martedì 1 luglio 2008

La devastazione portata in Sudafrica

(Gurrado per Il Sottoscritto)

Le Stanze Illuminate è il romanzo più complesso e maturo di Richard Mason: lungo quasi il doppio dei precedenti, si articola senza alcuna divisione in parti o sottoromanzi in un cospicuo numero di capitoli (sessantanove), lungo i quali si rincorrono due storie principali: quella di Joan McAllister, vecchietta rinchiusa in un ospizio di lusso a seguito del suo progressivo obnubilamento, e quella di sua figlia Eloise, impegnata in una finanziaria che rischia quasi tutti i suoi fondi in un investimento istintivo e poco ponderato. La scelta di sviluppare il romanzo su queste due colonne portanti è furba in quanto riesce ad avvincere allo stesso modo due tipi completamente differenti di lettore: quello interessato al ripescaggio (più o meno allucinato) del passato da parte della vecchia Joan e quello che si appassiona alle alterne vicende degli hedge fund patrocinati dalla giovane Eloise. Il merito principale di Mason è quello di riuscire a mantenere questo equilibrio altrimenti precario conducendo con mano ferma la storia dalla prima all’ultima pagina.

Rispetto ai due precedenti romanzi di Mason (il primo pubblicato quando aveva solo diciannove anni), ne Le Stanze Illuminate si nota una maggiore drammatizzazione della trama. Riprendendo una consueta e spesso forzata distinzione tecnica, si può dire che Mason è passato dal telling the tale, ossia dal raccontare gli avvenimenti, allo showing it, impegnandosi maggiormente nel mostrare i suoi personaggi alle prese coi diversi eventi cui la trama li sottopone piuttosto che proteggerli in qualche modo col filtro narrativo che caratterizzava i suoi primi due pur riuscitissimi tentativi. In Anime alla Deriva, infatti, la voce narrante era proiettata in un verosimile futuro (benché fosse del tutto inchiodata ai giovanili eventi che avevano segnato la sua esistenza) e sovente si accartocciava su riflessioni varie riguardanti il narrare la propria stessa storia e quella altrui; in Noi, quattro anni dopo, ciascuno dei protagonisti era voce narrante e il più pregevole risultato del romanzo era dato proprio dalla polifonia delle loro voci differenti.

Nel titolo stesso de Le Stanze Illuminate è significativa la scelta di una citazione di Philip Larkin, il poeta anglofono più attento a oggetti concreti, stato delle cose e dati di fatto. La prima qualità che si può apprezzare di Mason, fin dal suo esordio, è infatti la straordinaria capacità di ricreare un ambiente descrivendone nel dettaglio gli oggetti che lo caratterizzano e legandoli a doppio filo con la psicologia dei personaggi.

C’è forse qualcosa in comune dunque fra il ruolo dello scrittore e le fantasie della vecchietta visionaria? Joan McAllister è rassicurata dalla consapevolezza di poter vedere, unica al mondo, dei pedali da pianoforte che la seguono ovunque; e come lei Mason in fin dei conti chiama alla presenza degli oggetti che non ci sono e dei quali sfugge il senso ma non gli effetti: la testimonianza della presenza dei pedali lascia ora indifferenti ora sconvolte le persone che circondano Joan, mentre la loro incidenza finisce per risultare di fatto decisiva ai fini dello svolgimento delle loro vite e quindi della trama.

In particolare, Mason utilizza il personaggio di Joan quale necessario tramite per richiamare alla memoria del lettore la guerra angloboera (1899-1902): il ritrovamento, da parte dell’anziana protagonista, del diario di sua nonna le consente di ricostruire con un’immediatezza ingenua ma assolutamente efficace la devastazione portata in Sudafrica dagli attacchi inglesi, dalla cosiddetta tattica della “terra bruciata” (che consisteva nel radere al suolo fattorie e raccolti della borghesia locale) e dalla creazione di campi di concentramento che contribuirono non poco alla morte di circa ventimila boeri. Mason stesso, in varie dichiarazioni pubbliche, ha sottolineato come la guerra angloboera sia di fatto assente dalla memoria degli Inglesi di oggi, e quindi si può dedurre che le sue accurate e vivide ricostruzioni abbiano il principale obiettivo di ristabilire una storiografia condivisa. Meno convincente è l’insistenza sul parallelismo fra l’invasione inglese in Sudafrica e le operazioni belliche americane in Iraq – ma tant’è, a furia di raccontare si finisce per farsi prendere la mano.

Di sicuro colpisce, ne Le Stanze Illuminate, la coerenza intrinseca del testo che scivola via senza sbavature tanto nella trama quanto nella forma. I personaggi sono caratterizzati con sapienza narrativa ignota alla quasi totalità degli autori trentenni, e la precisione e la levità con la quale vengono ricreate l’ambientazione geografica e le implicazioni psicologiche delle scene chiave del romanzo fanno pensare ad alcune pagine di Henry James addirittura. Meno scrittore e più narratore, la terza opera di Mason segna un punto di non ritorno nella parabola descritta dalla sua produzione, e conferma l’intuizione che un autore – per quanto giovane, per quanto baciato dal talento, per quanto oggettivamente favorito dalle circostanze – non può impiegare meno di tre o quattro anni per scrivere un bel romanzo. Richard Mason ha avuto la calma e la pazienza di amministrare le sue capacità separando i suoi romanzi da intervalli olimpici (in Italia sono stati pubblicati uno nel 2000, uno nel 2004, uno nel 2008) garantendo al lettore una crescita costante e apparentemente inarrestabile. Teniamoci pronti per il 2012, il prossimo sarà perfetto.

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