lunedì 28 gennaio 2008

Il povero Piero

Povero, povero Fassino. Da segretario dei Democratici di Sinistra fa vincere le elezioni a un centrosinistra altrimenti spacciato, garantendogli i voti di uno zoccolo duro immarcescibile, e ne ricava un misero seggio in Parlamento, povero Fassino. In tutti i paesi civili è prassi che il capo del partito di maggioranza relativa diventi primo ministro, ma il centrosinistra gli preferisce aprioristicamente Romano Prodi, pur nella certezza consolidata già da un decennio che questi sia un imperito coglione; e lui zitto, il povero Fassino, accetta e fa il parlamentare semplice, nemmeno capogruppo. Viene formato il Governo, scorre la lista dei ministri e c’è D’Alema, c’è Bersani, c’è perfino la Melandri ma di Fassino non resta traccia; gli viene spiegato che è meglio che resti a guidare il partito, tant’è bravo, povero Fassino, ché a fare il ministro sarebbe sprecato, mica è un Vannino Chiti, mica è una Livia Turco, mica una Pollastrini; e lui, zitto, povero Fassino, accetta e fa il segretario a tempo determinato, come il più magro dei telefonisti precari. Dopo di che gli sciolgono il partito, e lui guida la transizione dal partito vecchio al partito nuovo, zitto, povero Fassino; gli scappa una lacrimuccia, ma è di contentezza: accetta il ruolo con dignità e fa l’ultimo segretario del partito che non c’è più, povero Fassino. Fanno il nuovo partito, Democratico ma non più di Sinistra, e a guidarlo invece di lasciare il povero Fassino, che era tanto bravo da non poter fare il ministro, mettono su un sindaco nuovo di zecca; e lui zitto, povero Fassino, accetta e fa campagna elettorale interna all’uomo che gli divorerà il ruolo. Povero Fassino, vengono elette le alte cariche del partito neonato e Veltroni spiega che c’è bisogno di volti nuovi, meno emaciati, meno macilenti, più sanguellatte: tipo il pertondo Goffredo Bettini, ad esempio, e non come il povero Fassino, che tace accetta e si siede in seconda, terza, quarta fila. A questo punto, lo mandano in Birmania, povero Fassino, nella speranza che venga scambiato per un monaco buddista in isciopero della fame; e lui zitto, accetta e se ne va all’altro mondo. Giovedì scorso cade il Governo, che avrebbe dovuto essere guidato dal povero Fassino, per colpe neanche tanto larvate del nuovo partito, che avrebbe dovuto essere guidato dal povero Fassino; c’è bisogno di qualcuno da mandare da Bruno Vespa a fronteggiare un raggiante Fini e Prodi non può, Veltroni non può, D’Alema non può, Bersani non può – quindi chi mandano? Il povero Fassino; e lui zitto, accetta e va a difendere di fronte agli Italiani altre persone per colpe non sue. Finché arriva il momento in cui un giornalista, in collegamento video, muova una ragionevole e cortese critica al peggior Governo degli anni passati e al peggior partito di quelli futuri – ed ecco che Fassino non riesce più a star zitto, urla la propria rabbia, conduce alla riscossa, si sbraccia con gli occhi fuori dalle orbite, protesta con cadenza sabauda che i giornalisti pretendono di dettare tempi isterici e contenuti assurdi all’agenda politica salvo poi criticare i politici per quegli stessi tempi isterici, per quegli stessi contenuti assurdi. Ha ragione, povero Fassino; ma fra tutte le persone che sono in studio, da Bruno Vespa ai direttori di questo e quel quotidiano al pubblico giovane e generalista, fra tutti questi va a finire che gli dà ragione soltanto Fini, povero, povero Fassino.

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