sabato 19 gennaio 2008

Lo Stato dei Licei: 7, il barlume di speranza

[Al ginnasio la mia professoressa di Greco vedeva i marziani; ed essi, cosa non meno notevole, vedevano la mia professoressa di Greco. Dubitavano tuttavia della sua reale esistenza, in considerazione dell’evenienza che costei oltre a insegnare Greco, come si conviene a ogni professoressa di Greco, insegnasse anche Latino e Italiano. I marziani, in particolare, esprimevano la propria meraviglia di fronte alla notizia che la professoressa di Greco assegnasse, per i compiti in classe di Italiano, un’unica traccia fra le quali – anzi, fra la quale – scegliere, solitamente così architettata: “Federico completivo: analisi di un imperatore versato nella subordinazione”; “Fior di mimosa / la donna, come una gatta, fa le fusa / fiera di bosco e regina della casa”; “Manzoni in tre periodi”; “A corto di argomenti”; “Catabasi e anabasi dell’uomo dalla tecnologizzazione degli interni alle vitamine dell’amore somo-psico-pneumatiche”; “Il mio compagno di banco”; etc. Né al liceo la situazione migliorò particolarmente. Per quanto la nuova professoressa di Greco non credesse ai marziani, non per questo i marziani cominciarono a credere in lei. A chiunque non si fidi posso offrire la visione del filmino del nostro ultimo compito in classe di Latino; che si conclude con l’intera classe che brinda a spumante, sparsa la versione interrotta sui banchi abbandonati, e la professoressa di Greco - nella circostanza di Latino – che esce teatralmente dall’aula, rifiutandosi di raccogliere i fogli, sbattendo dietro di sé la porta non prima di aver pronunziato l’oracolo: “Ma vaffangùl!”]


Gurrado, si sa che la speranza è l’ultima a spegnersi: per quanto uno studente possa essere impreparato, per quanto un compito in classe si riveli complicato, per quanto le interrogazioni incombano spietate e inesorabili ogni giorno, essa sopravvive nei cuori di tutti fino al momento estremo della valutazione. Tuttavia, come per Foscolo “anche la Speme, ultima dea, fugge i sepolcri”, per gli alunni della Terzaddì essa fugge i compiti di greco; ormai da anni e anni infatti, gli esiti complessivi delle traduzioni risultano inferiori alla media del 5, con due o tre sufficienze per verifica in tutta la classe, e dei picchi addirittura al di sotto del 4 [Nota di Gurrado: Silvia G, Silvia G, un giorno ti ordinerò di consegnarmi la tua pagella], che farebbero raggelare il sangue anche ai più spavaldi degli incolti. Un po’ per le esigenti pretese dell’insegnante, un po’ per la notevole ignoranza dei giovani alunni, quando si tratta di versioni di greco, la speranza si spegne assai precocemente.

Al fine di far risorgere questo ottimistico sentimento, l’alunno Ruggero F ebbe un giorno l’idea di portare in classe un piccolo cero rosso, graziosamente adorno di fregi dorati, e vi scrisse sopra col bianchetto “barlume di speranza”. Durante il compito di greco, lo accese e lo pose nascostamente sopra al suo banco, perché gli illuminasse il periglioso e intricato cammino della traduzione. Capitò che, proprio in occasione di quel compito, l’alunno Ruggero F riuscì a rimediare una strascicata sufficienza, evento che non mancò di festeggiare saltando allegramente di banco in banco, in preda al più esaltato entusiasmo. L’ingegno collettivo del resto della classe, stanco di collezionare nuovi 5 e nuovi 4, cedette alla forza della disperazione, divenne improvvisamente superstizioso e si convinse che il merito di quell’inaspettato successo andasse attribuito non a Ruggero F, bensì al “barlume di speranza” acceso sopra al suo banco.

Trascorse che furono alcune settimane, giunse nuovamente il fatidico giorno del compito in classe di greco [NdG: ma non avete niente di meglio da fare, al liceo Voltaire?]. Quest’occasione vide ben tredici alunni della Terzaddì varcare le porte del liceo Voltaire con altrettante candele decorate in mano, come una piccola processione religiosa, estremamente suggestiva. Onde evitare l’ira e il rimprovero dell’insegnante, che nulla sapeva di questo strano rito e che mai lo avrebbe approvato [NdG: figuriamoci; se dei professori universitari impediscono al Papa di parlare, dei professori di liceo impediranno ai propri alunni di accendere ceri votivi], la classe intera decise di collocare tutte e tredici le candele in un unico punto dell’aula, il più nascosto possibile. All’unanimità, fu deciso di sistemarle sopra l’armadio, dove tutti avrebbero potuto ammirare il rispettivo lume ardere, senza correre il rischio che l’insegnante se ne accorgesse, perché il mobile era posto proprio dietro la cattedra. Accesi che furono tutti i ceri, la professoressa Fiorello fece il suo ingresso in aula [NdG: ma, se l’armadio è posto dietro la cattedra (premessa maggiore), e se la professoressa Fiorello non vede l’armadio (premessa minore), dobbiamo dedurre che la professoressa Fiorello entra in aula e si dirige verso la cattedra rinculando come un gambero?], consegnò in fretta i fogli protocollo [NdG: se ne deduce che Silvia G abita in una città ricca, e che il liceo Voltaire grava non poco sull’alleggerimento delle tasche dei contribuenti ignari; ai miei tempi i professori distribuivano i fogli protocollo che gli alunni stessi avevano comperato] con le versioni, e andò a sedersi alla cattedra per finire di correggere i compiti di un’altra sezione, senza badare alle numerose candele che si consumavano alle sue spalle [NdG: non ha sentito caldo? non ha sentito odore di cera? non ha temuto che qualcuno, nell’armadio, stesse festeggiando un altro compleanno?]. Il tempo passava e l’ansia degli alunni cresceva; i barlumi di speranza non parevano sortire l’effetto voluto: il compito era forse più complesso del solito, e le loro conoscenze grammaticali risultavano di nuovo drammaticamente insufficienti [NdG: come sempre quando è richiesta più della prima declinazione].

Trascorsero trenta lunghissimi minuti. Non si udivano più crepitii di vocabolari sfogliati, né ticchettii nervosi di penne a biro, né fruscii di matite che scrivevano. Solo un profondo, sconfortante silenzio, che lasciava trapelare una gran delusione, e la più triste impotenza.

All’improvviso, qualcosa turbò la quiete: il suono di una campanella, che pure non poteva segnare la fine dell’ora, in quanto erano passati solo trenta minuti dall’inizio del compito, come testimoniava anche l’orologio appeso sopra la lavagna. Si trattava di un trillare insolito, quasi sconosciuto, molto diverso da quello che gli studenti erano abituati a udire quotidianamente: era infatti l’allarme antincendio.

Subito i corridoi si riempirono di giovani orde disordinate e urlanti, che certo non manifestavano alcun sentimento di paura, ma soltanto una gran soddisfazione per aver potuto interrompere le noiose lezioni così inaspettatamente, e per una causa tanto seria e importante. Inoltre, nessuno degli studenti del liceo Voltaire credeva veramente che la scuola avesse preso fuoco, perché due o tre volte all’anno si usa, negli istituti, compiere esercitazioni di questo tipo, per accertarsi che tutto avvenga secondo le regole in caso di vera emergenza [NdG: di modo tale che, in caso di vera emergenza, tutti credano che si tratti di un’esercitazione e restino seduti dove sono perché non hanno voglia di far fatica].

Come i più perspicaci tra i lettori [NdG: Silvia G, rassegnati; ci legge solo mia madre, sulla perspicacia della quale soprassiedo] avranno indovinato, l’allarme era stato fatto scattare dalla spia antincendio collocata nel controsoffitto della Terzaddì, poiché le tredici candele, poste troppo in alto, avevano sollecitato il sensore collegato con la campanella principale, che era quindi suonata. A edificio evacuato, arrivarono i pompieri, che pure non trovarono nulla da spegnere, in quanto i “barlumi di speranza” si erano ormai del tutto consumati, e di loro non rimanevano che alcune stalattiti di cera sciolta, che pendevano dall’armadio.

Si pensò a un guasto, e classi furono fatte rientrare; gli alunni della Terzaddì, intuendo che la vicenda delle candele e il misterioso incendio dovevano essere collegati tra loro, si premurarono di far sparire immediatamente ogni prova della loro colpevolezza, nascondendo ciò che rimaneva dei ceri negli zainetti prima che l’insegnante tornasse in aula. Fu in verità una mossa saggia, perché, se scoperta, l’intera classe sarebbe stata sospesa, e probabilmente processata, in quanto era riuscita a violare in una volta sola almeno metà del regolamento d’istituto e qualche articolo del codice penale.

Il resto della mattinata fu tutto un susseguirsi di tecnici e bidelli in Terzaddì, avendo qualcuno constatato che l’allarme era partito dalla sciagurata classe. “Un inspiegabile malfunzionamento del sistema di sicurezza”, avevano detto gli specialisti al sommo dirigente scolastico. Il controsoffitto venne smontato di piastrella in piastrella, i neon cambiati, gli alunni trasferiti in aula d’arte a tempo indeterminato; il guasto, tuttavia, non si trovò, e il mistero permase. Certo è che i desideri dei giovani membri della Terzaddì furono esauditi: il compito in classe di greco, per quella settimana, saltò.

Visto il grande successo, gli alunni della Terzaddì sono ora impegnati a decidere dove mai potranno essere poste le candele in occasione della seconda prova dell’Esame di Stato, che prevede appunto una versione di greco; meditano, per maggior sicurezza, di dare realmente fuoco all’edif [NdG: il resto del quaderno di Silvia G cenere era e cenere è tornato: per cui il manoscritto termina qui]

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