mercoledì 29 dicembre 2010

Il terzo motivo per cui ringrazio Iddio è che nel 2010 ho finalmente potuto ricordarmi di sapere l’italiano, cosa sulla quale iniziavo a nutrire dei dubbi dopo mesi e mesi di lavoro per commentare in inglese testi di letteratura francese. A maggio e a novembre ho tenuto, rispettivamente alla Venaria Reale e a Pavia, una conferenza e tre seminari sull’argomento che abitualmente costituisce il mio lavoro a Oxford, e che di solito viene trattato con fatica immane a causa del passaggio da una lingua all’altra anche perché, guardiamoci in faccia, se pure è dubbio che io abbia qualche talento con la lingua patria ciò nondimeno posso assicurarvi che il medesimo concetto da me espresso in inglese, che magari conosco anche benone, o in francese, lingua nella quale i miei sforzi si fanno più creativi, finisce inevitabilmente per avere un quarto o un quinto della potenza retorica che riuscirei a infilarci in italiano, perdendo sull’istante persuasività e fors’anche senso. Quando invece ho avuto modo di esprimere gli stessi concetti sullo stesso argomento di fronte a una platea di professori italiani come alla Venaria o a una classe di studenti italiani come a Pavia, è emerso che una minima potenza retorica la conservo ancora, che pertanto non parlo sempre costantemente al muro e che la permanenza a Oxford è stata molto utile nel consentirmi di saccheggiare il settore di italianistica della Taylor Institution, biblioteca di lingue e letterature straniere, così da avere ogni sera degli interlocutori all’altezza.

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