venerdì 18 aprile 2008

L'estate inventata

(Gurrado per Books Brothers)


Nel 1975 non ero ancora nato, siano rese grazie a Dio, ma nutro qualche dubbio su alcuni contenuti de L’Estate del Cane Nero di Francesco Colafiglio (Marsilio, 2008). Soprattutto, non mi convince che nella calura barese un ragazzino barese chiami una sua coetanea col diminutivo “Vale”, che barese non è affatto. Nell’estate del 1975 io ero ancora in mente Dei ma, fossi già esistito da una dozzina d’anni, penso che non sarei riuscito ad andare oltre il più classico sdrucciolo e lamentoso “Valentì”, eventualmente terronizzato con la comune sostituzione della d alla t: “Valendì”. Però mi rendo conto che un petulante e strascicato “Valendììì” a fronte del “Vale” sicuramente più vivace e à la page avrebbe appesantito il romanzo, rendendolo meno scorrevole agli occhi del lettore geograficamente neutrale, e soprattutto avrebbe in qualche modo circoscritto troppo la storia, logisticamente intendo, di fatto imprigionandola entro il ghetto che fa aggiungere il consueto velenoso aggettivo: bel romanzo meridionale, bravo autore meridionale, tipica storia meridionale.

Però (c’è sempre un però), da qualche parte che non riesco più a trovare nonostante le innumerevoli orecchie con cui ho martoriato il romanzo, Francesco Carofiglio parlando in prima persona come autore e narratore dice distintamente che una storia del genere non può accadere altrove; di sicuro, a pagina 95, un personaggio secondario ribadisce il concetto specificando “che a Bergamo queste cose non succedono”. Io, che nel 1975 non venivo nemmeno ipotizzato, ho ormai vissuto abbastanza a Sud e a Nord per concordare che no, effettivamente certe estati meridionali, con certe storie meridionali e personaggi meridionali, sopra il muro di Ancona se le sognano e sempre se le sogneranno – anzi, sempre cercheranno di leggerle in qualche autore meridionale che farà loro esclamare: “Però, se fossimo stati meridionali!”.

Io non discuto la qualità de L’Estate del Cane Nero, che è un romanzo gradevolissimo e filante a leggersi, che si distingue soprattutto per il brio nel tratteggiare i personaggi secondari prima ancora che quelli principali, e nel quale io medesimo (che pure nel 1975 ero pura potenza e atto nullo) ho ritrovato parole e ritmi ed episodi che hanno segnato pezzi delle mie estati di vent’anni più tardi, alle medesime latitudini. Sono solo perplesso, piuttosto perplesso, molto perplesso, di fronte al “Vale” che qua e là riappare come a voler rassicurare il lettore geograficamente neutro, colui insomma che potrebbe acquistare il volume in Liguria oppure nel Triveneto, come a dirgli: “Tranquillo, questa è una storia meridionale, ma fino a un certo punto.”

Niente di destabilizzante, insomma. La terza di copertina informa che Francesco Carofiglio, fratello di, vive tuttora a Bari dov’è nato; ma avverto come una punta di distacco nel passo che pure è il più bello del romanzo intero, dove si racconta (a p.76): “Tra poco avrebbe avuto inizio la festa pagana di fine luglio, il rito propiziatorio dei frutti vermigli. Tra poco sarebbe scattata la mitica preparazione della salsa di pomodoro”. La descrizione (che non anticipo) è vivida, diffondendosi soprattutto nei colori contrastanti di pomodori e vasche e grembiuli e polpacci. Io, che nel 1975 non esistevo più di quanto oggidì esista mio nipote, ho osservato a debita distanza e posso offrire veritiera testimonianza che sì, effettivamente il rito della salsa è propiziatorio e orgiastico al contempo, che si risolve in un’esplosione di suoni e colori e voci e pezzi di corpo imbrattate di succo vermiglio, che scandisce una stagione e che non mi ricordo altro romanzo in cui se ne parli per una paginetta abbondante con altrettante precisione e visionarietà. Se non che arriva la fine del capoverso e voila, la governante addetta alla salsa viene definita “l’autentica regista dello show”; autentica caduta di tono, mi verrebbe da dire, a fronte del turbinante cerimoniale descritto fino ad allora, un’indebita uscita dai confini della presupposta serietà del rito, fuori dalla quale non c’è salvezza. Che credito dareste al Papa se, subito dopo la sua messa d’Incoronazione, si trattenesse a firmare autografi e a farsi fotografare a pollici levati fra schiere di groupies ululanti? Così, alla stessa maniera, la degradazione della salsa da rituale (p.76) a show (p.77) fa tracollare l’attenzione del lettore repentinamente trasportato dalla messa alla messinscena.

Le quattro lettere della parolina straniera – comprensiva peraltro di h e di w per maggior esotismo, lettere peraltro ignote alla buona parte degli abitanti della provincia che io e Francesco Carofiglio in fin dei conti condividiamo – sortiscono lo stesso effetto delle quattro lettere del diminutivo ammiccante dal quale ho preso le mosse. Tant’è “Vale”, tant’è “show”. Sembrano due spie, anzi due sentinelle messe lì a controllare che la meridionalità resti sì ben evidente ma non prenda il sopravvento, così da risultare potabile per un pubblico (nato a Torino o a Firenze o chissà dove) che ama i romanzi meridionali, come no, però sterilizzati.

Alla fine comunque mi consolo, io che del 1975 so solo che la Juventus vinse il campionato con Zoff in porta e Bettega davanti, quando leggo a pagina 11: “Ma giuro che dirò la verità, tutta la verità. Anche se me la invento”. Mi sono ricordato di una frase di Boris Vian, che con una riga soltanto spiegava il senso intrinseco di secoli e secoli di narrativa: “Questa storia è assoutamente vera, poiché me la sono inventata dall’inizio alla fine”. Nella finzione Francesco Carofiglio, fratello del più celebre, dà voce a un narratore autodiegetico che ha solamente una sorella (censura freudiana, vendetta latente?); e, dopo che dieci anni di Nord mi hanno assuefatto e condannato a un perpetuo mal di testa, mi fa tornare in mente pezzi autentici di estati veritiere, tutti accuratamente reinventati. Questo è sufficiente, mi accontento.

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