martedì 14 settembre 2010

Luigi Gualdo, mi hai deluso. Tu d’altronde te ne fotti, essendo già morto nel 1898; ma che bisogno c’era di scrivere un romanzo così così come Decadenza? Per carità, di romanzi appena potabili è pieno il mondo e uno di più non guasta la patria favella – tu d’altronde t’eri lanciato anche a scriverne in francese, lingua che posso giudicare fino a un certo punto, mais passons. Non sapevi che un giorno assieme al tuo romanzo sarebbe stata pubblicata una nota biografica? Ne risulta che eri ricco, vivevi a Parigi, vestivi all’ultima moda, frequentavi i salotti buoni, donne a non finire, gli intellettuali ti ammiravano, i poeti ti dicevano volentieri amico, d’Annunzio perfino ti aveva immortalato in rime disinvolte: “Quando Luigi Gualdo / a cui su’l rilucente / petto mirabilmente / folgora uno smeraldo / le sue parole lente / ne la barba di skaldo / lascia fluire, al caldo / odor del the virente, / affascinati stanno / a udirle i jockey rossi / dai lunghi volti equini / e di soave affanno / a quel dire commossi / tremano i tavolini”. Che l’hai scritto a fare un romanzo? Se avevi già tutto quel che merita, perché questa faticaccia inutile?

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