lunedì 29 ottobre 2007

La morte, considerata come una delle belle arti

(Gurrado per Ore Piccole)


Nel limitato giro di qualche mese l’editore Neri Pozza ha pubblicato tre libri, diversissimi per genesi e fattura, che hanno tuttavia in comune a livello formale l’anglofonia degli autori (un’australiana, un irlandese, un inglese) e a livello contenutistico il tentativo di sottrarsi alla mortalità andando su e giù nello spaziotempo. Nel dettaglio, Lo Scandalo della Stagione di Sophie Gee (l’australiana) ci riporta al XVIII secolo e più precisamente nella Londra del 1711, l’anno che dette ad Alexander Pope lo spunto per The Rape of the Lock, Il Riccio Rapito, satira mai abbastanza letta in Italia (né mai abbastanza tradotta, poiché ne esiste soltanto un’edizione Rizzoli che si perde nella notte dei tempi). Morte di uno Scrittore di Michael Collins (l’irlandese, peraltro omonimo di un irlandese ben più celebre) è ambientato invece nell’America degli anni ’70 e narra l’ingrossarsi della sottile linea di follia che tormenta un autore finché non raggiunge la conclamata immortalità, con ogni mezzo soprattutto illecito. Vite Straordinarie infine, curato dall’inglese Ian Brunskill (editor dei necrologi del Times), è una corposa raccolta di obituaries, ossia le biografie definitive, variamente e vanamente imitate in Italia, degli uomini celebri la cui morte consegna alla Storia perfino una faccenda piuttosto volgare qual è il giornalismo.





L’immortalità è il basso continuo de Lo Scandalo della Stagione. Indubbiamente Sophie Gee, che è giovane e si farà, dà il meglio di sé nella descrizione particolareggiata di vivide scene collettive, come ad esempio l’ingresso a teatro di Haymarket con cui apre il nono capitolo del suo romanzo d’esordio: più ancora che nello scandaglio della psicologia individuale, che alla fin fine è il motivo per cui il pubblico compra un romanzo e talvolta se lo legge, il suo talento diventa evidente nel momento in cui si innalza a considerare con occhio distaccato di tre secoli l’affannarsi degli strati sociali diversi della Londra appena illuministica. Quest’affannarsi, va da sé, è inutile anziché no; ai nostri occhi disincantati la concitata attenzione per un ballo in maschera o per un costume di piume è senz’ombra di dubbio comica a considerare come oggi, dei partecipanti al ballo, non resti che un po’ di polvere e manco una piuma (eppure, a ben pensarci, noialtri facciamo esattamente lo stesso). Sull’agitata folla della buona società londinese spicca per questo la figura di Alexander Pope, all’epoca giovane autore di poemi noiosetti e volenteroso traduttore di Omero in fieri; l’obiettivo delle sue fatiche letterarie è quello di guadagnarsi un posto stabile nell’eternità d’inchiostro, stante che la longevità gli è preclusa a priori dalla costituzione fisica né sana né robusta.


La storia è semplice. Arabella Fermor è una bella ragazza che sa tenere a bada tutti i corteggiatori tranne uno, Lord Robert Petre, personaggio un po’ rubacchiato da Jane Austen che seduce Arabella e ne inguaia l’onore. La tragedia è di proporzioni vastissime, se considerata col punto di vista del tempo e dell’ambiente; ma tutto viene ridimensionato nel momento in cui la scrittura la trasforma sub specie aeternitatis.


Avviene infatti che, presumibilmente annoiati dai ponderosi versi del primo Pope, i suoi amici più maturi gli chiedano per vanità uno scritto che li eterni: “Ma ditemi, signor Pope, quando scriverete un poema sui vostri amici? Ardiamo dal desiderio di leggere grandi versi su noi stessi!”. Passano centocinquanta pagine ed ecco bello che scritto Il Riccio Rapito, nel quale Pope ha provveduto con non pochi scrupoli a travasare lo scandalo che coinvolge Arabella in quello nel quale “la musa consacrerà alla Fama / e tra le stelle scriverà il nome di Belinda” insieme a quello di un lubrico barone. Il testo desta la chiacchiera e sir Richard Steele, l’ultimo giornalista decente che la Storia ricordi, insinua che questa Belinda goda di troppe rassomiglianze con l’effettiva Arabella Fermor, a cominciare dal nome; segue discussione nel corso della quale gli scrupoli di Pope vengono via via fugati, con la fine del romanzo, apprendendo che il pubblico indaga oziosamente sull’identità di Arabella, ne travisa il cognome (“Farmer?”), finisce per dubitare della sua effettiva esistenza (“È una persona reale?”). All’ultima pagina de Lo Scandalo della Stagione, Arabella Fermor non esiste più, è dimenticata; resta invece reale l’immaginaria Belinda, entomologicamente inchiodata su carta, e con essa diventa eterno il nome di Alexander Pope, poeta malaticcio.





L’immortalità è la malattia di Robert Pendleton, protagonista di Morte di uno Scrittore e, speriamo, in nessun modo alter ego dell’autore Michael Collins (al suo sesto romanzo, il quarto tradotto in Italia, tutti da Neri Pozza). Si tratta peraltro, in questo caso, di malattia mortale: poiché Pendleton, sommamente frustrato dall’immobilità della propria carriera letteraria e ancor più dalla miseria della propria gloria, pressoché nulla, intuisce in circostanze estreme che solo una cosa potrà rendere eterno il suo nome: la morte, appunto, e pertanto si suicida. Essendo un fallito, non ci riesce e resta appeso a un filo di vita che lo tormenterà per decenni. Inane, tuttavia, vede la propria gloria crescere e i riconoscimenti fioccare dal momento in cui Adi Wiltshire, procace dottoranda celebre per qualità poco accademiche, riesuma un manoscritto che Pendleton aveva abilmente celato da anni a occhi indiscreti. Come mai tanto desiderio di nascondersi in un uomo che non mirava ad altro che all’immeritata diffusione del proprio nome? È perché la morte, amata non ricambiante nella prima parte del romanzo di Collins, diventa invece nella seconda ospite indesiderata: il manoscritto di Pendleton riproduce infatti in ogni ripugnante dettaglio la scabrosa morte di una ragazzina, sulla quale nessun investigatore è mai riuscito a gettar luce; particolare non trascurabile, il manoscritto di Pendleton era stato datato prima della scoperta del cadavere monco della fanciulla. Abbiamo dunque un caso giuridico morto e sepolto che viene riesumato; uno scrittore suicida che continua pervicacemente a vivere; un investigatore squilibrato che non si dà per vinto; una brama di immortalità letteraria, soprattutto, che si ritorce contro il proprio corteggiatore e lo consegna a un diverso tipo di imbalsamazione. Michael Collins riesce a concentrare in un solo romanzo motivi sufficienti per essere amato da diversi tipi di pubblico: la prima parte è un’arguta satira della pseudo-civiltà universitaria, dove “avere ragione è come pisciare controvento”; con la seconda parte inizia di fatto un romanzo diverso, vero e proprio pageturner, in cui il mistero via via si infittisce (pure troppo, per uno che non è un amante del genere e fatica a tenere il conto dei morti ammazzati e degli assassini incriminati); infine una terza parte più psicologica che racconta il progressivo deteriorarsi della bella Adi e risolve brillantemente il mistero in una maniera che nemmeno lontanamente potete immaginarvi.





L’immortalità è la ragion d’essere di Vite Straordinarie, la raccolta dei necrologi del Times curata da Ian Brunskill, che tale macabro esercizio coordina da tempo. L’Inghilterra è una nazione naturalmente versata nella catalogazione, e in fondo a ogni quotidiano o settimanale (be’, tranne Zoo, il rotocalco delle donne nude) c’è almeno una pagina dedicata all’elenco di morti freschi. Se il nudo elenco alfabetico è dedicato anche a compleanni e matrimoni, nei giornali broadsheet i necrologi vanno di là dalla catalogazione asettica in favore di dettagliati resoconti della vita che ha appena finito di respirare. L’obituary è diventato così un vero e proprio genere letterario a sé stante, che unisce la biografia al giudizio sulla vita stessa, non sempre lusinghiero né privo di umorismo; in particolare, i necrologi del Times sono ritenuti i più istituzionali, trattandosi di rigorose recensioni della vita vissuta. Riceverne uno è necessario, se la propria esistenza merita di essere ricordata; come corollario inverso, se uno muore e non viene incluso nel corposo elenco, solo il fatto di essere già morto può parzialmente consolarlo dall’esclusione.


Vite Straordinarie dimostra come il procedimento sotteso alla selezione sia rimasto sostanzialmente immutato dal 21 gennaio 1924 (morte di Lenin) al 2 aprile 2005 (partenza per il Paradiso di Giovanni Paolo II). Il criterio è la decantazione: il necrologio del Times riporta esclusivamente ciò che la Storia ricorderà di ciascuno nei secoli: e il maggior pregio è che ciò avviene a poche ore dalla morte. Di modo tale che ogni personaggio potenzialmente storico viene costantemente monitorato in vita, le sue azioni divise in utili e futili, buone e cattive; e alla fine il necrologio tira le somme alla stessa maniera in cui, ne I Buddenbrook, il piccolo Hanno traccia una riga sotto il proprio nome nel frondoso albero genealogico di famiglia. La linea è la morte, inevitabile; il necrologio che segue la linea è ciò che resta di ciò che è stato fatto, sia esso di pochi capoversi, come per Jimi Hendrix, o una specie di libricino a sé stante, come nel caso di Winston Churchill. La miglior caratteristica dei necrologi del Times è la lapide, ossia il sottotitolo che accompagna il nome e la data di morte di ciascun personaggio: le poche parole che, prima del necrologio esteso, spiegano in sintesi chi era, cos’ha fatto e perché vale la pena di ricordarlo in maniera tale che ogni cosa vada al proprio posto nel flusso continuo della Storia universale. Humphrey Bogart (14 gennaio 1957), “attore di grande autorità”; Franklin D. Roosvelt (12 aprile 1945), “quattro volte presidente degli Stati Uniti, al servizio della causa della libertà”; sir Stanley Mattews (23 febbraio 2000), “calciatore, la cui abilità nell’ingannare gli avversari entusiasmò la folla per decenni e gli valse il primo cavalierato nel mondo del calcio”; Albert Einstein (18 aprile 1955), “padre della fisica nucleare”; Andy Warhol (22 febbraio 1987), “sostenitore dell’arte in funzione della pubblicità e dei media”; Adolf Hitler (30 aprile 1945), “dittatore della Germania nazista, dodici anni di tirannia e violenza”.

Nella speranza di poterne vantare uno anch’io entro tempi ragionevoli (Antonio Gurrado (data ignota), “recensore reazionario e molestatore di ragazzine”), ho fatto un gioco per ammazzare il tempo: leggere di seguito, secondo un ordine cronologico, i necrologi degli scrittori via via ospitati dal Times. Se ne deduce innanzitutto che la letteratura garantisce una certa immortalità, poiché non sono pochi, secondi per categoria e per estensione delle biografie solamente agli uomini politici. Poi che la letteratura garantisce un’immortalità democratica, in cui Virginia Woolf (28 marzo 1941), “scrittrice di romanzi, saggi e critica letteraria”, riposa tranquillamente in pace al fianco di Barbara Cartland (21 maggio 2000), “la regina del romanzo rosa, e la scrittrice che ha venduto più copie al mondo; visse in un mondo tutto rosa di sua invenzione”. Infine, si apprende che la difformità della scrittura non solo conferisce a ognuno un’immortalità di genere differente – Gorge Bernard Shaw (2 novembre 1950), “un profeta del teatro” contro P.G. Wodehouse (14 febbraio 1975), “creatore di una terra incantata e senza tempo” – ma soprattutto che, per la composizione stessa dell’obituary, senza la scrittura quest’immortalità non sarebbe possibile, essendo i necrologi del Times passaporti per l’aldilà, racconti della vita di ciascuno, opera scritta e incancellabile dalla morte stessa.

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