lunedì 5 luglio 2010

Carloleveide, parte seconda. Tutti i distinguo, le gradazioni, le sfumature e gli alambicchi per definire i rapporti fra uomo e donna (amico e basta, più che sorella, meno che marito, quasi fidanzato, semi-amante, vice-puttana, gigolò onorifico, cicisbeo a tempo determinato, pacs, dico e così via) sono invenzioni della città dove la sovrastruttura prende il sopravvento sull’essenza dei rapporti. I rapporti possibili fra uomo e donna sono solamente uno (o due, secondo la celebre definizione di Oscar Wilde: far l’amore con una donna se è bella, fare l’amore con un’altra se è brutta). Nei paesi si sta contenti al quia e non si guarda tanto per il sottile, come spiega mirabilmente Cristo si è fermato a Eboli: “Se un uomo e una donna si trovano insieme al riparo e senza testimoni, nulla può impedire che essi si abbraccino: (…) trovarsi insieme è fare all’amore”. Chi non lo ammette è un ipocrita, chi non ne approfitta è un impotente.

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