
martedì 9 febbraio 2010
L'Inter dei record

lunedì 8 febbraio 2010
I vecchi racconti di una volta
domenica 7 febbraio 2010
giovedì 4 febbraio 2010
L'iPad è un sarchiapone
mercoledì 3 febbraio 2010
Per chi tifo
Dunque, vediamo di ricapitolare anche se la mia coinquilina sta passando l'aspirapolvere e il rumore è tale che potrebbe anche sfuggirmi detto di essere interista, turcomanno e accanito lettore del Fatto Quotidiano.
calcio: Milan perché ero piccolo quando c'era Arrigo Sacchi (o, secondo un'interpretazione più complessa, perché mio padre è juventino). Poi la (non il) Bari per ragioni di provenienza e, sant'Iddio, il Modena perché è la città che amo. Butto sempre un occhio ai risultati del Pavia (università) ma dire che tifo è eccessivo. In Inghilterra l'Aston Villa, da quando nel 1990/91 si macchiò di un'eroica sconfitta in Uefa contro l'Inter (c'era David Platt all'epoca). In Francia il Paris St Germain perché sono ossessionato dalla Torre Eiffel. In Germania inizio a seguire il Borussia Moenchengladbach. In Spagna il Real Madrid, perché è monarchico, perché è il Milan senza strisce e perché sono amico di Nacho. Fra le nazionali, ho sempre avuto uno sguardo affettuoso per l'Uruguay mentre per l'Inghilterra mi regolo così: tifo a favore quando sono in Italia e contro quando sono qui. Da quando ho conosciuto Andrea Maietti e ho fatto lavoro redazionale sul suo Il secolo del guerriero non posso fare a meno di tifare per Fanfulla da Lodi, condottiere di gran rinomanza (che fu portato una volta in istanza, etc.). Tifavo Fidelis Andria ma ho smesso quando hanno rimosso il nome latino: chi si credono di essere, il Concilio Vaticano II?
ciclismo: Qui la faccenda si fa cronologica invece che geografica. Dal 1990 al 1998, Bugno. Pian pianino, dal 1994, s'è fatto strada Pantani per il quale tifo tuttora. Dal 2004 Cunego; ma ciò non significa che a seconda della corsa non possa seguire il singolo corridore che mi fa simpatia di volta in volta. E poi guardiamoci in faccia, il ciclismo è bello perché si tifa per tutti tranne Armstrong.
basket: Lottomatica Roma dai tempi in cui si chiamava ancora Messaggero. Non posso addurre alcuna motivazione plausibile. Però è stata l'unica squadra per cui tifo di cui abbia visto una partita, un playoff scudetto perso contro la Fortitudo Bologna che come diretta conseguenza e ragionevole punizione di lì a poco è fallita e ora gioca nei dilettanti. Anche qui do sempre un'occhiata ai risultati dell'Edimes Pavia ma dire che tifo è eccessivo.
pallavolo: Trenkwalder Modena, che domande.
rugby: Mi piace il gioco in sé; accordo una lieve preferenza al Petrarca Padova per ragioni di amicizia e per Sant’Antonio.
formula 1: Considerato che mi affeziono alle persone e non agli ingegneri non tifo a priori per la Ferrari anche se ovviamente mi fa piacere quando vince, soprattutto senza tedeschi. Tifavo Senna, buonanima; ho sempre preferito Massa, che è di Cerignola, a Raikkonen che è finlandese ma tifo sguaiatamente per Fernando Alonso, nonostante abbia la residenza a Oxford (nessuno è perfetto).
nuoto: In un articolo ho definito Alessia Filippi “bella pesciolona”, quindi fate voi.
atletica: Yelena Isinbayeva perché da un momento all’altro mi aspetto che salti nella mia finestra.
tennis: Quand’ero giovane ero innamorato di Martina Hingis, ma questo è un altro discorso.
Taekwondo, badminton, croquet, hockey su prato, sollevamento pesi e motociclismo non m’interessano più di tanto.
sci: Da quando ho scoperto che s'è rotta entrambe le ginocchia, ossia da ieri sera, tifo senza indugio per Nadia Fanchini. Un bacione.
Operazione gamba rotta (7)
martedì 2 febbraio 2010
Candelora
L'età del torto
Se non ricordo male Dickens iniziò il suo unico romanzo sul Settecento scrivendo "it was the best of times, it was the worst of times". Per capire meglio a cosa si riferiva, leggete sul Foglio di oggi il mio articolo intitolato Da Stanford arriva un libro sui bagliori mistici del Settecento: Chi è il visionario che ha preso a sportellate i vecchi teorici dell'Illuminismo. Smetterete di credere che sia stato un secolo noiosissimo in cui tutti avevano ragione.lunedì 1 febbraio 2010
Operazione gamba rotta (6)

domenica 31 gennaio 2010
La soppressione del posticipo
Operazione gamba rotta (5)
venerdì 29 gennaio 2010
Zàcchete

giovedì 28 gennaio 2010
Operazione gamba rotta (4)
martedì 26 gennaio 2010
I Tory contro Bridget Jones

lunedì 25 gennaio 2010
domenica 24 gennaio 2010
Operazione gamba rotta (3)
venerdì 22 gennaio 2010
80 di questi AA
giovedì 21 gennaio 2010
Operazione gamba rotta (2)
"Anche, ma soprattutto il Santo del giorno in cui sono nato nonché patrono di Pavia, il posto dove ero andato a chiedere un depliant alla segreteria della locale università e mi sono trattenuto sette anni. Evidentemente, stando fra San Michele e San Siro, G. non poteva che stare benone."
martedì 19 gennaio 2010
Operazione gamba rotta
venerdì 15 gennaio 2010
Pacebook
mercoledì 13 gennaio 2010
Sistemi politici comparati
martedì 12 gennaio 2010
Siamo pazzi di Phillip Blond

lunedì 11 gennaio 2010
Domenica sprint (3)
giovedì 7 gennaio 2010
Scribi e farisei 2009
(Gurrado per Books Brothers)
È stata una buona annata. Uno cambia lavoro, nazione, ritmo della giornata e abitudini alimentari paventando il peggio, lamentando che da persona cazzutamente abitudinaria smarrirà la minima capacità di scandire le giornate e i mesi con i libri e preconizzando che il risultato delle variazioni insopprimibili sarà un calo vertiginoso di ciò che legge. Poi arriva il 31 dicembre, faccio i miei conti grazie alla lista dei libri letti che aggiorno dal 1996 – quanto si invecchia – e mi accorgo che è stata una buona annata perché quest’anno sono 141, da Né qui né altrove di Gianrico Carofiglio ad A passo d’uomo di Joaquim Navarro-Valls. Soprattutto è stata un’ottima annata quanto alla qualità della lettura, dovuta a un arroccamento su posizioni ultraitaliane, dovute indubbiamente al trasferimento all’estero, così che ho finalmente trovato tempo e modo di leggere i classici patri della seconda metà del Novecento che avevo trascurato. Ripercorrendo la lista dei libri letti nel 2009 dunque non sono solo contento perché il numero è ben superiore al misero 115 del 2008 e all’imbarazzante 102 del 2007 ma anche perché in molti casi ho soffermato lo sguardo su un punto della lista dicendo: però, questo libro m’è piaciuto assai. Anche le riletture sono state di gran classe, quest’anno: spaziano dall’antichità (Petronio, Lucrezio) ai megaromanzi sperimentali di ogni tempo (Beckett, Trilogy; Sterne, The life and opinions of Tristram Shandy) alla postmodernità più spinta (Arbasino, Super-Eliogabalo; Eco, Il nome della rosa) e su tutti campeggia I promessi sposi, uno dei libri che non bisognerebbe mai leggere ma sempre rileggere – come Woody Allen diceva di non voler sposarsi ma solo divorziare.
Riletture a parte, tanta abbondanza mi consente di selezionare addirittura 24 libri (due per mese) che sono orgoglioso di aver letto quest’anno. Sapendo che bisogna massimizzare i prodotti della prosperità in vista dei tempi di carestia, li elenco in ordine crescente di insindacabile piacere intellettivo e dividendoli sommariamente per criteri basilari: quelli letti in italiano e quelli letti in altra lingua; quelli scritti da autori italiani e quelli da autori stranieri; quelli i cui autori sono vivi e quelli i cui autori sono morti.
(Una parentesi a parte merita il Premio Tempo Perso, ossia il libro che avrei preferito non leggere risparmiando così due o tre ore preziose. Poiché sono generoso, lo assegno ex aequo a dodici concorrenti senza distinzione di categoria, poi ve la vedete voi: Eat Pray Love di Elizabeth Gilbert; Addio alle armi di Ernest Hemingway; Friction di Jonathan Stretch; L’Italiano di Sebastiano Vassalli; Martin Eden di Jack London; Non avevo capito niente di Diego De Silva; Atlante occidentale di Daniele Del Giudice; Canne al vento di Grazia Deledda; Tanatoparty di Laura Liberale; Venuto al mondo di Margaret Mazzantini; Il seme della colpa di Christian Lehmann; L’armata dei fiumi perduti, spiace dirlo, del compianto Carlo Sgorlon).
Partendo da sotto, Palomar (24°) è forse il testo migliore di Calvino, che solo in una postilla si lascia andare alla compiaciuta spiegazione del criterio col quale ha ordinato le sue storie, rovinando così al lettore la gioia ingenua di vedersele sciorinare davanti secondo un ordine che si può intuire senza capirlo – un tempo si insegnava che in questo risiedesse il piacere estetico. Il piacere di leggere Half a Life (23°) di V.S. Naipaul è stato meno letterario che egoistico, banalmente dovuto al desiderio di sapere come la trama procede e quanto il protagonista somiglia al lettore (effetto simile ha sortito Prima di sparire di Covacich); mentre proprio la trama è forse il peggior difetto in Io, Gesù (22°) di Gilbert Sinoué, quando le meravigliose descrizioni dei paesaggi della Galilea e la modulazione dei sentimenti contraddittori di chi si trova a vivere fianco a fianco con un mistero inafferrabile deve lasciare spazio alla soluzione simil-giallistica di una risurrezione (forse) senza morte. Pugni (21°) di Pietro Grossi, comprato per caso all’aeroporto di Linate, si è rivelato un esordio non sopravvalutato affatto, vista l’ottima capacità di calibrare i racconti lunghi ora che tutti i giovani pendono verso una tendenza all’accorciamento deleterio per manifesta carenza di respiro narrativo. Gli uccelli (20°) di Daphne Du Maurier non ha bisogno di giudizi critici ma conferma la stessa capacità calibrativa di Grossi moltiplicata per dieci, sceverata da ogni ingenuità e raffinata da scelte lessicale talmente meditate che nemmeno la traduzione potrebbe riuscire a rovinarle.
Christian Frascella mi ha restituito con Mia sorella è una foca monaca (19°) la curiosità e la fame di lettura dopo la consueta pausa per le due settimane estive (altrimenti impazzirei) e ha il merito di averlo fatto prima ancora che ripartissi a fine villeggiatura, costringendomi a trascorrere un pomeriggio apposito alla Mondadori di Rimini. Ascrivo una curiosa doppietta a Piovene, in quanto Viaggio in Italia è un libro abbastanza grosso e complicato da piazzarsi sia 18° in quanto saggio onnicomprensivo e ricco di rivelazioni sconvolgenti per la loro evidenza fino ad allora nascosta, come ad esempio l’idea di Bari e Genova città simili delle quali la più meridionale sembra Genova; sia 17° in quanto opera di un autore italiano morto che si rilegge ancora troppo poco ma che riesce a concentrare ottocento pagine sotto un unico sguardo narrativo tale che il lettore del Viaggio accompagni sempre l’ombra dell’autore che attraversa l’Italia con impermeabile e valigia. Piccolo e delizioso, Il libraio che imbrogliò l’Inghilterra (16°) di Roald Dahl ha dovuto essere assaporato parola per parola in maniera tale da cogliere appieno l’aria paradossale dei due racconti che contiene, grazie anche alla nobile traduzione del sempre ottimo Massimo Bocchiola (uno che, tanto per dire, non si spaventa di tradurre Thomas Pynchon e poi, nelle pause, va a fare due chiacchiere alla libreria Il Delfino al centro di Pavia). Un’aria meno leggera ma più ipnotizzante si respira nella raccolta È forse amore (15°) di Giuseppe Berto, che si muove dallo sfacciato ma plausibile presupposto espresso in prefazione, ossia la consapevolezza di essere l’autore migliore della propria generazione e di doverlo comunque dimostrare a ogni libro.
Il tempo materiale (14°) di Giorgio Vasta è bello e gelido ma patisce la prolungata assenza della minima concessione umoristica, correndo il rischio di far scoppiare qua e là a ridere in sacrilego contrasto con le intenzioni dell’autore. In ogni modo, se c’è uno scrittore capace d’impegnarsi a fotografare la contemporaneità italiana, è Vasta e non Saviano. L’opposto accade con Ritratto di una poltrona (13°) di Clio Pizzingrilli, in cui la credibilità della trama, l’affidabilità dell’autore e il senso stesso della narrativa vengono messi in discussione dall’enorme capoverso di 146 pagine che procede per “lampi e cantonate” come diceva ai suoi tempi Pirandello. Antonio Delfini è di Modena; anzi, per certi versi Antonio Delfini è Modena almeno a giudicare da Autore ignoto presenta (12°) che vi assicuro riesce a ricostruire nei dettagli l’aria morbida della città. Peccato solo per la discontinuità della selezione antologica, che serve soprattutto a sprone per riscoprire Delfini come autore integrale ormai consegnato alle biblioteche (una, accidentalmente la più bella dell’universo, è quella intitolata a lui in Corso Canalgrande). La stessa operazione riesce a Enrico Brizzi ne Il pellegrino dalle braccia d’inchiostro (11°), col vantaggio che la disinvolta riproduzione della mentalità emiliana viene inchiodata a una storia di sudore e redenzione sulla Via Francigena, che affronta i temi più caldi del cattolicesimo e, di conseguenza, dell’uomo tout court con una narratività vivace che si rifà dritta dritta agli exempla medievali. Anche Bernard Malamud parla a nuora perché suocera intenda ne Gli Inquilini (10°), dove la storia dei due scrittori rivali che si dividono un palazzo diroccato è buona per chi non ha mai scritto; la felice minoranza che sa tenere la penna in mano si rende conto invece che il succo del libro va cercato fra le righe, in quello che i due personaggi-autori segregati e un po’ folli non riescono a esprimere con la propria scrittura.
Di Malamud si è sempre detto allievo Philip Roth, che ha evidentemente superato il maestro e costituisce la prova vivente che il premio Nobel è meglio non vincerlo mai. Exit Ghost (9°) l’ho letto in lingua originale ma senza aspettare di andare in Inghilterra, comprandolo e sbafandolo anzi già in patria perché dopo il tour de force sintattico di Everyman non riesco più a concepire Roth se non nelle stesse identiche parole che sono uscite dalle sue mani, senza traduttore intermediario. Solo un’altra persona riesco con altrettanta vivacità a immaginare impegnata nell’atto di scrivere forsennatamente. Oriana Fallaci è l’unica giornalista che funzioni anche da romanziera, capace di scrollare il lettore per la collottola e costringerlo a leggere ogni giorno più di quanto avesse preventivato; in particolare, la saga plurisecolare Un cappello pieno di ciliegie (8°) sembra la moltiplicazione per un multiplo indefinito del disperato legame vitale fra generazioni che
Le interviste impossibili (6°) di Giorgio Manganelli sono uno dei pochi libri capaci di insegnare qualcosa di nuovo, sia per quel che concerne termini ormai desueti (o forse mai usati) sia per l’illuminazione di concetti paradossali come Dickens che ammette di sghignazzare mentre descrive le peggiori disgrazie dei bambini più indifesi. Intuizioni se ne trovano a quintali in Bolle (5° e miglior saggio), primo volume della trilogia Sfere che il filosofo tedesco Peter Sloterdijk ha composto anni fa e che solo ora viene con colpevole ritardo tradotto in Italiano. Di Sloterdijk ho abbondantemente parlato altrove quindi non mi addentro nel suo pensiero ma mi limito a notare che anche in questo caso si parte dalla sana ambizione di dire qualcosa di grande e di nuovo, senza la quale non si scriverebbero mai più libri interessanti per davvero. Invece Rimini (4°) di Tondelli deve la sua bellezza alla scelta opposta: scendere a compromessi, tentare di scrivere un libro che seguisse i gusti del pubblico e, senza che questo se ne accorgesse, guidarlo verso una concezione estetica tutta diversa.
Enrico Brizzi è il più bravo scrittore italiano al momento, altrimenti non mi capaciterei di come abbia potuto scrivere L’inattesa piega degli eventi (3° e miglior italiano vivente). È un romanzo che ha tutto: il rigido criterio di causa ed effetto della storia; l’immaginazione sfrenata; un protagonista che si fa amare; una trama dall’esito incerto; un umorismo implicito che non è mai sopra le righe. Un coraggio tramortente anima
Il miglior libro del mio anno è stato Aprire il fuoco (1° e miglior italiano morto) di Luciano Bianciardi. Non è il suo miglior romanzo, tecnicamente parlando, ma è quello che ho sentito più vicino al mio cuore e che ho provato l’istinto a rileggere subito dopo averlo finito. Questo vale più di mille recensioni.
lunedì 4 gennaio 2010
Io sono un Pirlo
venerdì 1 gennaio 2010
giovedì 31 dicembre 2009
Te Deum

Laura e Lucia
mercoledì 30 dicembre 2009
Chi è la persona dell'anno?
martedì 29 dicembre 2009
Autorevolezza sul campo
venerdì 25 dicembre 2009
Natale con i buoi
giovedì 24 dicembre 2009
Buon Natale 2009
mercoledì 23 dicembre 2009
Letterine
Il Berlusconi immaginario

lunedì 21 dicembre 2009
Domenica sprint (2)
Operetta morale
- Contribuenti fiscali.




