mercoledì 3 settembre 2008

La vana tensione verso un'altra Napoli

(Gurrado per Il Sottoscritto)

All’ingresso di Vico del Fico al Purgatorio, nella scena che apre il romanzo, l’avvocatessa Giulia Leone, di anni quaranta, è attesa dal signor Saverio Derosa, di anni settanta: questo, si noterà, è normale. Meno consueto è che il signor Derosa sia costretto ad aspettare l’avv. Leone all’imbocco della strada, poiché in vico del Fico al Purgatorio non ci sono numeri civici; e ancor più sorprendente appare che il signor Derosa indossi una vistosa parrucca e inequivocabili abiti femminili, preferendo dalla lontana gioventù farsi chiamare Eva.

Sin dalla prima pagina è palese che, entrando in Vico del Fico al Purgatorio (intesa sia come indirizzo sia come titolo), tanto l’avv. Leone quanto il lettore stanno superando un confine fra l’ordine razionale propriamente inteso e un mondo circoscritto ma agitatissimo, dove cambiano la lingua e la definizione dell’amore e del sesso, dove i rapporti umani sono bestiali contratti di proprietà insindacabile, dove infine l’umanità stessa sembra appartenere a una specie diversa, che vive e mangia e soffre secondo regole tutte sue. Chiunque abbia trascorso anche un sol giorno a Napoli non può fare a meno di avvertire questa sperequazione, l’inquietante (e più silenziosa di quel che si pensi) convivenza fra due mondi opposti, che di tanto in tanto si mescolano in un attrito inconciliabile e generano, quasi inevitabilmente, del marcio. Controprova narrativa ne è la storia della madre dell’avvocatessa, costretta dal marito a vivere ai Vergini – un borgo degradato – a scorno del suo perpetuo desiderio di trasferirsi a Chiaia, neanche tanto distante, dove la vita si fa più ordinata e consueta, dove i napoletani sono biondi, i negozi eleganti, il traffico ragionevole e la città pare travestirsi da Milano. La vana tensione verso un’altra Napoli finisce per trasformarsi in malattia, mettendole nello stomaco un cancro che – prima ancora di ucciderla – la trasforma in un’altra donna, una sporca caricatura di sé stessa: l’interpretazione simbolica di questo dramma individuale, per quanto Giuseppina De Rienzo non la renda esplicita, si presenta diretta e semplice.

Lasciandosi guidare da Saverio/Eva in vico del Fico al Purgatorio, l’avv. Leone è più che consapevole di questo scarto fra due mondi diversi che lei deve tentare di conciliare, rendendo comprensibili e giustificabili agli occhi del giudice le ragioni di una donna ignorante e superstiziosa accusata di aver ucciso il marito violento e traditore. Quest’opera di traduzione psicologica le riesce perché, grazie alla dirompente umanità dell’anziano travestito, trova un flebile punto di contatto fra l’esasperazione dell’omicida e la sua propria storia sentimentale, che da quindici anni trascina incurante di evidentissimi inganni, fingendo anzi di ignorarli. Il romanzo funziona proprio nell’alternanza fra la storia privata dell’avvocatessa e il suo impegno professionale – che finisce per diventare umanissimo – in difesa della donna vittima del marito che ha ucciso. Quest’accostamento fra due mondi inconciliabili vive, in fin dei conti, dello stesso scarto che ha provato venendo introdotta per la prima volta nel mondo sommerso di vico del Fico al Purgatorio.

La stessa contrapposizione è evidente anche dalla lingua che Giuseppina De Rienzo utilizza nel romanzo. L’impalcatura è costituita dalla narrazione in prima persona dell’avv. Leone, che utilizza una lingua netta, precisa, perfino scabra e con capoversi forse un po’ troppo brevi, che talvolta rendono un po’ troppo sincopato il ritmo del racconto. Sull’impalcatura si muovono i rutilanti discorsi degli abitanti di vico del Fico al Purgatorio, con i loro barocchismi, la deformazione di un Italiano complicato e un’esuberante accentazione (purtroppo non di rado sbagliata: i napoletani non dicono, ad esempio “perquisizziòne” ma “perquisizzióne”, non “carabbìnieri” ma “carabbiniéri”, e così via). Il contrasto appare netto nei lunghi serrati dialoghi che riportano – con un ottimo effetto-verbale dovuto alla totale assenza di notazioni di contorno – gli interrogatori dell’assassina, del suo zio travestito e degli altri personaggi in un modo o nell’altro implicati nell’omicidio. Questo tentativo di conciliare due mondi distinti riesce proprio grazie all’ingegno dell’avv. Leone, la quale si sforza di gettare un ponte (linguistico soprattutto) fra il tribunalese del giudice o del pubblico ministero e i dialettismi dei testimoni o dell’imputata.

Ne sortisce un romanzo gradevole, di facile lettura e scevro di ogni zavorra narrativa, in cui lo svolgimento retorico si riduce all’osso della trama e all’indagine sull’antefatto – con un andamento quasi da tragedia sofoclea. La conclusione porta alle estreme conseguenze questo procedimento di narrare come si scolpisce, levando più che aggiungendo: e l’ultima pagina lascia sul volto del lettore uno spontaneo sorriso d’amarezza.

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