giovedì 9 ottobre 2008

Un ricco amatore delle lettere

(Gurrado per Il Sottoscritto)

In pieno Settecento due attrici italiane, Gabriella e Zanetta, si recano per due mesi nella tenuta di un ricco amatore delle lettere; questi le scrittura a scatola chiusa allo scopo di riproporre fra le mura domestiche, a beneficio dei suoi numerosi ospiti e dei contadini che lavorano per lui, una tragedia a chiave politico-religiosa che aveva scritto una ventina d’anni prima, e che sentiva vaghezza di rivedere in scena. Le due attrici, una più riflessiva e l’altra più (diciamo così) estroversa, fra una prova e l’altra vengono coinvolte in un complicato intrigo sentimental-diplomatico e, nel tentativo di sottrarre a un nobile prussiano dei documenti afferenti alla Guerra dei Sette Anni (che all’epoca non doveva ancora chiamarsi così, visto che non si sapeva quando sarebbe terminata), finiscono per arrivare dritte al cuore della storia culturale europea del Settecento, proprio grazie a un’intensa benché difficoltosa interpretazione della tragedia del ricco amatore delle lettere.


Fosse tutta qui la trama, il breve romanzo di Jacques-Pierre Amette sarebbe uno dei tanti affreschi di narrativa storica che abbondano nell’editoria italiana e internazionale, sebbene con relativamente scarsa attenzione al XVIII secolo. Invece accade che il ricco amatore delle lettere sia Voltaire in persona, e ciò contribuisce a dare tutto un altro taglio alla trama e alla struttura stessa del romanzo, di modo tale che questo – da essere un buon esercizio narrativo, vagamente rococò, su un’epoca spesso più citata che capìta – diventi invece un piccolo scorcio, compiuto in sé stesso ma sufficiente a gettare uno sguardo panoramico sulla complessità dell’Illuminismo.


Certamente le dimensioni limitate del romanzo non consentono di stabilire che si tratti di un’opera definitiva al riguardo. Tuttavia è presumibile che contenersi entro le centocinquanta pagine sia stata una scelta consapevole di Amette, esperto letterato e già premio Goncourt: mantenendo volutamente un tocco leggero e non oberando il testo di considerazioni intellettualistiche che ne avrebbero inficiato l’agilità, ha voluto evitare il rischio di sfruttare la cornice storica settecentesca per trasformare il romanzetto in un trattato di storia culturale, rischio sempre presente quando si romanza totalmente o in parte la biografia di uno scrittore.


Quello che Amette predispone è un quadro a tratti lievi e sfumati, come quello che la bella edizione italiana propone in copertina (senza specificarne l’autore, purtroppo; ma sembrerebbe Watteau o un suo derivato). Nella rarefatta atmosfera della tenuta di Ferney, nel suo tempo dilatato eppure vivace, è perfino difficile capire chi sia il vero protagonista del breve romanzo. Forse Gabriella e Zanetta, sulle quali si apre la scena e che ne costituiscono quanto c’è di frizzante? Forse il conte di Fleckenstein, dagli ardori del quale sembrano a un certo punto dipendere i destini d’Europa? O il disegnatore Jean François Goussier, che Amette indica come incisore delle tavole dell’Encyclopédie (ma quel Goussier si chiamava piuttosto Louis-Jacques), e che con la sua voce di basso continuo costituisce per così dire il controcanto del romanzo, un continuo commento agli avvenimenti che vede e ritrae, e forse la voce stessa dell’autore che – non a caso – ha l’ultima parola?


In realtà, come preannunziato dal titolo, è evidente che il protagonista del romanzo è Voltaire. Innanzitutto perché costituisce il motore immobile della trama grazie a un suo libero, quasi capriccioso, atto di volizione: la tragedia che decide improvvisamente di far rimettere in scena è Il Fanatismo, ovvero Maometto profeta (1739, rivista nel 1743), ancora deluso – a quasi vent’anni di distanza – dalla freddezza che il pubblico le aveva tributato, nonostante che il Papa in persona, Benedetto XIV già cardinale Lambertini, gli avesse scritto per congratularsene e benedirlo. Se dunque Voltaire non avesse espresso questo desiderio, l’estate a Ferney di Gabriella, Zanetta, Fleckenstein e Goussier sarebbe rimasta chiusa nella penna di Amette.


Né si può sottovalutare la temperie in cui il romanzo viene ambientato. L’estate del 1761 è comunemente ritenuta dagli studiosi dell’Illuminismo il momento di respiro, la rincorsa di Voltaire prima di lanciarsi anima e corpo nella battaglia in favore della tolleranza e nella lotta all’Infame, che piuttosto grossolanamente possiamo identificare col fanatismo di matrice religiosa. Rimettere in scena il Maometto equivale, al riguardo, a una dichiarazione di guerra, e così Gabriella e Zanetta – già impelagate in insospettati intrighi politici – finiscono davvero nel bel mezzo di qualcosa di molto, molto più grande di loro; qualcosa da cui dipendono i destini della cultura europea e di migliaia di singoli individui perseguitati a causa della religione.


Per questo il romanzo non prevede tanto la continua presenza di Voltaire al centro della scena – anzi, appare spesso piuttosto defilato, quasi decorativo talvolta – quanto l’emersione pressoché ossessiva di temi ricorrenti nella produzione voltairiana. Un esempio per tutti è il restauro della cappella di Ferney, che avrebbe recato sul fregio il motto DEO EREXIT VOLTAIRE. Lo stupore delle attrici di fronte a questa curiosa evenienza, basato sulla straniante idée reçue che Voltaire odiasse tutte le religioni, è ottimo pretesto perché Amette fornisca, per bocca ora di Goussier ora di Fleckenstein, una rilettura delle teorie voltairiane, dando un sapore filosofico a un romanzo altrimenti troppo esile.


A maggior ragione il testo si fa intenso e interessante quando parla Voltaire medesimo. In una breve prefazione Amette riconosce che, per riprodurre il tono dei suoi interventi, s’è basato sulla sua sterminata corrispondenza, “una lunga conversazione indirizzata a tutta l’Europa”. L’idea è notevole e, quanto al risultato, forse un esperto delle lettere di Voltaire potrebbe notare delle discrepanze, ma di sicuro alle orecchie del lettore medio la sua voce suona verosimile. D’altra parte, non ho dubbi, Voltaire è il personaggio storico che meglio di ogni altro si adatta alla narrative non-fiction: Amette ha sistemato un mattoncino, ben scritto e di gradevole lettura, c’è da sperare che presto qualcuno azzardi costruzioni più complesse.

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