sabato 17 novembre 2007

Lo Stato dei Licei: 1, la pecora nera

[“Io mi chiamo G”, esordiva Giorgio Gaber ai tempi del bianco e nero; al che un altro Giorgio Gaber, nella metà di schermo lasciata libera, repentinamente replicava rincarando: “Anch’io mi chiamo G” – e via allora con tutta una serie di differenze e dissonanze fra le vite dei due G speculari che avevano in comune tanto il nome quanto il sembiante.
Per certi versi, anch’io mi chiamo G, e per certi versi neanch’io sono l’unico. Me ne sono reso conto appieno nel momento in cui ho realizzato – con la nostalgia tipica di chi sta inevitabilmente, precocemente invecchiando – che sono trascorsi dieci anni esatti dall’inizio dell’anno scolastico che mi condusse alla maturità; e al contempo mi sono interrogato su cosa sia cambiato nella vita quotidiana (e cosa sia invece rimasto immutabile per saecula) nella repubblica dei registri, nel sotterraneo Stato dei Licei che accomuna gli adolescenti d’Italia da Vipiteno a Lampedusa.
Io mi chiamo G e mi sarei interrogato a vuoto in eterno, temo, se non fosse sorta nell’altra metà dello schermo immaginario un’altra vocina che mi ha risposto: “Anch’io mi chiamo G”. Di chi si tratta? Silvia G a quanto pare non fa parte della “generazione degenerata” della quale si torna periodicamente a parlare (vedi Panorama di ieri); non suole comparire ubriaca su YouTube né sniffa colla Bostik né compie esperienze sessuali estreme da sola o in compagnia; fa parte della maggioranza silenziosa di liceali che va a scuola tutti i giorni e non finisce mai in un telegiornale. Silvia G è la parte sommersa dell’iceberg; ciò nondimeno è convinta che anche quando non hanno niente di cui vergognarsi i licei d’Italia abbiano comunque adeguate storie da raccontare, pregevoli cubetti di ghiaccio. Ragion per cui Silvia G è la spia perfetta che ho intrufolato nello Stato dei Licei, dove io non potrò più mettere piede se non, auspicabilmente o malauguratamente, come professore prima o poi; e ora che l’anno scolastico ha ingranato, con il superamento delle occupazioni-autogestioni-cogestioni e l’avvicinarsi delle prime verifiche serie sotto Natale, mi spedisce regolari dispacci e l’accompagnerò commentando fra parentesi quadre da qui alla maturità. Silvia G ha diciott’anni e una dolce ironia; scrive bene, promette meglio e per questo merita di venire letta, a partire dal rigo qui sotto:]

Gurrado, il mondo del lavoro, in quest’epoca sovraffollata, è sempre soggetto a una dura selezione più o meno naturale, che tende a scartare con discreta leggerezza tutti gli elementi deboli o sfortunati, e a mettere in dura competizione quegli individui che invece riescono a tenersi a galla e a sopravvivere. Ogni giovane volenteroso che decida di non accontentarsi del diploma di licenza media, e di iscriversi conseguentemente a una scuola superiore, è consapevole che più avanza più dovrà brillare per distinguersi dagli altri e ambire prima o poi a cariche di rilievo. Per questo motivo si ritiene che più una scuola dimostra scrupolo nella selezione dei suoi iscritti, miglio è [nota di Gurrado: presumibilmente “meglio è” ma, trattandosi di fogli di quaderno a quadretti fittamente scritti a mano, l’interpretazione è sempre ambigua e come ogni filologo che si rispetti opto regolarmente per la lectio difficilior]: disciplina, diligenza, metodo e amore per lo studio, ecco quali sono sempre state le qualità richieste a tutti i bravi studenti, in ogni liceo che si rispetti.
Nel liceo che frequento, l’istituto più selettivo (o presunto tale) di ***
[ndG: per evitare che Silvia G venga espulsa da tutti i licei del regno, ho ritenuto opportuno occultare il nome del luogo, ma sono pronto a rivelarlo a qualsiasi dirigente scolastico lo desideri dietro congruo pagamento in contanti], la presidenza e i docenti in generale tengono moltissimo a rimarcare questo concetto: senza sacrificio non c’è soddisfazione, senza impegno non ci sono risultati, e senza risultati, purtroppo, non si può andare avanti. Non per nulla il liceo Voltaire [ndG: sfido chiunque a trovare un Liceo Voltaire in Italia. Se esiste, sappia che non stiamo parlando di lui] vanta il più alto numero di ammissioni alle più prestigiose università d’Italia da parte degli studenti giudicati maturi, le più alte medie nei sondaggi a livello regionale, la più alta fama tra i mortali e tra gli immortali e, di conseguenza, il più basso numero di iscritti alle IV ginnasio (non tutta la gioventù locale, infatti, è del parere che si sia al mondo solo per soffrire, e finisce per far domanda altrove).
Varcando le porte del Liceo Voltaire, ogni visitatore avrà il piacere di incedere attraverso ampi e luminosi corridoi, di soffermarsi ad ammirare i busti in marmo dei più prestigiosi studenti del tempo che fu, di penetrare in aule spaziose
[NdG: rincresce riconoscere che Silvia G non abbia trovato un verbo meno ambiguo], colme di fresche e vivaci testoline ordinatamente disposte a coppie, in bancate regolari e allineate. Il clima è insomma armonioso e idilliaco, e nel respirare quest’aria impregnata di diligenza, erudizione e buoni sentimenti, il cuore del suddetto visitatore guizzerà nel petto dalla delizia, gli occhi gli si riempiranno di commosse lacrime, ed egli penserà che istituti come quello sono senz’altro l’orgoglio di tutta l’istruzione pubblica italiana.
Tuttavia, ogni famiglia ha la sua pecora nera, e così ogni liceo; la mela marcia del Voltaire è la sventurata Terzaddì
[ndG: si noti l’implicita citazione manzoniana, dal capitolo X dei Promessi, segno tangibile che finché si studia a scuola si riesce ancora a imparare qualcosa, magari senza accorgersene]. Sezione dal passato travagliato, ricco di ritiri, bocciature e fughe ardimentose, non ha mai mantenuto lo stesso numero di alunni per due anni di seguito: se in IV ginnasio se ne contavano ben venticinque membri, essi erano diventati già diciannove in V, diciotto in I, sedici in II, e il numero sarebbe disceso ancora se non fosse stato per l’aggiunta di tre studentesse provenienti da una classe parallela in III liceo. Sono dunque diciotto giovani virgulti; tuttavia, a detta degli insegnanti, procurano di sembrare molti di più. Per quanto l’intelligenza di alcuni tra loro superi di gran lunga la media dei coetanei [ndG: media invero bassina], la singolare predisposizione all’eccesso, allo sprezzo delle regole e del pericolo, all’umorismo sagace e impertinente, allo smodato amore per il vin brulé e il Passito di Pantelleria, alla mordacità e alla vita spericolata in generale che li caratterizza, fa di questi alunni una stonatura fastidiosa in un ambiente tanto ordinato ed etereo. La situazione è inoltre aggravata dal fatto che alla Terzaddì, a questo manipolo di debosciati, a questa manica di barbari rinciviliti, sia stato assegnato un cospicuo gruppetto di professoresse zitelle e discretamente bigotte, profondamente vergognose di aver macchiato la loro ordinaria carriera con una cattedra nella classe famigeratamente trascurabile e, quando non se ne lagnano tra di loro, tentano di nascondere ai colleghi e al resto del mondo gli inenarrabili scandali che avvengono tra le quattro mura dell’aula [ndG: noi, ai tempi, solevamo lanciare festosamente nell’aere i calzini rientrando dall’ora di educazione fisica; rinchiuderci segretamente in un armadio e periodicamente aprirlo per ruttare a mo’ di orologio a cucù, invero volgarotto; giocare a Shangai durante le ore di Greco; chiedere alla professoressa di Geografia Astronomica di spiegare a bassa voce perché stavamo studiando Filosofia; eccetera eccetera eccetera; le professoresse di Silvia G ne sarebbero morte, le nostre avevano senso dell’umorismo e pertanto le ricordo con piacere]. È quindi speranza del sommo dirigente scolastico che si salvaguardi l’apparente perfezione, e che l’ignaro visitatore del liceo Voltaire., tutto concentrato sulla maestosa bellezza architettonica dell’edificio e sul clima idilliaco che trasuda da ogni parete, non si accorga che oltre la seconda porta a destra del primo piano, sotto la luce intermittente di neon difettosi e sibilanti, si combatte ogni mattina una guerra di trincea tra giovanotti vispi ma annoiati e insegnanti ormai prive di speranza, ma certo non disposte a [ndG: la pagina è strappata, il manoscritto si interrompe qui]


(continua)

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