venerdì 10 settembre 2010

Carlodosseide, parte quarta. A caval donato non si guarda in bocca ma alla vostra fidanzata, se permettete, sì. In tre momenti sparsi in altrettanti racconti di Goccie d’inchiostro (sì, con la “i” frammezzo) Carlo Dossi compone un piccolo manuale d’amore gastronomico. Primo movimento, la scelta dell’amata: “Da che reggo il collegio, non mi è mai capitata una fanciulla più ghiotta. Va in seconda a ogni cibo. E sì che tra i pasti non fa che spazzare scàtole di canditi, e pasticche e cioccolatte e mentini! Jeri di là, ad esempio, mi ha furato e vuotato il mastelletto della mostarda. Poi, ride sempre, di tutto”. Secondo movimento, il rifiuto delle aristocratiche inappetenti, che vedendovi mangiare più di loro si considereranno automaticamente superiori senza considerare che “disgraziatamente, per quanto poco si mangi – ahimè! – non tutto va in sangue, ed anche le più vaporose fanciulle… (dove troverò io espressione che non offenda le mie gentili lettrici, tanto caste d’orecchio?...) sono obbligate di fare da sé ciò che non possono far fare dalla lor cameriera. Il che, per la forma, è il capolavoro della infernale malizia: dìgitus diàboli est hic; benché io ci ravvisi piuttosto quella sapienza divina che mette tutti nel mondo per un’ùnica strada”. Terzo movimento, il criterio a monte della selezione: “Amore vuol polpe”.

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