giovedì 8 maggio 2008

Tutti i libri che non ho letto (4)

(Gurrado per Books Brothers)

Non dimentico mai una faccia,

ma nel suo caso farò un’eccezione.
(Groucho Marx)


Da dove inizia un libro? Non già dalla prima frase, né dalla prima parola. Forse dal titolo? Più verosimile, ma nemmeno. Un libro, proprio in quanto libro, inizia dalla copertina.

Un po’ come un discorso inizia dalla faccia di chi lo pronuncia: alcuni dei miei amici più colti conoscevano già la poesia superficialmente attribuita a Neruda, figlia in realtà di chissà quale poetessa sudamericana, che iniziava: Lentamente muore… C’è chi la riteneva struggente, chi romantica, chi semplicemente patetica (come buona parte dei prodotti dei poeti o, più in generale, dei sudamericani). Nel momento in cui la medesima poesia, con le stesse identiche parole, è stata pubblicamente recitata dal faccione di Mastella la prospettiva è cambiata, e con essa è cambiato il senso della poesia: non più struggente, non più romantica, nemmeno più patetica.

Un libro inizia dalla copertina perché, banalmente, è la prima cosa che vediamo. E non possiamo farne a meno: per quanto io sia un tipo che si annoia piuttosto, e per quanto come tutti i tipi annoiati io sia solito frequentare biblioteche e librerie a extragettito, e per quanto abbia visitato biblioteche e librerie a svariate latitudini e non solo entro i patri confini, e per quanto ogni biblioteca o libreria tenti con alterno successo di differenziarsi in meglio o in peggio da un’altra biblioteca o libreria – per quanto tutto questo, non m’è mai capitato di imbattermi nella biblioteca o nella libreria che esponesse i libri con la copertina aperta e pinzata dietro il fondo del volume, a mostrare la prima pagina per consentire di leggere l’incipit e giudicare. Macchè. In biblioteca, in libreria, tutti sono tacitamente d’accordo che i libri inizino dalla copertina, quindi che per scoprire capire e scegliere un libro basti guardarla.

Una copertina determina il contesto e, se riuscita, restituisce il senso di un libro; se la copertina non riesce, si può legittimamente sospettare dell’editore e trarre di conseguenza pessimi auspici sulla qualità dei contenuti. La Penguin, non per niente la casa editrice inglese di maggior diffusione, qualche anno fa aveva stabilito che le nuove edizioni dei classici contemporanei avrebbero raffigurato su fondo neutro un oggetto materiale di capitale importanza per comprendere il romanzo in questione. Per Arancia Meccanica, un innocuo bicchiere di latte. Per Herzog, un foglio scritto e appallottolato.

Se la copertina dà il senso di un libro, non ho avuto mai il rimorso di non aver mai letto Il Giovane Holden: ha la copertina bianca e vuota, figuriamoci come dev’essere dentro. Al contrario, sin dalla tarda infanzia mi sono innamorato della vecchia edizione Bur de Il Male Oscuro, raffigurante un signore perplesso entro un infinito labirinto; per anni ho tentato con l’astuzia e con la frode di sottrarre il volume alla libreria di mia madre, la quale mi ripeteva a ragione che non era adatto a me; alla fine ci sono riuscito, anche perché cresciutello, e le volute descritte dalle insistenti virgole e dai marmorei capoversi mi rivelarono che il romanzo era un capolavoro, addirittura all’altezza della copertina.

Alla fine dello scorso anno ho recato il mio corpo mortale alla Feltrinelli di Pavia per eleggere fra me e me la copertina più brutta del 2007, tanto per passare il tempo (non potevo farlo che andando alla Feltrinelli in quanto, per eleggere una copertina brutta, c’è bisogno di una libreria brutta). Essendo antidemocratica, l’elezione prevede un regolamento semplice: si cammina a casaccio su e giù per la libreria e si segna su un blocchetto il titolo del libro la cui copertina causa un improvviso arrestarsi, eventualmente a bocca aperta, eventualmente con conseguente conato di vomito o infarto fulminante. Se un libro appare talmente brutto da causare morte subitanea, si aggiudica incontestabilmente la palma (è bene, a questo scopo, procedere all’elezione accompagnati da un amico fidato il quale, una volta constatato il vostro pronto decesso, provveda a intentare causa all’editore assassino). Se nessun libro uccide, vince quello davanti al quale ci si spinge – sit venia verbo – a vomitare senza ritegno (tuttavia tale reazione poco signorile non conta se è ascrivibile ad altra causa, ad esempio la visione di una commessa analfabeta benché laureata ovvero la notazione che Per Olov Enquist ha pubblicato un nuovo romanzo). Se dopo tre giri di libreria non si verificano eventi lesivi della salute dell’elettore, si controlla sul blocchetto quale libro abbia causato immoto sgomento per un maggior numero di secondi, oppure minuti, eventualmente ore.

Il blocchetto l’ho perduto, ma a quattro mesi di distanza ricordo con netta chiarezza i risultati dell’elezione. Al terzo posto (avendomi causato diciotto buoni secondi di barcollamento, seguiti dall’ipotesi che si trattasse di uno scherzo, subito fugata dalla presenza di una decina di copie tutte uguali) s’è piazzata La Pecora Rossa di Enrica Bonaccorti (sì, lei); la copertina presenta su fondo bianco un’ossuta ragazza dai capelli fulvi (Rossa) che le coprono interamente il volto, tutta nuda e prostrata in una posizione ben nota ai più (Pecora), in una prospettiva tale da far venire il desiderio di prendere il libro solamente per girarlo e vedere cosa si nasconde dietro.

Al secondo posto (avendomi causato eruzioni cutanee senza precedenti e il dubbio, per un atroce attimo, di essere diventato scemo) s’è collocata Figlie dell’Islam di Lilli Gruber (sì, lei); la copertina mostra in primo piano i profili di due donne velate, una di bianco e una di nero, e sullo sfondo sproporzionatissima la medesima autrice, senza l’usbergo di velo alcuno, che tenta col corpo di impedire che si scorga il disegno di pessimo gusto della porta istoriata davanti alla quale s’è fatta ritrarre, in una prospettiva tale da far venire il desiderio di prendere il libro e rispedirlo nella mezzaluna fertile.

Al primo posto (avendomi causato l’istinto di far fare alla Feltrinelli la stessa fine del suo fondatore) s’è inerpicato Cara Cronica, di Edoardo Montolli. Qui viene superato il labile confine fra brutto e impossibile, tanto che ancor oggi mi chiedo se la copertina (che riproduce le copertine dozzinali di Cronaca Vera, e sulla quale campeggia quindi in bianco e nero una donnina di profilo in costume da bagno, con bordi vermigli e inserti esplosivi giallo shocking) sia un omaggio o una parodia – probabilmente entrambi. Detto questo, non posso esimermi dal rimarcare che nel 2005, quando l’editore mi ha mandato il pacchetto con le copie del mio ultimo romanzo stampato di fresco, ho guardato la copertina e ho concluso che un libro del genere non l’avrei letto giammai: non è dunque senza peccato che scaglio la mia pietra.

Oscar Wilde poteva avere mille difetti, ma gli si deve riconoscere una perspicua teologia. Per tutta la vita ripeté che il Cattolicesimo non lo convinceva, ma in punto di morte si convertì; quando gli fu chiesto perché allora non si facesse protestante, rispose scandalizzato: “Per carità, Lutero portava delle cravatte orribili.” Parole sante, e così valga per i libri: liberiamoci dalle ipocrisie, giudichiamo dalle apparenze!

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