mercoledì 17 ottobre 2007

La zia cinematografica

In the bleak midwinter, frosty wind made moan,
Earth stood hard as iron, water like a stone.

(Christina G. Rossetti)



Un curioso destino ha voluto che per ben due volte, a sei anni di distanza, mi ritrovassi a guardare LaCapaGira di Alessandro Piva nel bel mezzo dell’autunno pavese (con tanto di freddo improvviso e minaccioso: aveva ragione Veltroni, che appena lo eleggevano arrivava la nuova stagione). La curiosità della circostanza è data dal caso che il film è integralmente in dialetto barese, che io vengo dalla provincia di Bari, che all’uscita del film facevo l’università a Pavia, che in questi giorni sono tornato a Pavia per imprecisati motivi (e che domani sono costretto a tornare di volata nel barese a prendere dei vestiti invernali per colpa di Veltroni).


La prima volta mi era capitato di vederlo nella sala minore di un piccolo multisala; di là dal muro avrebbero dovuto dare non ricordo che gran film americano ma, data la sorprendente affluenza di baresi, parabaresi, baresologi e baresomani i gestori del cinema furono costretti a organizzare un’ulteriore proiezione ritardata di mezz’ora per contenere la furia omicida (e baroccamente dialettofona) di chi era rimasto fuori. È stato in quella circostanza che ho avuto la conferma che a Pavia i pavesi sono una sparuta minoranza, benché fastidiosa.


Ieri sera l’ho rivisto fra amici e, con la maggiore maturità conferitami dal dottorato di ricerca (non ha alcun senso, ma è sempre bello dirlo), ho tentato di spiegare agli astanti per lo più lombardi che si trattava di un film iperrealista, e che questo era il suo pregio principale. Innanzitutto per la lingua: scelta non banale in quanto il regista e suo fratello Andrea (sceneggiatore e recente autore di Apocalisse da Camera per Einaudi) non sono baresi, contrariamente a quanto si crede, ma salernitani; se non che Alessandro Piva ha fatto il liceo a Bari e s’è innamorato di questo dialetto (ché esso stesso non vuol essere chiamato lingua, scettico e understating com’è per istinto) nasale, bieco, cruento. Ridondante soprattutto: scandalizzatissimi i miei amici hanno appreso comparando l’audio ai sottotitoli che, su tre parole italiane, cinque in dialetto sono bestemmie di varia sorta.


Per la provenienza del regista e per la natura del pubblico nazionale, dunque, si tratta di un film in lingua straniera, che mi ricorda la presa di posizione di Samuel Beckett il quale di punto in bianco decise di scrivere in Francese invece che in Inglese all’esplicito scopo di non avere uno stile, o meglio, di non lasciare che la sua prosa geometricamente perfetta venisse contaminata dalle scorie della prosaccia inglese letta durante l’infanzia e l’adolescenza più o meno tarda. Il barese parlato ne LaCapaGira è il grado zero del dialetto, quello ideale che viene parlato da tutti e compreso da tutti, a Bari; soprattutto, spianta completamente nell’immaginario nordico il barese artefatto consegnato (suo malgrado) da Lino Banfi. Non si cambiano le a in e (etacismo?), ma si aspirano. Non si dilata la gola, ma il naso. Non esiste la locuzione narrativa “quel poliziotto”, ma “u cazz d’polizziott”.


Poiché come un romanzo la sceneggiatura di un film è composta soprattutto di parole, la pregnanza semantica de LaCapaGira è fondamentale riguardo allo svolgimento della trama. Quando si inventa un personaggio distante dall’esperienza dell’autore o da quello che si presume essere il pubblico medio (quando si adotta un personaggio vissuto in un’epoca differente, ad esempio, o quando i personaggi fanno parte del folto sottobosco della microcriminalità, come in questo caso) la questione dirimente è come farlo parlare. Se si sceglie di farlo parlare come l’autore o come il pubblico (nella speranza che autore e pubblico siano persone decenti), si può ottenere un buon impatto narrativo ma la cosa suona necessariamente fasulla ad orecchie appena non ingenue. Se si decide di farlo parlare in un gergo costruito, è molto probabile il fallimento, a meno di essere Carlo Emilio Gadda (cosa che nessuno ormai è più). La scelta obbligata, ma non per questo immediata, dei fratelli Piva è stata quella di dotare i criminali di un linguaggio oscuro (e incomprensibile al resto dell’Italia) ma saldo nelle fondamenta (in quanto realmente esistente e comprensibile entro un raggio ragionevole intorno a Bari vecchia).


Qui va lodata la seconda scelta geniale del film, ovvero di affidare la recitazione ad attori della multiforme fauna del teatro e della tv dialettali baresi: non solo Dino Abbrescia e Paolo Sassanelli che nel frattempo sono diventati famosi, e l’ottimo Dante Marmone ovviamente, ma anche il resto dell’Anonima GR, Nicola Pignataro, e perfino Mingo De Pasquale che fa una comparsata. Si tratta della punta di un iceberg composto da una notevole varietà (e qualità) di riconosciuto istrionismo locale, che rende tuttora certi orari di Telenorba o Teledue preferibili ai contemporanei palinsesti nazionali (con Mudù, Catene, l’Ariamara che hanno sostituito Teledurazzo, Il Polpo, Melensa). Il compito degli attori era quello di recitare incarnando quello che sarebbero stati se non avessero recitato (a pensarci, è una cosa difficilissima); le facce scavate, le tute di acetato, i surreali copricapo sono esattamente quello che si incontra passeggiando per Bari in un giorno qualsiasi. L’obiettivo del film era creare artificialmente una copia perfetta della realtà naturale, una specie di serra sociologica; riuscito.


Piva ha optato per una sorta di unità di tempo e luogo aristotelica: le vie degradate di Bari in un giorno di mezzo inverno, dalla tarda mattinata alla prima notte, costituiscono la cristallizzazione di un processo quotidiano che si presume ripetibile a oltranza: il pacchetto di roba viene lanciato dal treno, viene bene o male ricuperato, la cocaina viene tagliata e immessa sul mercato. Il film gioca sul dualismo fra la regola – questo diffuso benché poco edificante standard – e l’eccezione – il contrattempo ridicolo, il vizio del singolo, la sfera privata e così via. Lo iato e l’attrito fra questi due filoni creano uno scompenso che disorienta, che ingloba l’essenza stessa della microcriminalità, e che appunto crea il capogiro cui fa riferimento il titolo. Un amico, peraltro possessore e padrone incontrastato del dvd, ha specificato che si tratta di un topos valido a Bari come in ogni altro luogo, e come tale universalizzabile. Io non credo (anzi, non creeeed, come dice reiteratamente il personaggio di Dino Abbrescia), e ritengo che LaCapaGira sia un film fortemente barese non solo nel linguaggio ma anche nei temi e nei personaggi; come controprova adduco l’inquadratura delle nude strade di Bari, alle quali non è stato apportato nessun miglioramento o peggioramento, ma che sono state usate come setting già bell’e pronto all’aria aperta: cristallizzazione definitiva di questa realtà respingente e familiare al tempo stesso in cui, come nell'inno di Christina Rossetti, l’inverno rende ferro la terra e pietra l’acqua.



Questo sarebbe stato un discorso più che ragionevole; se non che io non capisco niente di cinema pertanto mi sono limitato a indicare la chiesa del Redentore e a specificare: Uagnùn, ca dè ddrejt stè la ka’s d’zian’m, ragazzi, lì dietro abita mia zia. È una soddisfazione che non si prova nemmeno guardando un kolossal.

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