venerdì 4 gennaio 2008

Meravigliosa creatura

Guardate gli uccelli del cielo:
non seminano, non mietono,
non raccolgono nei granai,
e il Padre vostro celeste li nutre.
Non valete voi molto più di loro?

(Matteo 6, 26)


Uno nasce e viene nutrito nella radicata convinzione che i vertici della tv di Stato siano o in malafede o per lo meno un po’ cretini – indeciso tutt’al più su quale delle due ipotesi sia la peggiore – quand’ecco che si vede costretto a ricredersi nel momento in cui scopre che per la Vigilia di Natale Rai1 ha programmato la trasmissione di un’ardimentosa e inoppugnabile dimostrazione dell’esistenza di Dio; con la quale la messa notturna del Papa c’entra poco e niente, stante che la trasmissione teologica in questione è stata trasmessa in prima serata. A bambini ancora svegli. Su una tv generalista. Roba da non credersi.

La Marcia dei Pinguini ha una trama semplicissima: mostra come i pinguini, appunto, marcino a lungo verso un determinato punto del Polo Sud, ricongiungendosi in massa da qualsiasi orizzonte provengano; come si scelgano l’un l’altra per l’accoppiamento; come le femmine partoriscano un uovo che poi depongono al caldo sugli artigli (e sotto la pancia) del maschio, per poter tornare indietro a procacciarsi del cibo; come i maschi volgano le spalle al freddo inverno, schierandosi a legione e offrendo le schiene a vento e neve per proteggere i piccoli nascituri; come i figli nascano in assenza delle femmine il cui arrivo è però necessario al loro nutrimento; come i maschi pensino al proprio sostentamento, digiunato per mesi e mesi, solo dopo aver riconsegnato il piccolo alle cure della madre; come infine i cuccioli crescano e diventino pinguini anch’essi nel momento preciso in cui finiscono i nove mesi dell’inverno ed è tempo di tornare ognuno al proprio orizzonte sotto il sole che durerà un’estate intera.

Trattandosi di un film francese, è probabile che i suoi facitori non se ne siano accorti; ma, come disse Adriano Tilgher di Pirandello, sarebbe un guaio se gli autori avessero piena consapevolezza di quello che con l’opera loro combinano. La peculiarità del film è infatti che – trattandosi un documentario – la telecamera non è invasiva, si limita a spiare muta gli amori e le morti; e questo avviene proprio in quanto – superando di fatto le mire fondamentali del documentario – al Polo Sud per limiti logistici la presenza dell’uomo dev’essere necessariamente poco invasiva, anzi per nulla.

Il mio aprioristico amore tenero per i pinguini mi aveva finora impedito di coglierne l’alto senso tragico. Lasciati completamente a sé stessi, essi sono regolati da un orologio interiore che li porta a darsi appuntamento di anno in anno nello stesso luogo (tutti!) e a ripartire nove mesi dopo solo una volta compiuto lo scopo della loro marcia, che è la riproduzione, e la nascita di altri pinguini. Il pinguino è fine a sé stesso. Allora perché, verrebbe da chiedersi, se il pinguino è regolato da un senso interno accetta di sobbarcarsi periodicamente la sofferenza della marcia infinita, il rischio di perdersi solitario in un deserto di ghiacci, la lotta a sberle d’ala per ottenere il maschio più fico (le femmine sono in maggioranza), la resistenza strenua ai venti invernali, il rischio di essere sbranati dalle otarie, quello ancor più frustrante di veder l’uovo che rotola via, passando dagli artigli materni ai paterni, e che gela in un attimo e si sgretola uccidendo il frutto e il fine di mesi e mesi di sofferenza?

Risposta implicita e per nulla francese: perché Dio li ha fatti così e perché (corollario) i pinguini, vivendo in un posto dove l’uomo non può resistere a lungo né imbrattare le coscienze animali, sono refrattari a ogni possibile germe d’ateismo.

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