venerdì 20 luglio 2007

Si fa quel che si può

(Gurrado per Ore Piccole)

Io avrei usato le parentesi. Se devo pensare alla reazione del lettore (di quella particolare specie di lettore deambulante in libreria che di questi tempi si moltiplica indefinitamente, timoroso di restare deluso e annoiato dalle vacanze che tre mesi fa ancora gli sembravano divertenti ed entusiasmanti per ipotesi), ritengo che un paio di parentesi avrebbero dato più appeal al titolo (e di conseguenza maggior risalto alla copertina) dell’esordio narrativo di Paolo Di Mizio, affabile mezzobusto e caporedattore del Tg5. Ma Marsilio l’ha pubblicato in inverno; sono io che arrivo in colpevole ritardo con la recensione (colpevole fino a un certo punto: i libri non invecchiano tanto velocemente) così che non c’era bisogno di pensare al pubblico estivo e quindi niente parentesi.

Senza parentesi com’è stato pubblicato, il titolo del romanzo di Paolo Di Mizio suona: Storia di Giuseppe e del suo amico Gesù. A seconda di come il lettore imposta la lettura del titolo, a seconda di dove fa cadere l’accento, ecco che cambiano la prospettiva e il senso del romanzo. Iniziamo da Storia: sin dalle prime pagine (e sono quasi quattrocento) si ha la netta sensazione che Di Mizio stia scrivendo da giornalista. Mi spiego (non è un’offesa); Di Mizio non cerca l’alta letteratura né la difficoltà o la sorpresa del lettore, ma racconta e spiega al contempo (come dovrebbero fare i giornalisti in senso lato), e questo è un notevole vantaggio per un romanzo storico. Alle volte può apparire troppo didascalico ma, in questi casi, forse è meglio peccare per eccesso che per difetto. La lingua di Di Mizio scorre facile, i fatti si succedono ai fatti, le interpretazioni vengono tutte gentilmente suggerite. Ogni tanto si rimpiange una maggior scioltezza linguistica (ad esempio, mi sono molto interrogato sui soggetti pronominali, per i quali Di Mizio utilizza sempre “egli” ed “ella” come grammatica comanda; se non che Manzoni stesso, passando da una stesura all’altra dei Promessi Sposi, li mutò tutti in “lui” e “lei” perché gli sembrava che sonassero farraginosi, ed era il XIX secolo); il rimpianto viene però agilmente superato con la considerazione che, per andare in un luogo, tutti vorremmo star correndo da subito eppure sappiamo che tenere una velocità più moderata ma costante è più funzionale. Sulla coraggiosa distanza delle quattrocento pagine (viviamo in tempi di romanzi anoressici) Di Mizio ha saggiamente scelto il passo del maratoneta, non del centometrista.

Se spostiamo l’accento del titolo su Giuseppe, ci viene resa ragione della storia che viene raccontata. In prima persona, in quanto voce narrante, Giuseppe non può dirlo; ma a una lettura non troppo superficiale si evince che si tratta di un personaggio straordinario e che tuttavia si ritiene sempre limitato. In un’epoca in cui arricchirsi è difficile, viaggiare è ardimentoso e abbracciare novità di ogni sorta quasi pericoloso; in un popolo che alla legge e alla tradizione è necessariamente ancorato per garantirsi l’esistenza stessa; in un paese che perfino agli occhi dei connazionali pare essere più tradizionalista, più misero e più arretrato della media – da questi prodromi svantaggiosi Giuseppe riesce a ritagliarsi una vita da viaggiatore, da mercante e da creativo. Colpisce, inoltre, che riesca a non fermarsi mai senza per questo rinunziare a riflettere sempre, così che la sua narrazione non diventa un calendario di soddisfazioni e di trionfi ma, piuttosto, tutta una disamina di inadeguatezze. Giuseppe, ricco ebreo di Nazaret che conosce le lingue e che è stato ovunque, è l’uomo che ha tutto, ma ama presentarsi come l’uomo al quale, piuttosto, manca sempre qualcosa. La cultura e i viaggi, alla stessa maniera, sono funzionali al suo desiderio di sapere sempre qualcosa che non riesce mai a capire e di andare in un posto in cui non riesce mai ad arrivare.

Il terzo estremo del titolo, Gesù, dà valore aggiunto al personaggio di Giuseppe. È l’effetto-Quo-Vadis, potremmo chiamarlo, o meglio l’effetto­-Tunica, stando al film in cui Gesù non appare mai se non come ombra e ciò nonostante è il baricentro della trama e della vita di ognuno dei personaggi, una sorta di pietra di paragone indefettibile. Rispetto al La Tunica, nella Storia di Di Mizio la presenza di Gesù è molto più preponderante quantitativamente, sebbene ovviamente sullo sfondo della movimentata vita del protagonista. Se in buona parte degli altri romanzi o film cristologici la figura di Gesù arrivava dall’alto della rivelazione o dell’illuminazione, Di Mizio la affianca a Giuseppe partendo dal basso, ossia dall’amicizia; ed è amicizia di bambini, che rende l’uno lungamente familiare all’altro. L’asimmetria, infatti, sta tutta qui: per chiunque Gesù diventa una persona eccezionale, mentre Giuseppe (che pure ne riconosce l’eccezionalità) non riesce a sceverarlo della patina di familiarità che negli anni ha assunto ai suoi occhi. Alla stessa maniera, Gesù si comporta con tutti come se avessero una lunga familiarità, si sente fratello di tutti gli uomini; e l’effettiva confidenza con Giuseppe, al contrario, rende quest’ultimo quasi eccezionale.

Il Gesù di Di Mizio merita una certa attenzione. Innanzitutto, è un Gesù che scrive: viene riportata una sua lunga lettera, addirittura, così che il romanzo prende recisamente posizione contro la tradizione esegetica che vuole un Gesù analfabeta il quale, tutt’al più, si accovaccia a tracciare segni sulla sabbia. Meno sorprendentemente di quanto si possa pensare, è un Gesù in tutto e per tutto figlio di donna e, senza iniziale maiuscola, altrettanto figlio dell’uomo: la sua nascita viene sostanzialmente ascritta a una fuitina, dello Spirito Santo e dell’Arcangelo Gabriele non si fa motto alcuno, tanto più che essa viene seguita da quella di svariati fratelli (che nel Vangelo sono citati, come no, ma con termine che potrebbe significare altrettanto “cugini”) e nientemeno di una sorella, Ester, protagonista di una travagliata e significativa storia d’amore col protagonista. Soprattutto, si tratta di un proto-Gesù, ovvero di un Gesù ritratto mentre vive i trent’anni che precedettero la sua predicazione, periodo sul quale i Vangeli tacciono o, parlando, si contraddicono anziché no. In definitiva, si tratta di un Gesù senza Dio. Non che Di Mizio trascuri di ritrarlo quale credente; anzi, la religiosità di Gesù viene messa in notevole evidenza sia nel rivendicarne l’appartenenza (incontestabile) all’ebraismo sia il tentativo (altrettanto incontestabile) di superare per così dire l’ebraismo dal suo interno, ovvero sceverandolo dell’ortoprassi (ossia alla pedissequa osservazione della Legge in ogni minimo dettaglio) e legando piuttosto la dottrina all’etica.

Il Gesù di Di Mizio è senza Dio perché il resoconto dei suoi primi trent’anni non vede alcun intervento sovrannaturale; questo per scelta precisa dell’autore al quale preme sottolineare come la sua predicazione, il suo fascino, addirittura i suoi miracoli derivino piuttosto da una capacità senza precedenti di comprendere la sofferenza altrui e farsene carico, liberando gli uomini dal giogo che si portano dentro. Con questo possiamo azzardare la quarta interpretazione del titolo, accentuando stavolta la parola amico, che lega i due protagonisti. Da un lato, Gesù è colui che si abbassa, ovvero colui che nella sua divinità (del tutto sottintesa e di fatto glissata da Di Mizio) ha una continua tensione verso il basso per accorgersi degli uomini e consolarli, amandoli. Giuseppe ha una tensione verso l’alto: nel suo lungo e vasto peregrinare non cessa mai di essere roso dal dubbio, a tratti iperbolico, ma non per questo cessa di ricercare la divinità che gli si nasconde; e si può addirittura azzardare l’ipotesi che, tutto preso a implorare in ogni dove un Dio che non riesce a distinguere fra le nubi, non si sia reso conto di poter parlare, restando a Nazareth, con un Dio fatto persona, cresciuto al suo fianco.

Giuseppe è un personaggio che mi piace perché sa di star facendo tutto quel che può per trovare Dio, ma al contempo sa che tutto quello che sta facendo non è sufficiente. È il simbolo della limitatezza umana; però è un simbolo dinamico, positivo, che non si crogiola nell’irraggiungibilità del divino. Giuseppe si pone il problema; è probabile che il tarlo di questa ricerca continua, sempre fallita e mai inutile, gliel’abbia messo proprio la compagnia di e la confidenza con Gesù. Intorno a lui si muove un mondo per cui Dio è un concetto, o peggio ancora un’abitudine, o un luogo comune; e che si comporta continuamente, pur professandosi altamente fedele, come se Dio non ci fosse. Le numerose possibili prove dell’inesistenza di Dio che Giuseppe trova sul proprio accidentato cammino, al contrario, lo portano a dubitare talmente tanto da – è uno dei grandi paradossi della teologia – farlo vivere sempre in continuo contatto col Dio che non trova, oscurato forse dall’abbagliante presenza, a portata di mano, di un Gesù non riconosciuto per divino.


Io avrei usato le parentesi e l’avrei intitolato Storia di Giuseppe (e del suo amico Gesù). Primo perché la storia di Giuseppe, da sola, avrebbe costituito un romanzo a sé stante più che accettabile per contenuti e contornim, pertanto merita di essere messa in adeguato risalto. Ma soprattutto perché (sottotraccia) la vita di Gesù, che con quella di Giuseppe interferisce ben poco ma di fatto la orienta (lo si scopre dal finale), è il basso continuo della sua storia. Come una frase fra parentesi, dunque, che spesso e volentieri viene saltata dai lettori frettolosi ma che, se letta, dà un altro sapore al testo, l’amicizia di Gesù per Giuseppe è la dimostrazione pratica della frase di Pascal che Di Mizio ha apposto in esergo: “Non mi cercheresti se non mi avessi già trovato”. È la controprova di ciò che hanno detto papi su papi, ovvero che chi crede in Gesù non è mai solo, e di ciò di cui non ci si convince mai abbastanza: ovvero che anche chi se ne allontana non viene mai abbandonato.

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