sabato 4 agosto 2007

La Bibbia nel cassetto

(Gurrado per Books Brothers)

Nell’ultimo pomeriggio che ho trascorso a Modena, mi è capitato di trovare nel cassetto di un mercatino di libri usati una copia del Vangelo: comunissima edizione delle Paoline, col sole che sorge (o tramonta?) in copertina, di quelle che chiunque ha ricevuto per la prima comunione. Un rapido sondaggio fra chi mi accompagnava ha rivelato che tutti possedevano ancora, da qualche parte che non ricordavano, una copia della stessa edizione, o eventualmente della versione con la copertina monocolore azzurra. Sono sicuro che a ben cercare anche chi mi legge ora ne possiede una copia, acquistata o ricevuta in regalo e mai data via indipendentemente dall’indirizzo più o meno bislacco che si decide di dare alla propria fede. Perché disfarsi a metà prezzo una cosa che all’epoca sarà costato sì e no cinquecento lire? A maggior ragione, perché tentare di rivendere un libro che a occhio e croce chiunque possiede, e che quindi nessuno comprerà? Ne ho dedotto che la copia in questione del Vangelo resterà sepolta nel cassetto del mercatino, a Modena, fino alla fine dei tempi, o più verosimilmente fino alla più completa scristianizzazione dell’Italia, alla quale manca sempre meno tempo di quanto sospettiamo.

Andato via da Modena, e pensando ancora a questo Vangelo abbandonato, ho letto Apocalissi: ventidue modi di leggere i libri della Bibbia, volume appena edito da ISBN e che contiene scritti di, appunto, ventidue personalità di diversi campi della cultura postmoderna. Si tratta della riproposizione (non della traduzione: a quel che ho visto, mancano alcuni pezzi e altri ne sono stati aggiunti) di Revelations: personal responses to the books of the Bible, che fu pubblicato da Canongate nel 2005 e che a sua volta raccoglie le caleidoscopiche introduzioni ai vari libri della Bibbia, ragion per cui gli autori afferiscono in gran parte al mondo anglosassone.

La struttura del volume (mi riferisco all’edizione ISBN, quindi alla versione italiana) è stimolante: partendo dalla Genesi e arrivando all’Apocalisse, ogni autore ha a disposizione dalle cinque alle dieci pagine per commentare il libro della Bibbia che più l’ha colpito per una ragione o per l’altra; e qui possiamo sbizzarrirci analizzando le scelte editoriali. Con tre brani ciascuno, i libri di maggior successo sono il Vangelo secondo Matteo (commentato da Francesco Goldman, A.N. Wilson e Pier Paolo Pasolini) e il libro di Giobbe (commentato da Charles Frazier, Benjamin Prado e Mordecai Richler). Potrebbe sembrare un accostamento sorprendente, ma una riflessione più accurata potrebbe suggerire che, nell’Antico Testamento, Giobbe è il momento in cui viene posto con maggiore durezza il problema del male, presentando un Dio incomprensibile che quasi se ne compiace per assecondare un Satana da operetta mentre, all’inizio del Nuovo Testamento, il Vangelo di Matteo capovolge la questione, presentando un Dio infinitamente misericordioso che per liberare gli uomini dal male sacrifica ad esso il suo Figlio fatto uomo. Il tema del male, che tanta parte ha avuto nella letteratura universale, non poteva che essere il più vivido in un testo che sottopone la Bibbia alla lettura di scrittori di professione.

Apocalissi infatti si muove sul sottile crinale del commentario, senza cadere né dal versante dell’esegesi né da quello della letteratura. La notevole disparità fra le personalità coinvolte e l’assoluta libertà lasciata a ciascuna sia nella scelta del tema da trattare sia nella maniera in cui trattarlo consente al libro di vivere su una piacevole alternanza di toni e di stili, che è tuttavia anche alternanza di risultati. Per dire, se Thor Heyredahl spiega la Genesi con la stessa dovizia di particolari dovuta al casuale incontro con un venusiano, David Grossman butta l’Esodo in politica (politica plurisecolare, sia chiaro, non la politichetta dei nostri orti contemporanei); se Meir Shalev spiega perché dei grandi re d’Israele il più amato è David, che capita essere il più delinquente, Bono degli U2 si distingue per commentare i Salmi nella stessa maniera in cui io canto le sue canzoni sotto la doccia; se Ray Loriga chiosa il Vangelo secondo Luca con una delle migliori definizioni mai date del Cristianesimo (“Ci sono giochi più facili, ma non ci sono premi migliori”, p.184, vedere per credere), il Dalai Lama impiega tre pagine a dimostrare come San Giacomo, pur senza saperlo, fosse buddista. Non per niente il titolo del volume è declinato al plurale.

Però questa disparità, che può far arrabbiare in certi passi il credente e in certi altri il rinnegato, trova la propria giustificazione nell’essere, Apocalissi, un libro di letteratura. Non solo perché gli interventi di Nick Cave (Marco), Darcey Steinke (Corinzi), Will Self (Apocalisse) e altri sono altrettanti veri e propri racconti; ma anche estremamente istruttivi dei processi intrinseci alla produzione e all’interpretazione letteraria, benché non strettamente narrativi in sé, sono la lettura fra le righe del Cantico dei Cantici di A.S. Byatt e l’epistolario di Pasolini riguardo al making of il Vangelo secondo Matteo. Con la lente della letteratura, dunque, Apocalissi universalizza la Bibbia, per così dire la spreme e presenta quello che questo sacro libro enorme (e sovente stampato troppo in piccolo) ha ancora da dire agli uomini di ogni latitudine, di ogni tempo e di ogni convinzione.

Certo, si tratta di un punto di vista parziale. Parte degli autori parla come se Dio non ci fosse, o come se ci fosse ma bisognerebbe disinventarlo. Ulteriore parzialità è data dalle assenze: su 73 libri che costituiscono la Bibbia, Apocalissi ne cita solo 16, equamente divisi fra Antico e Nuovo Testamento (il rapporto originario è di 46 a 27); restano fuori, tanto per dire, i Giudici, il Quoelet, tutti i profeti in massa (tutti!) e gli Atti degli Apostoli. Inoltre, l’originaria pubblicazione anglofona ha fatto sì che venissero privilegiati testi (come i Proverbi o le lettere di San Paolo) a cui i protestanti sono molto più affezionati di quanto lo si sia in Italia fra i cattolici, quantunque zoppicanti.

La ragione per cui questo ardimentoso tentativo (far commentare la Bibbia a scrittori che non sono esegeti di professione) viene dal mare e non è sorto spontaneamente a casa nostra risiede, secondo me, proprio nel protestantesimo. La principale innovazione apportata da Lutero, cinque secoli fa, consisteva nel consentire a chiunque la lettura privata del testo sacro; per questo motivo provvide personalmente alla traduzione in tedesco. I cattolici, al contrario, preferiscono l’interpretazione tradizionale alla meditazione personale (in soldoni, i protestanti credono alla Bibbia, i cattolici credono alla Chiesa); se non che questa fiducia nell’autorità stabilita s’è trasformata sovente in pigrizia, così che la copia della Bibbia che non manca in (spero) ogni casa d’Italia funge per lo più da decorazione in salotto, se in edizione lussuosa, o è stata dimenticata in scaffali nascosti, se in edizione economica. Il caso estremo è quello di cui parlavo all’inizio: il Vangelo venduto a un rigattiere di Modena e lanciato a sorpresa nel mercato dell’usato sicuro. Caso curioso, poi, da questa pigrizia è nata una buona fetta di anticattolicesimo patrio, che si basa sull’istintivo rigetto della lettura dei fondamentali e dunque, in senso lato, sull’ignoranza. Chiunque voglia contestarmi, è pregato innanzitutto di riassumermi la terza lettera di San Giovanni, e poi ne riparliamo.

I protestanti invece, anche nel caso in cui rigettino del tutto la fede in cui sono cresciuti conservano all’interno della propria anima un cassetto nel quale ripongono la Bibbia, letta ad alta voce o meditata o raccontata migliaia di volte, fino a costituire un inconscio letterario che riemerge ora più ora meno ogni volta che prendono la penna in mano; fino, mi auguro per loro, a costituire l’inevitabile punto di ritorno dopo un allontanamento più o meno lungo. A differenza dei cattolici e delle persone che mi accompagnavano a Modena, anche quando non usano la Bibbia i protestanti si ricordano dove l’hanno messa: per questo la Bibbia parla a ognuno di loro, e ognuno di loro può parlare della Bibbia. Non a caso dei nostri nella raccolta c’è solo Pasolini, il più luterano degli italiani. Il grande merito di Apocalissi e di tutta l’operazione è di rivalutare il commentario, la forma parallela di lettura e scrittura sulla quale si è fondata nei secoli la nostra civiltà, in cima alla quale sediamo indegnamente; e, più in generale, quello di aver ribadito che la Bibbia è un libro (anzi tanti libri) e che i libri vanno letti, prima di parlarne. Se fra qualche tempo ISBN potrà pubblicare una nuova edizione dell’antologia firmata soltanto da autori italiani, il tentativo sarà riuscito; altrimenti, tutti all’inferno.

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