lunedì 27 settembre 2010

Ormai Gianfranco Fini sa che il problema non è la casa di Montecarlo o la sua permanenza a Montecitorio. Il suo problema è che non è più lui. Se n’è reso conto lui stesso riguardando i dieci minuti di video lasciati su internet: Fini vi appare seduto in un ambiente dimesso, non confacente alla terza carica dello Stato, dietro di lui i libri sono in disordine, addosso ha una giacca troppo larga (forse sottratta a Fabio Granata), alla cravatta s’è fatto un nodo storto, legge da un gobbo che cerca con gli occhi incerti, ansiosi, timorosi di dire la parola sbagliata, e quando azzarda un’esclamazione la fa suonare retorica e indotta come se dentro di lui si fosse infilata una mano (la mano di Carmelo Briguglio?) a sancirne movenze indesiderate come una marionetta. Ve lo ricordate Fini venti, quindici, dieci anni fa? Io sì: parlava sempre in piedi, diritto e incrollabile, sempre a braccio, ricordando a memoria e quando non ricordava improvvisando, toccando l’asta del microfono quando il discorso si faceva più sentito, cercando con lo sguardo l’interlocutore o la telecamera, non recalcitrando di fronte all’opportunità della battuta pensata d’emblée. È la maledizione della presidenza della Camera, che trasforma e degenera: la Pivetti è diventata brutta anatroccola su Italia 1, Violante opinionista retrogrado, Casini non lo sa nemmeno lui, Bertinotti niente. Fini è diventato così, uno che prima faceva comizi infuocati e ora mette i video su youtube come un adolescente; se ne accorge, ci soffre e cerca di dire che la colpa è altrui. D’altronde c’è da capirlo, è passato da Almirante a Bocchino.

Nessun commento:

Posta un commento