venerdì 1 aprile 2011

Non è uno scherzo: ieri sera guardando Giorni e nuvole di Silvio Soldini (un regista che non mi sembra completamente allineato alla CEI) ho capito al volo perché la Chiesa proibisce determinate faccende che a prima vista procurano benessere immediato all’individuo e vengono fraintese per progressi collettivi della civiltà. Ad esempio, il divorzio. Nel film di Soldini il protagonista (Antonio Albanese) è un dirigente e proprietario di un’azienda nautica che con un magheggio viene estromesso dal proprio stesso consiglio d’amministrazione. Degli altri due soci, uno è un rampante farabutto che appena entrato in cda ne ha arraffato il timone; l’altro è un personaggio che appare fugacemente, più menzionato che mostrato, ed è l’amico col quale il protagonista ha iniziato l’azienda quando avevano vent’anni, molte idee e pochi soldi. Com’è che il protagonista si trova in minoranza pur potendo contare sull’appoggio dell’amico di una vita? Risponde lo stesso amico quando la moglie del protagonista (Margherita Buy) va a chiederne ragione: “Io ho due famiglie da mantenere, due mogli, due case, i figli dell’una e i figli dell’altra”. Insomma aveva bisogno di soldi (non per sé, per le famiglie) e l’amico gli dava meno garanzie di guadagno di quante gliene assicurasse il rinnovo del cda. Allora mi sono immaginato lo sfondo, il retropensiero: quest’amico qui ha divorziato pensando che non c’era niente di male e che anzi era un sollievo perché non ha considerato le conseguenze sugli altri ma solo su sé stesso. È come chi si mette alla guida ubriaco: sa e confida che potrebbe non succedergli niente, ma il più delle volte centra in pieno qualcun altro.

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