martedì 9 settembre 2008

Dal nostro inviato al Lido


Io di cinema capisco lo stretto necessario, quanto basta a distinguere Ceccherini da Ingmar Bergman. Ciò nondimeno ritengo che la Coppa Volpi come miglior attore a Silvio Orlando sia un riconoscimento importante e forse tardivo: ora come ora non mi viene in mente un altro attore italiano (vivente) più bravo di lui, forse Castellitto, sicuramente non Stefano Accorsi che ha vinto lo stesso premio qualche anno fa. Detto questo, detto tutto – almeno per quel che mi riguarda. Ma i miei potenti mezzi mi consentono perfino di avere un inviato alla 65° Mostra del Cinema di Venezia: Alessandro Poli, di Perugia, è guardia forestale e dottore di ricerca in storia della filosofia, con tesi su Leibniz; collabora con diverse riviste di filosofia, religione e cultura ambientale; ha scritto diversi articoli sul cinema (su Eastwood, Gilliam e Mallick in particolare) apparsi su riviste nazionali e internazionali; è altresì autore di cortometraggi e documentari presentati in rassegne locali e convegni; aspira al dilettantismo universale e tiene per l’Inter. Nonostante quest’ultimo difetto è il mio critico cinematografico di riferimento. Questo il suo parere sui film che ha visto:

- Voi a Explotar (di Gerardo Naranajo) Storia d'amore e crescita di due adolescenti messicani che scappano dalle benestanti famiglie per rifugiarsi sul tetto di casa. Superfluo il riferimento a La Rabbia Giovane (Badlands), capostipite del genere, ma l'affinità, complicità e sensualità tra i due ragazzi ha poco da invidiare a quella di Kit ed Holly (purché lo vediate nel loro caldo spagnolo). Camera a mano, primi piani stretti, il desiderio e la paura del cambiamento, le promesse di due ragazzi e sullo sfondo l'eco tragico di Giulietta e Romeo (noto ora l'assonanza con il personaggio maschile, Roman, da lei poi chiamato Romantico). Una storia d'amore che diventa ragione di vita. Spaccacuore (come suggerisce lo stesso titolo, 'Sto per scoppiare'). Non lo vedremo mai in sala, spero per alcuni a qualche festival. 7 ½

- BirdWatchers: La terra degli uomini rossi (di Marco Bechis) Il regista argentino firma l'ennesimo buon film battendo con forza sui temi tipici del suo cinema. Filma la lotta per la terra, fondamento (non nel senso heideggeriano) e sopravvivenza per gli indios nordbrasiliani, senza alcuna retorica e dal punto di vista degli ultimi - possibili desaparecidos (il rischio è sempre dietro l'angolo). La pellicola intreccia un duplice piano, i conflitti degli indios che tentano di mantenere la propria cultura contro la forza distruttiva del tempo, ossia il lavoro ed il denaro del fazendero, e le dinamiche interne dela comunità che cerca appunto di tramandare la forza identitaria del gruppo di generazione in generazione - ennesima mutazione del tema del riconoscimento presente in Figli. Non aspettatevi la forza di Garage Olimpo ma i soldi della RAI - che l'ha prodotto - sono stati ben spesi. Un buon Claudio Santamaria che non so per quale motivo sia qui presente. 7 +

- Vegas: Based on a True Story (di Amir Naderi) Il regista iraniano, ormai trapiantato negli USA dopo la scomunica degli ayatollah (1989), continua la sua ricerca sulle ossessioni e risvolti borderline della tranquilla periferia americana, quella che vede ogni giorno in lontananza i casinò di Las Vegas. Nella povera e ormai semi tranquilla vita di due ex malati di gioco d'azzardo, compare uno straniero, un ex marines, che li coinvolge in una ennesima fatale scommessa in cui i due genitori precipitano integralmente. Fuor di metafora, ma con dei riferimenti alla trama che ritengo opportuno non svelare, 'si scavano la fossa' con le proprie mani. Ennesima demistificazione dell'American dream. Tutto intorno gira la storia del proprio figlio che diventa adulto quando i genitori scompaiono - o meglio, si affossano - in una nuova ossessione. Interamente girato in digitale, immagini quasi scadenti da filmino amatoriale domestico, forse per esser ancor più vicino al sottolitolo del film: a True Story. In molti spingono per il Leone d'oro e c'è qualche barlume. Il presidente della giuria è Wim Wenders e sebbene somigli ogni giorno di più a Marzullo, ama queste storie. Se non otterrà la vittoria, sarà la conferma del fatto che è un ottimo film (nei festival, come al solito, ci sono troppi interessi ed alla fine non vince il miglior film ma il più solido e strutturato). A tutti infine consiglio la trilogia di Naderi su Manhattan: imperdibile. 7/8

Below Sea Level (di Gianfranco Rosi) Monumentale documentario di Rosi girato nel deserto del New Mexico, una terra di nessuno, 40 metri sotto il livello del mare, in una base militare dismessa a 250 km a Sud Est di Los Angeles. Qui, un gruppo di persone ai confini del mondo, senza elettricità e senza acqua, trova rifugio. Centinaia di homeless - che non hanno però nulla dei 'barboni' - accampati nel nulla dentro roulotte, camion abbandonati, macchine o furgoni - i detriti della nostra cultura. L'umanità incredibile, vera e sincera, di chi ha perso tutto, dai figli alla famiglia, di chi si sente ormai fuori dal consorzio civile, chi per scelta, chi per necessità. Tutti si mettono a nudo davanti alla telecamera, complice l'intimità creatasi tra loro e Rosi, sempre di fianco alla macchina da presa ma invisibile durante i sette mesi trascorsi con loro, immagazzinando 120 ore di girato! Decine di impensabili personaggi, 'Wayne Insane', 'Cindy', 'Lucy Bulletproof' (per ricordare alcuni), cantori della propria storia e sculture della nostra: tolto il superfluo espongono appieno la loro forma e l'essenza che dovrebbe animarci. Rosi è come se avesse immagazzinato la lezione dell'ultimo Herzog documentarista, rifacendo un qualcosa di ancor più bello e potente. Imperdibile - ma non ha ancora un distributore! 9

- Un altro pianeta (di Stefano Tummolini) “Commedia” agrodolce declinata a sfondo homosexual, divertente e non scontata. Interamente girata sulla spiaggia nudista di Capocotta, racconta una giornata al mare di Salvatore, macho omosessuale napoletano presunto poliziotto, e gli incontri fatti sulla spiaggia, tra storie di sesso rubato tra le dune, nuovi amori e ricordi di quelli vecchi, ed una comitiva di ragazze in vacanza. Lavora bene sui tipi, presentando l'intellettuale, la svampita, la complessata e la malinconica. Una sorta di remake de Il casotto (senza casotto ma sotto l'ombrellone) in chiave odierna. Credo lo vedremo nelle sale; un'ora e mezzo di divertissement. 7

- The Sky Crawlers (di Mamoru Oshii) Il maestro giapponese affronta ulteriormente i temi di Ghost in the Shell (1 e 2), la distanza tra realtà e percezione dell’individualità umana, cercando una risposta. Sky Crawlers sono 'kildrens', robot bambini che non invecchiano e che combattono una guerra tra due compagnie aeree in diretta televisiva. Ma l'ansia, l'amore, la gelosia e la paura della morte, di un'ultima e fatale missione, s'insinua tra loro come nei replicanti di Blade Runner. Un'orgia di malinconia, in cui il rapporto tra sensazioni reali ed immaginarie, affetti veri o presunti, si fa meno filosofico e complesso che in Ghost in the shell, ma sempre pensieroso e mai banale. Per alcuni la 'semplificazione' può esser un merito, per altri un alleggerimento del retroterra filosofico che anima tutta la sua poetica. Comunque grande. 7+

- Bumazhny soldat: Paper soldier (di Alexey German Junior) L'epopea russa della storia dei lanci nello spazio vista dal basso (1961). Ambientato nella landa desolata del Kazakistan, in una marea di fango, miseria e resti di un passato glorioso, il film assomma le tensioni di un dottore deputato al controllo dei futuri astronauti, insieme a quelle dei candidati per superare i test attitudinali, dai quali infine spunta lui, Yuri Gagarin. L'ansia nazionale del riscatto, di un futuro di redenzione roseo, visto dalla moltitudine di quanti hanno fatto della missione spaziale la propria missione di vita. L'intera pellicola è un'infiità di piani sequenza fatti con camera mano, si concentra ciclicamente sui volti ed i dialoghi, o si apre sul paesaggio per fare entrare nuovi personaggi in una sorta di danza corale. Imperdibile per gli amanti del cinema russo (e della Russia), lo vedremo forse solo nei festival. 7

Giro infine commenti di seconda mano, ma affidabili, sul film di Jonathan Demme, Rachel gets married, dramma 'cechoviano' di una famiglia liberal americana che si ricompone - o scompone, a causa delle tensioni vecchie enuove - dopo l'uscita dalla comunità di recupero di una delle figlie per il matrimonio della sorella Rachel. Interessante, corale/altmaniano, scava in profondita tra i nodi familiari, tanto loro quanto nostri, irrisolti. Strappalacrime. Lo vedremo insieme in sala. 7 ½

Fin qui Alessandro Poli, che ringrazio. A dire il vero abbiamo anche un’inviata al Festival Letteratura di Mantova, ma è troppo pigra per scrivere qualcosa.

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