lunedì 28 marzo 2011

Più o meno al cambio fra ora solare e legale ho compiuto due anni di permanenza a Oxford; ma io, che come la ricerca Collistar guardo al risultato, che cambiamenti posso elencare da fine marzo 2009? Sono invecchiato (è inevitabile), sono più ricco (ho lavorato), sono ingrassato (non è inevitabile ma provateci voi col cibo britannico). Sono più stempiato, sono aumentati i capelli grigi e in questi giorni in cui mi sono fatto crescere una bella barba risorgimentale, be’, i peli bianchi sono molti più di quanto credessi. Ho l’artrosi: di tanto in tanto devo stendere le braccia o il collo producendo dei rumori madornali onde non far dolere gli arti più per qualche mezz’ora. Da quando mi si è rotta la caviglia destra le ossa protestano a ogni cambio d’umidità. Dormo male e riposo peggio. Mi si è accorciata la vista e mi sono ingobbito, merito del microscopico monitor messomi a disposizione sul lavoro, sul fondo di una scrivania sterminata; ogni tanto mi convinco perfino che tutto ciò che faccio non abbia senso alcuno, ma è solo perché il computer messomi a disposizione sul lavoro è un insensato Macintosh. Il mio inglese è peggiorato visibilmente: più passa il tempo più diventano complessi i concetti da esprimere e le parole si rifiutano di seguirli o mi sento spinto a impostare periodi barocchi nei quali mi perdo appena mi manca la traduzione esatta di un termine che espresso con un’altra perifrasi non renderebbe per nulla; ne consegue che, mentre due anni fa mi sentivo un bambino di otto anni, ora mi sento un bambino di sei. In compenso, Dio solo sa perché, è migliorato il francese che non ho studiato mai; e anche la lingua patria se la cava discretamente grazie alla sezione di italianistica della Taylor Institution, che ho impunemente saccheggiato dai primi giorni a oggi. Leggo di più, ma sempre meno volentieri perché mi stanco dopo un poco; magari scrivo meglio ma senza divertirmi la metà. Sostanzialmente, mi annoio; e rimpiango quando potevo usare tutta la mia potenza retorica in italiano su temi italiani davanti a un pubblico italiano, invece di discorrere quotidianamente di fuffa sgrammaticata. Grossomodo coincido con l’autoritratto fatto da Marco Masini nella canzone che iniziava “Se mi guardo nello specchio / dopo il tempo che è passato / sono solo un po’ più ricco / più cattivo e più invecchiato”, il titolo della quale dice tutto ragion per cui non lo ricorderò. Questo se ci limitiamo a considerare il 2009, anzi il giorno prima di partire per Oxford; ché se facessimo il paragone con cinque anni fa ci sarebbe da spararsi.

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