Se apro il mio portafoglio trovo:
- due banconote da venti, una da dieci e una da cinque euri;
- la ricevuta di una ricarica Vodafone da 25 euri emessa via terminale stamattina alle 11:56 (e 55 secondi) e che, visto che ho ricevuto la conferma telematica, potrei anche gettar via anzi getto immantinente;
- un biglietto ferroviario a fascia chilometrica (40km) obliterato alla stazione di Milano centrale in data e orario inintellegibili;
- un altro biglietto ferroviario a fascia chilometrica (sempre
- il promemoria di un prelievo Postamat (importo: € 100,00), con annessa pubblicità del Grande Concorso Postepay che naivemente promette tanti premi per te;
- la ricevuta dell'accettazione di una raccomandata con avviso di ritorno inviata il 28 febbraio 2008 alla cortese attenzione della Fondazione Collegio San Carlo - Via San Carlo 5 - 41100 Modena, senza che possa minimamente ricordarne il motivo;
- un'altra ricevuta di un'altra accettazione di un'altra raccomandata con un altro avviso di altro ritorno inviata il 27 dicembre 2007 alla cortese attenzione del Ministero dell'Università e della Ricerca - Piazzale Kennedy 20 - 00144 Roma, a conferma del mio sospetto che sotto le feste comandate finisco sempre per compiere spropositi;
- l'indirizzo mail, incomprensibile, di una persona il cui nome, incomprensibile, è indicato sotto l'indirizzo fra parentesi quadre, sul retro di un biglietto da visita della casa editrice Vita e Pensiero, con la dicitura "Omaggio dell'autore", sintetica dedica, incomprensibile, e sigla autografa, incomprensibile;
- l'appunto per una presentazione del 22 febbraio alla quale non ho potuto partecipare per eccessiva distanza geografica, sotto l'indirizzo mail di un celebre nonché estremamente simpatico giornalista italiano;
- una serie di indirizzi di uffici stampa afferenti di riffa o di raffa al Popolo della Libertà;
- la carta BancoPosta;
- il regolamento della carta BancoPosta, giammai consultato ma conservato con religioso ardore;
- una microscopica riproduzione (2,5 x
- l'imbarazzante nuovo modello della tessera sanitaria nel quale la bandiera europea copre e sovrasta il Tricolore, evenienza più che sufficiente ad agognare l'espatrio;
- la tessera 2008 di socio ordinario (n.63378) dell'Archeoclub d'Italia, sede di Gravina in Puglia;
- la tessera vitalizia (CL 936) della biblioteca della Fondazione Collegio San Carlo di Modena, per accedere alla quale risulta necessario presentarsi muniti di questa tessera, e l'uso della medesima è strettamente personale;
- una foto formato scheda telefonica della sacra persona di Benedetto XVI, sul retro della quale è riportato il nome secolare del Pontefice (Joseph Ratzinger), la data d'elezione (19 aprile 2005) e il testo integrale della Benedizione Apostolica Urbi et Orbi impartita dalla Loggia, che non riproduco per ragioni di spazio;
- il biglietto da visita della ditta Arte&Foto di Franco Lagreca - via Bari 10 - Gravina (BA), specializzata in reportage di nozze (non si sa mai, bisogna saper fronteggiare le urgenze);
- il biglietto da visita della libreria Il Delfino - piazza Vittoria 11 - 27100 Pavia, col bordo destro pervicacemente spiegazzato;
- un santino di Sant'Antonio da Padova, acquistato presso la locale Basilica del Santo, dietro il quale è riportata la seguente citazione dai Sermoni del Medesimo: Quanto più da lontano ritorna il peccatore al Padre suo, tanto più amorevolmente viene da Lui accolto;
- una tessera/abbonamento della yogurteria-creperia-gaufreria Le Delizie di Hansel e Gretel - piazza della Vittoria 10a - 27100 Pavia (è esattamente di fianco alla libreria di cui sopra), con quattro obliterazioni a forma di stellina, altre sei delle quali mi darebbero diritto a un'undicesima crepe alla Nutella gratis et amore Dei.
venerdì 16 maggio 2008
Cos'ho nel portafoglio: un'indagine autopsicosociologica
giovedì 15 maggio 2008
Il libro ostile
Non recensirò giammai L'uomo e il suo amore di Alcide Pierantozzi né tanto meno provvederò a leggerlo, nonostante mi incuriosiscano sia la trama sia la mole (cinquecento e rotte pagine), solo e soltanto perché è stato pubblicato da Rizzoli.
Pierantozzi ha 23 anni e la sola visione del suo libro sugli scaffali, anzi, la sola idea che sia stato pubblicato da Rizzoli è sufficiente a rendermi ingrata l'idea di essere nato scrittore, a farmi provare fastidio di fronte alla progressiva mole di libri che mi restano da leggere, e a privarmi del minimo piacere all'idea di poter tornare a scrivere un romanzo.
Se Pierantozzi risultasse più bravo di me, e il suo romanzo Rizzoli migliore del mio che da ottobre sto inutilmente tentando di piazzare a destra e a manca, evidentemente c'è da chiudere baracca e burattini perché io ho già dato il meglio di me e contro uno di cinque anni più giovane, con ulteriori margini di crescita, c'è ben poco da fare se non considerare che forse si è sbagliato qualcosa a dedicare la propria vita alla lettura e alla scrittura, a privarsi del minimo tempo libero necessario, a infognarsi a Pavia per studiare filosofia a tempo di record rischiando la disoccupazione perenne al solo scopo di non faticar troppo per dedicarsi a faccende più importanti nel mentre che mi laureavo.
Se Pierantozzi risultasse meno bravo di me, e il suo romanzo Rizzoli peggiore del mio che da ottobre sta venendo rifiutato da ogni dove, avrei la prova provata di essere stato ingenuo a sacrificare anni e salute ed equilibrio alla ricerca di uno stile progressivamente migliore quando invece sarebbe stato meglio imbastire arrampicate editoriali, e l'unico e ultimo pensiero consolatorio che potrebbe restarmi è che la giustizia non è di questo mondo, ma dell'altro, e si può solo sperare che faccia in fretta.
Nell'un caso c'è da spararsi, nell'altro da impiccarsi. Meglio fingere che non esista.
mercoledì 14 maggio 2008
Io sto con Materazzi
Riassunto della puntata precedente a beneficio degli acalcistici: domenica scorsa, alle tre del pomeriggio, l'Inter ospitava a San Siro il Siena, squadra mediocre e senza particolari pretese, battendo la quale avrebbe matematicamente vinto lo scudetto. Decine di migliaia di tifosi hanno affollato lo stadio mentre tutti gli altri interisti lombardi erano pronti a riversarsi in piazza Duomo per festeggiare. Unico dettaglio, unico fastidio, bisognava aspettare le cinque perché arrivasse la notizia che l'Inter aveva vinto, partita e campionato. L'Inter ha pareggiato.
A una decina di minuti dalla fine, sul 2-2, l'Inter beneficia di un rigore neanche troppo generoso, contrariamente all'andazzo: Riganò, attaccante del Siena temporaneamente in difesa, abbraccia con ardore Materazzi, difensore dell'Inter temporaneamente in attacco, e se lo trascina sul materasso verde in piena area. L'arbitro fischia. André Cruz, attaccante per contratto e rigorista designato, piglia la palla e si avvia verso il dischetto. Macché, arriva Materazzi e con sacra furia gli strappa il pallone dalle mani, respinge la legittima protesta di Cruz, si fa largo fra interisti e senesi parimenti increduli e posiziona la palla pronto a tirare. Se segna, Materazzi sa che l'Inter vincerà partita e scudetto. L'arbitro fischia. Materazzi sbaglia.
Saranno state le cinque meno venti, meno un quarto tutt'al più. Da allora è partito il dagli a Materazzi, dagli al bullo, dagli al presuntuoso, dagli all'uomo-che-ci-fa-perdere-lo-scudetto. L'allenatore l'ha sgridato, il presidente l'ha maledetto, la curva l'ha fischiato, i giornalisti non ne parliamo. Sarò l'unico in Italia ma io difendo Materazzi, per quattro motivi.
Primo, perché in una situazione delicata non è da tutti strappare il pallone dalle mani di chi di dovere e dire: "Lascia, tiro io". Il rigore, da che il calcio è stato inventato oltremanica, è il momento in cui la distinzione fra bravo e non bravo coincide e incarna quella fra coraggioso e pavido. A segnare un rigore son buoni tutti, a tirarlo mica tanto.
Secondo, perché non ha preso il pallone da primo che passava. Erano anni, era dal 2001 che Materazzi non sbagliava un rigore. Aveva ben ragione di credere che avrebbe segnato anche domenica. Se non ha segnato, è stato solo un caso.
Terzo, perché lo stesso identico Materazzi, con lo stesso identico coraggio un po' guascone, non più tardi di due anni fa ha fatto vincere il Mondiale all'Italia intera. Avremmo perso se, contro la Repubblica Ceca, avesse pensato che in fin dei conti non valesse la pena di andare in attacco sui calci d'angolo, e che tanto ci avrebbe pensato qualcun altro. Avremmo perso se contro l'Australia, per timore di venire espulso, non avesse fatto fallo sul tizio biondo che si avviava felice verso la nostra porta mal difesa. Avremmo perso se contro la Francia non avesse voluto rimediare in prima persona all'errore sesquipedale che lui stesso aveva commesso dieci minuti prima, avremmo perso se non avesse avuto coraggio, temerarietà e incoscienza sufficienti a tirare e segnare un rigore nottetempo. Per questo gli si deve perdonare un rigore sbagliato di pomeriggio.
Quarto, perché gli Italiani sono pecore mannare: se l'austroungarico portiere del Siena avesse deciso di tuffarsi dall'altra parte, se il rigore di Materazzi fosse finito in rete come tutti i suoi rigori negli ultimi sette anni, gli stessi che oggi gli danno del mentecatto lo starebbero candidando al Pallone d'Oro, vantandone coraggio e freddezza. Gli Italiani che oggi danno addosso a Materazzi sono gli stessi che non tirerebbero mai un rigore.
martedì 13 maggio 2008
Febbre al 90'
(Gurrado per Quasi Rete/Em Bycicleta)
Il calcio inglese è un’eternità composta di infiniti minuti secondi. Non sembra avere inizio, perché per quanto io mi sforzi di rimontare indietro c’è sempre un prima: prima di Zidane c’era Maradona, prima di Maradona c’era Platini, e prima c’era Sivori, prima ancora Bacigalupo eccetera, e prima il Bologna che tremare il mondo faceva, e prima nientemeno Casale e Pro Vercelli, e prima di tutto il Genoa Cricket and Athletic Club vestito a strisce bianche e blu. E prima del Genoa? Be’, prima del Genoa c’erano gli Inglesi, che si perdono nella notte dei tempi, gli Inglesi che giocavano a pallone quando gli Italiani ancora pensavano ad annettersi Roma.
Né il calcio inglese sembra avere fine: a giudicare dalla Champions League di quest’anno, il sistema lassù scoppia di salute e camperà oggi è cent’anni, duecento, mille. Il calcio inglese è un’eternità e di tutti gli infiniti secondi che la compongono il più importante è l’ultimo, quello che appena te ne accorgi è già passato, quello che strozza in gola all’arbitro i tre soffi nel fischietto.
Prendete il Liverpool. Martedì 8 aprile, anno del Signore 2008, il Liverpool era un mite Mardocheo da condurre al macello, l’Arsenal un pingue re Assuero seduto sulla propria botte di ferro: 2-
Lo spadaccino sulla fascia sinistra non era, ho ragione di credere, John Arne Riise. Ma il destino è iniquo e, tempo giorni quattordici, decide di far ricadere sul danesone la hybris altrui. Martedì 22 aprile, fine del recupero di Liverpool-Chelsea: rossi in vantaggio per 1-0 e blu alla perplessa ricerca del pareggio. Ultima azione: rimessa d’attacco per il Chelsea. Ultimo assalto: palla lunga sulla fascia e cross in mezzo per chi capita. Ultimo secondo: capita Riise, professione difensore centrale, maglietta rossa e meno di mezz’ora nelle gambe; capita Riise il quale, intimorito dalla svogliata sagoma di Anelka alle calcagna, non trova di meglio che accartocciarsi piombando sulle pallide ginocchia e inzuccare il cross disperato dando alla palla un giro che, fosse stato in attacco, mai gli sarebbe riuscito. Autogol. Contrappasso. Fischio finale.
Il Liverpool è la squadra più inglese di tutte perché, in un modo o nell’altro, l’ultimo secondo è sempre il suo. Nel 2006 era in finale di FA Cup, vulgo Coppa d’Inghilterra, e sbadatamente perdeva 3-2 contro il West Ham. La lancetta dei minuti scatta per l’ultima volta, il pubblico rumoreggia, da Wembley
Tutto questo per significare che, se le squadre inglesi smettono di tirar calci solo e soltanto dopo che l’arbitro s’è avviato verso le docce, il merito è della nonna FA Cup, che quando
Mercoledì 21 maggio, anno del Signore 2008, per la prima volta nella storia due squadre inglesi si litigheranno
È la certificazione definitiva della superiorità del calcio inglese, già nota da decenni e indipendente dai risultati, mai come quest’anno eloquenti: United e Chelsea in finale, Liverpool in semifinale, Arsenal ai quarti. Però (c’è un però), se le attuali finaliste di Champions l’anno scorso erano a Wembley per la vecchia, prestigiosa, santa FA Cup, quest’anno non una delle semifinaliste in Coppa patria ha calcato i luminosi pascoli europei, anzi: solo il Portsmouth giocava in Premiership, le altre tre (West Bromwich Albilon, Cardiff e Barnsley) arrivavano dallo scantinato,
Mercoledì 21 maggio ci sarà pure United-Chelsea, ma sabato 17 Cardiff e Portsmouth si giocano
venerdì 9 maggio 2008
giovedì 8 maggio 2008
Tutti i libri che non ho letto (4)
(Gurrado per Books Brothers)
Non dimentico mai una faccia,
ma nel suo caso farò un’eccezione.
(Groucho Marx)
Da dove inizia un libro? Non già dalla prima frase, né dalla prima parola. Forse dal titolo? Più verosimile, ma nemmeno. Un libro, proprio in quanto libro, inizia dalla copertina.
Un po’ come un discorso inizia dalla faccia di chi lo pronuncia: alcuni dei miei amici più colti conoscevano già la poesia superficialmente attribuita a Neruda, figlia in realtà di chissà quale poetessa sudamericana, che iniziava: Lentamente muore… C’è chi la riteneva struggente, chi romantica, chi semplicemente patetica (come buona parte dei prodotti dei poeti o, più in generale, dei sudamericani). Nel momento in cui la medesima poesia, con le stesse identiche parole, è stata pubblicamente recitata dal faccione di Mastella la prospettiva è cambiata, e con essa è cambiato il senso della poesia: non più struggente, non più romantica, nemmeno più patetica.
Un libro inizia dalla copertina perché, banalmente, è la prima cosa che vediamo. E non possiamo farne a meno: per quanto io sia un tipo che si annoia piuttosto, e per quanto come tutti i tipi annoiati io sia solito frequentare biblioteche e librerie a extragettito, e per quanto abbia visitato biblioteche e librerie a svariate latitudini e non solo entro i patri confini, e per quanto ogni biblioteca o libreria tenti con alterno successo di differenziarsi in meglio o in peggio da un’altra biblioteca o libreria – per quanto tutto questo, non m’è mai capitato di imbattermi nella biblioteca o nella libreria che esponesse i libri con la copertina aperta e pinzata dietro il fondo del volume, a mostrare la prima pagina per consentire di leggere l’incipit e giudicare. Macchè. In biblioteca, in libreria, tutti sono tacitamente d’accordo che i libri inizino dalla copertina, quindi che per scoprire capire e scegliere un libro basti guardarla.
Una copertina determina il contesto e, se riuscita, restituisce il senso di un libro; se la copertina non riesce, si può legittimamente sospettare dell’editore e trarre di conseguenza pessimi auspici sulla qualità dei contenuti.
Se la copertina dà il senso di un libro, non ho avuto mai il rimorso di non aver mai letto Il Giovane Holden: ha la copertina bianca e vuota, figuriamoci come dev’essere dentro. Al contrario, sin dalla tarda infanzia mi sono innamorato della vecchia edizione Bur de Il Male Oscuro, raffigurante un signore perplesso entro un infinito labirinto; per anni ho tentato con l’astuzia e con la frode di sottrarre il volume alla libreria di mia madre, la quale mi ripeteva a ragione che non era adatto a me; alla fine ci sono riuscito, anche perché cresciutello, e le volute descritte dalle insistenti virgole e dai marmorei capoversi mi rivelarono che il romanzo era un capolavoro, addirittura all’altezza della copertina.
Alla fine dello scorso anno ho recato il mio corpo mortale alla Feltrinelli di Pavia per eleggere fra me e me la copertina più brutta del 2007, tanto per passare il tempo (non potevo farlo che andando alla Feltrinelli in quanto, per eleggere una copertina brutta, c’è bisogno di una libreria brutta). Essendo antidemocratica, l’elezione prevede un regolamento semplice: si cammina a casaccio su e giù per la libreria e si segna su un blocchetto il titolo del libro la cui copertina causa un improvviso arrestarsi, eventualmente a bocca aperta, eventualmente con conseguente conato di vomito o infarto fulminante. Se un libro appare talmente brutto da causare morte subitanea, si aggiudica incontestabilmente la palma (è bene, a questo scopo, procedere all’elezione accompagnati da un amico fidato il quale, una volta constatato il vostro pronto decesso, provveda a intentare causa all’editore assassino). Se nessun libro uccide, vince quello davanti al quale ci si spinge – sit venia verbo – a vomitare senza ritegno (tuttavia tale reazione poco signorile non conta se è ascrivibile ad altra causa, ad esempio la visione di una commessa analfabeta benché laureata ovvero la notazione che Per Olov Enquist ha pubblicato un nuovo romanzo). Se dopo tre giri di libreria non si verificano eventi lesivi della salute dell’elettore, si controlla sul blocchetto quale libro abbia causato immoto sgomento per un maggior numero di secondi, oppure minuti, eventualmente ore.
Il blocchetto l’ho perduto, ma a quattro mesi di distanza ricordo con netta chiarezza i risultati dell’elezione. Al terzo posto (avendomi causato diciotto buoni secondi di barcollamento, seguiti dall’ipotesi che si trattasse di uno scherzo, subito fugata dalla presenza di una decina di copie tutte uguali) s’è piazzata
Al secondo posto (avendomi causato eruzioni cutanee senza precedenti e il dubbio, per un atroce attimo, di essere diventato scemo) s’è collocata Figlie dell’Islam di Lilli Gruber (sì, lei); la copertina mostra in primo piano i profili di due donne velate, una di bianco e una di nero, e sullo sfondo sproporzionatissima la medesima autrice, senza l’usbergo di velo alcuno, che tenta col corpo di impedire che si scorga il disegno di pessimo gusto della porta istoriata davanti alla quale s’è fatta ritrarre, in una prospettiva tale da far venire il desiderio di prendere il libro e rispedirlo nella mezzaluna fertile.
Al primo posto (avendomi causato l’istinto di far fare alla Feltrinelli la stessa fine del suo fondatore) s’è inerpicato Cara Cronica, di Edoardo Montolli. Qui viene superato il labile confine fra brutto e impossibile, tanto che ancor oggi mi chiedo se la copertina (che riproduce le copertine dozzinali di Cronaca Vera, e sulla quale campeggia quindi in bianco e nero una donnina di profilo in costume da bagno, con bordi vermigli e inserti esplosivi giallo shocking) sia un omaggio o una parodia – probabilmente entrambi. Detto questo, non posso esimermi dal rimarcare che nel 2005, quando l’editore mi ha mandato il pacchetto con le copie del mio ultimo romanzo stampato di fresco, ho guardato la copertina e ho concluso che un libro del genere non l’avrei letto giammai: non è dunque senza peccato che scaglio la mia pietra.
Oscar Wilde poteva avere mille difetti, ma gli si deve riconoscere una perspicua teologia. Per tutta la vita ripeté che il Cattolicesimo non lo convinceva, ma in punto di morte si convertì; quando gli fu chiesto perché allora non si facesse protestante, rispose scandalizzato: “Per carità, Lutero portava delle cravatte orribili.” Parole sante, e così valga per i libri: liberiamoci dalle ipocrisie, giudichiamo dalle apparenze!
mercoledì 7 maggio 2008
Lo Stato dei Licei, 18: la gita scolastica
[Oggi Gurrado va, per la prima volta in vita sua, in gita a Bèrghem. Mah. Ragion per cui c'è Silvia G:]
Gurrado, alla fine de I Promessi Sposi, Manzoni mette in bocca a Lucia Mondella le seguenti parole: “Io non sono andata a cercare i guai: sono loro che sono venuti a cercar me”. Da un certo punto di vista, anche i membri della Terzaddì possono dire lo stesso, almeno valutando la serie di fatalità che si sono riversate nel breve arco di quarantott’ore su di loro e sui loro infelici accompagnatori, il professor Boni e il professor Furgio, durante la gita scolastica a Monaco di Baviera.
Trascurando le condizioni atmosferiche, che certo avrebbero potuto essere migliori, i guai cominciano appena arrivati in albergo, quando la sottoscritta Silvia G, presumibilmente assorta in qualche improcrastinabile elucubrazione metafisica, va a sbattere il naso contro la porta a vetro della hall, convinta che si tratti di una porta aperta. Essa era invece chiusa. Ne consegue copiosa perdita di sangue dal naso, nonché ironiche e giustificabili battute da parte dei compagni di classe. Lo stesso portiere tedesco, avendo assistito alla scena da lontano, commenta col professor Boni che i vetri dell’albergo devono essere davvero puliti se sfuggono addirittura alla vista delle giovani studentesse italiane. Si sospetta l’infrazione del setto nasale della sottoscritta, la quale però è troppo mortificata per lagnarsene e decide stoicamente di non rallentare la tabella di marcia e di non recarsi al pronto soccorso.
Dunque, inzuppata da una pioggia violenta, che promette di tramutarsi a breve in diluvio universale e fine del mondo, la classe Terzaddì trascorre la giornata in giro per la città, visitando chiese e musei sotto l’esperta guida del professor Boni.
La sera giunge, i piedi dolgono e lo stomaco manifesta prepotentemente il proprio appetito, ragion per cui la classe, sempre guidata dal professor Boni, si reca in una nota birreria del luogo per consumare la cena, a base di wurstel, crauti e birra. Il clima, nel locale, è piuttosto goliardico, e i membri della sezione non ci mettono molto a fraternizzare con un gruppo di giovani tedeschi, al punto che sia io che la mia compagna Eleonora F ci rechiamo fuori per fumare in compagnia delle nostre nuove conoscenze. Tirata qualche boccata alla sua sigaretta, Eleonora F fa per passarla ad un biondo germanico decisamente attraente in segno di amicizia, quand’ecco sopraggiungere dal buio due oscuri figuri armati, i quali, presumibilmente insospettiti dal vestiario e dalla pettinatura della mia compagna (Eleonora F indossa infatti un giubbotto di pelle pieno di borchie, ha le scarpe di tela bucate e perfino una ciocca di capelli rasta), la bloccano e le strappano di mano il mozzicone, esclamando: “Polizei!”. I tedeschi sono certo un popolo evoluto, talmente evoluto da avere con ogni probabilità modificato i geni dei poliziotti bavaresi in laboratorio, unendoli a quelli dei loro cani ed ottenendone un temibile ibrido in grado di distinguere col solo uso dell’olfatto le sostanze stupefacenti. Il poliziotto bavarese in questione, difatti, ha preso ad annusare rumorosamente la sigaretta di Eleonora F, tentando grazie alla sua mirabile sensibilità olfattiva di capire se si tratta di semplice tabacco oppure no. Il suo fiuto studia il mozzicone scrupolosamente, le narici si dilatano ed egli contrae i lineamenti germanici in una smorfia severa e accigliata. Passa poi il reperto alla collega, suo corrispettivo femminile, la quale compie la medesima procedura, annusando smaniosa. Comincio a sospettare che si tratti di due tossicodipendenti in piena crisi d’astinenza, tale è la foga che mettono nel fiutare la sigaretta bruciacchiata della mia compagna. Sarei quasi tentata di domandar loro un distintivo o una tessera di riconoscimento, dal momento che finora non hanno mostrato nulla all’infuori della pistola portata alla vita, e non sembrano neanche in uniforme. Interviene però il professor Boni, il quale ha notato in lontananza che una sua alunna è in procinto di farsi arrestare; padroneggiando abilmente la barbara lingua dei due bestioni, pare convincerli della nostra innocenza. Essi si accaniscono dunque sul gruppo di loro giovani connazionali, mentre Boni trascina me ed Eleonora F lontano dai guai, riconducendo la classe in albergo.
Per quel che riguarda la nottata, lascerò ampi margini immaginatavi all’eventuale lettore e non mi dilungherò nella descrizione delle “marachelle” compiute dai membri della Terzaddì, precisando solo che la quantità delle stesse è indirettamente proporzionale al numero di ore che i giovani hanno dedicato al sonno (invero pochine).
Il mattino seguente, dopo aver visitato l’università e
Dopo aver rischiato di perdere il treno e di rimanere quindi bloccati in Baviera, prolungando la disgraziatissima gita scolastica, gli alunni della Terzaddì riescono a prendere posto nel loro scompartimento, e possono dunque fare un bilancio dei danni subìti: si contano un naso ammaccato e sanguinante, un tentativo d’arresto per spaccio di droga, i postumi di svariate sbornie notturne e una perdita di coscienza improvvisa e apparentemente immotivata.
Il giorno successivo, solo pochi temerari osano presentarsi in classe per riprendere le lezioni, e in alcune giustificazioni portate in seguito gli alunni hanno scritto: assente per convalescenza post gita sc[Contrordine: Gurrado non deve più andare a Bèrghem, il manoscritto termina qui]

