mercoledì 31 dicembre 2014

Non è curioso che le due donne più citate sui giornali inglesi a dicembre abbiano vite di stampo opposto congiunte da una sola parola? Una è Libby Lane, prossima alla nomina a vescovo anglicano, annunciata con grande clamore da Downing Street poiché si tratta della prima donna che ascenderà al soglio episcopale. L’altra è Natasha Bolter, già candidata senza successo dell’Ukip a Westminster, la quale ha accusato di molestie sessuali il segretario generale del partito Roger Bird. La parola che hanno in comune è “Oxford”.

Al St Peter’s College di Oxford Libby Lane ha conosciuto suo marito e insieme hanno maturato la scelta di diventare sacerdoti, entrambi. Lì non solo ha scoperto la fede che non era molto praticata dai genitori ma soprattutto si è convinta che “i preti debbano apportare al ministero che esercitano un valore aggiunto individuale”, frase che sostituendo “ricercatori” a “preti” e “scienza” a “ministero” può essere riciclata nelle brochure promozionali della prestigiosa università. A Oxford, poco dopo l’adolescenza, Libby Lane ha ricevuto la vocazione a un ruolo ancora inesistente, visto che solo nel 1994 la Chiesa d’Inghilterra ha aperto il sacerdozio alle donne; infatti, non appena è stato possibile, lei e il marito hanno deciso di farsi ordinare simultaneamente. Il Daily Telegraph informa che sulla loro casella postale campeggia il titolo “Reverendo e Reverenda” e che la carriera dei coniugi Lane, sbocciata nella città universitaria che fonde tradizionalismo accademico e avanguardismo etico, è uno snodo chiave nel passaggio del femminismo dalle barricate alla stanza dei bottoni.

Alunna del Wadham College di Oxford si è orgogliosamente proclamata Natasha Bolter, che ha voluto trasformare il proprio caso (il capo ci prova, lei forse ci sta o forse no ma comunque spiffera tutto alla stampa) in un “tipico esempio della cultura sessista interna all’Ukip e della sua rutinaria reificazione della donna” – per usare le parole di un Matthew d’Ancona pressoché idrofobo sul New York Times. Non sorprende: a Oxford è stata progressivamente maturata un’ossessione politicamente corretta per la lotta alle molestie sessuali, naturalmente correlata al riconoscimento paritario del ruolo della donna eccetera eccetera, e culminata nell’affissione nelle bacheche dei dipartimenti di severissimi cartelli che ammoniscono di non tenere con colleghe o alunne comportamenti che possano venire interpretati come ambigui, equiparando un complimento fuggevole a un’animosa pacca sul culo. Divertiva in particolar modo l’affissione di questo cartello nel centro per gli studi ebraici che si trovava nella tenuta di campagna di Yarnton, isolata e popolata per lo più da rabbini ultraortodossi.


Purtroppo da una scorsa veloce ai registri dell’università è emerso che nessuna Natasha Bolter è mai stata alunna di Oxford, dettaglio che potrebbe gettare qualche ombra sulla veridicità delle accuse a Bird (comunque rimosso dall’incarico) ma che  d’Ancona non ritiene molto rilevante. Per lui pesa di più il fatto che “i politici dell’Ukip facciano pubblici commenti reazionari su donne, stranieri, omosessuali e minoranze etniche”, ragion per cui l’accusa della Bolter è da considerarsi vera anche in assenza di concretezza; per altri pesano di più i messaggi espliciti che lei mandava a lui con grande spregio dell’ortografia. Ciò detto, è significativo che la Bolter si sia sentita in diritto di farsi scudo politicamente corretto di Oxford: in certi casi più dei fatti conta il principio e basta il pensiero, ovviamente unico.

sabato 27 dicembre 2014

Materani e materofili, sappiate che domani (domenica 28 dicembre, per i più ottenebrati dalle libagioni natalizie) (anno 2014, per gli ottenebratissimi) nell'Ex Ospedale San Rocco, presso la chiesa del Cristo Flagellato, alle ore 18:30, Simonetta Sciandivasci e io presentiamo in tutta la nostra bellezza La domenica lasciami sola, romanzo Baldini & Castoldi della medesima signorina. Ovviamente a Matera; e con il patrocinio dell'associazione Energheia, della Soprintendenza per i beni architettonici e paesaggistici della Basilicata e del comitato Io Sostengo Matera 2019.


Intanto potete ripassare la mia recensione uscita un paio di mesi fa su Quasi Rete, "Il fuorigioco per le dame".

mercoledì 24 dicembre 2014

"Togliti dai piedi prima che puoi / e non avere bambini tuoi": Natale poeticamente scorretto con Philip Larkin e La guerra contro i cliché  di Martin Amis (Einaudi) in edicola oggi sul Foglio, con retroscena sulle nomine dei professori a Oxford.

Come regalo sotto l'albero virtuale, si può anche leggere gratis sul sito del Foglio.

martedì 16 dicembre 2014

Contro il diritto allo studio, contro i fuori corso, contro il vittimismo dei ricercatori, contro il mito delle passioni intellettuali, contro il posto pubblico e contro il valore legale della laurea. Linee guida per rifondare l'università in Italia: sul Foglio in edicola oggi trovate un mio paginone fantascientifico.


 E dal pomeriggio lo trovate anche online, e addirittura gratis.

sabato 13 dicembre 2014

Susanna Camusso non lo sa ma ha un illustre precedente nel dire che "se l'intenzione di Renzi è di tirare dritto, sappia che tireremo dritto anche noi". La sua strategia ricalca quella di Woody Allen in Misterioso omicidio a Manhattan. La situazione è questa: Diane Keaton sospetta che il vicino, apparentemente innocuo pensionato, sia in realtà un efferato omicida e per questo all'una di notte intende andare a violarne domicilio per perquisirlo alla ricerca di non sa quale indizio. Woody Allen, perfetto segretario generale della Cgil, le dice: "Ma cosa dici? Ma dove vai? Ma cosa fai? Tu scherzi, ma che stai dicendo? Tu non puoi... Ehi, ascolta me, vieni qui un momento, vieni qui". Diane Keaton si avvia verso la porta di casa e Woody Allen alza la voce: "Io ti dico: sono tuo marito e ti ordino di dormire. Dormi! Io te lo ordino. Te lo ordino! Dormi!". Diane Keaton apre la porta ed esce. Woody Allen le punta il dito contro: "Io ti proibisco, ti proibisco, ti proibisco di andarci. Io te lo proibisco. Ah, fai così quando ti proibisco? Finirò per non proibirti più niente, se fai così".

venerdì 12 dicembre 2014

Mi arriva da Oxford il biglietto di auguri meglio illustrato della mia vita - fatto salvo il dettaglio che, provenendo dall'Inghilterra, fa gli auguri di Natale senza mai menzionare il Natale per timore di offendere in qualche modo me o una qualsiasi altra minoranza che possa fugacemente gettare lo sguardo sul mio biglietto - e subito provvedo a diffonderlo presso persone che non condividono il mio entusiasmo iconografico e mi chiedono: ma di chi è la sagoma ritratta? di un vecchio generico? di un prete? di Scrooge? Con contenuta delusione spiego trattarsi di Voltaire, riconoscimento che per me è intuitivo e immediato avendo trascorso gli ultimi anni di vita a lavorare trasformando in denaro le sue parole ma che per il resto del mondo, posso arguire, è a dir poco arduo se non del tutto indifferente. A quel punto qualcuno mi domanda: ma scusa, nella mia ignoranza, da cosa si dovrebbe riconoscere che si tratta di Voltaire?

La domanda è epistemologicamente interessante. Da cosa si capisce che Voltaire è Voltaire? E, per estensione, da cosa si capisce che la Gioconda è la Gioconda? Si tratta del volto ritratto più famoso al mondo (la Gioconda, non Voltaire) ma nessuno di noi ha mai visto in faccia la Gioconda vera, quindi nessuno può dire che il ritratto di Leonardo sia somigliante; possiamo tutt'al più accontentarci di dire che determinate riproduzioni della Gioconda sono più o meno somiglianti al ritratto di Leonardo, e riduttivamente diciamo che quelle riproduzioni sono più o meno somiglianti alla Gioconda. Lo stesso con Voltaire. Il paradosso è che sappiamo che la silhouette è di Voltaire perché l'autore dichiara che sia Voltaire; e accettiamo che sia davvero Voltaire perché somiglia ad altri quadri i cui autori hanno dichiarato che il soggetto ritratto fosse Voltaire. Ma Voltaire com'era? Non lo sappiamo. E se un domani un miracoloso ritrovato della scienza e della tecnica dovesse consentirci di ricostruire con approssimazione quasi nulla il vero volto di Voltaire sulla base di qualche ossicino superstite, con ogni probabilità scopriremo che non gli somiglia per niente.

Per fortuna nessuno fino a ora mi ha domandato di chi è la sagoma che si intravede sulla croce.

martedì 9 dicembre 2014

Il 9 dicembre di due anni fa scrivevo quanto ricopio qui sotto:

Oggi è il mio compleanno (auguri; grazie) e mi pongo seriamente il problema se non sia piuttosto preferibile l’onomastico, che è festa verticale e collettiva, a questa celebrazione che invece è individualista e centripeta. Un’autorevole scuola di pensiero sostiene anzi che il compleanno sia da rifiutarsi completamente in quanto festa pagana, o paganizzante che è lo stesso, imposta a colpi di egotismo in una società in cui originariamente fioriva il senso comune del Cristianesimo e quindi esisteva solo l’onomastico, il giorno di tutti quelli che si chiamano come un santo al quale dovrebbero voler rifarsi. Inoltre i compleanni sono una linea retta, un’inarrestabile freccia del tempo che invecchia e uccide, mentre gli onomastici girano intorno a un centro vivificante e quindi scandiscono l’eterno: il 9 dicembre morirà con me ma il 13 giugno resterà anche quando sarò terra per ceci. Ci tengo a specificare la data per chiarire che il mio Antonio patrono è quello da Padova e non l’Abate, nonostante che questi sia il protettore di tutti gli animali. Dev’essersi trattato di uno scambio di persona. Il dilemma è stato brillantemente risolto da una mia amica che, essendo nata il giorno di Santa Chiara, s’è fatta monaca clarissa e, cambiando nome nell’abbracciare un ordine, ha trasformato il proprio compleanno in onomastico e festa istituzionale. Io non sono altrettanto coraggioso pertanto mi sono limitato, nei giorni scorsi, ad andare a Padova per lasciare una carezza sulla tomba del Santo perché è evidente che, così come senza 9 dicembre non potrebbe esserci Gurrado inteso come corpo che interagisce nel tessuto di una rete sociale e intellettuale, senza Sant’Antonio non potrei esserci io stesso, inteso come anima individuale che un giorno dovrà pur essere giudicata. Sulla scorta di questa considerazione, è evidente che l’onomastico è utile benché progressivamente misconosciuto mentre il compleanno diffuso quantunque può ben essere dannoso. Io però non sarei altrettanto oltranzista e mi limiterei a dire che il compleanno ricade in quel vasto settore di argomenti che San Paolo derubrica come adiaphora, ovvero indifferenti, come ad esempio l’ortoprassi alimentare degli ebrei. Cosa conta se ci asteniamo dal mangiare il cammello, l’ìrace e la lepre perché secondo il Levitico ruminano e non hanno l’unghia fessa? Io sono onnivoro quindi mangerei cammelli se me li cucinassero, ìraci se sapessi cosa sono e anche eventuali lepri che davvero ruminassero e non avessero l’unghia fessa; mangerei anche grifoni, se solo esistessero, senza per questo sentirmi sminuito nel senso religioso. Allo stesso modo ritengo che le candeline contino quanto l’unghia fessa e che il compleanno, essendo indifferente, cambia senso a seconda dell’uso che se ne fa. Se uno lo utilizza per farsi riempire di regali vacui mentre non sa nemmeno in che giorno, poniamo, si festeggi San Siro, allora lo utilizza male; se lo utilizza per voltarsi indietro e piangersi addosso alla vista di persone e cose perdute mentre saliva per i tornanti, allora lo utilizza malissimo; se lo utilizza come pietra miliare per controllare su riscontri oggettivi di essere diventato una persona più decente rispetto a dodici mesi prima, e per rendersi conto e ringraziare per tutto ciò di cui non s’è troppo lamentato nell’anno precedente, allora lo utilizza bene. È senz’altro una forma pagana ma non per questo implica paganesimo. Ieri ero a Messa al santuario pavese di Canepanova e mi accorgevo per la prima volta dopo tanti anni che sopra le statue di Re e profeti dell’Antico Testamento avevano dipinto le sibille; il Cattolicesimo etimologicamente è un fiume che travolge tutto e s’ingrossa per i detriti, quindi non sta a fare troppi distinguo sull’essenza pagana delle sibille o dei grifoni o del compleanno se vengono usati in maniera cristiana. Indubbiamente rimpiango i 9 dicembre dei festeggiamenti familiari, e soprattutto quelli in cui Rijkaard faceva vincere al Milan la Coppa Intercontinentale o in cui mi alzavo apposta dal letto dell’influenza per guardare un derby di Torino rinviato per neve e trasmesso in diretta, senza bisogno di pagare, dalla Rai; quelli in cui ero un buon selvaggio che guardava il campionato più bello del mondo nel momento più bello della storia, inconsapevole emulo di Vittorio Sereni che scopriva un raggio di sole trafiggere San Siro (lo stadio) e si diceva: “Passiamola questa soglia una volta di più”. Però l’infanzia ha fatto il suo tempo, indipendentemente dal comportamento di molti miei coetanei. Mettendo in fila tutti i 9 dicembre della mia vita mi rendo conto che nel mio animo c’è un progresso e che dunque la mia vita ha un senso, il quale ovviamente non può essere deciso da me in quanto sarebbe come pretendere che il mare è stato inventato da chi ci nuota. Se alla sera del 9 dicembre dico: “Bene, non ho rimpianto nessuno dei 9 dicembre precedenti perché non voglio agitarmi cercando di trattenere le ombre”, allora vuol dire che sono cresciuto e che tanti compleanni sono serviti a qualcosa; se non altro a ricordarmi ogni dodici mesi che i patimenti affastellati nei giorni comuni formano un tutto coerente pertanto devo smettere di considerare la mia vita con la lente d’ingrandimento anziché col telescopio. Come mi spiegava ad personam il Salmo di ieri: “Nell’andare se ne va e piange, portando la semente da gettare, ma nel tornare viene con giubilo, portando i suoi covoni”. Detto questo, pare che gli ìraci siano dei mammiferi esotici noti anche come procavie, la lepre ha l’unghia fessa ma non rumina affatto mentre San Siro (il santo) si festeggia il 9 dicembre ed è il patrono di Pavia, la città dove sono finito a vivere senza che potessi aspettarmelo quando sono nato.
Ho letto Il Cerchio di Dave Eggers (Mondadori) e mi sono accorto che tutte le recensioni americane e inglesi, per non dire di Federico Rampini, si sono concentrate sul dibattito riguardo all'invadenza delle macchine nella vita quotidiana e sulla necessità di riservarsi scampoli di isolamento e silenzio. Tutto giusto ma sfugge un dettaglio lampante: Il Cerchio ricalca platealmente la trama di 1984 ma a sessi invertiti: in Orwell un uomo tradiva una donna per amore del Grande Fratello; Eggers invece sceglie come protagonista plagiato dal sistema una donna. Perché? La risposta è sul Foglio in edicola oggi (e anche sul sito del quotidiano).

sabato 6 dicembre 2014

A Roma è morto Riccardo Reim, scrittore, traduttore, esteta proteiforme; anni fa mi aveva concesso un'intervista libertina - l'editore Hacca aveva appena pubblicato Il tango delle fate - che potete leggere o rileggere qui.

venerdì 5 dicembre 2014

Oxford, Cambridge, MIT, Stanford, London School of Echonomics... Insomma, le solite: la notizia del giorno è che le università uscendo dalle quali è statisticamente più facile trovare lavoro sono sempre le stesse, quelle che vi sarebbero venute in mente a intuito senza bisogno di studi approfonditi dei QS World Unviersity Rankings. Considerare le rette è più interessante. Mentre per iscriversi alle università americane si spende fra i 45.000 e i 60.000 dollari, l'Ansa riporta la notizia che per Oxford e Cambridge bastino 9.000 sterline l'anno, grossomodo un quinto: per essere certi di trovare lavoro, in Inghilterra si spendono 10.000 euri contro i 50.000 americani. Ma qui casca l'asino (anche se laureato) perché la retta indicata per le università inglesi copre solo le tasse statali mentre per essere iscritti a Oxford o a Cambridge è obbligatorio essere membri di un college, privato, per pagare il quale in tutte le sue diramazioni più perverse se ne vanno come minimo 20 se non 30.000 euri all'anno. Questo rende le grandi università inglesi non troppo difformi da quella di Singapore, decima nella graduatoria di oggi, dove un anno può costare anche 129.000 dollari singaporegni, che sembrano incommensurabili a fronte delle 9.000 ingannevoli sterline ma sono in realtà solo 80.000 euri, ossia il doppio di quello che uno spende in Inghilterra sommando anche la retta del college. In più l'esorbitante retta di Singapore è applicabile agli iscritti stranieri, mentre il tetto di 9.000 sterline di tasse statali è applicabile solo agli studenti britannici. Tutto questo impallidisce di fronte al dubbio se nell'animo degli studenti, non dico di Singapore ma almeno in quelli inglesi, baleni mai l'intuitiva domanda: ma con tutto quello che spendo per gli studi, dopo devo anche lavorare?

giovedì 4 dicembre 2014

C'è un fulmine che squassa una cupola, una diarchia pontificia, un Papa pauperista venuto da lontano, predicatori di sventura portati in trionfo dal popolo bue, un mondo che si trasforma repentinamente mettendo in crisi il sistema bancario. Tutto questo non oggi ma cinquecento anni fa, in Volpi e leoni di Marcello Simonetta (Bompiani). Sul Foglio in edicola oggi commento la ripetitività della storia con l'aiuto di Machiavelli: "Tutte le cose che sono state io credo che possano essere".

domenica 30 novembre 2014

Exegi monumentum secondo Costanza Miriano, che è la più complimentosa e su twitter sponsorizza il mio pezzo sulla resa amara dei cattolici e sulla preparazione alla vita nei boschi, uscito venerdì sul Foglio, definendolo magnifico, magistrale, monumentale per amor di anafora consonantica. Qualcuno le risponde dicendo che manca l'apologia del Sillabo e di Torquemada, nonché accusando (non si capisce se lei o me) di avere per eroe Vladimir Putin, il cui nome evidentemente emerge da una lettura cabalistica della combinazione alfanumerica dell'articolo in quanto non viene mai tirato in ballo.

Poiché non è necessario andare d'accordo per leggere commenti sensati, Michela Murgia argomenta su facebook: Antò, come sempre contribuisci alla mia riflessione anche quando ne sei lontano anni luce, se non fosse che l'evocazione del "non praevalebunt" sottende l'inscalfibile presunzione che sulla barca di Pietro ci sia il TUO sentire, in splendida solitudine o in risicata compagnia. A volte penso che questa facilità ad ascrivere tra i marosi minacciosi chi la pensa altrimenti sia una voluta menomazione del ruolo evangelico di Cristo nell'ultimo giudizio: i capri dalle pecore e il loglio dal grano non spetta a noi separarli qui, pena notevoli sorprese. Lo stesso vale per il commento di uno studente di Oxford che non ritiene pericoloso sporgersi: Solidarietà. Il "pensiero unico" - nello specifico, il presentarsi come "buon senso" negando la dimensione ideologica, e come "in pericolo" nonostante stia stravincendo in tutto l'occidente - è insopportabile pure per me che in buona parte vi aderisco. Come "nemico" dev'essere sconfortante.

Sul sito Notizie Pro Vita (direttore Antonio Brandi) il mio pezzo viene riportato per intero ma con l'aggiunta di una postilla mutuata da Tolkien, secondo il quale è giusto combattere per il buono che c'è nel mondo: Ha ancora senso difendere la vita, la famiglia, la natura razionale dell’umanità? Antonio Gurrado è un collaboratore de Il Foglio che ha pubblicato recentemente sul suo blog una riflessione profonda e amara a proposito di coloro che sui temi etici (ancora) difendono i “valori non negoziabili” come tali. Ci sembra meritevole di considerazione anche da parte dei nostri lettori. Vorremmo solo provare a dargli una coloritura un po’ più ottimista. Se è vero e sottoscrivibile che c’è tutto il male che l’autore descrive, noi crediamo altresì, e ne siamo convinti, che “c’ è del buono in questo mondo”. C’è una maggioranza silenziosa che non si lascia traviare dalle idee che in senso lato vanno contro la natura, perché sono irragionevoli, e l’uomo è un soggetto razionale.

Fra i commenti giunti alle pagine virtuali del Foglio, qualcuno approva, qualcuno ribatte di non avere intenzione di arrendersi perché la vita è una lotta, qualcuno tira con grande pertinenza in ballo la sentinella in piedi travestita da nazista, qualcuno dice che costringere per legge a non peccare non è cristiano, qualcuno sostiene che anziché parlare di resa amara e whisky Ferrara dovrebbe parlare di Patrizia D'Addario, lasciando intendere che "Antonio Gurrado" sia lo pseudonimo del direttore, prospettiva lusinghiera ma temo discrepante alquanto dalla realtà dei fatti. Ieri sono inoltre state pubblicate due lettere sull'edizione cartacea mirabili per sintesi, e le riporto per intero. Mark Bosshard scrive: Sull’amara resa di Antonio Gurrado. La pura – e triste – verità. Aggiungo solo una cosa, ovviamente in peggio: questa cultura porta come sottoprodotto inevitabile una crescente invasività dello stato nella sfera privata (non foss’altro perché lo stato deve finanziare con le tasse la trasformazione in diritto di qualunque pretesa avanzata dalle varie minoranze). Dunque – per molti – la prospettiva è ben peggiore di quella che viene prefigurata nell’articolo: il “buen retiro” è consentito infatti solo ai conservatori che se lo possono premettere, mentre tutti gli altri dovranno sputare sangue per il resto della loro vita per finanziare le pretese insaziabili di un modello di società che detestano. Dunque, per i primi c’è solo il danno (morale), per i secondi anche la beffa (economica). Ilio De Santis, invece: Su Gurrado. Tutto limpido, giusto e sacrosanto. Ma osservare il mondo credendo di essere parte del “resto d’Israele” appare terribilmente snob.

Molti, i più intelligenti, meriterebbero repliche e precisazioni ma uno che si arrende a fare, se poi deve anche rispondere?

venerdì 28 novembre 2014

Arrendiamoci, siamo circondati. Sul Foglio di oggi (sia in edicola sia sul sito) la mia risposta all'editoriale antiabortista di Giuliano Ferrara, in cui ammetto il fallimento di un'intera generazione di militanti cattolici e mi preparo alla vita nei boschi, un po' Walden un po' Drieu La Rochelle.


mercoledì 26 novembre 2014

Ho letto e riletto più volte l'editoriale di Giuliano Ferrara sul Foglio rosa di lunedì scorso, trovandolo amaro ben oltre l'intenzione di stigmatizzare il diritto ad abortire rivendicato in copertina da Internazionale, settimanale di gran tendenza aduso a darsi ragione da sé. L'aborto è solo l'aspetto più cruento di una posta in gioco più alta che coinvolge tutto quello che abbiamo – noi che in senso lato possiamo dichiararci militanti di una minoranza conservatrice – detto e fatto in questi ultimi dieci anni. Gli eventi ci hanno scalzato al punto che adesso il mantenimento di una posizione benché coerente non allineata al pensiero unico abortista, femminista, omosessualista, giustizialista, animalista, terzomondista, pacifista, accoglientista e sincretista ci interdice non solo il patentino di credibilità in un contesto intellettuale che ha smesso di ragionare da tempo perché troppo occupato ad autoalimentarsi creando sempre nuove mozioni d’impegno à la page alle quali tutti devono accostumarsi, foss’anche a costo di abdicare alla realtà dei fatti; ma ci pregiudica altresì il normale espletamento delle funzioni sociali, umane. Oramai sostenere idee minoritarie benché assennate implica quest’alternativa: o venire presi per provocatori prima e scemi poi, se non istigatori al crimine, dagli abituali consessi all’interno dei quali si vede progressivamente svanire la concreta speranza di essere ascoltati e compresi, se non amati; oppure rinchiuderci in club diametralmente opposti e stagni, e da cattolico italiano so bene quanto i cattolici italiani riescano a essere noiosi e ottusi e ripetitivi oltre che codini quando non ipocriti e tiepidi.

Ho vissuto anni in Inghilterra vedendo erodere ogni settimana un po’ della libertà di dire ciò che si pensa, di puntare il dito contro il re nudo, di non negare l’evidenza più lampante. Per timore di offendere qualsiasi tipo di minoranza gli inglesi hanno sortito l’effetto di creare una nuova minoranza ammutolita e perseguitata, composta da tutti coloro i quali non fanno parte di nessuna di queste minoranze intersecate e sovrapposte che si sono trasformate in vacche sacre e scodinzolano dispoticamente. Sono tornato a vivere in Italia e qui assisto all’identica differita, patrocinata da lenzuolate stucchevoli e dementi campagne di hashtag, giornate contro e giornate a favore di incommensurabili cazzate, acquiescenza all’idea che se un uomo uccide una donna compie un atto diverso e più grave rispetto alla donna che uccida un uomo; all’idea che si sia all’improvviso maturato il diritto di sposarsi a piacimento e di ottenere tutto ciò che si desidera; che abbia ragione una Boldrini per la quale le donne sono talmente uguali all’uomo da essergli superiori e non un Erdogan per il quale è sconsigliabile mettere nelle mani di una donna la stessa zappa dell’uomo e imporle di zappare egualitaristicamente; che la nostra civiltà e l’altrui sono consimili e interscambiabili, con le decapitazioni quale pittoresco incidente di percorso; che gli invasori siano migranti e quindi una risorsa, come lo furono i barbari per rinnovare l’Impero Romano; che un figlio sia un fastidio sulla strada della luminosa carriera della madre e della sua libertà di spendere denaro per fini più nobili; che Dio non esista perché non tutto va per il verso che vorremmo; che la fede sia una prospettiva privata, un occhiale colorato per vedere il mondo rosé; e infinite altre scempiaggini che si tengono l’un l’altra per mano come le fisarmoniche di giornali ritagliati a forma di omino, e che chissà quante altre se ne porteranno appresso in anni futuri e prossimi che non sono sicuro di voler vedere.

Non certo da militante. Per dieci anni abbiamo suonato il flauto per persone che non hanno ballato, abbiamo cantato un lamento per persone che non hanno pianto e che adesso si sono accodate alla dittatura del pensiero unico costituendo una massa critica di maggioranza bovina e insormontabile, almeno per le nostre forze residue. Nel Vangelo c’è scritto chiaro e tondo che non praevalebunt e quindi possiamo nutrire la ragionevole certezza che i secoli spazzeranno via queste cianfrusaglie con la stessa vigoria riservata a tutte le ideologie che le hanno precedute; ma è piuttosto evidente che non saremo noi. Coltiveremo il nostro giardino, anzi, vivremo asserragliati la vita nei boschi, ognuno per conto proprio aspettando che la peste si propaghi fino alla nostra soglia, cercando di mangiare bene, leggere qualche classico, oziare col caffè compulsivo e l’occasionale sigaretta. In camera ho un whisky canadese che scende con facilità insidiosa; arrendiamoci, sarà un successo.

domenica 23 novembre 2014

A Pavia, pensate, la domenica è talmente lunga che ho preparato un prontuario di reperti derbistici in attesa del Milan-Inter di stasera. Lo trovate su Quasi Rete, blog letterario della Gazzetta dello Sport, con almeno una cosa che non vi aspettate.

sabato 22 novembre 2014

Oggi non è il compleanno di Voltaire ma nemmeno ieri, probabilmente, a voler essere pignoli e a non voler correre dietro a tutte le rubrichette di curiosità amene che i quotidiani utilizzano come riempitivo virtuale. Il dato certo è che Voltaire è stato battezzato il 22 novembre 1694, quando era prassi che gli infanti venissero presentati in chiesa a un giorno di età (stenterete a crederlo, ma c'è stato un periodo in cui l'Europa era cattolica). Solo prassi però: non per questo si può essere sicuri che Voltaire fosse nato il 21 novembre, visto che in talune circostanze e con una certa insistenza lo negava e asseriva di essere nato il 20 febbraio 1694, salvo talaltra volta negare anche questo e con una certa insistenza asserire di essere nato il 21 novembre 1694. Solo una cosa Voltaire cattolico - che studiò dai gesuiti e corrispose con Papi e cardinali e visse in terre protestanti senza mai convertirsi al protestantesimo e fece edificare una chiesa in casa sua e vi prese pubblicamente la comunione e fu nominato terziario francescano e fece brigare i parenti per garantirsi un funerale religioso il più possibile solenne - non negò mai né asserì altrimenti: di essere stato battezzato il 22 novembre 1694. Quindi smettiamola di festeggiare i compleanni come se fossimo rimasti bambini e iniziamo a festeggiare gli anniversari battesimali, è più sicuro.

venerdì 21 novembre 2014

Qualsiasi cosa abbiate fatto, oggi dovevate invece prendervi un giorno di ferie e leggervi Repubblica con calma, da cima a fondo. Vi faccio io un bigino. Avreste appreso che i metodi di Viktor Orban, il quale lascia che in Ungheria vengano impunemente strappati e bruciati i vessilli dell'Unione Europea, sono paragonabili (a pagina 18) a quelli dei nazisti in quanto costoro strappavano i libri e li bruciavano. Sfugge all'estensore dell'articolo che obiettivo specifico dei nazisti era limitare la crescita delle idee impedendo la libera circolazione delle parole, per quanto ragionevoli; e che sullo stesso quotidiano (a pagina 25) si trova un articolo contro un'assurda legge per la quale un vino prodotto in una regione non può risultare da etichetta prodotto nella regione in cui viene prodotto a meno che non coincida col vino denominato come la regione in cui questo singolo vino viene prodotto insieme ad altri denominati diversamente. Indovinate chi ha escogitato questa normativa? L'Unione Europea, esatto, che dunque pratica lo stesso hobby di impedire la libera circolazione delle parole, anche le più ragionevoli - quali ad esempio far applicare la dicitura "prodotto in Piemonte" a un vino prodotto in Piemonte. Lieve discrepanza fra un articolo e l'altro, al confronto della quale l'intervista (a pagina 35) a Laura Boldrini su lavoro femminile e violenza sulle donne è un capolavoro di arguzia, di logica, e di lucidità.

mercoledì 19 novembre 2014

Vito Mancuso oggi commenta su Repubblica le dichiarazioni teologiche di Umberto Veronesi (sintetizzando, Veronesi non crede in Dio perché non lo ritiene alla sua altezza) in cui il luminare scopriva l'esistenza del male nel mondo e ne deduceva l'assenza di Dio. A quest'originale argomentazione, destinata a far tremare le fondamenta di due millenni di civiltà occidentale superstiziosa e vana, Mancuso aggiunge una postilla che riporto: "Si tratta di un'esperienza peculiare del mondo occidentale formato dal cristianesimo, perché nei termini raccontati da Veronesi essa non potrebbe avvenire né nell'Islam, né nell'hinduismo e in nessun'altra tradizione religiosa. Per negare Dio tale ateismo si nutre dell'argomento del bene [eccetera eccetera]. Se Dio è del tutto buono e ci ama, e se è al contempo onnipotente, il male nel mondo non dovrebbe esistere; ma visto che il male esiste, a non esistere è il Dio buono e onnipotente di cui parla il Cristianesimo". Tutto giusto salvo il dettaglio che in un volume che gode di diffusione clandestina in alcuni settori del Cristianesimo occidentale, la Bibbia, e più precisamente in un testo che è accettato come canonico tanto dagli ebrei* quanto dai cristiani, si trova la domanda: "Se da Dio accettiamo il bene, perché non dovremmo accettare il male?" (Giobbe 2, 10). Che tutti gli studi di Mancuso e tutta la scienza di Veronesi pesino meno di un versetto di Giobbe è per qualche strana ragione, non facilmente spiegabile, rassicurante se non consolante.


*Quelli che non sono ancora stati uccisi per il solo fatto di essere tali.

lunedì 17 novembre 2014

La paginetta che ho scritto su fiaccole e forconi ha causato qualche perplessità nei pavesi (meno di quante ne avrebbe causate, che so, a Matera) fra cui spicca quella dell'ottimo Gino Cervi, amico fraterno che da anni gestisce Quasi Rete oltre a fare tante altre cose belle e interessanti davvero, non per farci complimenti a vicenda. Cervi mi ha scritto, su facebook che ogni tanto serve a qualcosa oltre che a guardare le foto di - vabbe', lasciamo perdere:

caro antonio, evito preamboli del tipo "sai quanto, prima di tutto, ti voglio bene, e in secondo grado abbia stima del tuo smerigliante logos". vengo quindi al sodo. ho letto l'ultimo post sul tuo candido e sono rimasto raggelato. l'altra sera mi sono imbattuto assai casualmente sulla notizia dell'incidente di elena madama, data quasi in diretta nella rete (sito della provincia pavese, rilanciato da qualcuno su fb). il fatto spaventoso di per sé è stato amplificato in me nel suo orrore dallo scatenarsi della turba dei commenti come pietre il giorno di santo stefano protomartire. questo a caldo. a freddo invece leggo il tuo esercizio di agudeza e mi viene, oltre che gelo, non so se più rabbia o tristezza. ti chiedi dell'utilità delle fiaccole senza i forconi. credimi, antonio, non c'è bisogno di mettere la tua intelligenza al servizio della torma latrante di chi chiede pronta e sommaria vendetta. e non c'è neppure bisogno di chiedersi l'utilità del ritrovarsi insieme di fronte, o a cercare di far fronte, al probabilmente inesplicabile senso del male e delle sue universali manifestazioni. meglio farlo insieme, te lo assicuro. e non per una visione tolstojana dell'anima mundi, ma perché insieme, con un rosario o con una fiaccola in mano a tentare di rischiarare le tenebre, si è più forti di qualsiasi siepe agitata di forconi. capisco che da qualche tempo a questa parte forse il tuo cesaropapismo è messo a dura prova dal fatale declino del "papi" e dai dribbling del tifoso del san lorenzo de almagro, e ti mancano i riferimenti: ma cercarli nella più cupa vandea dei forconi mi pare davvero un insulto al tuo essere antoniogurrado. ciau

Io ho risposto, e qui trascrivo per conoscenza:

Gino, hai ragione, ultimamente mi faccio prendere dalla cattiveria a mente fredda (ma non è colpa del Papa, ci mancherebbe) anche se in questo caso il punto era un altro, ma non mi sono spiegato: capisco il senso di un rosario, cioè un evento verticale per chiedere qualcosa di trascendente in un momento di difficoltà; capisco meno il senso di una fiaccolata, cioè un evento civile la cui principale caratteristica era di non essere rivolta verso l'alto ma solo in orizzontale, e quindi prigioniera dell'immanente, che è appunto il luogo dove male e abisso sono inevitabili. In questo senso le fiaccole avrebbero avuto senso solo accompagnate dai forconi, perché l'unica cosa ragionevole che si può fare senza Dio è la vendetta. Nel Vangelo è scritto che durante il monologo dell'Ultima Cena Gesù dice agli apostoli con la consueta brutalità: "Senza di me non potete fare nulla" (Giovanni 15, 5); per quel poco che conosco la logica un po' fuzzy dei Vangeli questa frase significa anche il suo contrario, che magari un logico formale non approverebbe: "Con me potete fare tutto". Io figurati, da cattolico (cioè da essere umano) sono convinto che per questo si debbano perdonare tutti quelli che si pentono, anche quando ci fa schifo. Un abbraccio

sabato 15 novembre 2014

Urge sempre più una campagna per il ripristino della realtà. Prendete Roma. Lì il sindaco viene contestato dalla folla e sconfessato dal partito non perché ha arbitrariamente e unilateralmente deciso di celebrare de facto il matrimonio fra due uomini, due donne o due cocomeri, anzi due uom*, due donn* o due cocomer*, bensì perché suole parcheggiare la Panda in divieto di sosta. (Fra parentesi, indipendentemente dal genere dei contraenti ci sarebbero molte cose da ridire sui matrimoni in municipio, un po' come sui battesimi in tabaccheria). Prendete anche Pavia. Una povera ragazza viene travolta da due su un'auto rubata che la trascinano lungo tutta la strada principale della città e due sere dopo i concittadini si riversano nella medesima strada per l'immancabile fiaccolata mentre lei giace immota in un letto d'ospedale. Mi dicono che altre persone in un altro momento hanno anche organizzato un rosario per pregare per lei. Tutti speriamo che sopravviva e tutti siamo dispiaciuti però, mentre anche chi non crede vede l'utilità del rosario (chiedere a Dio che preservi una vita) anche se poi può soggettivamente questionare sulla sua efficacia, io sono qui che mi domando, di là dall'indubbia bontà d'impeto dei dimostranti: a cosa servono in questo caso le fiaccole senza forconi?

martedì 11 novembre 2014

Non a torto ieri mia madre mi ha contattato chiedendomi informazioni sul tipo di bara che desidero, non perché la mia salute stia peggiorando (non sensibilmente almeno, per quanto dopo i trenta sia tutta una china discendente e dopo i quaranta restino solo tasse e malattie) ma perché l'altro giorno avevo dichiarato tutto contento su facebook: "Adesso che Ho visto Maradona è stato recensito sul Guerin Sportivo posso anche morire contento". Che mia madre non abbia un profilo facebook e che dunque si sia con ogni evidenza appoggiata ai servizi segreti della Germania dell'Est è un altro discorso; sorvoliamo. Mi preme piuttosto domandarmi se si possa provare affetto nei confronti di un giornale e maturare un legame duraturo negli anni con un oggetto che, per quanto pieno di parole, è senza dubbio un oggetto e peggio ancora, a differenza di un libro, muta di volta in volta formato e contenuto e autori. Sono sicuro che se si fosse trattato di un sito, di qualcosa di non tangibile, il legame non si sarebbe creato: perché la maniera migliore per dimostrare il mio affetto nei confronti del Guerino consiste nel conservarne le copie che ho comprato dal 1988 (in altri tempi presagivo che me le sarei portate anche nell'oltretomba, dico anche questo a beneficio di mia madre) e quindi nel sottrarre spazio concreto ad altre cose e, in casi estremi, ad altre persone.

Il primo numero del Guerino che possiedo ha ventisette anni ed è lacero, senza più copertina, con figurine (figurine!) attaccate su pagine a caso per quanto provenienti da una stagione calcistica diversa e posteriore; il Guerino in sé è più vecchio, essendo stato fondato nel 1912 ed essendo come tale il più antico settimanale sportivo d'Europa e credo il più antico periodico ancora attivo in Italia. Quando ho scritto con Francesco Savio un libro di metafisica pallonara che si chiamava Anticipi, posticipi avevamo notato che la pubblicazione sarebbe caduta in concomitanza col centenario e avevamo deciso di unirci ai festeggiamenti. Così scrivevamo in una nota al testo:

Quando ci siamo affacciati per la prima volta al calcio la pay-tv era ancora di là da venire e gli unici anticipi e posticipi che potevamo permetterci erano psicologici: il posticipo dell'attesa di poter vedere stampate le foto a colori della settimana calcistica e l'anticipo della trepidazione del momento in cui l'edicolante avrebbe annunciato che dentro il pacco degli arrivi c'era finalmente il Guerin Sportivo. Il nostro immaginario calcistico, così come lo raccontiamo in questo libretto, è nato grazie a questo. Nell'anno in cui celebra il proprio centenario, riteniamo quindi doveroso dedicare Anticipi, posticipi alla gloria del Guerino.

Poi ci siamo evoluti e io mi sono messo a scrivere - su ordinazione di un editore che deve ancora mandarmi quanto meno le cinque copie che mi spettano da contratto - un romanzetto a tema su calcio, Mondiali, Napoli e comunismo. L'ho chiamato Ho visto Maradona e l'ho usato per raccontare il dramma dell'unico adolescente milanista e comunista in una città profondamente e istintivamente maradoniana e democristiana, mettendolo di fronte al duplice sconforto dello scudetto al Napoli e della caduta del Muro di Berlino (il Muro di Berlino, qualcuno l'avrà notato in questi giorni, è caduto venticinque anni fa; e qualcun altro avrà anche notato, dando un'occhiata agli sviluppi dalla Germania, che forse era il caso di tenerlo su). Per riempire le pagine ho dovuto studiare. Così scrivo nella nota a quest'altro testo (annoto un sacco, io):

Questo, volendo, è un romanzo storico; di sicuro ha delle fonti. Eccetera eccetera i servizi firmati della "Domenica Sportiva" andati in onda su Rai Uno fra il 1987 e il 1990 bla bla bla le registrazioni di "Tutto il calcio minuto per minuto" eccetera eccetera. Gli eventi sportivi dell'epoca e più in generale la temperie che li contornava sono stati ricostruiti dai numeri del Guerin Sportivo, allora diretto da Marino Bartoletti.

Quest'annosa pila di giornali inutili e ingombranti, che mia madre ciclicamente voleva farmi gettare via perché non servivano a niente, mi ha per lo meno consentito di mettere su due libri di calcio che magari hanno fatto passare mezz'ora di tempo a tre persone; che poi in senso più lato i due libri non siano comunque serviti a niente è un altro discorso, come gli oscuri legami fra mia madre e la DDR. Muoia pure oggi (io), almeno potrò portarmi in tasca la recensione di Christian Giordano, che è bella e d'impatto perché apre la doppia pagina del Guerino dedicata ogni mese ai libri, e che riproduco qui sotto per consolarmi da solo, ma in bassa definizione per non esagerare.




(Ho anche fatto un Voltaire cattolico sul quale l'influsso del Guerino è stato più contenuto.)

lunedì 3 novembre 2014

Materani, ancora uno sforzo! Ho apprezzato il vostro tentativo di leggermi collettivamente ma avrei preferito che mi leggeste tutto, o anche solo un po’ oltre la rubrichetta settimanale di satira su Tempi che si è imbattuta nella nomina della vostra città a futura capitale europea della cultura e che adesso, contenti voi, è chiusa. Prima di accusarmi unilateralmente di ingiustificato odio e preciso accanimento nei confronti della vostra città, avreste potuto spingervi a scoprire che nello stesso identico giorno in cui questa mia mano scriveva (su un quaderno a quadretti, con brutta grafia) la satira sulla futura capitale europea della cultura, nello stesso identico giorno, dicevo, la mia mano scriveva anche uno sperticato elogio del romanzo di una vostra concittadina, contro la quale avrei dovuto invece scagliarmi col sangue agli occhi se fossi sottostato alla vostra teoria che mi vuole pregiudiziale nemico di tutto ciò che è Matera, viene da Matera o sembra anche solo lontanamente Matera.

Avreste potuto, prima di commentare in tromba il mio sommesso articolo sul sito di Tempi e sui social network più coloriti, esplorare gli archivi e scoprire un pezzo antiquato (dell’estate scorsa, ohibò) in cui prendevo le difese di Charlie Brooker, opinionista e umorista britannico sul quale grava l’indubbia colpa di non essere di Matera ma che ha detto cose molto scaltre sull'aver più volte richiesto al quotidiano per cui scrive, il Guardian, di impedire i commenti sotto i suoi articoli con la precipua motivazione che lui scrive per essere letto, non per far scrivere i lettori. Avreste potuto, se non siete versati con l’inglese, cercare il mio nome e scovare questo mio blog discontinuo, capriccioso, mercuriale, in cui ho disattivato da mo la possibilità di lasciare commenti perché sono favorevole alla separazione delle carriere: chi scrive scrive e chi legge legge. Leggere cosa scrive un lettore mi interessa tanto quanto scoprire come rammenda le suole il mio pizzaiolo. Se volete essere letti, fate fatica come l’ho fatta io in anni di letture prolungate e tentativi di scrittura e rifiuti editoriali e riletture per lisciare gli avverbi e miopia crescente e crampi alle mani e lenta lentissima erosione di un mondo culturale a tratti impenetrabile onde poter riuscire a pubblicare qualche articolo sui giornali nonché a farmi assegnare una rubrichetta settimanale di satira, che adesso è svanita nel nulla.

Materani, siete ancora lì? Probabilmente no, in quanto dalla lettura forzosa dei vostri commenti ho dedotto una dissuetudine a finire gli articoli: altrimenti avreste incocciato l’ultimo capoverso della mia rubrichetta settimanale di satira (che adesso non c’è più) in cui con una finta lettera di Mel Gibson già parodiavo alcune delle proteste non propriamente imprevedibili che sarebbero emerse nei successivi commenti in difesa della vostra città e delle sue bellezze e perfino della sua stazione ferroviaria. Se aveste letto tutto, magari, vi sareste ricreduti trattenendovi dallo scrivere considerazioni che erano già state derise nell’articolo che vi stavate accingendo a commentare. Alla peggio avreste potuto fare come il gentiluomo che ha commentato il mio articolo tre volte: la prima per dire che non meritava neanche di essere letto e che infatti lui non l’aveva letto; la seconda per notificare che si era sforzato di arrivare fino a metà ma l’aveva trovato eccessivamente greve e rancoroso per riuscire a spingersi oltre; e la terza per concludere: “L’ho letto tutto, in effetti è divertente”. Chi mi ha puntato contro l’indice accusatore strillando che l’autrice del mio articolo aveva il dovere di rispondere, non si sa cosa non si sa a chi, avrebbe potuto pazientare e attendere un mio outing in cui rivelassi al mondo che sono maschio.

Avreste potuto, materani, prima di accusarmi di essere al soldo di qualche altra candidata futura capitale europea della cultura, e anche prima di accusarmi di essere un cieco sostenitore del Nord a discapito del Sud, cercare su questo mio blog le parole “capitale europea della cultura” e scoprire che mesi e mesi fa avevo già dileggiato la candidatura di tutte le reginette sparse sul suolo patrio a questo titolo frivolo e che avevo contestualmente candidato Pavia al titolo indiscusso di capitale europea della tristezza. Avreste potuto, prima di commentare l’ultima involontaria puntata della mia rubrichetta settimanale di satira, prendere la rincorsa e scoprire che il mio primo primissimo articolo pubblicato su Tempi risale a boh, sei anni fa credo, che compariva entro un ciclo sulle piazze d’Italia, che era dedicato a Pavia e che infatti esordiva con un bel “Pavia non esiste” – nelle pagine successive spiegavo perché.

Prima di trarre conseguenze sul mio essere longobardo e di conseguenza leghista antimaterano, avreste potuto documentarvi e scoprire che vengo da Gravina, a venti chilometri da Matera nientemeno. Prima di argomentare che ho attaccato Matera perché come chiunque vive a Gravina la odio e la detesto, avreste potuto informarvi e scoprire che ho abbandonato i vostri paraggi quindici anni fa, verso città italiane ed estere che non sono mai state capitali europee della cultura, e che oramai considero le vostre rivalità con distacco siderale. Avreste anche potuto trarre giovamento e forse ilarità da una serie di frasette leggere che avevo scritto in agosto, una al dì, per prendere in giro Gravina visto che mi trovavo costretto a trascorrerci l’estate – rendendo così, me ne accorgo solo ora, un grande servigio alla vostra futura capitale europea della cultura perché, se tanto mi dà tanto, per corrispondenza biunivoca voi materani dovete odiare e detestare Gravina e forse chissà, la vostra reazione al mio articolo era specularmente causata da quest’intrinseco campanilismo, altroché.

Avreste potuto, ma senza esagerare, prestare attenzione al caso che si trattasse di una rubrichetta settimanale di satira (non ricordo se ho già detto che ormai è chiusa) e forse anche leggere a ritroso le sette puntate precedenti rendendovi conto che lo stesso trattamento riservato a Matera – che voi avete trovato volgare e razzista – lo avevo riservato a categorie difformi quali i giornalisti, i calciatori, i politici, i poeti, i filosofi dell’ottocento e gli orsi. Credete forse che siano tutti materani? C’è magari qualcuno di voi che ha preso sul serio la vecchia puntata in cui dichiaravo incidentalmente che l’estensore della rubrichetta (chiusa, sparita, kaputt) mangiava i bambini ed è quindi corso a mettere i figli in salvo?

Materani, mi sono stancato e chiudo qui l’intemerata. Mi dovete delle scuse ma sono buono e vi perdono. Per la prossima volta, vi consiglio di leggere prima di scrivere, e vi ricordo che quando diffuse la falsa notizia di essere lui il capo delle Brigate Rosse, Ugo Tognazzi rilasciò poi un’unica dichiarazione alle folle indignate per l’eccesso di umorismo: “Rivendico il diritto alla cazzata”.


[Noterella: Francesi, ancora uno sforzo fu un pamphlet composto nel 1795 dal marchese de Sade.]

venerdì 31 ottobre 2014

Donne nude, donne nude! Per questo motivo le università americane non tengono più corsi su Henry Miller, che pure sarebbe l'autore più utile agli studenti in quanto è stato l'unico a realizzare il sogno di qualsiasi scrittore: pubblicare tutto quanto si fosse prefisso e trascorrere gli ultimi vent'anni di vita a giocare a ping-pong (vedi sotto). Sul Foglio in edicola oggi spiego perché, grazie alla sua biografia scritta da Arthur Hoyle e pubblicata da Odoya.



domenica 26 ottobre 2014

Declino e caduta 8
Su Tempi in edicola da giovedì scorso; sul sito del settimanale, corroborata da alcuni acuti commenti; e anche qui, dove i lettori non hanno libertà di parola.

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Sarebbe stato il turno dell’Italia ma, con una decisione a sorpresa, una commissione di esperti in commissioni di esperti ha assegnato il ruolo di capitale europea della cultura 2019 a Matera. “È una grande occasione di rilancio per il Sud”, ha dichiarato a caldo Pasquale Lorusso, pastore, che grazie allo stanziamento di fondi comunitari nel 2019 verrà promosso archimandrita. “Il Sud meritava questa grande occasione di rilancio”, fa eco Carmela Patruno il cui ruolo è stato decisivo poiché detiene il record continentale di telefonata più lunga a una figlia che studi al Nord. La giovane Nunziatina Patruno studia infatti Analfabetismo Giornalistico presso l’università di Bari; il suo sogno è diventare collaboratrice fissa di Tempi e scrivere ogni settimana, fino al 2019, un articolo in cui spiega che l’assegnazione a Matera del ruolo di capitale europea della cultura è una grande occasione di rilancio per il Sud.

Arrivare a Matera è facilissimo. Da Napoli, basta affidarsi alla Madonna di Picciano. Da Bari invece bisogna uscire dalla Stazione Centrale, sgominare una banda di scippatori inspiegabilmente sfuggita alla repressione attuata dalla giunta Emiliano, entrare nella stazione delle Ferrovie Appulo-Lucane, persuadere un loro dipendente a emettere regolare biglietto, a costo di pagarlo in contanti, quindi salire su una pittoresca littorina che in giornata vi farà arrivare ad Altamura, dove la commissione di esperti ha già fatto predisporre un sistema di trasporti sostitutivi a dorso di mulo o, alternativamente, di studente fuori sede. “È una grande occasione di rilancio per il Sud”, ha dichiarato in esclusiva a Tempi il locale assessore a disoccupazione e rubamazzetto, che nel 2019 verrà promosso assessore a metafisica ed ermeneutica. “Sottolineo che le parole pronunciate a Bruxelles dal vicepresidente dell’Europarlamento Gianni Pittella sono risultate determinanti nel convincere la commissione di esperti che a Matera si parli ancora un’antichissima lingua indoeuropea altrove estinta. Quando hanno sentito il tenc iù conclusivo era troppo tardi”. Il sindaco ci mostra le principali bellezze di Matera: “Questi sono i Sassi, dove è stato girato il film di Pasolini, mentre quelli laggiù sono i Sassi, dove è stato girato il film di Pasolini. Lì in fondo potete notare i Sassi, dove è stato girato il film di Pasolini; e resterete stupiti all’apprendere che proprio a Matera, città dei Sassi, Pasolini ha girato un film che fu una grande occasione di rilancio per il Sud”.

“Caro direttore”, ci scriverà Mel Gibson la settimana prossima, “ho ritenuto gravemente lesivo dell’immagine della città di Matera il ritratto che ne emerge dalla rubrica di satira ospitata ogni settimana dal suo mensile. Non è assolutamente vero che a Matera non arrivino i treni: io stesso ho provveduto a ordinarne uno su Amazon. Matera è una città ricca di persone stupende, che è stato un grande piacere fustigare a sangue durante i provini per La Passione, film che spettatori superficiali hanno creduto girato in aramaico mentre i personaggi parlavano un’antichissima lingua indoeuropea i cui segreti sono gelosamente custoditi da Gianni Pittella. Con questa mia richiedo la pubblicazione di un articolo riparatorio in cui si dica che a Matera ci sono i Sassi, dove è stato girato il film di Pasolini. L’elezione a capitale europea della cultura è infatti una grande occasione di rilancio per il Sud. Smentisco inoltre che a Matera esista un assessorato a disoccupazione e rubamazzetto, nome sotto cui l’estensore della rubrica ha malevolmente denigrato l’assessorato a parcheggio in doppia fila e rubamazzetto. Seguono questa lettera duemilacinquecento X in rappresentanza delle firme di una delegazione di cittadini materani le quali, grazie allo stanziamento di fondi comunitari, entro il 2019 diventeranno altrettante Y”.



martedì 21 ottobre 2014

Da domani trovate in libreria La domenica lasciami sola, romanzo rosa-calcistico di Simonetta Sciandivasci, materana a Roma, firma del Foglio ogni martedì. Lo ha pubblicato Baldini & Castoldi. Poiché merita, ne ho parlato diffusamente su Quasi Rete, il blog letterario della Gazzetta dello Sport. Ecco la replica della recensione-fiume.

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Simonetta Sciandivasci, notando che La domenica lasciami sola inizia con una dedica ho temuto il peggio ma poi ho capito che si trattava di un machiavello per indispettire il lettore e poi tramortirlo con un incipit folgorante. Ho trovato formidabile l’idea di trasformare la finale di Champions – con te solinga che la guardi sul divano – in una battaglia di Waterloo cui assisti come Fabrizio Del Dongo: un evento storico del quale non capisci nulla per via di un’incompetenza talmente adamantina da ammettere candidamente: “Mi fermo alla Coppa Italia e ai Mondiali, per il resto vado a Messa”; “Europei ogni due anni; Olimpiadi ogni quanto non l’ho ancora capito; Mondiali ogni quattro”. Riesci però a non capire niente con soave consapevolezza e infatti non ti sfuggono alcuni fondamentali che invece nella loro enormità risultano anguille per maschi ottenebrati da troppa retorica da pay tv. Ad esempio, fra Real e Atlético Madrid tifi Real perché ha un nome aristocratico, perché è ricco, perché vince spesso e perché “degli atletici e dei pauperisti diffido, soprattutto se maschi: non mi aprono la portiera, non mi offrono la cena, in pausa pranzo vanno a correre”. Intuisci che “se l’Atlético dovesse vincere, verrà instaurata la dittatura del proletariato” e soprattutto che quelli che tifano Atlético “possono buttarla sul romanticismo quanto vogliono ma la verità è che sono solo invidiosi”.

Mi insospettisco dunque e mi domando se il tuo non capire niente di calcio sia una maschera sbarazzina sotto la quale nascondi di capire molto di tante altre cose. Fingi di avere scritto un romanzo d’amore – e come tale lo venderanno, per carità, ben venga – ma la storia della ragazza che s’innamora dell’uomo innamorato del calcio è una maniera elegante di parlare d’altro. Apparentemente non mi dai ragione. Contro una pletora di soloni imbolsiti contesti l’idea che il calcio sia metafora della vita e dichiari: “Il calcio è  il calcio. Punto”, così come Oscar Wilde faceva dire a Erodiade che “la luna somiglia alla luna, e basta”; non somiglia né a una donna né a un fiore né a una mano. Per fortuna non sei una grande decapitatrice quindi posso ribattere: proviamo a leggere il tuo libro senza pensare al calcio?

No, dirai tu. Senza il calcio non c’è il tuo libro – anzi, come essere più chiari?, hanno pure disegnato un pallone in copertina. Senza calcio non ci sarebbero le battute svampite che sono balenii di surrealismo inaspettato. La Roma incontra l’Arsenal: “Che cos’è, un detersivo?”. Gioca col numero 5: “Come Chanel, brava!”. Se uno legge su questo livello, oltre a ridere molto, mette il romanzo sul piano della grande chick-lit divertentissima, ti fa sinceri complimenti e finisce là. Però La domenica lasciami sola va oltre e funziona perché mina le basi psicologistiche non solo dei romanzi rosa postmoderni ma anche della narrativa di sé stessa che ogni singola donna (e anche gli uomini ormai) si racconta per giustificarsi piagnucolando, pretendendo attenzione e conforto perché crede di essere l’unica a non star bene: “Nessuno sta bene”, scrivi tu, “vivere è un disastro”.

Non pensare alla trama, la trama non conta. Mi piace il modo in cui dici la verità senza lesinare sulle parole giuste né perderti in distinguo e smarrirti nel labirinto di cosa penseranno i benpensanti. Di questo passo non scriverai mai sul Corriere della Sera, sappilo. Continuerai a oltranza con Giornale e Foglio e io continuerò a leggerti sapendo che quando c’è da sparare spari e dici senza paura ma con luminoso umorismo che il matrimonio è stato lasciato diventare una cosa da gay, che l’incremento di matrimoni eterosessuali è merito degli immigrati quindi le donne farebbero meglio a convertirsi all’Islam, che farai figli con l’uomo che ami ma solo se prima ti sposa, che “l’amore nasce dal mistero, non dal rendiconto”, che l’incivilimento dei maschi porterà all’estinzione, che il sessismo è sexy, che l’amicizia fra uomini e donne non esiste, che quelle che fanno le sofisticate hanno sovente le tette piccole e che l’ateismo non lo sa ma è figlio di Dio. Mi sono alzato in piedi ad applaudire come un cretino, in camera mia, quando ho letto che proibiresti per legge alle donne di pagare al ristorante e presumo anche, per estensione, l’utilizzo del denaro, la schiavitù lavorativa, l’ipocrisia del fingersi realizzate perché si appaltano le proprie ore all’ufficio anziché alla pace domestica. Di fianco alla scena in cui la protagonista si fa portare al ristorante e poi chiede al maschio “Scegli il mio ordine”, ho disegnato un piccolo cuore. Ma poiché come te ho paura di Laura Boldrini e delle accuse di femminicidio preterintenzionale, non me la sono sentita di fare altrettanto quando lei gli chiede: “Prima voglio che tu mi dia un ceffone”.

“Quando una cosa è oscura, o è jazz o è fuorigioco”. Più ancora della pagina di improperi a Marco Travaglio mi è piaciuta la tua predilezione per la semplicità, il senso della quale è andato perduto in un mondo pretenzioso che la trova riduttiva. Tu invece rivendichi che la donna non deve poter fare tutto, che non si deve per forza capire tutto, che quindi il fuorigioco può tranquillamente restare misterioso e che di conseguenza, quando proprio si deve guardare la partita insieme, la donna non deve mai – mai – porre domande all’uomo. Sante parole. L’uovo di Colombo è a pagina 124 dove, poco prima di chiedere a Dio se le quote rosa siano peccato, argomenti incidentalmente che il femminismo è calvinista. (Non ho mancato di notare che nel romanzo dopo Dio, per ottenere un crescendo di suspense, fai intervenire anche Andreotti). Giusto: come il calvinismo il femminismo pretende di capire tutto, presuppone di averlo capito, distingue il bene dal male con una riga netta, si mette dal lato del bene e dà il righello sulle nocche a tutti i presunti malvagi. (Questo in effetti mi illumina anche sugli improperi a Travaglio). Non hai paura di chiamare le cose col loro nome e quindi definisci eugenetica la pretesa femminile di trovare un uomo alla propria altezza quando invece “l’uomo che ci merita, banalmente, è l’uomo che ci ama”.

Una copia di questo libro andrebbe spedita ogni giorno a Laura Boldrini, nella speranza di trovarla non troppo impegnata a farsi fotografare col velo o a dichiarare che la bellezza dell’immigrazione salverà il mondo. Capirebbe che col calcio gli uomini continuano a giocare tutta la vita; le donne invece lasciano le Barbie a dodici anni e per questo, scrivi, diventano “esseri cupi e grigi”. In copertina a La domenica lasciami sola c’è scritto “romanzo” ma sotto sotto viene fuori prepotente un pamphlet fatto come si deve, che tramite il calcio intende restituire agli uomini “il sogno atavico e spudorato”: quello che per voi donne, lo sostieni tu perché io non ne ho idea, è stato il matrimonio di Grace Kelly. Non contenta, dai anche le istruzioni su come tenere insieme questi estremi non comunicanti: la colla che tiene uniti uomini e donne è un sospiro, lo stesso rassegnato ed esasperato e affettuoso che John Lennon emette all’inizio di ogni ritornello di Girl. Quando si sta insieme bisogna essere uniti, non coerenti né tanto meno rispondenti a un ideale astratto; “dobbiamo essere una coppia, non una linea editoriale”.

Hai fatto rotolare il pallone lontanissimo ma devi solo sperare che le persone leggano il tuo romanzo come scanzonata presa in giro dei maschi ultras che vanno allo stadio pure quando è chiuso, come storiella romantica col lieto fine dagli occhioni a cuoricino. Allora salteranno le pagine sulla disfida onirica fra quelli che guardano il calcio senza donne e quelli che lo guardano con le donne, in cui convochi undici maschietti per fazione e chiami ciascuno di loro a tirare un rigore ossia a pronunciare una frase che trovano risolutiva in un senso o nell’altro. Intuirai con chi mi sarei schierato. Se oltre ad Alessandro Giuli, Maurizio Milani, Piero Vietti e Franco Trentalance (trova l’intruso) avessi convocato anche me, mi sarei limitato a spedirti due righe sibilline: Quando chiesero a Miguel de Unamuno perché mai non ci fossero grandi filosofi spagnoli, rispose chiedendo se ci fossero grandi toreri tedeschi. Poi mi sarei rintanato a leggere i consigli che elargisci alle donne (“Si dà il peggio di sé quando si cerca di fare qualcosa per il bene dell’altro”) e indirettamente agli uomini: “Evitare quelli che credono di averci conquistate dopo un bacio, perché significa che hanno il fiato corto e la tenacia a zero. Significa che avranno gli attacchi di panico non appena diremo loro ‘Stasera ho mal di testa’, invece di infilarci un moment in bocca e convincerci a svestirci e giocare ai film svedesi”.

Tutte verità che non suonano né alla Boldrini né alle zitelle eugenetiche che soffrono di quella che definisci sindrome di Bridget Jones: la convinzione di credere che ci sia sempre a loro disposizione uno migliore di quello che hanno, con l’inevitabile conseguenza di morire di vecchiaia, sole, col cadavere che viene scoperto solo quando è stato mezzo divorato da cani alsaziani. Non ricordi dove hai letto, qualche anno fa, che era stato un ministro inglese a inventarsi questa sindrome causando grande scandalo. Ti vengo incontro. Si chiamava David Willetts, era gennaio 2010, e me lo ricordo benissimo perché era uscito un articolo apposta sul Foglio: l’avevo scritto io. Coincidenza che mi fa sorridere al punto di giungere all’eccesso di perdonarti non solo la dedica ma anche le sette pagine di ringraziamenti, limitandomi a saltarle.

lunedì 20 ottobre 2014

Declino e caduta 7
In edicola su Tempi da giovedì scorso, sul sito del settimanale e pure qui sotto con un gentile omaggio ai lettori più fedeli

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Dopo il successo del film su Leopardi, segnaliamo a Mario Martone un possibile soggetto per una nuova fatica cinematografica: nel 2015 cade infatti parte del bicentenario della nascita di Karl Friedrich Ohrwurm Schmetterling, che per comodità sui manuali di filosofia viene abitualmente designato col nome di Karl Friedrich Ohrwurm Schmetterling von Bademantel onde distinguerlo da Karl Friedrich Ohrwurm Schmetterling van Bademantel. Quest’ultimo fu infatti un esponente del centro hegeliano, il cui principale apporto alla storia del pensiero consisté nel dichiararsi di destra hegeliana quando parlava un esponente della sinistra hegeliana e viceversa, nonché nel litigare con Rosenkranz su chi dei due fosse l’unico e solo esponente del centro hegeliano. Un faticoso arbitrato condotto da Schiller, Schleiermacher e Schnellinger sancì che lo erano entrambi.

Ma torniamo al nostro von Bademantel. Abbiamo detto “parte” del bicentenario in quanto egli nacque dal 20 ottobre 1815 al 7 febbraio 1816: i segni del travagliato parto, che vide la morte di sua madre e di tre zie, permasero su di lui portandolo a diventare il principale esponente dell’allegrismo tedesco. Tale corrente filosofica sostiene che l’allegria non esiste e che, se esistesse, andrebbe punita con una sanzione pecuniaria di 25 talleri incrementabili fino a 250 in presenza di una donna in evidente stato di gravidanza. Il padre di von Bademantel si era suicidato nell’atto di fecondare la moglie; il piccolo viene dunque cresciuto dal benevolo pastore luterano del vicinato, il quale instilla in lui la consapevolezza che Dio ci ha messi al mondo per farci soffrire, per far sì che facciamo soffrire gli altri, che soffriamo al pensiero della sofferenza nostra e altrui, oltre che per soffrire del senso di colpa di aver sofferto senza soffrire abbastanza. Ulteriore disillusione viene causata nel giovane von Bademantel dalla tardiva scoperta che il pastore luterano era in realtà un pastore maremmano.

Nel 1841 si distingue per uno sprezzante libello in cui denigra il monumentale Aut-Aut di Kierkegaard. L’evento fa sensazione soprattutto in quanto Aut-Aut è del 1843, con Kierkegaard costretto a scriverlo in fretta e furia per rispondere alle critiche contenute nel libello di von Bademantel, il quale con quest’opera pensa di essersi assicurato fama e ricchezza ma, come spesso accade ai filosofi, si sbaglia. Il suo editore infatti fallisce e muore inabissato nel Mare del Nord dopo aver tentato di fuggire in barca con tutti gli averi dell’autore. Quanto alla fama, un piccolo errore di stampa nel frontespizio fa sì che la gloria vada tutta attribuita a Karl Friedrich Ohrwurm Schmetterling van Bademantel. La filosofia allegrista di von Bademantel è un protoesistenzialismo parametafisico similstirneriano con venature semieraclitee, che ruota attorno alla consapevolezza che il suo autore morirà giovane. Tale convinzione accompagna von Bademantel fino ai primi del Novecento e oltre. Il peso della morte, il presagio di disgrazia incombente, la necessità dilaniante di fronteggiare la volatilità del tempo, la disperazione e l’angoscia non impediranno a von Bademantel di condurre una vita tristissima, solo occasionalmente alleviata da malanni fisici e in particolare dal Morbo di von Bademantel, che consiste nell’avere sempre tutte le malattie che non si vorrebbe avere mai. La sua profonda meditazione – un febbrile susseguirsi di riflessioni appuntate lungo tutto l’arco della vita nel buio sottoscala che a malapena riusciva a permettersi – è purtroppo andata perduta in quanto integralmente composta dimenticando di intingere il pennino nel calamaio.

bonus track
Concludiamo con la critica mossagli da Emanuele Severino, che contesta alla radice l’asserzione “von Bademantel è il principale esponente dell’allegrismo”: infatti solo l’essere è, mentre il non essere non è. Pertanto “von Bademantel è” può significare o che von Bademantel è in quanto essere, cosa da escludersi in quanto solo l’essere è, e quindi non von Bademantel; oppure che von Bademantel è in quanto non essere, cosa da escludersi in quanto il non essere, per definizione, non è von Bademantel. Questi dunque è e non è contemporaneamente, cosa impossibile: abbiamo così dimostrato per assurdo che la frase “von Bademantel è il principale esponente dell’allegrismo” va piuttosto riformulata in “solo l’essere è, mentre il non essere non è”.


domenica 19 ottobre 2014


Sta per iniziare Verona-Milan, la partita degli incubi rossoneri. Al Bentegodi il Milan, oltre a perdere alla prima giornata l'anno scorso, ha perso uno scudetto nel 1973 e un altro scudetto nel 1990 (qui la radiocronaca in diretta di Enrico Ameri dal Bentegodi e di Sandro Ciotti per Bologna-Napoli; qui invece il servizio-fiume della Domenica Sportiva in cui Franco Zuccalà cerca di spiegare l'inspiegabile.). Ho raccontato quest'ultima sconfitta in Ho visto Maradona descrivendola così, con un impercettibile falso storico.

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Alla penultima giornata di campionato Milan e Napoli sono a pari punti. Sono attesi da avversari deboli e la chiacchiera principale sui giornali riguarda la possibile sede dello spareggio: chi vorrebbe una gara unica a Roma, chi ritiene la capitale troppo a Sud o troppo a Nord e vorrebbe fare una doppia gara a Napoli e Milano, col problema che sarebbe stato spinoso decidere dove giocare l’andata e dove il ritorno e troppo rischioso far vincere lo scudetto alla squadra sbagliata nella città ostile.

Il Napoli gioca a Bologna e dopo un quarto d’ora già vince 3-0. Al terzo minuto Careca raccoglie una palla all’angolo destro dell’area di rigore e la scaglia in rete da posizione inverosimile, trasformandosi da coniglio in prestigiatore. Cinque minuti dopo Maradona riceve palla da una rimessa laterale, s’incunea fra due impotenti difensori e tira un pallone a effetto rasoterra che arriva esattamente nei pochi centimetri fra il palo e le mani protese di Nello Cusin. Infine Francini addomestica una palla a mezz’aria dopo una serie di passaggi al volo, la serve a Careca che gliela restituisce di tacco: tiro e goal. Il resto della partita si gioca ascoltando la radiolina.

A Verona piove. Il Milan fa più fatica ma riesce a segnare alla mezz’ora, su punizione con Marco Simone. A quel punto io cerco di convincere Gringo della maggior ragionevolezza di disputare lo spareggio in gara unica, possibilmente a porte chiuse per evitare il lancio di monetine. L’avversario lotta per la salvezza ma i suoi tentativi sono a dir poco velleitari, come il disperato tentativo di Gritti di colpire di testa un cross rasoterra. Nel secondo tempo Favero sgambetta Massaro in piena area ma il Milan non ottiene il rigore: l’arbitro è Rosario Lo Bello, siciliano, figlio del Concetto Lo Bello che nel 1973 arbitrò un altro Verona-Milan decisivo per lo scudetto. All’epoca il Milan perse 5-3 e nacque una nuova categoria della rossoneria, la fatal Verona. Ma la situazione è sotto controllo e Sacchi, per chiudere la pratica, decide di mandare in campo Gullit, assente da mesi per un ginocchio martoriato.

Nel frattempo al Dall’Ara Marco De Marchi accorcia mollemente le distanze: Bologna 1, Napoli 3. Sull’ala destra, al Bentegodi, Gullit salta la calvizie di Pierino Fanna e mette al centro dove Favero, ancora lui, stende Van Basten. Sarà rigore, no? Invece niente, Lo Bello anziché fischiare corre da Sacchi e gli mostra il cartellino rosso. Il mister si avvia verso gli spogliatoi in una pioggia di oggetti di ogni genere, soprattutto monetine, ironia della sorte; dev’essere scortato dalla polizia in assetto antisommossa e resta a guardare la partita all’imbocco del tunnel. È la prima volta che il Milan correttissimo e sublime patisce un’espulsione in tutto il campionato. Io spiego a Gringo che per parità di trattamento il Milan dovrebbe ottenere la vittoria a tavolino ma lui e gli altri due se la ridono. Al 63’ Fanna batte un corner e lì salta indisturbato Victor Hugo Sotomayor, difensore arrivato dall’Argentina fra i consueti squilli di tromba estivi e retrocesso ben presto all’ininfluenza. Incoccia di testa la palla che si solleva ed entra in rete scavalcando Pazzagli, che resta accovacciato sulla linea di porta, immobile come Hegel quando – ci aveva raccontato Borlini – morì folgorato sulla tazza del cesso. Il Milan continua ad attaccare ma né Gullit né Van Basten riescono a superare Peruzzi, che va bene tutto ma è pur sempre un portiere di vent’anni. In compenso, su un rinvio difensivo rossonero, la palla rimbalza su Lo Bello che la passa di schiena a Gritti; per fortuna non succede niente.

All’82’, col Milan in avanti alla disperata, Rijkaard approfitta di un’interruzione del gioco per andare da Lo Bello e spiegargli in termini fioriti cosa pensa di lui e fors’anche di suo padre: espluso. Il Milan gioca in dieci. A Bologna, richiamato dall’odore delle monetine veronesi, Alemão segna l’1-4 nella distrazione generale. A Verona non è ancora finita, anche se manca poco. All’87’ Lo Bello fischia un innocuo fallo  contro Van Basten il quale si toglie la maglia, la sbatte sul terreno di gioco, piglia e se ne va sua sponte in canottiera mentre l’arbitro lo rincorre col cartellino rosso in mano per far vedere che l’ha espulso lui. Il Milan gioca in nove ed è costretto ad alzare ulteriormente la difesa in linea per accorciare la zona del campo nella quale correre alla disperata e risparmiare fiato per arrivare lucido a tirare in porta. Al 90’ Iliev segna a Bologna l’inutile e definitivo 2-4 mentre un attaccante del Verona si trova di là dalla linea difensiva milanista. Baresi alza il braccio per chiamare il fuorigioco ma Lo Bello lascia correre: la palla arriva a Davide Pellegrini, ala sinistra, che si ritrova solo davanti a Pazzagli, con tre difensori che lo rincorrono affannosamente. Tira un pallonetto e il portiere del Milan, anziché provarsi a parare, allarga le braccia in segno di rassegnazione. Pellegrini corre a esultare sotto la curva inseguito da Costacurta, che viene espulso. Il Milan finisce in otto. Intervistato sugli spalti veronesi, Berlusconi parla di sentenza esemplare mentre Maradona, a Bologna, riesce a dire soltanto: “Meraviglioso, meraviglioso”.

martedì 14 ottobre 2014

Ah, e se oggi vi trovate a passare da Pavia, trasferta per la quale a differenza di ieri non è necessaria la barca, tenete presente che questa sera alle 21 Antonio Gurrago parlerà di Voltaire e la musica nell'auditorium del Vittadini, l'istituto musicale quasi conservatorio di via Volta, esattamente sotto le finestre di casa mia. Vi sorprenderà apprendere che Antonio Gurrago sono io, a seguito di un errore di stampa riportato tanto sugli inviti dell'intero ciclo di conferenze quanto sulla locandina della singola; circostanza che mi ha un po' deluso in quanto ero curioso di sentir parlare su un argomento prossimo ai miei studi, per ammirevole coincidenza, un mio quasi omonimo. Sono poi stato ulteriormente confuso da un trafiletto della Provincia Pavese, nota per annunciare gli eventi locali sbagliando almeno un elemento fra nome luogo data e ora, che riportava erroneamente il nome di Antonio Gurrago con lo spelling a me più consueto di Antonio Gurrado. Una mail all'istituto Vittadini ha confermato che sono io, e che quindi stasera alle 21 dovrò parlare rivelando che Voltaire cantava, scriveva libretti d'opera, criticava arbitrariamente i compositori dell'epoca e in generale di musica non capiva un accidente. Purtroppo non potrò farlo parlando direttamente dalla finestra di casa mia, credo per ragioni di ordine pubblico; parlerò dunque in loco una mezz'oretta con musica barocca di accompagnamento, o di sottofondo, e poi tutti a casa a guardare Danimarca-Portogallo.

lunedì 13 ottobre 2014

Declino e caduta 6
(da giovedì in edicola su Tempi e da ieri anche sul sito del settimanale)

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Abbiamo letto per voi il nuovo romanzo di Thomas Pynchon ma non abbiamo capito niente, quindi parliamo d’altro. Al momento in cui questo giornale va in stampa (cioè il 2014) non è ancora chiaro quale sarà l’esito della discussione sull’art. 18. Ci limitiamo pertanto a una mappatura delle parti in causa. Dall’opposizione, Forza Italia è pregiudizialmente appiattita sulle decisioni del governo (vedi sotto) per rimarcare la propria distanza dai partiti che compongono la maggioranza. Più sfumata la posizione del Movimento 5 Stelle. Un rappresentante del gruppo parlamentare, intervistato a un raduno di cosplayer, si è detto favorevole a conservare l’art. 18 ma non esclude a priori l’eventualità di rivenderlo su Ebay. Un documento approntato dagli economisti di riferimento del M5S è stato bloccato all’ultimo in quanto conteneva, per un errore del correttore automatico, talune confusioni fra l’art. 18 e gli Articolo 31. In sostituzione è stato presentato un video in cui un senatore del M5S asfalta Renzi parlando da solo con il televisore acceso, sul divano di casa. Esso, il televisore e non Renzi, esplode infatti alla centesima ripetizione del termine “Rodotà”. Ferma la posizione di condanna di Sinistra Ecologia e Libertà; non è tuttavia stato possibile raccogliere dichiarazioni più approfondite dal partito in quanto, quando lo abbiamo cercato per intervistarlo, era appena andato dal barbiere.

Corre voce intanto che il Pd sia diviso. La corrente renziana, fedele ai dettami del capo del governo, è come tale perfettamente allineata alle istanze dell’opposizione (vedi sopra). “Basta slogan e più risultati”: questa dichiarazione di Massimo D’Alema è invece diventata lo slogan della corrente dalemiana. La corrente bersaniana si distingue: “Basta slogan, più metafore difficilmente interpretabili”. Duro scontro fra Pippo Civati e Gianni Cuperlo su chi sia il più amato dalle italiane. Duro scontro anche fra la corrente dei giovani curdi e quella degli armeni di mezza età; ma stavano giocando a briscola, reazione comprensibile verso la sesta o settima ora di direzione Pd a porte chiuse. Il presidente del Piemonte Chiamparino illustra le proprie ragioni in un’intervista al Corriere che passa inosservata perché pubblicata sotto una foto di Agnese Renzi con un pupazzo di Peppa Pig. Un’intervista alla Stampa del sindaco Fassino è chiarissima nello spiegare che la discussione sull’art. 18 è un tema delicato poiché, quando si parla dell’art. 18, è in questione lo stesso art. 18. Interpellato per una parola definitiva, Romano Prodi ha saggiamente considerato che anche qualora l’art. 18 venisse abolito, lo si potrebbe comunque evocare con una seduta spiritica.

L’ultima parola spetta ai sindacati. Bonanni (Cisl), con una mossa a sorpresa, si dimette dieci minuti prima della scadenza del proprio mandato. Sempre sopra le righe, Angeletti (Uil) si spara: ma la notizia passa inosservata perché non viene nemmeno corredata da una foto di Agnese Renzi con un pupazzo di Peppa Pig. Molto netta la posizione di Landini: per il capo della Fiom la riforma dell’art. 18 ci riporterebbe a prima della Costituzione. Per Landini, l’abolizione dell’art. 18 farebbe tornare l’Italia allo Statuto Albertino. Inedita la posizione di Landini, secondo cui rimuovendo l’art. 18 in Italia imperverserebbe il Digesto giustinianeo. Con una dichiarazione choc, Landini annuncia che senza art. 18 l’Italia ripiomberebbe in pieno codice di Hammurabi. Le posizioni innovative di Susanna Camusso (Cgil) saranno presto disponibili in pratiche audiocassette e anche in 33 giri, se avete il grammofono anziché il mangianastri. Concludiamo con un clamoroso retroscena: pare che la scorsa notte il premier Renzi sia andato a leggere questo famoso art. 18 che tutti vogliono fargli riformare e abbia così scoperto che l’art. 18 recita testualmente: “L’art. 18 non si tocca: non può essere né abolito né riformato”. Questo complica un po’ le cose.


sabato 11 ottobre 2014

Se avete le idee chiare sull'art. 18, "Declino e caduta" su Tempi in edicola è fatta apposta per confondervele.


venerdì 10 ottobre 2014

La piazza è piena o la piazza è vuota? Il dibattito attorno alla riuscita della manifestazione del Movimento 5 Stelle al Circo Massimo ruota intorno alla questione se siano presenti poche persone, come sembrano dimostrare le foto di un'oretta fa, oppure se ne siano presenti tantissime, come sembrano controdimostrare nuove foto adesso. Chissà, io sto guardando Italia-Azerbaigian perché è più importante. Fatto sta che le foto del Circo Massimo (forse) traboccante diffuse dai grillini sui social network per dimostrare che non erano mica presenti poche persone mi hanno ricordato un aneddoto risalente a cinquecento anni fa, ovvero a quando la regina Elisabetta I, ricevendo una delegazione di ben diciotto sarti, li salutò dicendo "Good morning, gentlemen both": buongiorno a entrambi i gentiluomini.
Sì, li ho visti gli studenti che in piazza Vittoria protestavano per ottenere una #nuovascuola, o una #buonascuola, o comunque una scuola col cancelletto all'inizio indipendentemente dall'aggettivo di accompagnamento; e ho capito subito di essere invecchiato. Mentre in altri tempi mi sarei messo lì a contarli sadicamente, non superando le trenta unità a occhio e croce, mentre quand'ero giovane come loro mi sarei concentrato sulla mestizia estetica delle due bandiere rosse dell'Udu che cercavano di agitarsi a un vento che non c'era, mentre quand'ero un po' più grandicello avrei fatto notare a qualche passante che se non erano nemmeno in grado di far funzionare il #microfono chissà come potevano pretendere di caricarsi una #nuovascuola sulle spalle, adesso mi sono limitato a pensare benevolmente: è venerdì, ottobre è un mese triste, nebbia e umidore avviluppano Pavia, a quell'età gli ormoni hanno bisogno di sfogo impetuoso e, se uno preferisce accontentarli non scopando, liberissimo.

lunedì 6 ottobre 2014

Declino e caduta (5)
su Tempi in edicola e sul sito del settimanale


Rivolgendosi all’Onu Matteo Renzi è stato estremamente chiaro, inglese a parte, nell’avanzare un fondamentale distinguo riguardo al delicato scenario geopolitico: con fermezza ha spiegato che bisogna distinguere fra politica e religione, fra fede e terrore, e che pertanto lo Stato Islamico non ha niente a che fare con l’Islam. Si tratta tutt’al più di una coincidenza fortuita se non di una malaugurata omonimia, come quella fra il presidente degli Usa Barack Obama, che ha appena ordinato raid aerei sulla Siria, e il premio Nobel per la pace Barack Obama, che ha declinato ogni responsabilità riguardo al gesto aggressivo e folle del presidente.

Poiché conoscere aiuta a capire, abbiamo chiesto lumi a un portavoce del califfo Al-Baghdadi, lo sceicco Abu-Mohammed Al-Antani Al-Nin-Al-Frassiq Bin-Bun-Ban, riverito esponente dell’Islam moderato, il quale ci ha accordato un colloquio esclusivo ricevendoci direttamente nel proprio arsenale. La prima domanda non poteva che vertere sulla distinzione fra i poteri temporale e spirituale nel neocostituito califfato. Lo sceicco esclude ogni confusione al riguardo; gli preme piuttosto specificare che Obama è il mulo degli ebrei, il somaro dei cristiani, che pensa di essere più intelligente di Bush ma ciò è impossibile in quanto ha le orecchie a sventola. Interrogato riguardo all’eventualità che la Turchia di Erdogan possa entrare nell’Unione Europea, lo sceicco ribadisce che Obama è proprio il bardotto dei cingalesi, la giraffa degli ittiti, l’ornitorinco dei visigoti; e si dice certo di avere già incontrato sua moglie, la deliziosa Michelle, in un qualche zoo – complimento che gli esperti di equilibri internazionali ci assicurano rientrare fra i più raffinati che possano essere rivolti a una signora senza costituire vincolo unilaterale di matrimonio.

Di sicuro, suggeriamo, il grande rivolgimento in atto nelle gerarchie ecclesiastiche favorirà il dialogo interreligioso. Anche lo sceicco ne conviene: “I muwwahhid, i musulmani devoti, devono colpire gli infedeli ovunque si trovino. Devono rendere amare le loro vite, colpire le loro forze dell’ordine, sculacciare i loro bambini, rigare le loro automobili, infilare stuzzicadenti nei loro citofoni, chiamare i loro numeri fissi all’ora di pranzo e dire: Buongiorno signora, sono Alì Bin-Tali-Whalib Al-Moqtadi Ur-Faust, ha mai pensato di rasserenare il suo futuro con un piano assicurativo estremamente vantaggioso? Devono uccidere tutti i miscredenti americani ed europei, in particolare i francesi che hanno la puzza sotto il naso e sono tutti gnè gnè gnè, per non parlare degli italiani che parlano a voce alta nei ristoranti e parcheggiano in doppia fila. E i tedeschi! Siete mai capitati seduti di fianco a un tedesco in autobus? Indossano i sandali coi calzini bianchi, stanno sempre a combattere coi gomiti sul bracciolo e se fate una battuta la capiscono dopo due giorni”.

La grande sorpresa lo sceicco la riserva però sul ruolo delle donne. “Verremo in Italia e conquisteremo le vostre donne. Ci ha definitivamente persuasi a farlo l’articolo di Beppe Severgnini in occasione della Festa del #tempodelledonne, organizzata dal blog La 27 Ora, tre giorni con più di cento eventi in tutta Milano per far sì che le donne si sentano libere di spaziare con la fantasia e pure con il corpo, con la matematica e il proprio talento. L’importante è non accontentarsi: la bellezza è solo uno strumento, la sfida è essere originali come la Dama del Pollaiolo, secondo le dichiarazioni rese dall’attrice Cristiana Capotondi che ha indossato le vesti della giovane rinascimentale per rappresentare la via gentile all’affermazione della donna”. Riposta la propria copia di Sette del Corriere della Sera, lo sceicco ci ha congedati ricordandoci che il tempo a nostra disposizione era scaduto e assicurandoci che si sarebbe personalmente premurato di far riconsegnare le nostre teste ai familiari.

sabato 4 ottobre 2014

"Conquisteremo le vostre donne: ci ha persuasi un articolo di Beppe Severgnini". Su Tempi in edicola questa settimana (in copertina le Sentinelle In Piedi) la rubrica "Declino e caduta" lascia spazio a un'intervista esclusiva allo sceicco Al Antani, riverito portavoce dell'Islam moderato.

venerdì 3 ottobre 2014

Fino a che punto siete disposti a sopportare James Joyce e Thomas Hardy? Sul Foglio in edicola oggi approfitto di Romanzi pieni di vita di Tim Parks (Laterza) per parlare di due scrittori diversamente intollerabili.

lunedì 29 settembre 2014

Puntata erudita di Declino e caduta: in edicola su Tempi, sul sito del settimanale e, per i più pigri, anche qui sotto:

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Per celebrare degnamente il cinquantennale di una celebre collana di candidi libricini di poesia è uscito un volume d’occasione che raccoglie poesie inedite di cinquanta poeti già pubblicati nella medesima collana dal 1964 al 2014. Siamo però in grado di solleticare il palato degli intenditori fornendo un’anticipazione del volume successivo, che fornisce una mappatura dei principali poeti italiani pubblicati dal 2014 al 2064. Spicca la polarizzazione fra massimalisti e minimalisti, entrambi gruppi fedeli a una rigorosa scansione metrica pur senza incorrere nel formalismo di un Paradiso Agostini il quale, nel tentativo di non discostarsi dalla metrica classica, altro non pubblicò che versi di questo tenore: “Dattilo spondeo / dattilo spondeo / dattilo / spondeo”. Agostini fu celebre altresì per la formazione accademica; nutrito a convegni intitolati “Ricordando gli antichi maestri”, “Ricordando gli allievi degli antichi maestri”, “Ricordando i dottorandi raccomandati dagli allievi degli antichi maestri”, produsse poesie già corredate di apparato critico, note, varianti e date disponibili per organizzare la propria stessa commemorazione.

Teoria dei massimalisti era di estendere la metrica oltre i confini usuali, affiancando agli endecasillabi dodecasillabi, tridecasillabi, vigintisillabi e cinquantasillabi. Ebbero scarsa fortuna per quanto innegabile fosse la fama attinta da Scarsello Flamini, il quale perì com’è noto nel tentativo di ultimare un verso di ottantaquattro sillabe. Ne aveva scritte tre. Al contrario i minimalisti si distinsero nel tentativo di cercare il minimo comun denominatore della metrica con poesie di un solo verso (“L’altro giorno ho fatto un salto da Intimissimi”), di una sola parola (“Intimissimi”), di una sola lettera (“I”). L’autore di quest’ultima, Geremia Sbilenchi, fece scalpore per aver pubblicato una raccolta costituita dalla sola copertina e fu ferocemente criticato dall’esponente dell’ala oltranzista del movimento, uomo di cui non ci sono note nemmeno le iniziali e che, con grande fierezza, non pubblicò mai nulla. Altri poeti minimalisti si distinsero per la scelta vieppiù radicale di non scrivere alcunché ma gli storici della letteratura propendono per classificarli nella corrente a sé stante degli analfabeti.

Per il verso libero spicca la poesia urbana del collettivo degli iperrealisti, a cominciare da Attenzione a Rogoredo: “Attenzione / treno in transito sul binario / tre / allontanarsi dalla linea gialla / la vettura non effettua / servizio passeggeri / ci scusiamo per il disagio / din-don”. La corrente dei molesti è invece ben esemplificata dal ritmo serrato di “Offrimi un caffè / che oggi non ho spicci / domani ti porto io al bar dei cinesi / che comunque lo fa buono / anche se è un po’ lontano / hai presente piazzale Lotto / ecco è da tutt’altra parte”. Caratteristica saliente delle poesie dei molesti (da Mi passi la Gazzetta per favore a Ah, era tua? Non me ne sono accorto) è che, lette la seconda volta, puzzano.

Non mancano le poetesse, purtroppo. Quanto al resto, non si possono tacere gli sforzi avanguardisti di Maffeo Scipioni e Quirino Girolami. Scipioni riporta la poesia al grado zero scrivendola direttamente in prosa per pagine e pagine. I suoi versi assumono la forma ora di racconti, ora di romanzi, talvolta di istruzioni per l’uso della lavastoviglie e in un caso di elenco telefonico della provincia di Isernia. La sua opera più famosa è Elementi di fluidodinamica, del tutto indistinguibile da un saggio di elementi di fluidodinamica. La sua capacità mimetica è superata solo quella di Girolami. Sentite la sua San Martino: “La nebbia agli irti colli / piovigginando sale / e sopra il maestrale / urla e biancheggia il mar”. L’autore del Cinque maggio e de L’infinito intende così ridare dignità poetica ai versi che abbiamo imparato alle elementari, come lui stesso ha dichiarato ultimando la faticosa composizione di “M’illumino d’immenso / eccetera eccetera”.


sabato 27 settembre 2014

"M'illumino d'immenso / eccetera eccetera": su Tempi in edicola questa settimana dedico la nuova puntata di Declino e caduta a minimalisti, iperrealisti, molesti, insomma a tutte le correnti dei prossimi cinquant'anni di poesia italiana.