mercoledì 25 giugno 2008

Adversus Progressistas (bene bravo bis)

(Gurrado per Books Brothers)


Riassunto della puntata precedente: nel luglio del 2006, il secondo numero della rivista letteraria Ore Piccole ospitava un curioso confronto incentrato sulla figura di Pasolini. Sulla colonna sinistra delle pagine era possibile leggere la strenua difesa, opera di Alcide Pierantozzi, e sulla colonna destra la mia invettiva, baroccamente intitolata Adversus Progressistas: imperite considerazioni teocon sugli effetti del pasolinismo e incentrata sulla decostruzione del mito sorto intorno agli Scritti Corsari e al loro autore. Chi vuol leggere il mio intervento può cliccare qui. Chi vuol leggere l’intervento di Pierantozzi, fatti suoi. Nel frattempo è avvenuto che Pierantozzi abbia pubblicato un romanzo con Rizzoli, mentre io non son più nemmeno riuscito a far pubblicare la lista della spesa sulle pagine della stessa rivista che già mi aveva ospitato. Vabbe’, sic transit. Solo pochi giorni fa, tuttavia, ho finalmente potuto aver per le mani il pressoché introvabile correlativo oggettivo nonché teorico antagonista degli Scritti Corsari, a trent’anni dalla morte del suo autore e a dieci della sua ultima edizione: la Modesta Proposta per Prevenire di Giuseppe Berto. Mi è parsa occasione per rinverdire il discorso già fatto due anni fa, e completarlo in qualche modo.


A ridosso degli anni Settanta i Pink Floyd calarono a Roma per un concerto. La leggenda vuole che Antonia Berto, liceale contestatrice, si presentasse al botteghino per comprare un biglietto; richiestole nome e cognome, il venditore sentenziò: “Ah! La figlia del fascista!”

Il pamphlet politico di Giuseppe Berto doveva originariamente intitolarsi Strumento per la perfetta controrivoluzione: così testimonia Berto stesso in un libro-intervista di Corrado Piancastelli pubblicato da La Nuova Italia alla fine del 1970. Il testo che venne effettivamente scritto e pubblicato nell’anno successivo doveva con ogni probabilità essere differente nel metodo (se non nel contenuto) da quanto era stato pianificato. La scelta di un titolo apparentemente monco come Modesta Proposta per Prevenire era talmente carica di significato da finire per ricalibrare tutta la portata del volumetto: si trattava di una citazione pari pari dal 1729, quando Jonathan Swift, precursore di felice memoria, aveva pubblicato una Modesta Proposta per Prevenire che i Figli della Povera Gente Divengano un Fardello per i Loro Genitori.

Nelle vibranti pagine della sua Modest Proposal, il decano Swift nota come “un bambino appena deposto dalla madre possa essere mantenuto per un anno solare dal latte di lei e da poco altro nutrimento (…). Ed è esattamente a un anno d’età che io propongo di provvedere loro in modo tale che, invece di essere a carico dei loro genitori o della parrocchia, o di restare senza cibo né abiti per il resto della loro vita, essi al contrario contribuiscano a nutrire e, in parte, a vestire molte migliaia di persone. (…) Un americano molto competente, che ho conosciuto a Londra, mi ha assicurato che un bambino sano e ben nutrito è, all’età di un anno, un cibo quanto mai squisito, nutriente e salutare, sia che lo si faccia stufato, arrostito, al forno o bollito; e io non ho dubbi che sia egualmente buono per una fricassea o per il ragù (…). Un bambino basterà per due piatti in un banchetto per gli amici e, quando la famiglia cena da sola, il quarto anteriore o posteriore sarà una porzione sufficiente; condito con un po’ di pepe o di sale, sarà molto buono lesso al quarto giorno, specialmente d’inverno”.

Ho tradotto questo passo in una biblioteca di Oxford, dall’edizione corrente e pure economica delle opere di Swift. Sul medesimo volume, qualche anno prima di me, una mano anonima aveva tracciato a matita la nota: Questo vuole mangiare i bambini!, con tanto di punto esclamativo e infinito sottolineato. È plausibile che il commentatore meravigliato fosse un qualsiasi ottuso nerd coreano, dei tanti che ingolfano le università anglofone. È altrettanto plausibile che la mano priva degli strumenti minimi per leggere Swift capendolo, ossia ironia e cultura e modestia, appartenesse invece a uno studente progressista e contestatore. Pur ignorandone l’evenienza specifica, la Modesta Proposta di Berto ne spiega le ragioni.

La mano ignota che si schierava irrefragabilmente contro l’antropofagia settecentesca non coglieva, della proposta di Swift, la portata eminentemente paradossale e – nella sua abiezione – intrinsecamente morale. Sintetizzando e banalizzando, la Modest Proposal partiva dall’assunto chet tanto diffusa era l’immoralità dei tempi (nella sperequazione delle risorse, tanto per dire) da rendere accettabile come unica soluzione un suo superamento mediante l’intensificazione dell’immoralità stessa. Idem la Modesta Proposta di Berto. Questi auspica una novella borghesia pronta a “organizzarsi per esprimere volontà politica onde difendersi dai prepotenti, pagare le tasse, guastarsi coi preti, moralizzare la scuola, perdere i viaggi a tariffa ridotta, spostare i monumenti ai caduti, minimizzare il ministero degli esteri, perdere generali e corazzieri, andare contro se stessa pur di combattere la burocrazia, abolire il codice fascista, limitare le nascite, rimettere in piedi la Repubblica di Venezia e il Regno delle due Sicilie, e tutto questo giusto per dar retta a Mao”. Di fronte a passi del genere si possono trarre due possibili conclusioni con altrettante conseguenti reazioni. Quella del secchione coreano consisterebbe nel concludere che Berto è maoista. Quella del bigliettaio contestatore è stata di concludere che Berto è fascista.

Nel libro-intervista del 1970 che citavo poco fa, Berto dichiarava papale che la contestazione studentesca “ha poco a che fare con la letteratura, ma ha spazzato via parecchie cose, fra le quali (…) il romanzo come ero arrivato a concepirlo ultimamente”. Una scorsa alla biografia di Berto può chiarire dunque come il problema politico fosse per lui prima di tutto letterario, come si conviene a uno scrittore (ché si scrive per far letteratura, e tutto il resto è fumo del diavolo). Nel 1964 Berto aveva pubblicato Il Male Oscuro, vertice ineguagliato né da lui stesso né da altri finora; due anni dopo, con La Cosa Buffa, aveva seguitato sulla strada dello scandaglio linguistico-psicologico passando dalla prima alla terza persona, oggettivizzando così il suo personalissimo stile fiorente di virgole ossessive e superando mediante una soluzione non occasionale i primi esiti neorealistici della sua narrativa (da Il Cielo è Rosso del 1947 a Guerra in Camicia Nera del 1955). A questo punto, Berto si era fermato, in concomitanza con la contestazione. Il 1968 aveva presentato uno spartiacque che Berto riuscì a superare soltanto nel 1971, proprio con la Modesta Proposta; sarebbero seguiti Anonimo Veneziano nello stesso anno, Oh Serafina! nel 1973 e il magistrale romanzo cristologico La Gloria nel 1978, poco prima di morire. In definitiva, la Modesta Proposta per Prevenire rispondeva a un’esigenza letteraria e psicologica più che teorico-politica: Berto doveva passarci attraverso per esorcizzare il suo blocco sessantottesco e poter continuare a scrivere, e questo ne giustifica le ragioni in maniera più che sufficiente.

Altresì nel titolo il verbo infinito, restando in sospeso, doveva portare il lettore ingenuo a chiedersi: “Per prevenire che?”. Triste ammetterlo, nel 1971 Berto intendeva evitare quello che bene o male sta accadendo oggidì. Non c’è miglior prova che sottoporre il pamphlet a una rapida revisione sostituendo la data 1971 in 2008, aggiornando il nome del Presidente della Repubblica e derivati, cambiando l’Unione Sovietica in Al Quaeda e gli Stati Uniti d’America in Stati Uniti d’America. Ne sortisce che tutto ciò che Berto depreca e vitupera s’è pari pari conservato fino ai giorni nostri; e basta godere del discernimento minimo alla decenza intellettuale per rendersi conto che tutto ciò è stato accuratamente conservato dai rivoluzionari d’allora.

La Sacra Costituzione ne è un esempio lampante. Berto non solo ne critica le pecche note da decenni (è fumosa, è tronfia, non garantisce un’adeguata distinzione fra i poteri legislativo esecutivo e giudiziario, propaganda una tranquillizzante retorica marxista del lavoro e sostanzialmente stabilisce che gli Italiani sono davvero come vorrebbero fingere di essere); soprattutto, da scrittore Berto ne critica la forma, sottoponendola a un rigoroso esame filologico (e logico) che ne rivela l’imbarazzante nudità e la preoccupante fragilità. Esami simili nei metodi e negli esiti riguardano ogni aspetto dell’Italia di ieri e oggi: la proliferazione di iniziali maiuscole, la venerazione della Resistenza, la micragnosità dei parlamentari, il preoccupante (e mai passato di moda) “bordello magistratura”, il tutto prendendo le mosse dalle fondamenta filosofiche della contestazione studentesca, degenerata da Marcuse a Capanna.

Venendo pubblicata in volume quattro anni prima degli Scritti Corsari e vedendo chiaro il futuro per molti decenni in più, l’operetta di Berto è oggettivamente superiore, se si riesce a considerarla coi minimi criteri di onestà che per tanti decenni (e soprattutto in quei decenni) sono mancati alla critica italiana più o meno militante, che ha talvolta provveduto a esaltare gli esaltati per sminuire i meritevoli. L’aspetto principale sul quale Berto si concentra è la destrutturazione dell’antifascismo precotto, e non è peregrino immaginare che lo faccia appositamente in contrasto con l’ossessiva e un po’ isterica insistenza del contemporaneo Pasolini sul ritrito clericofascismo. Da un lato Berto elabora una nuova categoria, il “nonfascismo”, che a differenza dell’antifascismo evita di porsi sullo stesso piano di ciò che combatte e di rifiutare aprioristicamente tutto ciò in cui non si rispecchia. Dall’altro canto Berto – a pochissimi anni di distanza dal Concilio Vaticano II – individua il male peggiore della Chiesa non tanto nel calo di consensi sul quale batteva il miope Pasolini quanto nel progressivo sviluppo di un “clericomarxismo” che avrebbe condannato il Cattolicesimo ai gorghi del relativismo autodistruttivo.

Agli occhi di Berto il peggior esempio che si possa seguire è il tuttora alla moda don Milani, “il rivoltoso di Barbiana” che sulla base di una confusa e personalissima interpretazione di passi a caso del Vangelo aveva tratto la convinzione di dover rivoltare la dottrina sociale della Chiesa movendo dall’istruzione dei fanciulli. Don Milani morì nel 1966 e due anni dopo si manifestò la contestazione nelle sue peggiori incarnazioni, residui della quale troviamo ancor oggi ben presenti nei notiziari. È mirabile considerare come Berto insista sulla vacuità delle istituzioni politiche e culturali della Repubblica per mostrare il loro effetto sulla psicologia collettiva, e sul generale impazzimento degli studenti (a seguito del travisamento della psicanalisi operato da Marcuse in primis) per liberare il suo privato e insindacabile diritto alla bella prosa di fronte a una generazione, compresa sua figlia Antonia, che scriveva sui muri roba tipo l’intellettuale è morto, è nato l’uomo nuovo. Berto è uno scrittore e interpreta il mondo ai fini della sua scrittura, e ciò dà un senso superiore a tutto ciò che scrive.

D’altronde per scoprire che Berto scrive meglio di Pasolini basterebbe leggerlo. Alla macchina per scrivere di Berto si deve il più bel romanzo italiano del secondo Novecento, Il Male Oscuro, mentre Pasolini non risulta avere meriti equiparabili. Gli Scritti Corsari sono una cantilena che agogna la strumentalizzazione, mentre la Modesta Proposta per Prevenire di Berto è una replica letteraria a un problema politico e una reazione politica a un blocco letterario (e psicologico: nelle considerazioni di Berto c’è tantissima analisi delle masse che si sovrappone al basso continuo dell’analisi del sé). Pasolini ha creato una vacua retorica che sarebbe stata pungolo e fondamento per generazioni di epigoni più o meno malriusciti. Berto ha reagito alla sommossa vera o farlocca da conservatore col cervello, come lui stesso si augurava a fine 1970: “Meglio rifarsi a Machiavelli, Erasmo, Bacone, però vorrei farlo senza rinunciare all’umorismo. Mah. Quando sarà il momento, se verrà, vedrò.” Il momento è venuto poco dopo, quando Berto ha scritto la Modesta Proposta; il momento evidentemente è passato una decina d’anni fa, quando Marsilio ha pubblicato nei tascabili l’ultima edizione del testo in questione, che ho potuto trovare per caso nelle rimanenze della casa editrice dopo anni di ricerche sì blande ma infruttuose al punto da suggerirmi l’idea balzana che in Italia la libertà di stampa… lasciamo perdere.

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