mercoledì 7 novembre 2007

L'ira di Dio

In tutto il mondo civile The Economist esce di venerdì, ma a Pavia arriva al martedì successivo. A ciò si aggiunga che costa (metaforicamente) l’ira di Dio, essendo ormai arrivato a cinque euro e venti (un tempo ne costava soltanto quattro e cinquanta). Ragion per cui ci si ritrova non solo a sentirsi sempre considerevolmente più poveri dopo averlo acquistato (evento che fortunatamente capita di rado), ma soprattutto ad affannarsi a leggere in ritardo e nei ritagli di tempo pagine fitte che il mondo intero ha già comodamente digerito durante il weekend precedente.


Questa settimana, cioè ancora oggi e domani, The Economist va assolutamente comprato in quanto costa anche letteralmente l’ira di Dio: prende infatti spunto dalla ricorrenza britannica della congiura delle polveri di Guy Fawkes (remember remember the fifth of November) per un inserto speciale di diciotto pagine sui rapporti di forza fra religione e politica in tutto il mondo, sulla scorta di un’affermazione sorprendentemente ragionevole di Ahmadinejad: “Il mondo sta tornando a gravitare intorno alla fede nell’Onnipotente”.


Come sempre le inchieste speciali dell’Economist sono magistrali per completezza e lungimiranti per competenza (si pensi a quella sulla politica italiana, uscita un paio d’anni fa, che prevedeva l’ascesa parallela di due nuovi astri: Fini e Veltroni). Per prima cosa, nell’editoriale di John Micklethwait, viene posto il problema generale con un esempio particolare: in Nigeria la popolazione tende a definirsi non tanto in base alla comune nazionalità, quanto alla religione privata, scindendosi di fatto fra cristiana e mussulmana. Segue un resoconto delle nuove tendenze di espansione religiosa: se nel 1966 Time dedicava una copertina alla morte di Dio (e nel 2000 lo stesso Economist pubblicava il Suo necrologio), progressivamente ci si è venuti convincendo che una religione, per sopravvivere, non ha bisogno di mostrarsi accondiscendente né ragionevole né diafana, ma vibrante e trascendente (in una sola paroletta inglese, “hot”, calda). A ciò valga l’esempio delle chiese pentecostali in Corea del Sud, nonché la consolante considerazione che il 58% dei pentecostali filippini (così come il 54% di quelli statunitensi, e il 64% dei brasiliani) ha ricevuto dirette rivelazioni dalla voce del Signore. Il malizioso passaggio successivo riguarda le guerre di religione, presumibilmente tanto più verosimili quanto più la religione che le sostiene è “calda”: nonostante un iniziale parallelo fra Ahmadinejad e Cromwell, entrambi piuttosto risoluti nell’idea di contrapporre “chiunque scelga di servire la gloria di Dio” a “tutti gli uomini malvagi che sono al mondo”, viene tuttavia riconosciuta la decisiva differenza che oggigiorno la religione non è più tanto il casus belli quanto il mezzo per cristallizzare definitivamente il conflitto, impedendo alle parti in causa di scendere a più miti consigli (o, meglio ancora, fungendo da scusante alle parti in causa che non vogliano cercare un compromesso): esempio pratico, l’articoletto specifico sugli inconciliabili sceicco Yazid Khader e rabbino Yaacov Medan, che vivono fianco a fianco nella striscia di Gaza e si guardano in cagnesco perché entrambi ritengono di aver ricevuto il proprio fazzoletto di terra (e l’altrui) direttamente dal Signore.


Lette con distrazione due pagine sull’India che in fin dei conti non ci interessano più di tanto, è decisamente più interessante l’articolo riguardante il piede che la Turchia di Erdogan sta cercando di tenere in due scarpe: l’Europa laica e l’Islam inamovibile. Ancora una volta, esempio pratico: il fatto che le mogli (due in tutto, una ciascuno) del presidente della Turchia e del suo primo ministro portino entrambe il velo è segno di mentalità avanzata e tollerante o insopportabilmente retrograda? La risposta arriva dal pezzo successivo, riguardante i rapporti in senso lato fra religione e modernità. Più che fra una religione e l’altra, suggerisce The Economist, il vero (inedito) scontro in atto sembra essere fra credenti d’ogni risma e progressisti: come dire, Ratzinger e Al Sistani da una parte, dall’altra Dawkins e Hitchens. Gli articoli dell’Economist sono per tradizione non firmati, e quindi espressione del comune pensiero di editore, direttore e redazione: questo ha sempre consentito una maggior libertà nel prendere posizioni forti o se non altro nette. In questo caso la posizione, espressa a priori, è che “i politici debbano imparare a prendere in considerazione i sentimenti religiosi privati ma anche a tracciare una linea invalicabile fra la chiesa e lo stato”.


Altrettanto brutalmente, l’editoriale d’apertura di John Micklethwait si conclude sull’avvertimento che le sedici pagine seguenti “possono offendervi”. Ora, è da sette anni che studio l’esegesi biblica degli illuministi iconoclasti, quindi per offendermi ci vuole ben altro; piuttosto mi sento di muovere un appunto, anzi tre. La forsennata lettura tardopomeridiana dell’Economist, con l’angoscia nevrotica che il nuovo numero uscisse prima che io finissi, non mi ha liberato dall’impressione che a furia di elencare percentuali e tabelline si finisse per guardare il dito indice piuttosto che la luna indicata. Indubbiamente The Economist è un settimanale di economia politica e non di teologia mistica (altrimenti si chiamerebbe The Devine Polemic, forse), pertanto è giusto che si concentri sulle cose terrene; ma il problema è che trattare la religione esclusivamente come fenomeno di massa o allucinazione collettiva è sempre limitante.
Per prima cosa, la citazione dalla lettera di Ahmadinejad va ricalibrata in quanto l’Onnipotente di cui si parla è decisamente diverso (e molto più incazzoso) dall’Onnipotente di riferimento del rabbino di Gaza, e ancora di più da quelli dell’Arcivescovo di Canterbury, dei pescicoli indiani e del Papa. Ognuno ha un Dio suo e, nonostante le pretese ecumeniche di tizio o caio, non tutti gli dèi sono uguali e non basta chiacchierare di un’idea generica di Dio per renderla immediatamente vera.


Questo spezza decisamente il fronte comune dei credenti che The Economist sembra tracciare con un po’ di sufficienza jovanottiana (“Io credo che a questo mondo esista solo una grande chiesa / che parta da Che Guevara e arrivi fino a Madre Teresa” - col cazzo). Specularmente, questa distinzione può creare scompiglio nel fronte degli atei e miscredenti, i quali hanno tutto l’interesse a buttare nella raccolta indifferenziata in un sol colpo Cristo, Buddha, Maometto e Manitù. Dawkins e compagnia sono una specie di Beppe Grillo teologici e sopranazionali, pronti a dire che le religioni (o i politici) sono tutte uguali e che quindi non valga la pena di credere in (o di votare per) nessuna di loro; ragion per cui, concludono dawkinsiani e grillisti, credete in noi che non crediamo in nulla, votate per noi che non votiamo per nessuno.


In secondo luogo, The Economist commette un clamoroso errore di valutazione (in buona fede? in cattiva fede?). Quando a un mio amico di pericolose tendenze francescane venne chiesto: “Pensi che Dio esista?”, lui ingenuamente rispose: “Penso di sì.” Io, che ho virulente tendenze domenicane e inquisitorie, avrei risposto: “Sì, esiste e come”, trasportando il discorso dal soggettivismo e dal relativismo sorridente offerto a tradimento a un più imbronciato, ma credibile, oggettivismo. D’altra parte è sempre bene ricordare, anche ai francescani, che ogni domenica a Messa si recita: “Credo in un solo Dio”, e non “Mi pare che ci sia un solo Dio”, o “È largamente auspicabile che esista un solo Dio”.


Quest’assertività, lungi dall’essere violenta (non ho mai picchiato nessuno, io, nemmeno se se lo meritava), è il fondamento di ogni religione e come tale è esclusiva. Tradotto in termini non filosofici: ogni religione crede che il suo Dio sia vero; se ci sono tante religioni, o ci sono tanti dèi o tutti credono nello stesso Dio chiamandolo con nomi diversi; la prima ipotesi è da scartarsi in quanto renderebbe ogni religione un politeismo molle; la seconda è altrettanto da scartarsi perché farebbe venir meno la ragion d’essere di ogni singola religione, ovvero: “Perché siamo cattolici (o scintoisti, o quaccheri) se alla fine crediamo allo stesso Dio di mussulmani e induisti (o anglicani, o scientology)?”.




La terza obiezione all’Economist entra nel merito, piuttosto che nel metodo. Ogni religione crede che il proprio Dio sia l’unico e vero. L’esistenza di tante religioni, dovendo necessariamente escludere che esistano altrettanti dèi che non potrebbero essere né unici né veri, non porta logicamente (ahi ahi ahi signor Economist) alla sentenza che nessun Dio è unico e vero. Sia io sia tutti i miei vicini di casa possiamo sostenere di abitare in Via dei Matti numero 0; ciò non porta alla conclusione che il civico in questione non esista, né esclude che uno di noi ci abiti veramente e gli altri no.




In assenza di rivelazioni dirette (fatta esclusione per i pentecostali, che chiacchierano con Dio prima e dopo i pasti), The Economist protesterà che non è possibile stabilire razionalmente qual è il Dio unico e vero né, di conseguenza, quale sia la religione vincente. Balle. L’errore dell’Economist consiste nell’aver presentato esclusivamente la tensione orizzontale (tutta umana e di conseguenza conflittuale) del mondo delle religioni, trascurando completamente la tensione verticale (un po’ come fa il nuovo libro del teologo eretico Vito Mancuso, che non per niente ha ricevuto il plauso congiunto di Umberto Galimberti e del Cardinal Martini, motivo più che sufficiente a non azzardarmi mai a comprarlo). Nella sua critica razionale all’idea religiosa, il vaglio dell’Economist trascura il dettaglio che una religione può essere più ragionevole di altre, pur mantenendosi “calda”. Cambia il tipo di calore, però: non tanto quello delle bombe mussulmane o dell’epilessia evangelica, quanto quello sereno e confortevole del Cristianesimo, che accondiscende alla retta ragione (compiuta in sé stessa e al contempo limitata) in quanto insufflata dallo stesso Dio creatore, nonché caso unico in cui fede e pensiero vanno di pari passo sostenendosi a vicenda. Si tratta pari pari del discorso pronunziato a Ratisbona da Benedetto XVI, testo intellettualmente coraggioso e concettualmente inespugnabile al quale The Economist dedica quasi mezza riga, impegnato com’è a specificare che nel mondo cristiano i sacerdoti non hanno la minima intenzione di governare nessuno, “fatta salva la lieve eccezione del Vaticano”.

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