venerdì 10 giugno 2011

Non so se voi domenica abbiate degli impegni: io vado a Londra e prendo il treno subacqueo per Parigi; e vorrei vedere con che coraggio qualcuno a fronte di questo programmino potrebbe propormi di far prevalere quelle che Nichi Vendola, Dio solo sa perché, chiama “le ragioni della vita” e dirottare detto treno facendolo riemergere non già a Calais ma nel porto di Brindisi onde correre a casa per votare i quattro referendum – caso mai non ne foste al corrente perché guardate solo il Tg1, si tratta di uno sul nucleare, uno sul legittimo impedimento e due sull’acqua (uno su quella liscia e uno su quella frizzante). Non entro nemmeno nel merito delle mie idee: sul nucleare non ne ho di particolarmente chiare; sull’acqua so che una legge più estrema di questa era stata fatta nel 2007 dal governo Prodi; e sul legittimo impedimento so che in buona parte delle nazioni civili il capo del governo non può essere processato mentre è nell’esercizio delle proprie funzioni, e che non a caso ciò è prassi consolidata proprio in Francia dove è stata definita nel senso modernamente inteso la distinzione fra il potere esecutivo e quello giudiziario (in Italia c’è un po’ troppa confusione al riguardo). Le mie idee non contano; è l’istituto del referendum in sé che col passare dei decenni s’è rivelato pateticamente inutile. Immaginiamo che vincano i sì per tutti e quattro i quesiti: accadrà che nel giro di qualche anno si troverà una scappatoia per fare una legge sull’acqua peggio ancora di questa (il mercato sta andando in una ben precisa direzione e purtroppo non credo che la volontà popolare possa bloccarlo); che il governo in carica rigirerà la frittata del legittimo impedimento e chiamerà la medesima sostanza con un nome diverso; che le centrali nucleari non si faranno come non si sarebbero comunque fatte, per il consueto misto patrio di indolenza e incompetenza e per la tendenza inveterata a seguire le tendenze dell’estero, dove al momento è in programma la chiusura di molte centrali già attive. Il problema principale del referendum è che è abrogativo e quindi, gratta gratta, chiede ai cittadini di sostituire determinate parole di una legge con determinate altre; quindi per aggirarne i risultati basta cambiare ulteriormente le medesime parole per salvare la forma e rovesciare la sostanza. Pensate a cos’è accaduto col finanziamento pubblico ai partiti. Ancora di più: pensate agli ultimi referendum decenti, quello sulla riduzione delle preferenze elettorali e sull’uninominale. In entrambi i casi il cambiamento ha vinto con maggioranze schiaccianti, ma vent’anni dopo quali frutti godiamo dell’utilità della consultazione? Che non solo a forza di riforme parlamentari si è andati esattamente in direzione opposta alla volontà popolare (oggi si vota col proporzionale), ma che addirittura l’eliminazione totale delle preferenze, in accordo con la tendenza espressa dal referendum del 1991, ha scatenato un moto d’indignazione popolare per chiedere a gran voce la reintroduzione delle medesime. Mah. Poi c’è il problema del quorum, che è un problema sul serio in quanto due amici di pensiero opposto mi hanno scritto entrambi lamentandosene per ragioni inconfutabili. Uno, che al referendum voterà, dice: “Se uno non vota decide di avvalersi di un diritto sacrosanto, di una delle opzioni della democrazia; però la sua scelta può vanificare la scelta di un altro che ha deciso di votare, e così il primo si trova a esercitare un doppio diritto e il secondo nessuno”. L’altro, che al referendum non voterà, ribatte: “Se va a votare solo il 51% delle persone e di queste il 51% vota si, cambieranno le leggi con solo il benestare di circa il 26% della popolazione”. Insomma, a rigor di logica, che una consultazione non sia valida sotto il quorum del 50% dei votanti è ingiusto ma che una consultazione sia valida con un quorum appena superiore al 50% è altrettanto ingiusto. Io non voterò per generico disinteresse nei confronti dell’istituto del referendum (ciò non toglie che un domani l’opportunità politica di un quesito possa farmi turare il naso e imbracciare la matita copiativa), ma perfettamente consapevole che si tratti di un non voto d’opinione, altro che disinteresse o sciatteria. Quando si tratta di elezioni vere, coi partiti, io sempre voto e raccomando di votare perché in tal caso i seggi vengono distribuiti in ragione di una percentuale calcolata sui voti effettivi, e quindi non votando si perde l’occasione di esprimere la propria opinione; nei referendum invece viene effettuato un duplice calcolo il primo dei quali considera una percentuale di votanti in ragione degli aventi diritto, e quindi non votare equivale a esprimere un’opinione. Non è una regola geniale ma quella è e bisogna comportarsi di conseguenza. Qualcuno dice (testuale) che il referendum è “l’unico strumento a disposizione dei cittadini”, ma chi cerca di far passare un’idea del genere è un golpista in incognito perché l’Italia, a quanto ne so, è una democrazia rappresentativa: ossia eleggiamo dei rappresentanti e costoro fanno le leggi in base alle indicazioni ricevute dagli elettori. Se ciò non accade è colpa del fatto che i nostri parlamentari sono eletti senza vincolo di mandato, ragion per cui io posso essere stato eletto coi voti dei sostenitori del partito del cetriolo ma passare impunemente all’opposto partito dei germogli di soia. Se si volesse davvero far funzionare la democrazia in Italia basterebbe introdurre il vincolo di mandato e riaggiustare i regolamenti parlamentari; non c’è bisogno di abbandonarsi periodicamente (e su questioni oggettivamente marginali) a sussulti di democrazia diretta, manco fossimo la Svizzera.

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