mercoledì 10 settembre 2008

Scarti e rimanenze: Il calcio in sé

Domandina facile facile: cosa stiamo vedendo quando guardiamo una partita di calcio? “Una partita di calcio”, risponderanno tautologicamente i miei piccoli lettori (beata innocenza). “Un rapporto di forza”, potrebbero rispondere i lettori più adulti, o più istruiti, o più sospettosi, o che hanno addirittura letto Carlo Ginzburg.

Oltre a Ginzburg (il cui Rapporti di Forza segnò una svolta nell’interpretazione della storia, della storiografia e di una notevole quantità di altri argomenti che non hanno alcun rapporto con il regno della pedata; e che io mi sono ben guardato dal leggere), chi sostiene che una partita di calcio costituisca la messa in atto di un rapporto di forza può trovare un nuovo e più specifico alleato in Calcio e Potere di Simon Kuper, tradotto quest'anno da ISBN. Chi ama libri e calcio al contempo sa già che Kuper è uno degli esponenti (e forse il migliore) del cosiddetto new football writing, ossia un convinto propugnatore di un rinnovamento della dimensione testuale nella visione e soprattutto nell’interpretazione del calcio. Un teorico dunque, innanzitutto; ma anche per certi versi uno storico, come ricorderà chi ha presente Ajax: la squadra del ghetto, il vibrante saggio dello stesso Kuper che la stessa ISBN aveva pubblicato nel 2005.

A onor del vero, va specificato che la versione originale di Calcio e potere, intitolata Football against the Enemy, era stata pubblicata da Orion già nel 1996, e questo spiega al lettore curioso e inizialmente stranito perché sembra che per Kuper il calcio si fermi a USA’94. La revisione del 2006, che ha portato a una nuova edizione inglese con annessa prima traduzione italiana, si è limitata davvero a poca roba, così che il volume appaia tutto incentrato – anzi, tutto decentrato, rispetto al nostro punto di vista – sulla metà un po’ kitsch degli anni Novanta. Meglio così, per certi versi: a leggerlo ora il libro sembra più romantico.

Se non che Kuper non aveva la minima intenzione di comporre un libro romantico. Nei progetti dell’autore si tratta di un giro del mondo in ottanta palloni – dai resti dell’Unione Sovietica all’Inghilterra, da casa Herrera all’Argentina, da Barcellona al Camerun, da Glasgow a Berlusconi – che però nulla deve conservare del romanticismo salgariano insito nell’idea del viaggio esplorativo. Lo scopo di Kuper non è inseguire una palla che rimbalza in ogni angolo del globo; il suo scopo è quello di dimostrare a chiare lettere (lo dichiara lui stesso a pagina 294) “che il calcio influenza la politica”.

Un libro a tesi, dunque, coi vantaggi e gli svantaggi che comporta. I vantaggi arrivano quando la tesi appare plausibile (nell’Africa dittatoriale, ad esempio, o nelle rimembranze dell’impero sovietico) e la brillante prosa di Kuper, alternando l’aneddotica al teorema, risulta quanto più ficcante. Gli svantaggi arrivano quando la tesi appare forzata (la visita a casa Herrera, Tudjiman, il Barcellona) e quindi la prosa di Kuper finisca per risultare un po’ troppo brillante – un po’ come la loquela di un liceale che, interrogato su un argomento di cui serba un vago ricordo e nulla più, tenti di cavarsela facendo il simpaticone.

Un’altra ragione di discontinuità è l’estrema varietà geografica (e quindi politico-culturale) dei luoghi visitati da Kuper: in maniera tale che alcuni capitoli sono gradevolissimi, altri alla lunga possono stancare. Le dieci pagine dedicate al Barcellona sembrano un cortese omaggio alla gentilezza dell’ufficio stampa blaugrana (anche se, probabilmente, insinuo tutto ciò accecato dalle mie preponderanti simpatie per la Real casa). Al contrario, la storia della Dinamo Berlino, la squadra con più titoli che tifosi, e dei suoi antipatizzanti che dalla Germania Est la seguivano nelle trasferte occidentali per aver agio di urlarle contro, è assolutamente toccante: talvolta buca addirittura lo schema del saggio per raggiungere un’intensa umanità da romanzo. La tesi che l’exploit camerunese a Italia’90 abbia funto da volano (non sfruttato) per l’intero continente è accompagnata da una quantità infinita di informazioni sull’Africa, talmente dettagliate e surreali che nessuna di esse risulta noiosa. La partecipata cronaca del ritorno in blanquiceleste di Maradona degenera poi in alcune considerazioni ritrite sulle pressioni governative intorno alla vittoria del mondiale casalingo del 1978, col troppo cauto avanzamento del sospetto che il decisivo 6-0 sul Perù fosse frutto di mercimonio, perbacco. Però la contrapposizione para-religiosa fra Celtic e Rangers e soprattutto gli strafalcioni di un Mandela prestato alla propaganda calcistica sono descritti in maniera tanto vivida da far perdonare addirittura le tre paginette seccamente intitolate “Berlusconi”, che parlano di Berlusconi per quattro capoversi e che sembrano scritte apposta per quest’edizione che ho fra le mani (ma spero di no).

Scrivere di calcio è estremamente difficile: ci vogliono una forte competenza specifica (proprio in quanto si tratta di un argomento del quale quasi tutti sanno quasi tutto), una proprietà terminologica chirurgica, una necessaria fantasia per non risultare l’ennesimo clone del cronista annoiato o del tifoso esaltato e, infine, la gloriosa presunzione di non tener presente che, nella migliore delle ipotesi, il libro sul calcio che si sta scrivendo sarà l’ultimo di un’infinita serie precedente e il primo di una preoccupante serie successiva. Simon Kuper ha bene o male tutte queste caratteristiche e soprattutto la quarta, che è psicologicamente la più ardimentosa. Rincresce tuttavia dover notare che qua e là la scorrevolezza della sua teoria viene inficiata da confusioni (terminologiche o culturali) del traduttore, grazie al quale risulta: che nel 1979 il Barcellona vinse la Coppa dei Campioni (p. 132: i tifosi del Nottingham Forest ringraziano sentitamente); che abitualmente il Perù si veste con una maglia a strisce (p.235: il testo originale, così come una superficiale osservazione degli album Panini, riferisce che il Perù suole indossare una maglia bianca con una banda rossa diagonale); che durante Brasile-Inghilterra Gordon Banks rischiò la vita (p.260: a meno che “il salvataggio di Gordon Banks” non significhi che il portiere inglese stesse annegando nelle sabbie mobili, ma che si limitò a fare una parata, formidabile quantunque, su un colpo di testa di Pelè); che durante i Mondiali del 1994 Maradona fu vittima di una storica espulsione (p.291: Maradona giocò benone, segnò contro la Grecia ma fu squalificato per assunzione di efedrina, poco dopo aver abbandonato il campo sorridente tenendo per mano una pingue infermiera bionda).

È un peccato che ci siano queste imprecisioni, emendabili al costo di un po’ di editing, in quanto a lungo andare sottraggono credibilità scientifica alla tesi di Kuper, secondo la quale“il calcio è politica fatta con altri mezzi” (p.177). Cosa sulla quale si può essere d’accordo, se si pensa a tutto ciò che gravita intorno ai ventidue giovanotti che corrono per un’ora e mezza riposandosi per quindici minuti, ma che non può essere catalogata secondo un necessario principio di causa-effetto così come invece Kuper, stanti la giovane età e l’entusiasmo, spesso si limita a fare. Se non ci credete, sappiate che a p.296 è scritto che, avendo Berlusconi conquistato il potere politico da presidente del Milan, è altamente plausibile che i tifosi del Milan votino in massa per lui – chi ad esempio ha sentito parlare di Bertinotti sa quanto quest’assioma non sia vero. Per quanto Calcio e potere sia lettura più che gradevole (e talvolta istruttiva), non mi abbandona il sospetto che Kuper possa essersi lasciato andare a conclusioni superficiali del genere anche riguardo a realtà geograficamente lontane delle quali siamo giocoforza meno esperti. Per scoprirlo, ci sarebbe da andare in Camerun, in Ucraina, a Berlino e a Los Angeles per ripercorrere il folle volo di Kuper e controllare i dettagli da vicino. Non ci tengo: mi limiterò alla generale considerazione che, se il new football writing implica codeste conseguenze, mi sta bene rinserrarmi entro i confini della vecchia prosa calcistica italiana, che non riesce a smettere di guardare con affetto una palla che rimbalza.

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