giovedì 21 agosto 2008

Minoritaria

Mogli, siate sottomesse ai vostri mariti.
(Colossesi 3, 18)

Mary Wollstonecraft (e basta, da non confondersi con Mary Wollstonecraft Godwin, sua figlia, successivamente maritata Mary Shelley e autrice di Frankenstein) passò buona parte della propria vita a rivendicare i diritti altrui, così come sempre avviene a chi non è soddisfatto dei propri.

Nel 1790 Mary Wollstonecraft compose A Vindication of the Rights of Men, in immediata risposta al breve testo di Edmund Burke (Reflections on the Revolution in France) che costituisce tuttora uno dei massimi esempi di eloquenza inglese, nonché di bella prosa e di buon senso. Per citare una sola delle varie idee che si avanzano nel saggio di Burke, questi sottolinea come l'idea repubblicana base - ossia che tutti gli uomini siano uguali - faccia sì che "l'uccisione di un re, o di una regina, o di un vescovo, o di un padre di famiglia finiscano per essere tutti comuni omicidi; e che, se il popolo ha in una qualche circostanza o maniera da guadagnarci, costituisca il tipo di omicidio più facile a perdonarsi". A Vindication of the Rights of Men, in forma di "lettera al molto onorevole Edmund Burke", è una isterica giaculatoria che inizia bollando i ragionamenti dell'avversario come "fiori di retorica" e finisce in un deliquio romantico da tre penny: "l'amore non è frutto che dell'amore; condiscendenza e autorità potranno magari produrre l'obbedienza alla quale levate il vostro plauso; ma ha invero perduto il suo cuore di carne colui che regge la visione di una creatura sua pari umiliata di fronte a sé".

Non paga, nel 1792 Mary Wollstonecraft allunga la brodaglia con A Vindication of the Rights of Woman, un'ancor più lunga e ancor più isterica giaculatoria il cui nucleo fondante è che le donne non debbano curarsi di apparire eleganti, gradevoli, servizievoli - in una parola femminili. Non è un caso che i ritratti dell'autrice (a parte uno che la fa certo più bella di quanto effettivamente fosse, considerata anche la faccia della figlia la quale, per quanto potesse aver preso dal padre...) ce la tramandino sciatta e ingrugnata, più simile al vecchio Beethoven che ad altro, del tutto dissimile dall'ideale femminino dal quale riteneva fosse necessario allontanarsi quanto più possibile - né la cosa doveva costarle grossa fatica, a colpo d'occhio.

Non è compito della donna, sentenzia la nonna di Frankenstein, "salvare il maschio dall'affogare nella brutalità più assoluta". Curioso notare come - a due anni di distanza - Mary Wollstonecraft non sia in grado di usare altro artificio polemico che quello già usato contro Burke: ossia dichiarare all'inizio che l'urgenza e la serietà del tema non le consentiranno di curare la propria prosa ("I shall disdain to cull my phrases or polish my style"), e che quindi i suoi avversari magari scrivono in un miglior stile perché non avvertono né l'urgenza né la serietà del tema, e che i loro sono fiori di retorica, e che come tale la bella pagina in elogio della donna elegante e gradevole ha la stessa offensiva banalità di una donna elegante e gradevole.

Bisogna compatirla, Mary Wollstonecraft: era figlia di un fallito (un alcolizzato che, avendo perduto l'intero patrimonio, si rifaceva picchiando sua moglie) e un altro ne avrebbe sposato a fine secolo - William Godwin, utopista radicale che la satira ridicolizzò soprattutto per la sua decisione di sposarla. Inoltre nel 1794 aveva già avuto una figlia da tale Gilbert Imlay, il quale poco dopo abbandonò l'una e l'altra svanendo nel nulla. "Senza apparente motivo", riportano le più documentate biografie; ma, per trovarne uno, basta leggere Mary Wollstonecraft con un po' di cervello.

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