mercoledì 22 ottobre 2008

Montagne innamorate

(Gurrado per Quasi Rete)

Mette gioia solo a pensarci, un libro così. I libri di sport, in generale, corrono abitualmente due pericoli: l’eccesso di partecipazione emotivo-celebrativa (sconfinando in tal caso nell’agiografia, a detrimento del pubblico neutrale o peggio ancora avverso) o l’eccesso di minuzia narrativa (scadendo in tal caso nella mera cronaca, a detrimento dell’autore e dello stesso oggetto-libro). La Fiamma Rossa di Gianni Mura (minimum fax, 17 euro e mezzo) cammina in perfetto equilibrio sul filo che lambisce questi due abissi. La partecipazione emotiva è viva, vivissima, poiché Gianni Mura si dichiara a priori innamorato del Tour al di sopra di ogni altra corsa né potrebbe essere altrimenti, visto che ha iniziato a seguirlo nel 1967 per la Gazzetta dello Sport e, fatto salvo l’intervallo di una breve ventina d’anni, ha proseguito imperterrito fino ai giorni nostri. La minuzia cronachistica c’è pure, inevitabilmente, stante che il grosso del libro è composto da pezzi redatti quale inviato unico di Repubblica, dal 1991 al 2005 (la scelta, dolorosa ma necessaria a non trasformare un’antologia in un elenco telefonico, è a cura di Simone Barillari).

Per procedere diritto senza schiantarsi contro le nude rocce della retorica precotta e partigiana (Scilla?) né lasciarsi inghiottire dai gorghi del dettaglio buono un giorno e inutile la settimana dopo (Cariddi?) ci voleva evidentemente un fuoriclasse dell’Olivetti Lettera 32. Mi sono ripromesso di non fare paragoni con Gianni Brera (tanto li hanno già fatti in tanti), ragion per cui mi limito ad avanzare una sommessa constatazione di natura schifosamente editoriale: prendete un qualsiasi centinaio di articoli sullo stesso tema, rilegateli in volume e otterrete miracolosamente tutta la noia che i medesimi articoli non sono riusciti a produrre nel formato usa e getta. Se l’argomento è lo sport, peggio che andar di notte: all’effetto-noia si aggiunge uno straniante senso da delirio ossessivo compulsivo che può essere superato solo dall’evenienza in cui gli articoli trattino tutti della stessa identica competizione, nei giorni mesi e anni. Basta tuttavia che il proprietario della Olivetti Lettera 32 sappia distinguere l’atto di scrivere bene da quello di battere velocemente a macchina, ed ecco che miracolosamente l’effetto-noia svanisce, il delirio ossessivo compulsivo diventa una dolce commossa fissazione e il centinaio di articoli difformi si trasforma in un libro fatto e compiuto, graniticamente coerente dalla prima all’ultima pagina.

Così accade a Gianni Mura, forse perché ha studiato e conosce i dettami aristotelici sulla tragediografia (poco ma sicuro, il ciclismo non è comico). L’unità di tempo: ogni anno dalla prima all’ultima settimana di luglio, asfalto bollente e facce rigate dal sudore, crudeli scrosci di pioggia e inverni montani fuori stagione. L’unità di luogo: la Francia, certo, ma fino a un certo punto (il Tour è un serpentone che resta de France anche se invade la Spagna, l’Italia, il Belgio o l’Irlanda); più ancora la corsa, indubbiamente, ma questo non giustificherebbe le lunghe continue e sorprendentemente ragionevoli digressioni che Mura dedica alla gastronomia, alla musica, alla storia e a tutte le produzioni socioculturali dell’uomo, che volentieri si lasciano attraversare dal ciclismo. Più di tutto, direi che la vera unità di luogo è conferita dalla strada: una maglia gialla che comanda, o che arranca, un plotone che si regola di conseguenza, le ammiraglie che sfiatano, i giornalisti che per capire la corsa negli anni ’60 la inseguivano e dagli anni ’90 la precedono: tutti sullo stesso asfalto.

Tutto sullo stesso asfalto, anzi: neutro singolare invece che maschile plurale. Il ciclismo è l’unico sport che trascina tutto appresso, storia geografia cronaca letteratura musica religione, perché è l’unico sport che scende per strada senza filtro e può permettersi di passare attraverso i fatti nostri. Non ha bisogno di circuiti posticci e le transenne lo contengono a malapena. Si scava un solco tra la gente e la gente diventa parte integrante della corsa, si tratti degli intenditori che scrutano col binocolo i tornanti più lontani o delle incontrovertibili teste di cazzo che frustano acqua gelida in faccia ai fuggitivi e ne spaccano la schiena a forza di carezze. Per le strade di Francia ogni dettaglio grida di gioia al passaggio di gruppo e carovana, la cornice è inscindibile dal quadro e anzi è quadro essa stessa. Benissimo ha fatto la minimum fax a piazzare in copertina un campo largo nel quale i corridori sembrano quasi un’inezia sotto il cielo, davanti agli alberi, in mezzo a una distesa apparentemente infinita di grano; aguzzando l’ingegno l’occhio allenato riesce a distinguere Lance Armstrong in giallo, con davanti tre pretoriani della Discovery Channel e dietro due cagnacci della Csc, il secondo dei quali ha il naso di Ivan basso ma, essendo complessivamente grande quanto la falange del mio pollice, non ci giurerei.

Sulle pagine della Gazzetta prima e di Repubblica poi, Mura è stato non solo testimone privilegiato della corsa gialla ma anche suo raffinatissimo complice. Sulla strada, dietro o davanti alla corsa, all’arrivo, in sala stampa, ha sempre portato con sé il proprio bagaglio di uomo (che, colpo di scena, gli viene pure rubato a pagina 363, con annessa Olivetti Lettera 32; lui non demorde, scrive a mano e lascia sottinteso che al Tour un po’ di giallo in più non stona, pazienza); e questo gli ha consentito di conseguire tre risultati in un sol colpo, che il volume antologico rende trasparenti.

Ha reso giustizia al carattere onnicomprensivo e onnipervasivo del Tour, che può essere il muto ricordo di un meccanico o la musica da banda sul marciapiede, i libri da mettere in valigia e le fanfaronate davanti ai microfoni, piazze e deserto, fame e indigestione: tutto quello insomma che si può incontrare in tre settimane digerite di corsa, se guardiamo le medie delle tappe, e però a rilento, se pensiamo a quanto tempo ci mettono per andare, poniamo, da Lione a Parigi (1991, sul libro i sono anche le piantine per controllare).

Ha fiutato la corsa come pochi, arrogandosi la facoltà canina di prevedere Pantani o Armstrong come si presentono i terremoti, perché ha saputo calcolare a occhio la caratura umana di ogni corridore guardandolo in faccia o facendogli domande incongrue (“Armstrong, cos’è la felicità?” “Chiappucci, è vero che tuo padre viene da Marina di Massa?” “Bugno, attaccherai domani?”). Ogni articolo diventa resoconto psicologico prima ancora che agonistico, e ne restano ritratti memorabili che ci fanno dire che tizio e caio erano proprio così: ora tratteggiati in poche righe esemplari, specie per i minori dei quali s’è perso il ricordo se non nel cuore degli appassionati, dei morbosi, dei matti; ora stilizzati in un unico, icastico soprannome che non inseguisse la moda del momento - Chiappucci è Bull, Armstrong Fortebraccio, il tentennante Bugno, genialmente, Vedremo. E Pantani, all’agonia del quale è dedicata una sezione speciale, per Mura non è mai Pirata né Diavoletto ma sempre e soltanto Pantadattilo: un fossile preistorico che allarga le ali minaccioso e poi si estingue in maniera misteriosa, enorme, sovrumana.

Ha, soprattutto, lasciato intendere che il Tour è il punto d’incontro sentimentale del tempo con lo spazio: una quarta dimensione che si misura da un lato con il freddo, inarrestabile fluire dei secondi e dei minuti, con i distacchi da calcolare col cronometro di precisione o coi rintocchi della pendola ogni quarto d’ora; dall’altro con il nobile e impassibile permanere delle strade e delle distanze, delle città e delle montagne, che ogni anno guardano passare corridori uguali e diversi e poi tornano a undici mesi di letargo innamorato.

È questa dimensione che dà un sapore d’eternità, di là dal doping, gli incidenti, i campioni che sorgono e tramontano e ogni contingenza; e spiega l’irrazionale ghiribizzo vergato sul nuovo marchio della corsa gialla, Le Tour tojours, il Tour sempre.

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