martedì 13 novembre 2007

Il nome della cosa

A te che ascolti il mio disco, forse sorridendo,
giuro che la stessa rabbia sto vivendo:
siamo sulla stessa barca, io e te –
ti ti ti ti…

(Rino Gaetano)


Rovistando nel cestino del bagno, cimitero dei giornali letti facendo altro, ho ricuperato un vecchio articolo di Panorama (pagine 271 e 272 del numero 45, otto novembre scorso) con la notiziona che non una ma ben tre scrittrici italiane hanno scritto, anzi peggio ancora, stanno scrivendo le sceneggiature per altrettante graphic novel, i postmodernissimi romanzi visuali che sono fuggiti dalle edicole e stanno invadendo le librerie.

Internet, che è il male assoluto, è la fonte migliore per orientarsi fra queste signorine libresche ma fino a un certo punto. Wikipedia sinteticamente definisce Pulsatilla “scrittrice italiana contemporanea” e nulla più; Melissa P. assume già una dimensione maggiormente sovratemporale in quanto “scrittrice italiana” e basta; Carolina Cutolo, invece, non esiste nemmeno come Pornoromantica. Pulsatilla ha un blog; Melissa P. ha un blog (in cui rivendica di essere Melissa Panarello ossia “ciò che fu P.”, ma temo che ormai sia troppo tardi per dichiarare le generalità all’universo mondo); Pornoromantica ha un blog. E in libreria? Pornoromantica ha una pubblicazione; Pulsatilla altrettanta; Melissa P. ha scritto due romanzi e una lettera a Ruini, il suo blog c’informa che sta scrivendo il terzo romanzo ma che per ora non sembra particolarmente interessata all’email del cardinal Bertone.

Ora, io non ho tanto in uggia che sul servizio di Panorama Melissa P. si lasci fotografare apparentemente vestita soltanto di un costume da canarino, oppure che Pornoromantica dichiari che “Guido Crepax o Milo Manara mi hanno dato un brivido lungo la schiena e tra le gambe”, o che l’unico riferimento a Pulsatilla sia una foto a mezza figura e non una dichiarazione o una frase tratta dalla sua sceneggiatura o anche un’ideuzza al riguardo, segno che molto probabilmente (come gran parte degli scrittori su commissione) ancora non ha iniziato tanto c’è tempo.

Né tampoco mi scandalizza che le signorine in questione trattino del sesso con una certa disinvoltura (ce ne fossero) e che quindi l’articolista di Panorama si senta in dovere di parlare di “scrittrici birichine”, de “le tre giovanissime più trasgressive”, con tanto di didascalia che ammicca a “cuginette omosessuali” mentre in alto campeggia il titolo: “100 colpi di matita e la graphic novel diventa a luci rosse”.

Piuttosto mi lascia perplesso che, delle tre scrittrici in questione, una per rendersi riconoscibile abbia dovuto mozzarsi il cognome alla sola iniziale puntata (come se io diventassi Antonio G.); l’altra si sia trasfigurata in una pianta verde e acida nella quale non resta alcun residuo anagrafico della signorina Di Napoli Valeria (come se io mi trasformassi in Cactus); l’ultima abbia firmato il proprio libro (romanzo?) con nome e cognome ma continui a essere nota e identificata tout court col titolo del volume (romanzo?) e del suo blog, appunto Pornoromantica (e io? Pornocattolico?).

Non ho nulla contro di loro ma vorrei chiamare le cose col loro nome. Mettiamo gli anarello dietro le P e restituiamo a Pulsatilla la carta d’identità perduta; evitiamo imbarazzanti scene in libreria alla prossima uscita (romanzo?) di Carolina Cutolo, quando per ricordarci chi è dapprima balbetteremo sillabe incongrue davanti alla commessa accigliata per poi esplodere in un “insomma, Pornoromantica, cacchio!”. Chiamiamo le cose col loro nome e spieghiamo che le graphic novel hanno molto a che fare con la grafica e molto poco col romanzo, in quanto si tratta di fumetti; e che una scrittrice che si dà alle sceneggiature di fumetti, anche se mi auguro che venga pagata profumatamente, di fatto sentenzia implicitamente che l’immagine è più importante della prosa, che la trama è più importante della parola e che quindi non vale la pena di leggere per intero i libri che ha prodotto, bastano la copertina e il riassunto in quarta. O un’occhiata al blog.

D’altra parte è noto che la ragione è sempre dalla parte di chi vince, per cui onore al merito e sana invidia.

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