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lunedì 30 novembre 2015

Oggi il Belgio è terrorizzato dalle proprie stesse misure di sicurezza, ma centocinquant'anni fa Baudelaire aveva già capito che Bruxelles era il ventre molle di un'Europa marcia. Rileggiamolo grazie anche a un mio pezzo disponibile sul sito del Foglio.

giovedì 29 ottobre 2015

Siccome non ci credevo dopo averlo letto sul Corriere della Sera, ho controllato anche sulla Stampa e perfino su Repubblica scoprendo che - se tre fonti fanno una prova - Raffaele Cantone ha davvero detto che Milano è la capitale morale d'Italia perché a Roma mancano gli anticorpi morali contro la corruzione. Mi sono riemersi ricordi vaghi di una trasmissione di un quarto di secolo fa i cui inviati fermavano per strada la gggente chiedendo di spiegare esattamente il significato di espressioni invalse nella routine del gergo giornalistico: ed ecco una signora spiegare con sussiego, sopra risate registrate in studio, che Milano era la capitale morale d'Italia perché c'era più moralità.

Voi vi accapigliate sull'inedita e trascinante questione se Milano sia meglio di Roma in base al parere personale di un magistrato (che, detto fra parentesi, non essendo cattolico ha dunque diritto a esprimere pareri personali che vengono commentati con ammirazione e rispetto per la sua autorità, mentre se fosse stato cattolico l'avreste preso a pedate in faccia perché i magistrati non devono esprimere opinioni); io invece traggo da questa storia due conseguenze. Anzitutto che aveva ragione Patrizia Valduga quando scriveva già in tempi non sospetti l'endecasillabo "Italiani, imparate l'italiano". Se nessuno alza il ditino per far notare che il senso di "capitale morale" è lo stesso di "vincitore morale" e dunque ha tutto a che fare con meriti contratti de facto e nulla col concetto etico un po' peloso di "anticorpi morali", vuol dire che rispetto ai tempi in cui la signora ignorante che la pensava come Cantone causava crasse risate gli italiani hanno smesso di sapere l'italiano: effetto forse collaterale ma certo inevitabile dell'avvento di vitelli d'oro linguisticamente ibridi come l'internet e l'euro - diceva l'immenso Geminello Alvi che l'euro era stato introdotto dagli italiani stanchi della dominazione italiana sull'Italia.

In secondo luogo, passando al livello delle implicazioni sociali dell'uso della lingua, il plauso a Cantone e il conseguente vacuo dibattito indicano che è variato il metro di giudizio delle azioni. Prima gli italiani esaltavano ciò che era luccicante o nobile: il vincitore morale, la Milano da bere e così via; adesso esaltano ciò che è etico e corretto. Ci siamo ridotti ad avere la stessa concezione del bello che a metà Cinquecento poteva avere un calvinista presbite delle valli svizzere. Venticinque anni non sono molti ma per l'Italia sono stati troppi. Ieri la signora che travisava il senso di "capitale morale" veniva sbertucciata in tv con ogni ragione; oggi al lessico confusionario di un magistrato si dedicano ossequiose lenzuolate sui quotidiani. Raffaele Cantone è la giusta guida per l'Italia che finisce.

lunedì 26 ottobre 2015

Dal 1766 al 1796 Pietro Verri non pubblicò nulla, volontariamente, perché riteneva che il pubblico non fosse all'altezza delle sue idee. Se non che Pietro Verri era conte mentre io sono assegnista di ricerca in scadenza di contratto e ciò rende necessario che io scriva il più possibile e cerchi di pubblicare quasi tutto, quanto meno per la pecunia. Se dunque leggendomi trovate qualcosa di intelligente non prendetelo come un complimento.

martedì 6 ottobre 2015

Non trovate solo Romano Luperini (i liceali sapranno chi è) sul nuovo numero del Gabellino, rivista online della Fondazione Luciano Bianciardi; trovate anche un mio racconto, un mio scritto, una mia divagazione anzi una mia passeggiata per Milano alla ricerca di obiettivi sensibili per un eventuale attentato, ovvero un tentativo di trovare un'identificazione attuale del torracchione che cinquant'anni fa Bianciardi raccontava di voler far saltare in aria ne La vita agra. Non è facile, oggi. S'intitola L'esplosione di Milano e se il pdf è scomodo potete anche leggerlo ricopiato qui sotto.

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Quando vado a Milano e faccio quattro passi da Corso Venezia a Via della Spiga, penso che probabilmente il torracchione che cinquant’anni fa Bianciardi voleva far saltare in aria oggi siano i sacrali negozi del superfluo. Passo magari davanti alla vetrina di un bar vegano dove il caffè costa tre euri perché fatto con la cicoria e penso all’esplosione che consentirebbe di giocare a shangai con gli ossicini di tutte le signorine di magrezza penitenziale lì dentro, talmente ricche da poter permettersi di mangiare poco e niente mentre io ho sempre fame. Poi passo magari davanti a un negozio che vende oggetti di design per arredare le stanze inutili della propria casa, per quanto io non ne abbia una, e penso a quali e quante montagnole di cenere diverrebbero le statuette decorative in gusto concettual-rococò investite da una fiammata come si deve. E quale destino pensate che toccherebbe ai ristoranti fusion metà tailandesi e metà brasiliani? Avete presente quanti attentati si potrebbero agevolmente allestire toccando due o tre cosette nei caschi dei parrucchieri megafashion aperti a mezzanotte, con l’aria sospesa a metà fra la reggia di Versailles e il magazzino della lista nozze?

Anziché fermarmi a eseguire continuo a camminare a vuoto fino a che mi si forma in mente l’idea che Bianciardi va bene che era anarchico ma era anche pragmatico. L’esplosione di Milano, il debellamento delle sue aree più luccicanti e frivole, sarebbe un vantaggio per i poveri? Alla fine, se uno non ha soldi, cosa gliene torna quando vede bruciare l’arredamento ligneo di un negozio di guanti britannici decorato con marmotte impagliate? Un bel niente, a parte una transeunte soddisfazione estetica, per due motivi. Primo perché la ricchezza non è un gioco a somma zero, e rispetto a cinquant’anni fa siamo usciti dall’illusoria convinzione che un impoverimento dei ricchi implichi un arricchimento dei poveri; l’impoverimento dei ricchi causa solo e soltanto l’arricchimento di altri ricchi nonché l’impoverimento di quei poveri ai quali cessano di arrivare le briciole in bilico sull’orlo della tovaglia. Secondo perché, rispetto a cinquant’anni fa, i soldi veri sono altrove e i lustrini dell’alta borghesia milanese adesso non sono che la testimonianza di una classe in decadenza precipitosa e inarrestabile; così quando passo davanti a un negozio di accessori per cani il cui pezzo minimo è una pallina da dentatura che costa cinquanta euri, il primo istinto è di aprire il fuoco ma il secondo immediatissimo è di entrare a compatire le commesse e pure il padrone. Non capirebbero ma basta il pensiero.

Io poi nemmeno sono anarchico ma tutt’al più un moderato un po’ pavido e senz’altro pigro, ragion per cui se proprio devo mi limiterei a radere al suolo i negozi, librerie comprese, sorti nel ventre di chiese sconsacrate, al precipuo scopo di cacciare i mercanti dal tempio e ripristinare una benefica attività gratuita lì dove il terreno devozionale è stato eroso dal capillare mercimonio. Per esempio io mai approfitterei delle tenebre di Abercombie & Fitch per acquattarmi negli angoli che restano del tutto trascurati dalla luce ora bluastra ora sanguinolenta e piazzare un ordigno che non solo distrugga i capi d’abbigliamento e le clienti ma anche riesca a spettinare i commessi e perfino a svegliare gli accompagnatori delle dame in fregola d’acquisto accoccolati sulle portone d’attesa, a gruppetti di quattro estranei sospirosi per ciascun recesso. Costerebbe troppa fatica; poi l’odierno torracchione certo non è questo pacchiano palazzo d’angolo coi bodyguard all’ingresso e nemmeno lo è tutto il vetro che sorge a Porta Nuova attorno all’appuntito vertice dell’Unicredit, che sembra quasi una siringa fatta al cielo. Che facciamo, distruggiamo le cose nuove che sono costate tanto denaro e fatica e hanno quanto meno arricchito le maestranze? Buttiamo giù quel po’ di panorama che se non altro, quando il sole ci brilla sopra come oggi, mette un po’ di allegria a chi sta andando al lavoro anziché perdendo tempo come me? Inoltre, grazie all’attività cerebrale indotta dal moto perpetuo delle gambe, sono diventato abbastanza acuto da rendermi conto che cinquant’anni fa la principale soddisfazione nel fare scoppiare una banca sarebbe stata riposta nel veder volare denaro che planando si sarebbe liberamente redistribuito fra bisognosi, lazzaroni e immeritevoli, rendendo l’idea di una specie di perequazione. Oggi le banche non hanno più soldi e quei pochi che hanno sono dematerializzati; quando ci passo davanti mi viene piuttosto voglia di scavare con la chiave dell’auto una fessura sul muro in cui infilare, a mo’ di salvadanaio, due euro d’elemosina col cipiglio tosco di Dante inciso sul solido nichel. Non lo faccio perché, non avendo l’auto, nemmanco ho la chiave.

Dev’essere molto difficile essere Bianciardi oggi a Milano. È una città talmente decaduta, talmente miserella in confronto alle roccaforti del capitalismo protestante, talmente caduca dinanzi all’avanzata dei veri ricchi asiatici con manie d’annessione, da sembrare quasi implorante nel chiedere misericordia. Come si fa a far esplodere una città implosa? I palazzi che cinquant’anni fa sembravano l’avanguardia implacabile di un cancro che divorava la parte schietta e popolare della città adesso sono tutt’al più pittoreschi e arrugginiti, caratteristici magari mentre negli interstizi fra un cemento armato e l’altro si vede comparire il lucore della Madonnina. O Madonnina, Madonnina sommersa da torri di Babele più alte di te, ieri sembravi una mano che spuntava fra i marosi in cerca di soccorso e oggi – oggi che i nostri occhi hanno visto il vero male a Londra, a Cupertino, a Pechino, a Dubai – sembri solo ricordarci che ciò nonostante sei ancora lì, un po’ beffarda e un po’ protettiva.


Non c’è nulla da far esplodere a Milano. È troppo tardi perché questa città che cinquant’anni fa sembrava un nemico da combattere e piegare adesso è provincia di un mondo troppo vasto, che guarda altrove e se ne fregherebbe delle deflagrazioni più spettacolari, facessi anche saltare in aria tutti gli esercizi che con la scusa di rendere un favore a cittadini troppo impegnati restano aperti anche la domenica e così, per accumulare un settimo di soldi in più, sfasciano le famiglie di chi ci lavora e non ha mai tempo di stare a casa. Per quanto giri e rigiri alla ricerca di un obiettivo sensibile devo prendere atto che il torracchione se n’è andato da Milano. Senza accorgermene sbuco sotto la Torre Velasca e noto che proprio nel punto a mezzo cielo, vicino ai puntoni che fra ventiduesimo e ventitreesimo piano dilatano l’edificio in cubo, c’è una nuvoletta grande quanto una bomba a mano; il resto è tutto azzurro limpido.

mercoledì 26 agosto 2015

Ogni volta che devo andare a Oxford accade qualche disgrazia, e infatti stamattina non appena ho fatto il biglietto del treno è venuta giù un'acqua battente che ancora non accenna a smettere e forse non solo funesterà l'intera trasferta di domani ma probabilmente durerà una quarantina di giorni, rendendo necessario costruire un'arca sulla quale far salire solo e soltanto due studiosi di sesso diverso per ogni materia così da garantire la salvezza della cultura: un professore e una ricercatrice di accadico, una lecturer e un dottorando di meccanica quantistica, un assegnista di studi voltairiani (bellissimo) con un'ospite a sua discrezione e così via. Comunque. Il principale motivo di orgoglio per questa trasferta a Oxford è avere scoperto che la rivalità con Cambridge è talmente radicata e capillare da essersi diffusa perfino nei bigliettai in stazione. Allo sportello infatti ho escogitato il numero di chiedere prima I wish to go to Oxford, desidero andare a Oxford, correggendomi poi con I would like to go to Oxford, mi piacerebbe andare a Oxford, e poi concludendo con un Well, I'm not so keen on that, dopotutto non sono così entusiasta di farlo, che per poco il bigliettaio non scavalcava la vetrata per venire a stringermi la mano ridendo.

mercoledì 24 giugno 2015

Oggi La Provincia Pavese è in sciopero. Consolatevi col giornalismo d'essai, ossia rileggendo la recensione che dedicai al numero del 5 maggio 2012.

I quotidiani locali possono essere letti in due maniere. La prima è usarli come bollettino limitandosi ad apprendere le notizie del giorno, tutta forma e niente contenuti. La seconda è più frequente e vede l’emersione dietro ogni notizia, in qualsiasi forma venga data, di un sottotesto correlato al fatto stesso che la notizia compaia dal giornale locale in questione anziché altrove. I quotidiani locali patiscono, insomma, la prevalenza del contesto sul contenuto negli occhi di una buona maggioranza di lettori.
Questo spiega perché, quando ho mostrato in giro il titolo de La Provincia Pavese di oggi – titolo serio per una faccenda triste – tutti indistintamente hanno dichiarato che tali «400 insospettabili truffatori» richiamavano un titolo che da tempo immemorabile la leggenda attribuisce alla Provincia: «In 500 contro un albero, tutti morti»; e poco importa che con ogni probabilità non sia mai stato stampato e derivi anzi da qualche barzelletta di bassa lega, sul livello di «Falegname impazzito tira sega a passante».

Pazienza, non c’è niente da fare: lavorare a un quotidiano locale significa dover adeguarsi allo scetticismo, tentando di sconfessarlo oppure, se si è dotati di sense of humour, di cavalcare la tigre.
Vediamo come se la cava la Provincia vera, non quella leggendaria che vive nelle memorie confuse dei suoi lettori/detrattori. Superate le prime nove pagine di notizie dal resto del mondo, la sezione pavese della Provincia inizia con la doppia pagina dedicata da un lato all’economia locale e dall’altro a lettere e oroscopo. La lettera principale, alla quale risponde la direttrice, è un appello a che venga ripristinata l’ora esatta sull’orologio (fermo) dell’antica sede del comune, nella piazza centrale. La logica del lettore (il cui appello già trova in sede di pubblicazioni due altri sottoscrittori, incidentalmente con lo stesso cognome) è adamantina: «Voglio sperare che il comune di Pavia sia propenso a farlo funzionare ancora, perché tale orologio secolare situato proprio sul palazzo del comune di un tempo, nei secoli scorsi scandiva le ore per i pavesi in quanto nei tempi lontani dell’800 ma anche per buona parte del 900, non tutti i pavesi possedevano un orologio. Sicuramente ai giorni nostri non ha più questo scopo, però dato che esiste ed è anche ammirato dai turisti in quanto si tratta di un manufatto molto vecchio che sicuramente avrà un meccanismo ingegnoso che lo fa funzionare», eccetera eccetera.

Segue un’appassionante disputa sull’istituzione del senso unico a Marcignago e l’accorata lettera di una mite e presumo anziana lettrice: «Io sarò orgogliosa di morire sorretta dagli eterni valori fascisti. All’onorevole [omissis] lascio i valori attuali della politica: tangenti, corruzioni, riciclaggio, peculato…». L’oroscopo intanto minaccia la mia illibatezza con un’incursione omosessualista, avvertendo me e tutti i Sagittari dei dintorni che «tra voi e un collega potrebbe nascere presto una bella storia d’amore». Non sorprende che, di conseguenza, «in serata farete molta fatica a prendere sonno».

Poi c'è la doppia pagina sugli eventi programmati in giornata. A Torre d’Isola, «dipinti e vetri d’arte». A Valle Staffora, «il ballo delle quattro province». A Voghera, e non si sa perché solo lì, «la festa della mamma». A Magenta, che è in provincia di Milano, «il mondo degli ungulati». Grande sorpresa a Pavia, che mica per niente è il capoluogo: «Lennon alla Feltrinelli». Da pagina 15 a pagina 37 arriva finalmente la cronaca locale, divisa per sezioni geografiche in Pavia, Pavese, Voghera, Voghera e Oltrepo, Oltrepo, Broni e Stradella, Tortona e Stradella, Vigevano, Lomellina, Mortara e Lomellina, di nuovo Lomellina e basta. Tralasciamo il titolo «Giallo a Chignolo» sotto il quale campeggia la foto di un cinese. Avvertiamo invece gli interessati che «il funerale a Vistarino è vietato al pomeriggio», titolo che avrebbe fatto felice Scerbanenco; a Voghera invece «i detenuti diventano ambientalisti»; a Stradella «La moglie di Vecchioni riceve il premio per la pace». Alle competenti autorità religiose segnaliamo la presenza nell’oratorio di Sannazzaro de’ Burgondi del Mago don Sales, «sacerdote salesiano che anima spettacoli e feste oratoriane. Mago don Sales celebrerà la Messa delle 11 nella chiesa parrocchiale». Chissà la transustanziazione.

Una quinta superiore va in gita in Toscana; una quarta elementare, di più limitati mezzi, nella redazione del giornale stesso; una studentessa universitaria gode di uno stage presso la biblioteca civica Mino Milani di Garlasco; un’altra, forse invidiosa, cade dalle scale: «Paura al Pollini», istituto alberghiero di Mortara. Come nell’incipit de Il complotto contro l’America di Philip Roth, la paura domina queste pagine, un’eterna paura giustificata anche dalla simultanea rivolta degli animali, che prendono in scacco vari siti strategici della zona: «Sannazzaro, altra strage nel pollaio. Nella notte una volpe ha ucciso nove galline e un gallo a Regione San Giuseppe»; «Garlasco, sciame d’api: paura in piazza Garibaldi. L’esperto: non avrebbero punto»; e, soprattutto, «Avvistati tre lupi nella zona di Ruino».


Con tutto il rispetto per la volpe e le  api (nonché per le studentesse che cadono dalle scale), questa è la notizia più grossa e preoccupante, che merita di guadagnare la prima pagina. Ci arriva, infatti: i quotidiani locali si occupano dell’infinitamente piccolo e quindi hanno necessità di ingrandirlo; però la Provincia ha pudore, e la sistema in un minibox pallidissimo di fianco alla rutilante pubblicità di una «Scuola di educazione per cani di ogni razza ed età» che impartisce «corsi di agility, retrieving e puppy class» come a suggerire che, qualora i lupi invadessero, si può pur sempre fare un tentativo e iscriverli. L’occhiello che decora la notizia dell’arrivo dei lupi è un capolavoro di sublime understatement: «Qualche timore».

giovedì 30 aprile 2015

Ricco scemo (4)

Scrivo queste righe il 30 aprile e voi direte: che ce ne frega? Avrete anche voi il calendario, magari di Frate Indovino. Guardatelo allora e noterete che il santo di oggi è San Pio V, il papa fondatore che si chiamava Antonio Michele Ghislieri. (Sì, Antonio come me, Michele come Briganti, Ghislieri come la squadra di calcio). Per la Chiesa Cattolica è memoria facoltativa. Per noi anche, visto che in Collegio san Pio viene tradizionalmente festeggiato non nel giorno del martirologio ma durante una domenica di maggio con un pranzo fra alunni ed ex alunni di età anche veneranda nel nostro quadriportico cinquecentesco, roba che Casa Milan in via Aldo Rossi se la sogna. Proprio l’altra sera, a cena con l’ex alunno di un altro collegio pavese di cui no quiero acordarme, meditavamo su come ancora mezzo millennio dopo il carattere dei collegiali sia modellato su quello dei rispettivi fondatori: i nostri rivali sono quindi dei [CENSURA], noi invece, avendo preso dal Papa fondatore che i monumenti eternano come turcorum victor e haereticorum oppugnator, siamo iperattivi, estremizzanti e costantemente un po’ incazzati (come il personaggio dell’automobilista di Gioele Dix).

Ma oggi 30 aprile, giorno dell’ultima e decisiva partita del girone eliminatorio, oltre alla mano del Pio credo ce ne darà una colui che, se fossi costretto a scegliere, nominerei seduta stante protettore del Ghislieri Fooball Club. Lo scorso 25 aprile Sergio Mattarella ha concesso un’intervista a Repubblica in cui citava a modello il servo di Dio Teresio Olivelli, resistente e naturalmente ghisleriano. Le testimonianze della sua vita in collegio raccontano la sua passione in un modo che apparirà vivido anche a chi non ha sott’occhio i luoghi della sua vita quotidiana. Passava buona parte della mattinata in sala caffè da gran lettore dei quotidiani; diviso fra interessi contrastanti, aveva bisogno che l’allora Rettore lo incitasse a canalizzare le sue energie magmatiche verso obiettivi concreti nello studio della giurisprudenza; fascista convintissimo negli anni dell’università, pugnace dissertatore in lunghe notti in camera di studenti che la pensavano diversamente; sempre tanto cattolico, in modo divorante; e, naturalmente, grande animatore delle sfide calcistiche ad altri collegi, in particolare uno che proprio non mi viene in mente. Finito il tempo del collegio Olivelli divenne ufficiale degli alpini, combatté in prima linea e divenne antifascista nello stesso modo sincero e intenso in cui era stato l’esatto contrario. A guerra in corso, ventottenne, venne chiamato a fare da Rettore lui stesso per sopperire all’emergenza e accettò di corsa per amore di Collegio; durò pochissimo poiché venne presto internato nel lager di Hersbruck e lì morì, pestato dai nazisti, nel tentativo di difendere i compagni di prigionia dai carcerieri. In Collegio c’è un quadro che lo raffigura in camiciona a righe – diritto e con un fiero guardo di sfida verso la cornice sinistra - mentre gli si aggrappano addosso deportati che cascano uno a uno. Lo spirito del Ghislieri è così.

[Il resto della rubrica su cosa si prova a essere presidente di una squadra di calcio universitaria si trova, col contributo del mister Michele Briganti, come sempre su Quasi Rete.]

martedì 21 aprile 2015

Giù la maschera, Oxford! Sul Foglio in edicola oggi, inchiesta letteraria su lavoro, potere, soldi, sesso e morte nella più antica università inglese; collegi veri e collegi immaginari, town & gown, il marchio registrato e i venticinque colori che si abbinano all'Oxford blue. Un paginone con dentro Martin Amis, Javier Marias, Naomi Alderman, Ian McEwan, Evelyn Waugh, Thomas Hardy e purtroppo anche Harry Potter.





domenica 19 aprile 2015

Ricco scemo (3)

Il Collegio Ghislieri di Pavia è un’istituzione patrocinata da una novità della storia politica d’Italia – il presidente della Repubblica – ma che affonda le radici in un’antichità ben più vasta e prestigiosa, essendo stato fondato nel 1567 da Pio V, pontefice che quattro anni dopo organizzò la lega che sbaragliò la flotta turca a Lepanto e fu canonizzato nel 1712. Nella sua plurisecolare esistenza il Collegio ha visto transitare in visita capi di Stato e di governo, Einaudi come Mussolini come Napoleone; e fra gli alunni non si contano i nomi celebri tanto per il vasto pubblico, quale ad esempio un Carlo Goldoni, o uno Zanardelli, quanto per palati più fini e specialistici, e che non mancano scorrendo elenchi di ministri o accademici o professionisti vivi e morti di notare di fronte a questo o quel notabile: “Ah, è ghisleriano”. Gode il Collegio non solo delle fondamentali infrastrutture volte a garantire agli alunni in corso una vita più che comoda per quanto non molle, in cambio di un elevato rendimento negli esami universitari, ma anche di incentivi all’eccellenza accademica a cominciare da un frequente e costruttivo scambio con l’estero: le prime borse per l’America furono istituite negli anni ’30 (avete letto bene; intorno all’anno X dell’era fascista) e gli scambi con Cambridge, Oxford, la Normale di Parigi, il Maximilianeum di Monaco e altri atenei sparsi per il mondo sono seguiti a ruota. Inoltre gli alunni per tradizione beneficiano di un’indefessa attività culturale – convegni, conferenze, presentazioni – che non solo si espande su tutto lo scibile ma viene sovente lasciata alla libera organizzazione degli studenti stessi, ai quali viene messo a disposizione tutto ciò di cui possono avere bisogno perché ne facciano libero uso. Potrei continuare fino alla fine dello spazio disponibile su internet ma per modestia mi fermo non prima di avere, premesso questo, specificato due cose rivolgendomi ai miei giocatori: che dalla prossima partita mi inchiavardo alla panchina e muoio della stessa morte vostra, senza impegni pregressi che tengano; che tutte le volte che vi capita una sconfitta pensate sempre che perdiamo per manifesta superiorità.

Il resto della rubrica, "Luci al Mascherpa" di Michele Briganti, è come sempre su Quasi Rete della Gazzetta dello Sport, con un interessante inserto cinematografico.

mercoledì 8 aprile 2015

Ricco scemo (2)

Dice: la squadra perde, sei il presidente, caccia l’allenatore. Fra i motivi per cui non esonero Briganti nonostante la sconfitta contro il Valla (o era il Volta? tutto si perde nell’indistinto, in un misto fatale di snobismo e alzheimer) metto al primo posto l’evenienza che dei personaggi dei Peanuts quello che meno sopporto è proprio la saputissima Lucy. Costei è convinta che la colpa delle sconfitte sia dell’allenatore e non, poniamo, del fatto che nella sua squadra di baseball giochi un celebre bracchetto e in quella di football americano tale Woodstock, il quale trattandosi di un canarino si trova in gravi difficoltà ogniqualvolta ci sia da calciare una palla ovale grande ventisei volte lui. Abitualmente la colpisce con una pedata tremenda ed essa resta ferma, imperturbabile. Fra le colpe di Lucy non va sottovalutata quella di incitare Charlie Brown al calcio piazzato, quando non tocca a Woodstock, sempre poi sottraendogli proditoriamente la palla ovale onde causarne il liscio e il volo con atterraggio di schiena sulla torba e danni al midollo spinale che solo un Fabio Caressa sarebbe in grado di diagnosticare a occhio, in diretta. In secondo luogo Briganti allena gratis: quindi perché esonerarlo? Senza contare che pur demansionato continuerebbe comunque a venire a vedere le prossime partite occupando nondimeno un posto in automobile; senza contare che a partita in corso mi manda gli aggiornamenti sul punteggio stante i miei pressanti impegni che quest’anno ancora non mi hanno consentito di presenziare se non in spirito e stante la mia incapacità di scaricare la app Live Intercollegiale fatt’apposta per il torneo in questione; e che a partita finita si scrive pure da solo il pezzo di commento, sicuramente memore delle gesta di quel Vittorio Pozzo che allenò l’Italia dal 1929 al 1948 vincendo due Mondiali, un’Olimpiade e due Coppe Internazionali, e nel frattempo fu corrispondente calcistico e autorevole commentatore tecnico per La Stampa. La società ha fiducia nella sua capacità di prendere esempio anche quanto a successi sportivi. Infine esonerare Briganti significherebbe dover dirottare uno qualsiasi dei calciatori a dare istruzioni in panchina aggravando la grave penuria di risorse umane dalla quale siamo afflitti, tanto che l’altra volta abbiamo ottemperato al tradizionale non scritto di fornire un guardalinee alla terna mettendo la bandierina in mano a una ragazza e dandole per unica istruzione: “La bandierina è gialla e rossa come noi, quindi sventolala per fare il tifo”.

Estratto dalla seconda puntata della rubrica "Luci al Mascherpa" con cui Michele Briganti aggiorna sul torneo intercollegiale di calcio dell'Università di Pavia i lettori di Quasi Rete / Em Bycicleta, blog letterario della Gazzetta dello Sport.

sabato 14 marzo 2015

Ricco scemo (1)

Riassunto delle puntate precedenti. Non so se vi ho mai detto che sono presidente di una squadra di calcio: il Ghislieri Football Club, per rilevare il quale – guidando una cordata di alunni laureati – lo scorso anno ho sborsato una cifra venti volte superiore a quella che mi ci sarebbe voluta per comprare il Parma. I risultati non si sono fatti attendere. Il quarto posto della scorsa stagione nel torneo di calcio maschile fra i collegi di Pavia ha ripagato di decenni di figure barbine (si favoleggia di un anno in cui eravamo arrivati ultimi a -1 punto, fra sconfitte e penalizzazioni) specie nei confronti delle ragazze del Collegio, le quali storicamente oltre a studiare hanno una squadra di pallavolo dal palmarès ragguardevole. La formula è semplice, due gironi all’italiana di sei squadre e poi quarti, semifinali, finale; tutte partite secche. Da quest’anno, semifinale e finale si giocheranno al Fortunati, lo stadio vero e proprio dove il Pavia sta combattendo per venire promosso in Serie B e incontrare l’anno prossimo le squadre preferite da Lotito; tutte le partite precedenti al Mascherpa, dove si respira aria di Torneo di Viareggio fra alfabetizzati. L’obiettivo dei ragazzi del Ghislieri è, sul lungo termine, confermarsi fra le prime quattro e, sul breve termine, non venire sfottuti dalle ragazze. Io non so usare l’app “Live Intercollegiale” che con grande perizia è stata imbastita dagli organizzatori quindi ho ordinato all'allenatore Briganti di inviarmi, fra una mazzarrata e l’altra, periodici aggiornamenti su Ghislieri-Maino che io avrei poi diffuso ai quattro venti su facebook mentre l’attenzione dell’Italia tutta era rivolta alle imprese di Torino e Inter in Europa League. Ma ecco, allora, il miracolo: segnalo la prima rete e dai quattro cantoni del globo iniziano a fioccare esultanze e complimenti. Da Parigi, da Dublino, dall’Olanda. Da Chicago. Perfino da Pavia. Sono gli altri alunni laureati del Collegio che, giovani e meno giovani, hanno fatto strada sfondando i confini e tengono d’occhio i ragazzi giallorossi. Veramente la maglia sarebbe oro e porpora, ma non sottilizziamo. L’importante è vincere, 5-0 come Milan-Real Madrid del 19 aprile 1989 (sono più vecchio di Briganti ergo ho altri riferimenti spaziotemporali). Quando li vedo tornare sporchi e sfasciati in Collegio (una tifosa aveva il bandierone; l’altra, no) mi alzo in piedi ad accoglierli ma loro mi chiedono quanto sta Fiorentina-Roma. L’unico rammarico della giornata è che l’ingaggio di Cristiano Ronaldo non è andato a buon fine in quanto gli organizzatori del torneo si sono resi conto che la fototessera spillata sul cartellino della Figc (Settore Attività Amatoriale e Ricreativa) era in realtà una figurina ritagliata.

Su Quasi Rete / Em Bycicleta, blog letterario della Gazzetta dello Sport, il resto della rubrica su come si vive da presidente di una società amatoriale.

giovedì 26 febbraio 2015

Speriamo che il ritorno in edicola di Charlie Hebdo ponga fine all'overdose di Voltaire cui siamo stati sottoposti, sempre a sproposito, a partire dai giorni dell'attentato islamico a Parigi. Tutti hanno riciclato in tutte le salse l'immortale frase di Voltaire "Non sono d'accordo con quello che dici ma darei la vita perché tu lo possa dire", la cui principale caratteristica è di non essere di Voltaire: una bufala, insomma, benintenzionata e settecentesca quantunque ma pur sempre una bufala. Sulle infinite rifrazioni di questa frase e sull'esplosione del Voltaire percepito ma non reale ho scritto un contributo per Bunker Debunker, blog che smaschera bufale e non-notizie da giornali e web; lo tiene Chiara Severgnini, allieva della scuola di giornalismo Walter Tobagi di Milano che ogni tanto potete leggere sul sito "Piazza digitale" del Corriere della Sera. (No, non è parente). Trovate il mio pezzo cliccando qui.

lunedì 23 febbraio 2015

Non ricordo se fosse uno zio oppure un altro parente, o soltanto un signore che si chiamava Sam. Fatto sta che Richard Dawkins - patriarca britannico degli atei, biologo di chiara fama, divulgatore di successo e autore del bestseller The God Delusion nonché inevitabilmente autorità assoluta nell'autorevolissima Oxford - in un'intervista pubblicata ieri su Repubblica ha dichiarato che da bambino aveva già capito che il Babbo Natale in cui credevano tutti era soltanto un signore mascherato: Sam, appunto. Non solo. Aveva anche capito, già a nove anni, che ogni alunno delle elementari seguiva una religione differente ma che ciascuno di loro, fosse buddista o islamico o induista o addirittura cristiano, era convinto che la propria religione fosse non solo giusta ma anche l'unica e sola. Dunque, grazie a Babbo Natale smascherato e al pluralismo dell'istruzione britannica, Richard Dawkins aveva capito che Dio non esiste già da bambino. Poi non è cresciuto.

mercoledì 14 gennaio 2015

Lo ripeto adesso che è vacante anche se si tratta di un'idea che mi era balzata in mente mesi e mesi fa, credo in aprile, mentre a Roma mi affacciavo accorgendomi che dalla sommità di un colle si vedeva distintamente una cupola e quindi, presumo, viceversa. Se uno considera la sorpresa collettiva, l'iniziale incomprensione, il successivo smarrimento e la diffusa sensazione di trovarsi di fronte a un evento storico talmente enorme da non avere quasi precedenti e da poter restare forse irripetibile, ecco, se fatto trenta si fosse deciso di fare trentuno sarebbe bastato che Ratzinger, annunziando la rinunzia al soglio pontificio, si fosse detto disponibile a trascorrere il resto dei suoi giorni in serenità spirituale e monastico isolamento nelle stanze pontificie, da tempo in disuso, del palazzo del Quirinale.

mercoledì 31 dicembre 2014

Non è curioso che le due donne più citate sui giornali inglesi a dicembre abbiano vite di stampo opposto congiunte da una sola parola? Una è Libby Lane, prossima alla nomina a vescovo anglicano, annunciata con grande clamore da Downing Street poiché si tratta della prima donna che ascenderà al soglio episcopale. L’altra è Natasha Bolter, già candidata senza successo dell’Ukip a Westminster, la quale ha accusato di molestie sessuali il segretario generale del partito Roger Bird. La parola che hanno in comune è “Oxford”.

Al St Peter’s College di Oxford Libby Lane ha conosciuto suo marito e insieme hanno maturato la scelta di diventare sacerdoti, entrambi. Lì non solo ha scoperto la fede che non era molto praticata dai genitori ma soprattutto si è convinta che “i preti debbano apportare al ministero che esercitano un valore aggiunto individuale”, frase che sostituendo “ricercatori” a “preti” e “scienza” a “ministero” può essere riciclata nelle brochure promozionali della prestigiosa università. A Oxford, poco dopo l’adolescenza, Libby Lane ha ricevuto la vocazione a un ruolo ancora inesistente, visto che solo nel 1994 la Chiesa d’Inghilterra ha aperto il sacerdozio alle donne; infatti, non appena è stato possibile, lei e il marito hanno deciso di farsi ordinare simultaneamente. Il Daily Telegraph informa che sulla loro casella postale campeggia il titolo “Reverendo e Reverenda” e che la carriera dei coniugi Lane, sbocciata nella città universitaria che fonde tradizionalismo accademico e avanguardismo etico, è uno snodo chiave nel passaggio del femminismo dalle barricate alla stanza dei bottoni.

Alunna del Wadham College di Oxford si è orgogliosamente proclamata Natasha Bolter, che ha voluto trasformare il proprio caso (il capo ci prova, lei forse ci sta o forse no ma comunque spiffera tutto alla stampa) in un “tipico esempio della cultura sessista interna all’Ukip e della sua rutinaria reificazione della donna” – per usare le parole di un Matthew d’Ancona pressoché idrofobo sul New York Times. Non sorprende: a Oxford è stata progressivamente maturata un’ossessione politicamente corretta per la lotta alle molestie sessuali, naturalmente correlata al riconoscimento paritario del ruolo della donna eccetera eccetera, e culminata nell’affissione nelle bacheche dei dipartimenti di severissimi cartelli che ammoniscono di non tenere con colleghe o alunne comportamenti che possano venire interpretati come ambigui, equiparando un complimento fuggevole a un’animosa pacca sul culo. Divertiva in particolar modo l’affissione di questo cartello nel centro per gli studi ebraici che si trovava nella tenuta di campagna di Yarnton, isolata e popolata per lo più da rabbini ultraortodossi.


Purtroppo da una scorsa veloce ai registri dell’università è emerso che nessuna Natasha Bolter è mai stata alunna di Oxford, dettaglio che potrebbe gettare qualche ombra sulla veridicità delle accuse a Bird (comunque rimosso dall’incarico) ma che  d’Ancona non ritiene molto rilevante. Per lui pesa di più il fatto che “i politici dell’Ukip facciano pubblici commenti reazionari su donne, stranieri, omosessuali e minoranze etniche”, ragion per cui l’accusa della Bolter è da considerarsi vera anche in assenza di concretezza; per altri pesano di più i messaggi espliciti che lei mandava a lui con grande spregio dell’ortografia. Ciò detto, è significativo che la Bolter si sia sentita in diritto di farsi scudo politicamente corretto di Oxford: in certi casi più dei fatti conta il principio e basta il pensiero, ovviamente unico.

venerdì 12 dicembre 2014

Mi arriva da Oxford il biglietto di auguri meglio illustrato della mia vita - fatto salvo il dettaglio che, provenendo dall'Inghilterra, fa gli auguri di Natale senza mai menzionare il Natale per timore di offendere in qualche modo me o una qualsiasi altra minoranza che possa fugacemente gettare lo sguardo sul mio biglietto - e subito provvedo a diffonderlo presso persone che non condividono il mio entusiasmo iconografico e mi chiedono: ma di chi è la sagoma ritratta? di un vecchio generico? di un prete? di Scrooge? Con contenuta delusione spiego trattarsi di Voltaire, riconoscimento che per me è intuitivo e immediato avendo trascorso gli ultimi anni di vita a lavorare trasformando in denaro le sue parole ma che per il resto del mondo, posso arguire, è a dir poco arduo se non del tutto indifferente. A quel punto qualcuno mi domanda: ma scusa, nella mia ignoranza, da cosa si dovrebbe riconoscere che si tratta di Voltaire?

La domanda è epistemologicamente interessante. Da cosa si capisce che Voltaire è Voltaire? E, per estensione, da cosa si capisce che la Gioconda è la Gioconda? Si tratta del volto ritratto più famoso al mondo (la Gioconda, non Voltaire) ma nessuno di noi ha mai visto in faccia la Gioconda vera, quindi nessuno può dire che il ritratto di Leonardo sia somigliante; possiamo tutt'al più accontentarci di dire che determinate riproduzioni della Gioconda sono più o meno somiglianti al ritratto di Leonardo, e riduttivamente diciamo che quelle riproduzioni sono più o meno somiglianti alla Gioconda. Lo stesso con Voltaire. Il paradosso è che sappiamo che la silhouette è di Voltaire perché l'autore dichiara che sia Voltaire; e accettiamo che sia davvero Voltaire perché somiglia ad altri quadri i cui autori hanno dichiarato che il soggetto ritratto fosse Voltaire. Ma Voltaire com'era? Non lo sappiamo. E se un domani un miracoloso ritrovato della scienza e della tecnica dovesse consentirci di ricostruire con approssimazione quasi nulla il vero volto di Voltaire sulla base di qualche ossicino superstite, con ogni probabilità scopriremo che non gli somiglia per niente.

Per fortuna nessuno fino a ora mi ha domandato di chi è la sagoma che si intravede sulla croce.

venerdì 5 dicembre 2014

Oxford, Cambridge, MIT, Stanford, London School of Echonomics... Insomma, le solite: la notizia del giorno è che le università uscendo dalle quali è statisticamente più facile trovare lavoro sono sempre le stesse, quelle che vi sarebbero venute in mente a intuito senza bisogno di studi approfonditi dei QS World Unviersity Rankings. Considerare le rette è più interessante. Mentre per iscriversi alle università americane si spende fra i 45.000 e i 60.000 dollari, l'Ansa riporta la notizia che per Oxford e Cambridge bastino 9.000 sterline l'anno, grossomodo un quinto: per essere certi di trovare lavoro, in Inghilterra si spendono 10.000 euri contro i 50.000 americani. Ma qui casca l'asino (anche se laureato) perché la retta indicata per le università inglesi copre solo le tasse statali mentre per essere iscritti a Oxford o a Cambridge è obbligatorio essere membri di un college, privato, per pagare il quale in tutte le sue diramazioni più perverse se ne vanno come minimo 20 se non 30.000 euri all'anno. Questo rende le grandi università inglesi non troppo difformi da quella di Singapore, decima nella graduatoria di oggi, dove un anno può costare anche 129.000 dollari singaporegni, che sembrano incommensurabili a fronte delle 9.000 ingannevoli sterline ma sono in realtà solo 80.000 euri, ossia il doppio di quello che uno spende in Inghilterra sommando anche la retta del college. In più l'esorbitante retta di Singapore è applicabile agli iscritti stranieri, mentre il tetto di 9.000 sterline di tasse statali è applicabile solo agli studenti britannici. Tutto questo impallidisce di fronte al dubbio se nell'animo degli studenti, non dico di Singapore ma almeno in quelli inglesi, baleni mai l'intuitiva domanda: ma con tutto quello che spendo per gli studi, dopo devo anche lavorare?

lunedì 17 novembre 2014

La paginetta che ho scritto su fiaccole e forconi ha causato qualche perplessità nei pavesi (meno di quante ne avrebbe causate, che so, a Matera) fra cui spicca quella dell'ottimo Gino Cervi, amico fraterno che da anni gestisce Quasi Rete oltre a fare tante altre cose belle e interessanti davvero, non per farci complimenti a vicenda. Cervi mi ha scritto, su facebook che ogni tanto serve a qualcosa oltre che a guardare le foto di - vabbe', lasciamo perdere:

caro antonio, evito preamboli del tipo "sai quanto, prima di tutto, ti voglio bene, e in secondo grado abbia stima del tuo smerigliante logos". vengo quindi al sodo. ho letto l'ultimo post sul tuo candido e sono rimasto raggelato. l'altra sera mi sono imbattuto assai casualmente sulla notizia dell'incidente di elena madama, data quasi in diretta nella rete (sito della provincia pavese, rilanciato da qualcuno su fb). il fatto spaventoso di per sé è stato amplificato in me nel suo orrore dallo scatenarsi della turba dei commenti come pietre il giorno di santo stefano protomartire. questo a caldo. a freddo invece leggo il tuo esercizio di agudeza e mi viene, oltre che gelo, non so se più rabbia o tristezza. ti chiedi dell'utilità delle fiaccole senza i forconi. credimi, antonio, non c'è bisogno di mettere la tua intelligenza al servizio della torma latrante di chi chiede pronta e sommaria vendetta. e non c'è neppure bisogno di chiedersi l'utilità del ritrovarsi insieme di fronte, o a cercare di far fronte, al probabilmente inesplicabile senso del male e delle sue universali manifestazioni. meglio farlo insieme, te lo assicuro. e non per una visione tolstojana dell'anima mundi, ma perché insieme, con un rosario o con una fiaccola in mano a tentare di rischiarare le tenebre, si è più forti di qualsiasi siepe agitata di forconi. capisco che da qualche tempo a questa parte forse il tuo cesaropapismo è messo a dura prova dal fatale declino del "papi" e dai dribbling del tifoso del san lorenzo de almagro, e ti mancano i riferimenti: ma cercarli nella più cupa vandea dei forconi mi pare davvero un insulto al tuo essere antoniogurrado. ciau

Io ho risposto, e qui trascrivo per conoscenza:

Gino, hai ragione, ultimamente mi faccio prendere dalla cattiveria a mente fredda (ma non è colpa del Papa, ci mancherebbe) anche se in questo caso il punto era un altro, ma non mi sono spiegato: capisco il senso di un rosario, cioè un evento verticale per chiedere qualcosa di trascendente in un momento di difficoltà; capisco meno il senso di una fiaccolata, cioè un evento civile la cui principale caratteristica era di non essere rivolta verso l'alto ma solo in orizzontale, e quindi prigioniera dell'immanente, che è appunto il luogo dove male e abisso sono inevitabili. In questo senso le fiaccole avrebbero avuto senso solo accompagnate dai forconi, perché l'unica cosa ragionevole che si può fare senza Dio è la vendetta. Nel Vangelo è scritto che durante il monologo dell'Ultima Cena Gesù dice agli apostoli con la consueta brutalità: "Senza di me non potete fare nulla" (Giovanni 15, 5); per quel poco che conosco la logica un po' fuzzy dei Vangeli questa frase significa anche il suo contrario, che magari un logico formale non approverebbe: "Con me potete fare tutto". Io figurati, da cattolico (cioè da essere umano) sono convinto che per questo si debbano perdonare tutti quelli che si pentono, anche quando ci fa schifo. Un abbraccio

sabato 15 novembre 2014

Urge sempre più una campagna per il ripristino della realtà. Prendete Roma. Lì il sindaco viene contestato dalla folla e sconfessato dal partito non perché ha arbitrariamente e unilateralmente deciso di celebrare de facto il matrimonio fra due uomini, due donne o due cocomeri, anzi due uom*, due donn* o due cocomer*, bensì perché suole parcheggiare la Panda in divieto di sosta. (Fra parentesi, indipendentemente dal genere dei contraenti ci sarebbero molte cose da ridire sui matrimoni in municipio, un po' come sui battesimi in tabaccheria). Prendete anche Pavia. Una povera ragazza viene travolta da due su un'auto rubata che la trascinano lungo tutta la strada principale della città e due sere dopo i concittadini si riversano nella medesima strada per l'immancabile fiaccolata mentre lei giace immota in un letto d'ospedale. Mi dicono che altre persone in un altro momento hanno anche organizzato un rosario per pregare per lei. Tutti speriamo che sopravviva e tutti siamo dispiaciuti però, mentre anche chi non crede vede l'utilità del rosario (chiedere a Dio che preservi una vita) anche se poi può soggettivamente questionare sulla sua efficacia, io sono qui che mi domando, di là dall'indubbia bontà d'impeto dei dimostranti: a cosa servono in questo caso le fiaccole senza forconi?

lunedì 3 novembre 2014

Materani, ancora uno sforzo! Ho apprezzato il vostro tentativo di leggermi collettivamente ma avrei preferito che mi leggeste tutto, o anche solo un po’ oltre la rubrichetta settimanale di satira su Tempi che si è imbattuta nella nomina della vostra città a futura capitale europea della cultura e che adesso, contenti voi, è chiusa. Prima di accusarmi unilateralmente di ingiustificato odio e preciso accanimento nei confronti della vostra città, avreste potuto spingervi a scoprire che nello stesso identico giorno in cui questa mia mano scriveva (su un quaderno a quadretti, con brutta grafia) la satira sulla futura capitale europea della cultura, nello stesso identico giorno, dicevo, la mia mano scriveva anche uno sperticato elogio del romanzo di una vostra concittadina, contro la quale avrei dovuto invece scagliarmi col sangue agli occhi se fossi sottostato alla vostra teoria che mi vuole pregiudiziale nemico di tutto ciò che è Matera, viene da Matera o sembra anche solo lontanamente Matera.

Avreste potuto, prima di commentare in tromba il mio sommesso articolo sul sito di Tempi e sui social network più coloriti, esplorare gli archivi e scoprire un pezzo antiquato (dell’estate scorsa, ohibò) in cui prendevo le difese di Charlie Brooker, opinionista e umorista britannico sul quale grava l’indubbia colpa di non essere di Matera ma che ha detto cose molto scaltre sull'aver più volte richiesto al quotidiano per cui scrive, il Guardian, di impedire i commenti sotto i suoi articoli con la precipua motivazione che lui scrive per essere letto, non per far scrivere i lettori. Avreste potuto, se non siete versati con l’inglese, cercare il mio nome e scovare questo mio blog discontinuo, capriccioso, mercuriale, in cui ho disattivato da mo la possibilità di lasciare commenti perché sono favorevole alla separazione delle carriere: chi scrive scrive e chi legge legge. Leggere cosa scrive un lettore mi interessa tanto quanto scoprire come rammenda le suole il mio pizzaiolo. Se volete essere letti, fate fatica come l’ho fatta io in anni di letture prolungate e tentativi di scrittura e rifiuti editoriali e riletture per lisciare gli avverbi e miopia crescente e crampi alle mani e lenta lentissima erosione di un mondo culturale a tratti impenetrabile onde poter riuscire a pubblicare qualche articolo sui giornali nonché a farmi assegnare una rubrichetta settimanale di satira, che adesso è svanita nel nulla.

Materani, siete ancora lì? Probabilmente no, in quanto dalla lettura forzosa dei vostri commenti ho dedotto una dissuetudine a finire gli articoli: altrimenti avreste incocciato l’ultimo capoverso della mia rubrichetta settimanale di satira (che adesso non c’è più) in cui con una finta lettera di Mel Gibson già parodiavo alcune delle proteste non propriamente imprevedibili che sarebbero emerse nei successivi commenti in difesa della vostra città e delle sue bellezze e perfino della sua stazione ferroviaria. Se aveste letto tutto, magari, vi sareste ricreduti trattenendovi dallo scrivere considerazioni che erano già state derise nell’articolo che vi stavate accingendo a commentare. Alla peggio avreste potuto fare come il gentiluomo che ha commentato il mio articolo tre volte: la prima per dire che non meritava neanche di essere letto e che infatti lui non l’aveva letto; la seconda per notificare che si era sforzato di arrivare fino a metà ma l’aveva trovato eccessivamente greve e rancoroso per riuscire a spingersi oltre; e la terza per concludere: “L’ho letto tutto, in effetti è divertente”. Chi mi ha puntato contro l’indice accusatore strillando che l’autrice del mio articolo aveva il dovere di rispondere, non si sa cosa non si sa a chi, avrebbe potuto pazientare e attendere un mio outing in cui rivelassi al mondo che sono maschio.

Avreste potuto, materani, prima di accusarmi di essere al soldo di qualche altra candidata futura capitale europea della cultura, e anche prima di accusarmi di essere un cieco sostenitore del Nord a discapito del Sud, cercare su questo mio blog le parole “capitale europea della cultura” e scoprire che mesi e mesi fa avevo già dileggiato la candidatura di tutte le reginette sparse sul suolo patrio a questo titolo frivolo e che avevo contestualmente candidato Pavia al titolo indiscusso di capitale europea della tristezza. Avreste potuto, prima di commentare l’ultima involontaria puntata della mia rubrichetta settimanale di satira, prendere la rincorsa e scoprire che il mio primo primissimo articolo pubblicato su Tempi risale a boh, sei anni fa credo, che compariva entro un ciclo sulle piazze d’Italia, che era dedicato a Pavia e che infatti esordiva con un bel “Pavia non esiste” – nelle pagine successive spiegavo perché.

Prima di trarre conseguenze sul mio essere longobardo e di conseguenza leghista antimaterano, avreste potuto documentarvi e scoprire che vengo da Gravina, a venti chilometri da Matera nientemeno. Prima di argomentare che ho attaccato Matera perché come chiunque vive a Gravina la odio e la detesto, avreste potuto informarvi e scoprire che ho abbandonato i vostri paraggi quindici anni fa, verso città italiane ed estere che non sono mai state capitali europee della cultura, e che oramai considero le vostre rivalità con distacco siderale. Avreste anche potuto trarre giovamento e forse ilarità da una serie di frasette leggere che avevo scritto in agosto, una al dì, per prendere in giro Gravina visto che mi trovavo costretto a trascorrerci l’estate – rendendo così, me ne accorgo solo ora, un grande servigio alla vostra futura capitale europea della cultura perché, se tanto mi dà tanto, per corrispondenza biunivoca voi materani dovete odiare e detestare Gravina e forse chissà, la vostra reazione al mio articolo era specularmente causata da quest’intrinseco campanilismo, altroché.

Avreste potuto, ma senza esagerare, prestare attenzione al caso che si trattasse di una rubrichetta settimanale di satira (non ricordo se ho già detto che ormai è chiusa) e forse anche leggere a ritroso le sette puntate precedenti rendendovi conto che lo stesso trattamento riservato a Matera – che voi avete trovato volgare e razzista – lo avevo riservato a categorie difformi quali i giornalisti, i calciatori, i politici, i poeti, i filosofi dell’ottocento e gli orsi. Credete forse che siano tutti materani? C’è magari qualcuno di voi che ha preso sul serio la vecchia puntata in cui dichiaravo incidentalmente che l’estensore della rubrichetta (chiusa, sparita, kaputt) mangiava i bambini ed è quindi corso a mettere i figli in salvo?

Materani, mi sono stancato e chiudo qui l’intemerata. Mi dovete delle scuse ma sono buono e vi perdono. Per la prossima volta, vi consiglio di leggere prima di scrivere, e vi ricordo che quando diffuse la falsa notizia di essere lui il capo delle Brigate Rosse, Ugo Tognazzi rilasciò poi un’unica dichiarazione alle folle indignate per l’eccesso di umorismo: “Rivendico il diritto alla cazzata”.


[Noterella: Francesi, ancora uno sforzo fu un pamphlet composto nel 1795 dal marchese de Sade.]