giovedì 20 gennaio 2011

Un altro scrittore mi chiede lumi su quali italiani dovrebbe leggere, visto che di rado ne trova che lo entusiasmino. Ma come, ribatto io, e Alfredo Panzini? e Dino Buzzati? e Stefano D’Arrigo? Questo tanto per dire i primi tre nomi che mi vengono in mente, senz’alcuna pretesa di completezza né di gerarchia, ma prima che possa continuare con nomi più solidi (Carlo Dossi, Baldassar Castiglione, il noto Alessandro Manzoni) lui mi interrompe e dice: no, io parlo di autori del 2011, 2010 al massimo. Io mi accorgo allora di non leggere quasi più vivi, leggo quasi soltanto italiani morti, anche se questo mese ho letto Il fasciocomunista di Antonio Pennacchi e m’è piaciuto abbastanza, anche se devo riconoscere che Michele Mari è uno dei migliori autori dai quali poter prendere esempio quanto a qualità della prosa. Altolà, mi stoppa lo scrittore, specificando che Mari e Pennacchi sono entrambi un po’ stagionati mentre lui è un giovane scrittore e come tale gli piacerebbe stare al passo col meglio dei suoi coetanei. Così mi rendo conto di quale sia la strategia che sta rovinando la letteratura italiana contemporanea: se uno tenta di stare al passo coi coetanei, al massimo può aspirare a diventare un loro epigono che pubblica le stesse cose con due o tre anni di ritardo; bisogna invece tentare di stare al passo coi classici per essere un precursore dei futuri.

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