lunedì 7 gennaio 2008

Tutti i libri che non ho letto

(Gurrado per Books Brothers)

È meglio sposare una donna ricca, giovane e bella
che un mostro decrepito e senza una lira
.
(Massimo Catalano)


Nel corso di un colloquio pubblico fra Salman Rushdie e Terry Gilliam, riportato sul primo volume dell’antologia italiana della rivista The Believer (ISBN edizioni), il visionario regista ex Monty Python racconta la curiosa genesi del suo film Lost in La Mancha. Pare infatti che Gilliam abbia scelto di dedicare un film a Don Chisciotte quale omaggio al protagonista del suo libro preferito, e fin qui tutto è normale. Ovviamente l’ha fatto anche con un occhio al botteghino, tanto da aver telefonato al produttore per assicurargli: “Ho due nomi per un successo assicurato: Terry Gilliam e Don Chisciotte”. A questo punto, séguita il racconto, solamente dopo l’ok del produttore Gilliam ha provveduto ad aprire per la prima volta il Don Chisciotte e a vedere cosa c’era scritto dentro.

Leggere un libro non è necessario. Se così fosse, Gilliam non avrebbe potuto avere l’idea di basare un film sul romanzo di Cervantes senza prima averlo letto (il caso poi che non sia riuscito a farlo, e che Lost in La Mancha sia pertanto un divertito documentario sul proprio glorioso fallimento, è tutt’altro discorso e c’entra esclusivamente con beghe holliwoodiane). Leggere un libro non è obbligatorio. L’idea stessa di cultura personale, per quanto sterminata questa possa essere, si distingue dall’idea inarrivabile di onniscienza proprio in quanto implica una scelta fondamentale che porta a delle rinunzie più o meno dolorose; anzi, maggiore è la cultura di un individuo meno dolorose sono le sue rinunzie, in quanto espresse con cognizione di causa e tagliando man mano che la cultura cresce strati sempre più ampi di testi indegni (tanto che, paradossalmente, per conservare integra una cultura idealmente perfetta non si dovrebbe più leggere un accidente). Leggere un libro non è vincolante. Come avviene per le persone, per i luoghi, per ogni tipo di prodotto umano (anche quelli più bassi) in molti casi l’esperienza diretta può agevolmente essere sostituita dai pregiudizi al riguardo (che – in quanto giudizi pre-espressi da altri per il nostro beneficio – costituiscono un notevole risparmio di tempo e parimenti l’essenza stessa del progresso, dei nani sulle spalle dei giganti). C’è bisogno di buttarsi da una finestra per scoprire che il più delle volte non si rimbalza? Di corteggiare Rita Levi Montalcini per dedurre che alla fine era meglio Monica Bellucci? Di trasferirsi al Polo Nord per rimpiangere Parigi?

Al riguardo, la recensione ha un ruolo chiave; lo semplifico con un esempio paideutico, mutuato da non so più chi (ah, se prendessi l’abitudine di appuntare le cose interessanti che leggo!). La madre di cinque figli che, andando via di casa, raccomandasse loro di non infilarsi delle fave nelle narici sortisce l’ineludibile effetto che, non appena sentita chiudersi la porta, i cinque figli faranno la gara a chi è più lesto a infilar fave nel naso proprio o altrui. Ragion per cui, una stroncatura rumorosa sortisce l’effetto di far leggere il libro in questione a schiere di lettori deboli che altrimenti resterebbero tranquilli a fare le parole crociate: ho letto recensioni sanguinarie di Moccia e di Dan Brown, e al contempo ho scoperto che sui treni o in fila dal dottore la gente non legge altro. Tornando all’esempio, è evidente che la madre di cinque figli, pur raccomandando loro di non infilarsi le fave nelle narici, non ha mai provveduto a infilarsi ella stessa legumi vari in alcun orifizio, ciò che l’avrebbe fatta venir meno alla propria consegna di tutrice dell’ordine domestico; anzi, si può arguire che la signora madre raccomandi di non infilarsi le fave nelle narici proprio perché non l’ha mai fatto. Idem, è presumibile che una stroncatura di Moccia o di Dan Brown muova dall’evenienza che il recensore in questione non abbia mai letto né l’uno né l’altro; anzi, è auspicabile. Non mi fiderei mai di qualcuno che prima di assicurarmi che i corpi solidi non sono oltrepassabili provasse a lanciarsi tre o quattro volte contro un muro.

Per concludere questa premessa filosofica (a mo’ di scusa per le mie lacune irricuperate), ripesco un episodio autobiografico all’esplicito e unico scopo di far arrabbiare mia madre, non prima di aver specificato che costei legge due o tre romanzi al mese e pertanto dalle statistiche viene, giustamente, ritenuta lettrice forte. Qualche tempo fa le era stato prestato Mille Splendidi Soli di Khaled Hosseini; educatamente mi aveva chiesto se prima che lo restituisse desiderassi leggerlo anch’io, che già ho a che fare con una decina di libri al mese, e che dalle statistiche vengo ritenuto lettore forte quanto lei; tuttavia le avevo risposto prontamente che preferivo di no, perché il romanzo non era un gran che. Ne era seguito il consueto e ragionevole rimbrotto riassumibile in: “Come fai a dire che non è un gran che, se non l’hai letto? Bisogna leggere tutto, eccetera eccetera”. Ciò nondimeno ero rimasto sulle mie posizioni, pur senza vietarle di leggerlo. Dopo che l’ha finito le ho chiesto:
“Allora, ti è piaciuto?”
“Non era un gran che.”
“Pensa, io già lo sapevo due settimane fa.”

Possiamo trarne questo teorema: meno si legge più i libri sembrano tutti uguali, confinati in un empireo inarrivabile, e c’è bisogno di leggerne in tromba per crearsi una distinzione classificatoria necessaria alla sopravvivenza culturale; all’inverso, più si legge più aumenta la chiaroveggenza di fronte a un libro chiuso, che il più delle volte porta alla saggia conclusione che sia meglio non aprirlo. Ne consegue questo corollario: il lettore più forte è quello che riesce a leggere il meno possibile.

(continua)

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