo scheletro. Tu invece parti dalla pelle e dai vestiti, e stai a sindacare sul colore degli occhi prima ancora di aver stabilito la circonferenza del cranio. Dovresti invece, se non ti è di troppo fastidio, scribacchiare su un foglietto il riassunto del tuo romanzo (protesta l’ingenuo: come si fa a riassumere una cosa che non esiste ancora?), e ti renderai conto, via via che procedi fra le pieghe della trama, che ti mancano le parole, peggio, che ti mancano i personaggi, peggio, che ti mancano le idee e che, a giudicare dalle sei righe di riassunto che composto con progressiva lentezza, per il tuo romanzo meglio sarebbe non esser nato nemmeno nella mente dilettantistica dell’autore. Questo è il momento in cui potresti rinsavire e optare per scelte più felici (farti prete, dare figli alla patria, dedicarti alla spasmodica ricerca di filmati d’archivio di Colpo Grosso); altrimenti, se mi dici che il riassunto l’hai scritto abbastanza velocemente, che è lungo quattro o cinque pagine, che corrisponde bene o male all’idea primigenia che avevi e che sei perfino riuscito a migliorarla qua e là, be’, allora vuol dire che sei un osso più duro di quel che credevo, ma non per questo demordo.

Ti vedi già pubblicato, vero? Ti stai chiedendo cos’hai tu che non abbiano Federico Moccia e Thomas Mann, o viceversa? Stai già assaporando la recensione fiume sulla prima pagina di Repubblica, sempre che non ti ripugni sentirti paragonare a Moravia e a Baricco? Ricordati che devi soffrire. Mi è capitato di leggere manoscritti rimasti giustamente inediti, che tutti godevano indistintamente della stessa caratteristica: l’autore era convinto di essere Cristoforo Colombo, e che di conseguenza gli bastasse puntare dritto verso le Indie per scoprire l’America. Pensa che la sicurezza induce all’errore e che vederci bene da vicino non significa poter guardare oltre l’orizzonte. Ripiglia il riassunto del tuo romanzo non scritto: per scoprire se è un vero romanzo, devi sintetizzarlo in una pagina. Aspetta a dire che è facile, devi sintetizzarlo in una pagina utilizzando pochissime parole e molti punti e virgola, frecce, parentesi e segni vari. Devi renderlo uno schema comprensibile solo e soltanto a te stesso al di fuori del quale non resti nulla del senso del romanzo stesso: questo foglietto, che porterai nel portafoglio o che attaccherai allo schermo del computer, che infilerai fra le tue carte o che ripeterai ogni sera prima di addormentarti, è il cervello del romanzo: mostra cosa vuoi scrivere che già non sia stato scritto in mille altri libri, indica pertanto la ragion d’essere del tuo romanzo ed è la carta d’identità che lo rende diverso da tutti gli altri. Se il riassunto è lo scheletro, questo specchietto è il cervello. Non ci avevi pensato, tu. Ti eri lasciato travolgere dall’entusiasmo e ti eri messo a scegliere la marca di scarpe per un corpo inane.

Non so tu, ma quando io guardo un palazzo la prima cosa a cui penso è l’impalcatura. È necessaria, copre il lavoro fatto a metà e, una volta compiutolo, sparisce. Ma tu hai fiducia nei tuoi mezzi e pensi che un romanzo (tanto più il tuo romanzo ipotetico) sia un’opera d’arte, e che quindi si debba guardare al prodotto finito, alla facciata del palazzo; io penso piuttosto che la scrittura sia una tecnica, e che quindi se si struttura bene l’impalcatura il palazzo viene su più solido. Il prosatore non è un architetto ma un ingegnere. Ne sono tanto convinto che quando leggo un romanzo, e lo trovo veramente bello, cerco di scoprire o di intuire lo schema primigenio, il cervello, la struttura sulla quale s’è sorretto l’autore negli anni di lavoro quotidiano. E resto come un fesso lì a guardare l’impalcatura, l’invenzione senza la quale non avremmo dove abitare.

(Siccome ho ancora un po’ di tempo prima di andare a fare due passi, accludo in coda una mini-recensione. L’elogio dell’impalcatura m’è venuto in mente un mesetto fa, mentre leggevo Special Topics in Calamity Physics, il romanzo d’esordio di Marisha Pessl che in Italia la Bompiani ha tradotto come Teoria e Pratica di Ogni Cosa. Il romanzo è gradevole e ben scritto, ed è stato lodato da gente più fededegna di quanto io possa essere, quindi ne do per scontata la qualità. Però mi ha fatto venire in mente una cosa: Marisha Pessl, che ha trent’anni e che stando alla foto sull’edizione inglese potrebbe guardarsi allo specchio per giorni senza annoiarsi mai, s’è peritata di comporre uno schema talmente preciso e promettente da renderlo più interessante del romanzo. In generale, ha eretto un’impalcatura dorata per costruire un normale condominio: i titoli dei capitoli coincidono con quelli di altrettante celebri opere; le illustrazioni sono parte integrante del romanzo; le citazioni sono innumerevoli; la voce narrante elenca puntigliosi riferimenti bibliografici anche per gli argomenti più triviali o immediati; il tradizionale finale univoco, con l’attesa soluzione del giallo, viene sostituito da un esame finale a risposta multipla; al culto del romanzo coopera un sito web di strabiliante fattura (www.calamityphysics.com), sul quale si può passare una buona mezza giornata; addirittura la protagonista Blue Van Meer, pur non esistendo, detiene una pagina personale su MySpace (http://www.myspace.com/calamityphysics) e nell’elenco dei suoi amici spicca, manco a dirlo, l’autrice che l’ha inventata. In questo caso l’impalcatura ha divorato il palazzo, e limitandosi alla sola lettura del testo – ché un romanzo quello è, una serie di parole una dietro l’altra – viene il sospetto che qualche pagina sia stata scritta solo per non intaccare il mirabile equilibrio dello schema, dei capitoli e delle citazioni dotte. È mancato, in questo caso, il procedimento inverso all’impalcatura, ovvero l’alambicco che lascia che la storia decanti e che ogni cosa finisca al posto che la natura le assegna: lettura dunque perniciosissima per l’imperito romanziere di cui sopra, non sia mai che in futuro voglia prendere esempio senza esserne in grado. Ragion per cui, approfittando di una valigia troppo piena per introdurvi altri libri, ho regalato la mia copia di Special Topics in Calamity Physics alla prima signorina che, quando le ho chiesto se avesse mai scritto qualcosa o se pensasse un giorno di mettersi a scrivere, mi ha risposto severa: “Nemmeno per idea”.)

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