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venerdì 6 giugno 2008

Lo Stato dei Licei, 20: la moderna maturità

[La scuola finisce. Gli esami minacciano. Gurrado si drappeggia in un tricolore bisunto quale preparazione ai prossimi tragici Europei, e non aggiorna il blog da una settimana. Silvia G piglia e scrive:]

Gurrado, forse non tutti sanno come gli studenti liceali spendono realmente il loro tempo subito prima degli Esami: si pensa a grandi ripassi generali, a studio matto e disperatissimo, a notti insonni, a lacrime e preghiere. Eppure così non è. Si dà infatti il caso che i maturandi della mia sezione altro non cerchino che dei diversivi: c’è chi si dedica agli sport estremi, chi prenota vacanze in luoghi esotici, chi si finge pazzo, chi scrive romanzi, chi riscopre i grandi cantautori degli anni ’70, chi va a Gardaland, chi, più banalmente, si ubriaca con gli amici nelle birrerie. Per quale motivo questi giovani incoscienti sono tanto tranquilli? È molto semplice: perché essi confidano ottimisticamente nella moderna tecnologia. Nessuno si prepara agli Esami in maniera normale, bensì consultando siti internet che promettono soffiate e anticipazioni; serpeggia tra i corridoi la leggenda di istituti classici australiani che svolgerebbero le prove scritte con svariate ore di anticipo rispetto a quelli italiani, permettendo così ai coetanei di conoscere prima le tracce, grazie a telefonate ed e-mail. La nostra infatti è una generazione che affida buona parte della propria sopravvivenza scolastica al computer e al cellulare: si scaricano le versioni da internet; si consulta Wikipedia per le ricerche; durante i compiti in classe, si suggerisce fotografando col telefonino il proprio foglio protocollo e poi spedendo l’immagine ai compagni con un mms. Può capitare che, trovandosi nell’incapacità di tradurre un testo greco in lingua italiana, lo studente moderno, vero figlio del tempo nostro, si connetta a internet tramite cellulare e riesca a leggere la versione lì riportata. Non di rado, controllando nascostamente lo schermetto del telefonino, si scopre che amici compiacenti hanno spedito interi brani di Tacito o di Demostene già tradotti. Tradotti, tuttavia, in linguaggio da sms.
Il linguaggio da sms degli studenti odierni richiede una digressione particolare; è infatti semplice intuire cosa spinga un adolescente sano e normale a trasformare la parola perché in xké: innanzi tutto, il notevole risparmio di caratteri, e quindi di spazio, e quindi di denaro; in secondo luogo, il risparmio di tempo, dal momento che il pollice opponibile di cui noi tutti siamo forniti impiega certo meno secondi a digitare tre lettere piuttosto che sei; in terzo luogo, il risparmio di energie, poiché lo stesso pollice brucia meno calorie spostandosi dal tasto 9 al tasto 5 al tasto 3, anziché dal tasto 7 al tasto 3 al tasto 7 al tasto 2 al tasto 4 e ancora al tasto 3. Fondamentalmente, dunque, ciò che porta un adolescente medio a trasformare perché in xké è il risparmio. La totale assenza di punteggiatura che caratterizza il linguaggio degli sms può essere giustificata con le medesime argomentazioni. Da un’analisi più approfondita si possono cogliere però alcune inspiegabili contraddizioni. Prendiamo un modello: qst pome nn c sno xké dvo study…… sorry!!! :’( :@. Il messaggio manifesta l’evidente dispetto del mittente, che si trova nell’impossibilità di trascorrere le ore pomeridiane bighellonando in giro con gli amici per impegni scolastici; tuttavia, all’assenza quasi totale di vocali è contrapposto un esubero di punti esclamativi e di segni d’interpunzione a scopo decorativo. Cosa spinge l’adolescente medio a risparmiare sulla grammatica e a sperperare apostrofi, punti e virgole, due punti, parentesi tonde e puntini di sospensione, come se nulla fosse? Siamo forse i veri eredi della letteratura futurista? Il caos dell’era contemporanea ci ha trasformati tutti in inconsapevoli dadaisti? Mistero.
Certo è che, oggi come oggi, le versioni di latino e greco, prima di venire tradotte in italiano, devono passare dall’essemmessese. Per fare un esempio, la riduzione in sms dell’esordio del De Bello Civili di Cesare (Litteris Cai Caesaris consulibus redditis aegre ab his impetratum est summa tribunorum plebis contentione, ut in senatu recitarentu, come chiunque sa a memoria) potrebbe corrispondere a: Cnsegnta la lttra d Cesare ai knsoli a stent s ottenne da qlli x le vive instenze d tribuni dla plebe, ke s leggS in snato… È evidente che appuntare una simile traduzione sul foglio protocollo potrebbe destare qualche sospetto nell’insegnante e risultare almeno controproducente, ragion per cui il maturando moderno dovrà fare molta attenzione, quando riceverà il messaggino in sede d’esame, a non confondersi.
È inoltre probabile che Cicerone, nel leggere una simile resa dei suoi scritti, avrebbe immediatamente smesso di lagnarsi dei tempi e dei costumi suo[Gurrado ha appena ricevuto un essemmesse che testualmente e integralmente recita: %. Ora ha bisogno di una diciannovenne per capirlo, e quindi il manoscritto termina qui]

lunedì 26 maggio 2008

Lo Stato dei Licei, 19: il sentimento del contrario

[Mancano ventidue giorni agli esami di maturità. Gurrado si guarda il Giro d'Italia. Silvia G piglia e scrive:]

Gurrado, da qualche tempo in Terzaddì aleggia un’atmosfera surreale e un po’ inquietante, carica di tensione e nervosismo; ciò è presumibilmente dovuto al fatto che gli alunni, come ridestatisi da un sonno durato circa cinque anni, hanno d’un tratto preso coscienza che mancano pochissime settimane all’inizio degli Esami, e sono stati dunque pervasi da un sentimento talmente angosciante da tramutarsi per assurdo in euforica allegria. Capita piuttosto di frequente ch’essi si ritrovino a ridere delle loro stesse disgrazie.
Capita, ad esempio, che l’alunno Ruggero F, nel tentativo di recuperare la merendina che i compagni hanno nascosto per burla, si alzi in piedi sopra il banco nel bel mezzo della lezione di latino e minacci di compiere uno sproposito se la suddetta merendina non gli viene immediatamente riconsegnata, prendendo come ostaggio il quaderno di Chiara P, come in preda ad una crisi di follia. Capita che quale immediata reazione la professoressa Fiorello, una volta riavutasi dallo shock, intimi a Ruggero F di scendere immediatamente dal banco, pena la sospensione. Capita che l’alunno simuli un improvviso calo di zuccheri, costringendo la professoressa a cercare personalmente il corpo del reato, ovvero la merendina, e a svuotare gli zaini di tutti i presenti. Capita che la merendina venga rinvenuta nella borsa di Eleonora F, la quale giura di non c’entrare nulla e di essere stata incastrata. Capita che la professoressa Fiorello, rendendosi conto che la situazione sta sconfinando nell’assurdo, annunci che, in quanto coordinatrice di classe, proporrà il famigerato 7 in condotta per tutta la Terzaddì. Capita che gli alunni, nell’udire ciò, inspiegabilmente applaudano.
Capita altresì che la stessa professoressa Fiorello, in seguito a questo curioso episodio, decida di vendicarsi consegnando i risultati dell’ultimo compito di greco (una versione tratta dall’Antidosi, qualsiasi cosa sia, di Isocrate, chiunque sia). La tensione è palpabile, in quanto tutti gli alunni della Terzaddì sono perfettamente consapevoli di non aver tradotto in maniera sufficiente nemmeno una riga del testo. Vi è dunque un inaspettato colpo di scena: non un alunno su diciannove ha superato il 5, e sulla maggior parte dei fogli protocollo compare scritto, con un tratto rabbioso di penna rossa, quello che tutti considerano il numero perfetto, esclusi naturalmente gli studenti liceali: il 3. Dopo una rapida consultazione, le rappresentanti della Terzaddì annunciano con il sorriso sulle labbra che la media di classe ha toccato con quest’ultimo compito il 3,81, primato assoluto, mai sfiorato da nessuna sezione precedente. L’alunno Alberto I estrae dunque dallo zainetto una bottiglia di spumante, che aveva precedentemente acquistato per festeggiare il conseguimento della sua patente di guida, e la stappa davanti agli occhi impotenti e rassegnati della professoressa Fiorello; la quale, avendo ormai perduto definitivamente il controllo della classe, accetta di brindare con gli alunni al tragico record. In fin dei conti, lei stessa è stata decisiva per stabilirlo.
La Terzaddì sorride delle proprie disgrazie, rovesciando così il principio cardine esposto da Pirandello nel suo saggio L'Umorismo: se si riflette oltre l’apparenza per guardare nell’interiorità di una situazione buffa, il riso si dovrebbe trasformare inevitabilmente in pianto, e la commedia in tragedia. Ma quando la situazione non è affatto buffa, e la tragedia risulta più che evidente, è necessario distaccarsi dalla realtà e tentare di osservare superficialmente lo sfacelo; ne conseguirà un sentimento di inebriante sollazzo, nonché un ineluttabile desiderio di rid[Silvia G scoppia in lacrime senza ragione apparente, il manoscritto termina qui]

mercoledì 7 maggio 2008

Lo Stato dei Licei, 18: la gita scolastica

[Oggi Gurrado va, per la prima volta in vita sua, in gita a Bèrghem. Mah. Ragion per cui c'è Silvia G:]

Gurrado, alla fine de I Promessi Sposi, Manzoni mette in bocca a Lucia Mondella le seguenti parole: “Io non sono andata a cercare i guai: sono loro che sono venuti a cercar me”. Da un certo punto di vista, anche i membri della Terzaddì possono dire lo stesso, almeno valutando la serie di fatalità che si sono riversate nel breve arco di quarantott’ore su di loro e sui loro infelici accompagnatori, il professor Boni e il professor Furgio, durante la gita scolastica a Monaco di Baviera.

Trascurando le condizioni atmosferiche, che certo avrebbero potuto essere migliori, i guai cominciano appena arrivati in albergo, quando la sottoscritta Silvia G, presumibilmente assorta in qualche improcrastinabile elucubrazione metafisica, va a sbattere il naso contro la porta a vetro della hall, convinta che si tratti di una porta aperta. Essa era invece chiusa. Ne consegue copiosa perdita di sangue dal naso, nonché ironiche e giustificabili battute da parte dei compagni di classe. Lo stesso portiere tedesco, avendo assistito alla scena da lontano, commenta col professor Boni che i vetri dell’albergo devono essere davvero puliti se sfuggono addirittura alla vista delle giovani studentesse italiane. Si sospetta l’infrazione del setto nasale della sottoscritta, la quale però è troppo mortificata per lagnarsene e decide stoicamente di non rallentare la tabella di marcia e di non recarsi al pronto soccorso.

Dunque, inzuppata da una pioggia violenta, che promette di tramutarsi a breve in diluvio universale e fine del mondo, la classe Terzaddì trascorre la giornata in giro per la città, visitando chiese e musei sotto l’esperta guida del professor Boni.

La sera giunge, i piedi dolgono e lo stomaco manifesta prepotentemente il proprio appetito, ragion per cui la classe, sempre guidata dal professor Boni, si reca in una nota birreria del luogo per consumare la cena, a base di wurstel, crauti e birra. Il clima, nel locale, è piuttosto goliardico, e i membri della sezione non ci mettono molto a fraternizzare con un gruppo di giovani tedeschi, al punto che sia io che la mia compagna Eleonora F ci rechiamo fuori per fumare in compagnia delle nostre nuove conoscenze. Tirata qualche boccata alla sua sigaretta, Eleonora F fa per passarla ad un biondo germanico decisamente attraente in segno di amicizia, quand’ecco sopraggiungere dal buio due oscuri figuri armati, i quali, presumibilmente insospettiti dal vestiario e dalla pettinatura della mia compagna (Eleonora F indossa infatti un giubbotto di pelle pieno di borchie, ha le scarpe di tela bucate e perfino una ciocca di capelli rasta), la bloccano e le strappano di mano il mozzicone, esclamando: “Polizei!”. I tedeschi sono certo un popolo evoluto, talmente evoluto da avere con ogni probabilità modificato i geni dei poliziotti bavaresi in laboratorio, unendoli a quelli dei loro cani ed ottenendone un temibile ibrido in grado di distinguere col solo uso dell’olfatto le sostanze stupefacenti. Il poliziotto bavarese in questione, difatti, ha preso ad annusare rumorosamente la sigaretta di Eleonora F, tentando grazie alla sua mirabile sensibilità olfattiva di capire se si tratta di semplice tabacco oppure no. Il suo fiuto studia il mozzicone scrupolosamente, le narici si dilatano ed egli contrae i lineamenti germanici in una smorfia severa e accigliata. Passa poi il reperto alla collega, suo corrispettivo femminile, la quale compie la medesima procedura, annusando smaniosa. Comincio a sospettare che si tratti di due tossicodipendenti in piena crisi d’astinenza, tale è la foga che mettono nel fiutare la sigaretta bruciacchiata della mia compagna. Sarei quasi tentata di domandar loro un distintivo o una tessera di riconoscimento, dal momento che finora non hanno mostrato nulla all’infuori della pistola portata alla vita, e non sembrano neanche in uniforme. Interviene però il professor Boni, il quale ha notato in lontananza che una sua alunna è in procinto di farsi arrestare; padroneggiando abilmente la barbara lingua dei due bestioni, pare convincerli della nostra innocenza. Essi si accaniscono dunque sul gruppo di loro giovani connazionali, mentre Boni trascina me ed Eleonora F lontano dai guai, riconducendo la classe in albergo.

Per quel che riguarda la nottata, lascerò ampi margini immaginatavi all’eventuale lettore e non mi dilungherò nella descrizione delle “marachelle” compiute dai membri della Terzaddì, precisando solo che la quantità delle stesse è indirettamente proporzionale al numero di ore che i giovani hanno dedicato al sonno (invero pochine).

Il mattino seguente, dopo aver visitato l’università e la Pinakothek der Moderne, e soprattutto dopo essersi saziata di nuovi wurstel e nuovi crauti, la classe viene lasciata libera di dedicarsi alle compere. Il caso vuole che, presumibilmente per l’emozione, l’alunna Greta C caschi svenuta in un germanico negozio di scarpe, sotto gli occhi attoniti della sua amica Caterina R. Nel tentativo di rianimarla, un commesso tedesco agguanta una calzatura in vendita e fa per schiaffeggiare la ragazza con la suola, ma interviene provvidenzialmente il pronto soccorso locale, che rimette in piedi Greta C e informa Boni dell’accaduto.

Dopo aver rischiato di perdere il treno e di rimanere quindi bloccati in Baviera, prolungando la disgraziatissima gita scolastica, gli alunni della Terzaddì riescono a prendere posto nel loro scompartimento, e possono dunque fare un bilancio dei danni subìti: si contano un naso ammaccato e sanguinante, un tentativo d’arresto per spaccio di droga, i postumi di svariate sbornie notturne e una perdita di coscienza improvvisa e apparentemente immotivata.

Il giorno successivo, solo pochi temerari osano presentarsi in classe per riprendere le lezioni, e in alcune giustificazioni portate in seguito gli alunni hanno scritto: assente per convalescenza post gita sc[Contrordine: Gurrado non deve più andare a Bèrghem, il manoscritto termina qui]

giovedì 24 aprile 2008

Lo Stato dei Licei, 17: il sacro e il profano

[State buoni, ché Gurrado ha da fare e non può perdere quel poco di vista che gli rimane davanti al computer per soddisfare quotidianamente i vostri giustificabili appetiti di virtual prosa gurradesca. Ma, così come dove ha abbondato il peccato ha sovrabbondato la grazia, dove difetta Gurrado si dilata Silvia G - e si dilata metaforicamente, mi sia concesso precisarlo con la stessa chiarezza con cui alla stessa Silvia G ricordo che mancano meno di due mesi agli Esami di Stato, forse è il caso di muoversi.]

Gurrado, il liceo Voltaire gode di un’ottima posizione al centro di ***: esso confina a sud con l’Arcivescovado, a nord con la sede di una nota compagnia di assicurazioni, a ovest con la trattoria “La via dell’ovile” e a est con la chiesetta della SS. Trinità, dove molti studenti devoti si attardano la mattina a pregare prima di un compito in classe, appellandosi alla Beata Vergine, agli angeli e ai santi tutti per racimolare una strascicata sufficienza in greco o in matematica.

Talvolta però lo spirito religioso degli studenti deve cedere forzatamente il posto all’attaccamento al dovere, come è capitato in Terzaddì alcuni giorni fa. Si dà infatti il caso che il sommo dirigente scolastico, dimentico di trovarsi ad amministrare un liceo classico, abbia deciso di allestire nell’Aula Magna una mostra dedicata alle varie forme di energia, con tanto di esperimenti fisici e tecnologici. Tale mostra ha lo scopo di attirare numerose scolaresche elementari, le quali, guidate dalle proprie maestre, giungono ogni giorno in visita, e si mostrano deliziate dalla visione di lampadine elettriche che miracolosamente si accendono davanti ai loro occhi, o di piccoli mulini ad acqua, o di candeline che, sprigionando calore, mettono in moto gli ingranaggi di un’elica.

La mostra è gestita dalla professoressa Selli, insegnante di fisica della Terzaddì, donna che ha dedicato la sua vita alle scienze e che si mostra eccitatissima ogni qual volta le capiti di avere a che fare con un esperimento. Disgraziatamente, in un uggioso martedì mattina, la povera docente scoprì con orrore di aver terminato le candele poco prima che una scolaresca elementare giungesse in visita per ammirare le meraviglie dell’energia nell’Aula Magna del Voltaire. Dal momento che tali candele risultavano fondamentali per mettere in moto l’ingranaggio collegato all’elica che avrebbe dovuto spostare la valvola in modo da muovere la rotella che avrebbe fatto girare l’ingranaggio stesso, la professoressa sprofondò nella più cupa disperazione e cominciò a vagare per i corridoi della scuola come un’anima in pena, sperando di incontrare qualcuno che potesse risolvere il suo tragico problema.

Accadde che, proprio in quel momento, le due rappresentanti della classe Terzaddì, ovvero Eleonora F e la sottoscritta Silvia G, stessero bighellonando per i corridoi dell’istituto, annoiate dall’ennesima ora di supplenza della giornata (la professoressa Fiorello, infatti, era costretta a letto dopo un episodio di pertosse capitatole la settimana precedente a causa di una reazione allergica al polline). Incappando sulla strada della professoressa Selli, esse vennero da quest’ultima fisicamente aggredite: “Ragazze mie, ragazze mie!”, esclamò l’insegnante con un’agitazione molto vicina al panico, “Ho urgente bisogno di alcune candele, o il mio magnifico esperimento andrà a monte! Pensate a quei poveri bimbi delle elementari e alla loro delusione! Pensate al ricordo che conserveranno di questa scuola! Pensate a come finiranno per disprezzare voi e me se non rinveniamo i preziosi ceri!”.

Io e la mia compagna, pur addolorate da tali terribili pensieri, non sapevamo che pesci pigliare: di candele, al liceo Voltaire, non c’era ombra. Al solo scopo di sdrammatizzare la situazione e di sollevare un poco l’umore della povera professoressa Selli, che si avvicinava sempre più alla crisi di nervi, avanzai una battuta di spirito: “L’unica soluzione sarebbe prelevare dei ceri dalla chiesa qui a fianco”. Io ed Eleonora F cominciammo a ridere divertite; la professoressa Selli, dal canto suo, s’illuminò d’immenso ed esclamò: “Giustissimo! Fatemi il favore di uscire subito e di portarmene quattro o cinque!”. Io ed Eleonora F cessammo all’istante di ridere: per quanto la professoressa fosse animata dal suo sconfinato amore per la scienza, l’idea di sgraffignare dei ceri votivi da una chiesa non ci garbava affatto.

L’entusiasmo della docente ebbe tuttavia la meglio e, senza dare troppo nell’occhio, ci recammo furtivamente nella piccola chiesa. Avvicinateci all’oggetto del nostro interesse, ovvero alle candeline poste di fronte a una sacra immagine della Vergine Maria, badando di non essere osservate, ne prelevammo quattro o cinque e le infilammo cautamente nelle tasche dei jeans. Mentre già ci defilavamo, sotto l’occhio vigile e scandalizzato di un anziano fedele, ci sovvenne all’improvviso che per l’ora successiva era stato programmato un compito in classe di storia: “Esimia collega”, bisbigliai nell’orecchio di Eleonora F, “ritieni sia prudente affrontare una prova scritta dopo aver compiuto un furto in una chiesa, seppur per esplicita richiesta di un’insegnante?”; “Ebbene, no. Tuttavia, la professoressa Selli non si è premurata di darci del denaro per le offerte, e io manco di spiccioli”; “Io pure. Credo sia opportuno però dare fondo ai risparmi”. Estrassi dunque dalla tasca dei pantaloni una banconota nuova di zecca, superstite dell’ultima paghetta settimanale con la quale avrei dovuto acquistare il mio pranzo, e, sospirando, la devolsi per la fame nel mondo (dimentica che, nel giro di poche ore, avrei avuto fame nel mondo io stessa).

Non mancai tuttavia di raccogliere i frutti del mio buon gesto (frutti sciaguratamente non commestibili): l’esperimento della professoressa Selli funzionò alla perfezione, il compito di storia saltò in quanto l’insegnante si era ammalata quel giorno stesso, e la nostra anima, presumibilmente, era sal[NdG: Silvia G viene precipitata all'Inferno, per cui il manoscritto termina qui]

sabato 5 aprile 2008

Lo Stato dei Licei, 16: la manna dal cielo

[Pensate che quando facevo la terza liceo, no, quando facevo la seconda liceo, insomma al quarto anno del Classico il momento più atteso della settimana era l’oretta scarsa di educazione fisica in cui giocare a calcio su un campo tutto di brecciolina, e allora cadere e sfracellarsi le ginocchia era il minimo, se non che la concitazione del gioco non permetteva di fare troppi calcoli e si arrivava a casi estremi come quando un giorno un mio compagno di classe si prese un calcio in faccia, non violento per carità ma si trattava di un tentativo di rovesciata ovviamente fallimentare, così che lui con la faccia insanguinata dovette tornare di corsa a scuola dal campetto e noi dietro a lui, che nel frattempo si era rifugiato nel cesso dei maschi a cercare di tamponare la situazione in qualche modo, non fosse che un altro mio compagno di classe particolarmente sensibile l’aveva prontamente raggiunto per soccorrerlo, se non che la sua sensibilità samaritanesca era tale da fargli venire i vapori ogniqualvolta vedeva del sangue, e molto empaticamente anzi ogniqualvolta vedeva del sangue uscire da un corpo altrui la sua sensibilità finiva sempre per fargli uscire altrettanto sangue dal naso proprio, così nel giro di una decina di minuti avevamo non uno ma due feriti, il compagno di classe A che aveva il sopracciglio spaccato dal sopraccitato calcio con conseguente spargimento di sangue in due lavandini del cesso dei maschi, il compagno di classe B che aveva il naso grondante oltremodo con conseguente spargimento di sangue nei restanti due lavandini del cesso dei maschi, al punto che la professoressa di Greco, che chissà come e perché si trovava in quel momento a passare esattamente dal cesso dei maschi, vedendo la ceramica dei lavandini diventare da bianca sporca che era progressivamente rosso carminio li apostrofò per cognome entrambi e col suo caratteristico latino accentato all’altamurana scandì, Tizio, Caio, sic tranzit gloria mundi!]

Gurrado, la primavera è certo una dolce stagione: le rondini tornano ai nidi, i ghiacci si sciolgono, nuovi germogli compaiono tra i rami degli alberi; per le strade, i fiori inebriano l'animo dei passanti col loro soave profumo; i bimbi affollano allegramente i parchi e, cosa ancor più gradevole, riaprono le gelaterie dopo la lunga pausa invernale. I tiepidi raggi del sole tornano a scaldare le tegole dei tetti, compreso quello del liceo Voltaire, dove l'atmosfera, curiosamente, pare assai più rilassata del solito: sia gli studenti che i professori sembrano pervasi da un'inusuale allegria, e trascorrono volentieri la pausa della ricreazione all'aperto, nel piccolo cortile alberato posto dietro all'edificio scolastico, che confina con l'Arcivescovado. In questa stagione, il suddetto cortile potrebbe essere addirittura descritto come un locus amenus: i platani troneggiano imponenti, ricoperti di fresche foglioline verdi; gli abeti e i pini sfoggiano nuove profumate gemme; le piante di mimosa rallegrano col loro vivace colore tutto l'insieme, per quanto dei grappoli di fiorellini gialli non sia rimasta che qualche macchia nella parte più alta dell’albero, a causa delle razzie compiute dagli studenti in occasione dell'8 marzo, festa della donna (essi infatti non perdono occasione per trafugare mazzetti di mimosa e farne dono all'insegnante di turno, speranzosi che il gesto li salvaguardi da un'eventuale interrogazione).

Non tutti però possono godere dei piaceri primaverili, come ad esempio la professoressa Fiorello, insegnante di latino e greco. Ella infatti, misteriosamente, non pare gradire nella maniera più assoluta il cambio di stagione, presentandosi a scuola scura in volto e di pessimo umore. Nessuno, tuttavia, è stato finora in grado di spiegarsene il motivo.

Invero, dopo l’episodio capitato pochi giorni fa in Terzaddì, gli alunni della Fiorello cominciano a sospettare l’origine di cotanto cattivo umore; non già perché la povera donna possegga uno spirito arido e insensibile al bello, bensì per ragioni assai più pragmatiche. Si dà infatti il caso che, visto il notevole aumento della temperatura dovuto alla bella stagione, le finestre della Terzaddì rimangano spalancate per tutta la mattina, consentendo agli studenti di bearsi del dolce canto degli usignoli e del soave effluvio dei fiori. Scrutando il panorama esterno, con le montagne ancora innevate che si slanciano verso il cielo terso e azzurro, e il sole che intiepidisce le strade della città, i membri della sezione non possono che sospirare dal dispiacere, costretti come sono tra le quattro mura dell’edificio scolastico, in compagnia di un’insegnante che, misteriosamente frustrata, decide su due piedi di interrogare l’intera sezione sull’ultimo brano di Tacito assegnato, nel quale lo storico latino si premura di consegnare ai posteri la meticolosa descrizione dei suicidi di Seneca e di Petronio. Gli studenti soffrono oltremodo, specie perché la maggior parte di loro non si aspettava una tale mossa da parte della Fiorello; perfino l’ambiente esterno, a quanto pare, partecipa del loro dolore. Qualcuno infatti, lanciando una superficiale occhiata fuori dalla finestra, nota che dal cielo sta cadendo silenziosa una lieve e sconosciuta sostanza e, istintivamente, esclama: -Perbacco, piove!

La notizia colma tutti di una notevole sorpresa, specie se si valuta che non una nuvola oscura di cielo in quel momento, ma soffia soltanto una leggerissima brezza. La professoressa, troppo concentrata sulla scelta dei paradigmi da domandare agli interrogati (ovvero a tutti i membri della Terzaddì), non si cura dello strano fenomeno e seguita a incalzare la povera Veronica B, la quale è seduta proprio nel banco davanti alla cattedra. All’improvviso, tuttavia, una folata di vento più forte delle altre fa sì che la misteriosa e affascinante sostanza penetri dalla finestra della Terzaddì e invada il locale:

-Polvere magica!-, esclamano alcuni.

-Polvere e basta!-, fanno eco altri.

-Polline!-, esclama sconvolta la professoressa Fiorello, cominciando a starnutire convulsamente e a respirare in maniera quanto mai irregolare. Ha addirittura abbandonato la lettura di un passo assai commovente di Tacito, in cui viene descritto come Caio Petronio amasse tagliarsi e riallacciarsi continuamente le vene, prima che sopravvenisse la morte.

Gli alunni della Terzaddì cominciano però a temere che la morte stia sopraggiungendo anche sulla professoressa Fiorello, che non smette di starnutire, tossire e assumere un colorito via via più violaceo. Due baldi giovanotti l’afferrano per le spalle e la trascinano fuori da quell’ambiente invaso dal polline. In verità, essi avrebbero desiderato sbattere la professoressa fuori dalla porta già molto tempo prima, ma l’occasione è venuta solo adesso.

-Meno male che l’interrogazione si è interrotta-, bisbiglia Patrizia A nell’orecchio della compagna di banco, un po’ pallida in volto -ancora mezza riga di vene tagliate, emorragie bruciate e arterie riallacciate, per di più descritte in lingua latina, e avrei finito col sentirm[NdG: Silvia G è colta da tosse parossistica pertanto il manoscritto termina qui]


sabato 29 marzo 2008

Lo Stato dei Licei, 15: il sesso degli angeli

[Se la vendetta è un piatto che si serve freddo, mi piacerebbe chiamare stamattina la professoressa Stronzacchioni, che dieci anni fa fu membro esterno d’Italiano nella commissione dei miei esami di maturità. Il 4 luglio del 1998, in coda a un esame orale che mi fruttò complimenti e riverenze, la professoressa Stronzacchioni prese la parola per dire che il mio tema d’Italiano non era un gran che, e che parlando di Italo Svevo avevo addirittura utilizzato l’orrendo termine inettezza. Io ero stanco e non replicai; lo faccio oggi. Poco prima della prova scritta, infatti, avevo letto il volume che raccoglie i Racconti di Italo Svevo (Rizzoli, 1988) che la professoressa Stronzacchioni con ogni probabilità non ha aperto giammai in vita sua. Senza nemmeno bisogno di leggerlo tutto, a pagina 34 si legge a chiare lettere: era l’inettezza in persona. Parlando di Italo Svevo, avevo utilizzato un termine mutuato dallo stesso Italo Svevo. Il volume dei Racconti, essendo piuttosto corposo (ammonta a complessive 634 pagine), ha un dorso decisamente cospicuo che oggidì, come e più di dieci anni fa, vorrei dare di taglio sulla fronte vacante della professoressa Stronzacchioni. Mi trattengo dal farlo solo perché non so dove ritrovarla; ma, se dovessi incontrarla casualmente per strada, state pur certi che l’aggredirei.
Dallo stesso volume di Italo Svevo sappiate che deriva il titolo di questo blog effimero e tecnicamente inesistente, potenziale palestra di più alti cimenti letterari che di questo passo non arriveranno giammai. Scrive infatti Italo Svevo: Io credo, sinceramente credo, che non c’è miglior via per arrivare a scrivere sul serio che di scribacchiare giornalmente. Si deve tentare di portare a galla dall’imo del proprio essere, ogni giorno un suono, un accento, un residuo fossile o vegetale di qualche cosa che sia o non sia puro pensiero, che sia o non sia sentimento, ma bizzarria, rimpianto, un dolore, qualche cosa di sincero, anatomizzato, e tutto e non di più. Altrimenti facilmente si cade, - il giorno in cui si crede d’esser autorizzati di prender la penna - in luoghi comuni o si travia quel luogo proprio che non fu a sufficienza disaminato. Insomma fuor della penna non c’è salvezza. E ora, Silvia G:]

Gurrado, com’è noto la necessità aguzza l’ingegno; in età giovanile, poi, la mente è ancora elastica, fresca e fantasiosa, e può arrivare a partorire espedienti estremamente creativi per divincolarsi dagli impicci, soprattutto quando le giovani menti in questione appartengono a studenti liceali e gli impicci altro non sono che le temibili interrogazioni quotidiane. Il bisogno tramuta spesso gli alunni della Terzaddì in fini psicologi, pronti a cogliere le debolezze caratteristiche di ogni insegnante e a servirsene conseguentemente per portare avanti i propri interessi; così, volendo distrarre la professoressa di scienze da un’interrogazione programmata, l’arguto alunno inscenerà durante la sua ora un dibattito a proposito delle incredibili difficoltà che gli studenti usciti dal liceo classico incontrano nell’affrontare i test d’ammissione alle facoltà di medicina o di scienze naturali, argomento assai caro alla professoressa Selli, che da sempre vorrebbe organizzare corsi extrascolastici di approfondimento scientifico proprio per questo motivo. Oppure, durante le ore di filosofia, i giovani birbanti distrarranno la professoressa Arcangelo dall’idea di fissare il compito in classe su Sigmund Freud proponendo di appisolarsi tutti quanti sopra i banchi, al fine di sperimentare la bontà de L’interpretazione dei sogni, opera dello stesso Freud, al risveglio.
Nel caso della professoressa Allori, insegnante di storia dell’arte, la fantasia dei membri della Terzaddì può trovare ristoro, essendo l’Allori persona estremamente eccentrica e fortemente predisposta alla pazzia. Sin dalla tarda adolescenza ella si è chiusa nel suo universo di opere d’arte, estraniandosi dal resto del mondo e trovando il pieno appagamento dei sensi soltanto nel rimirare affreschi rinascimentali, pitture impressionistiche e sculture neoclassiche. Per di più, l’Allori pare aver scelto il movimento dadaista come modello di vita, e si diverte a vestire in maniera eccentrica e a coniare nuovi creativi termini tecnici (tra i tanti spicca “pangeocromatico”, letteralmente: “che contiene in sé i colori di tutta la Terra”).
La stravagante professoressa interroga di rado e con scarsa severità (la prima e unica domanda che mi abbia posto è stata: -Dimmi, Silvia G, i famosi Bronzi di Riace li preferisci da davanti o da dietro?-, premurandosi poi di comunicarmi che lei li preferisce da dietro), ragion per cui generalmente gli alunni non sentono la necessità di ricorrere a espedienti originali per distrarre l’Allori, trovando invece le sue lezioni più che mai gradevoli e spassose.
Capitò tuttavia un giorno che anche la professoressa di storia dell’arte, oppressa dalla necessità di racimolare qualche voto sul suo registro prima degli scrutini di fine anno, decidesse di interrogare, mettendo in allarme tutti i membri della Terzaddì, i quali subito provvidero a correre ai ripari. Dopo che l’Allori ebbe arditamente pregato Giovanni T di descrivere lo splendido tondo della Madonna del Magnificat, nel quale Botticelli ritrae la Vergine e il Bambino circondati da cinque angeli, l’alunno cominciò: -Mirabili sono le capigliature di Maria e degli angeli attorno a lei. Per fare un esempio, osservando il secondo angelo a sinistra, noteremo che è riccio e biondo… o forse (mi sovviene ora) sarebbe più corretto dire riccia e bionda? Mi dica lei, professoressa: si tratta di figure maschili o femminili?
L’Allori, colta alla sprovvista, esitò perplessa; evidentemente mai s’era posta una simile domanda, prima di allora. Intervenne dunque l’alunno Ruggero F, buono e degno amico di Giovanni T:
-A parer mio, si tratta indubbiamente di maschi. Mai si è infatti sentito parlare di angelE, ma sempre e soltanto di angelI.
-Mi permetto di contraddirti!-, obbiettò Alberto I, -Indicando gli angeli esclusivamente al maschile si potrebbe intendere “genere angelico”, così come parlando di “uomini” si fa di solito riferimento al genere umano tutto, donne comprese.
-I tratti dei soggetti in questione-, continuò Giovanni T, -lasciano inoltre pochi dubbi: essi sono delicati, soavi, eterei. Tutte caratteristiche che meglio si associano al sesso femminile che a quello maschile.
-Si tratta di giovani di carnagione chiara-, proseguì risoluto Ruggero F, -comprenderete che l’aspetto efebico è giustificato!
La professoressa lasciava discorrere i suoi alunni, visibilmente confusa e altrettanto mortificata: in quanto insegnante di storia dell’arte avrebbe dovuto essere lei stessa a sciogliere i dubbi degli studenti; eppure, quella domanda la lasciava attonita e priva di argomentazioni.
-Io ritengo che siano maschi!-, esclamavano alcuni.
-E io invece penso che siano femmine!-, obbiettavano altri.
A risolvere definitivamente la disputa intervenne il sospirato suono della campanella, che col suo vivace trillare pose fine ad un’ora in cui, come spesso accade nei licei classici, si era vanamente discusso sul sesso[NdG: La commissione di vigilanza della Rai, ritenendo che un dibattito del genere avvantaggi smaccatamente i temi avallati dalla lista di Giuliano Ferrara, in ottemperanza alle vigenti norme della par condicio rimuove Silvia G dal suo quaderno e quindi il manoscritto termina qui.]

venerdì 14 marzo 2008

Lo Stato dei Licei, 14: la lotta di classe

[Zitti, zitti, Gurrado lavora, Gurrado ragiona, Gurrado prepara i bagagli per andarsene a Modena e a Gravina in rigoroso ordine cronologico. Silvia G, invece, ha del tempo da perdere, e quindi:]

Gurrado, oltre ad essere magistra vitae la storia condiziona sensibilmente il tempo presente; il liceo classico, col suo studio del passato, col suo recupero dell’antico, con la sua capacità di far risorgere ciò che da vari secoli è morto, ne è un esempio lampante. Tuttavia, nei licei odierni non si trovano tracce del solo passato remoto, ma anche di quello più prossimo: i cosiddetti collettivi (o assemblee di classe, che dir si voglia) altro non sono che residui delle lotte studentesche degli anni di piombo, che al Voltaire si sono trasformati in ghiotte occasioni per inscenare dibattiti che ruotano intorno agli argomenti più svariati, dalle lamentele per l’eccessivo carico di studio ai risultati dell’ultima partita di calcetto, dal rincaro del costo delle merendine alla penuria di gesso da lavagna.

Poco prima delle vacanze di Natale, il sommo dirigente esige che tutte le classi del liceo Voltaire indicano un collettivo per decidere la meta dell’annuale gita scolastica (o viaggio d’istruzione, che dir si voglia) di primavera, ragion per cui in Terzaddì è stato necessario toccare l’argomento, con conseguenze a dir poco catastrofiche. Si dà infatti il caso che la sezione, alquanto predisposta alla polemica interna, non perda mai occasione per dividersi in due opposti schieramenti, formati quasi sempre dalle stesse persone, che si scontrano puntualmente su qualsivoglia argomento. Il primo e più numeroso schieramento, composto da dieci individui, è solito mantenere posizioni anarchiche e rivoluzionarie; il secondo, che conta invece nove militanti, preferisce definirsi moderato e conservatore.

Al momento di decidere la meta della gita scolastica, dunque, sono state avanzate in Terzaddì due differenti proposte: il partito rivoluzionario, formato evidentemente da cittadini del mondo, suggeriva di recarsi all’estero, preferibilmente in Francia; il partito conservatore riteneva invece vergognoso visitare Paesi stranieri quando non si conosce approfonditamente la propria nazione, e consigliava dunque di rimanere entro i confini del territorio italiano, propendendo per qualche regione lontana e ignota ai più.

-Sciocchezze!-, controbattevano i rivoluzionari, -I contributi provinciali ci danno la possibilità di espatriare, di entrare in contatto con culture e lingue differenti, di assaporare nuove gastronomie! Come possiamo rinunciare a una simile occasione?

-Stupidaggini!-, obbiettavano i conservatori, -Le regioni italiane sono tante ed estremamente varie! Spostandosi di pochi chilometri ci si può trovare davanti a realtà completamente diverse! E, soprattutto, quale gastronomia straniera è migliore della nostra?

-Bestialità!
-Scempiaggini!
-Ottusità!
-Scimunitaggini!
-Eresie!

Le stesse rappresentanti di classe, ovvero Eleonora F e la sottoscritta Silvia G, si trovavano per la prima volta in forte disaccordo tra loro, desiderando l’una recarsi all’estero per esercitare la propria padronanza della lingua francese a spese della provincia, l’altra spostarsi in una nota città del Nord Est italiano per andare a trovare il fidanzato (sempre a spese della provincia). Esse dunque, che unite riuscivano ad esercitare la loro grande autorevolezza con facilità, non furono in grado di gestire la situazione, e provvidero a discutere animatamente assieme ai compagni:

-Esimia collega, la tua trovata di espatriare in Francia non mi trova d’accordo.
-Esimia collega, non ti trovi d’accordo solo perché vuoi portare avanti il tuo mero interesse personale.
-Perché, tu forse non fai altrettanto?
-Io voglio arricchire il mio bagaglio culturale!

Si passò presto dalla vivace discussione all’insulto pesante, e dall’insulto pesante alle minacce, e dalle minacce agli sberleffi, e dagli sberleffi alla rissa: i conservatori tentavano di lapidare gli avversari col consueto gesso da lavagna; i rivoluzionari, barricati dietro la bancata di sinistra, rispondevano al fuoco con tubetti di colla, moncherini di matita e tappi di penne a biro.

-Patria!-, gridavano gli uni.
-Espatrio!-, ribadivano gli altri.

Gli scontri proseguirono per diversi minuti, e il pavimento della Terzaddì si era trasformato in un vero e proprio campo di battaglia. Date le urla selvagge degli studenti, tuttavia, il sommo dirigente scolastico, il quale passava per caso tra i corridoi, irruppe clamorosamente in aula, con gran spavento di tutti, e colse l’alunno Alberto I intento a sbattere il naso contro il ginocchio dell’alunno Giovanni T, Susanna L che trafiggeva con una matita il palmo della mano di Emanuele T procurandogli una sorta di solitaria stigmate, e infine Eleonora F e la sottoscritta che si tiravano reciprocamente i lunghi capelli, contorcendo nel contempo i loro volti in smorfie che avevano invero ben poco di umano.

Dopo varie minacce di sospensione e di annullamento della gita scolastica, è stato stabilito all’unanimità che la classe Terzaddì, nel mese di maggio, poco prima dell’esame di maturità (o di Stato, che dir si voglia) si recherà con un pullman nella Repubblica di S. Marino, luogo che certo ha il merito di accontentare sia i rivoluzionari che ambiscono all’espatrio, sia i conservatori che si vogliono mantenere su suolo nazionale. E, alla fine dei conti, né gli uni né gli alt[Nota di Gurrado: Silvia G, colpita proditoriamente al cuore da un cancellino sporco lanciato da Eleonora F, si accascia al suolo e il manoscritto termina qui]

sabato 8 marzo 2008

Lo Stato dei Licei, 13: il fantasma del laboratorio


[Quando ho dei dubbi di qualsivoglia genere, ricorro al mio manuale di Storia del Liceo: Popoli e Civiltà di Antonio Brancati. Esso, per definizione, è la risposta a ogni possibile quesito, il detentore delle verità di fatto e come tale è un interlocutore vivo e presente nella mia vita, più ancora di qualsiasi persona mi passi davanti al naso: non per niente è definito, impersonato, ipostatizzato quale “il Brancati”.
Se non che qualche giorno fa ho avuto dei dubbi e, trovandomi a mille km di distanza dalla mia unica e vera copia del Brancati, ho dovuto ripiegare su un succedaneo. Ho costretto infatti un mio amico a prestarmi il suo vecchio manuale di Liceo – vecchio ma comunque più recente del Brancati, così come testimonia l’orrenda dicitura “nuova periodizzazione” stampata in grassetto poco sotto il luogo dove il mio amico aveva ritenuto opportuno appiccicare uno stemma bislucido dell’Ambrosiana Inter. La periodizzazione sarà nuova ma la storia è vecchia: perché a me non interessano le pagine ultime, in cui si denigra Berlusconi o si esaltano gli attentatori dell’11 Settembre, ma mi soffermo nei secoli che precedono il Novecento e che, per l’indebita attenzione a quest’ultimo, vengono via via compressi man mano che i manuali si stampano.
Oggi è sabato, come ogni sabato sono stanchissimo e quindi non ho voglia né tempo di indire una polemica. Voglio solamente testimoniare che ci vedo sempre meno ahimé per il concorso di vecchiaia e sfiga, quindi più leggo più mi stanco, più mi stanco meno ci vedo, meno ci vedo più mi avvicino al libro, più mi avvicino al libro più non mi limito a guardarlo ma lo odoro – anzi, se tirassi fuori la lingua, tanto poca è la distanza che mi separa dalla pagina, potrei agevolmente leccarlo e sottolineare con la saliva le date più significative (il mio amico sarà poco contento di leggere queste paginette virtuali, me lo sento). Il fatto è che, odorando il manuale del mio amico, ho avuto una reminiscenza proustiana: l’odore del suo diversissimo manuale è lo stesso odore del Brancati. Da ragazzi ci si vede bene e si studia tenendo il naso abbastanza distante da non annusare i libri; ma i successivi e più o meno necessari ripassi dei decenni seguenti rivelano l’odore invecchiato della carta. Così ho capito che nuova o vecchia perodizzazione nulla cambia, i ragazzi italiani continueranno a studiare la stessa Storia da manuali con lo stesso odore, assumendo per via olfattiva una coscienza nazionale contagiosa. E ora Silvia G, che è sicuramente meglio di queste fantasticherie sinestetiche:]

Gurrado, scienza e superstizione non sono certo due termini che vanno a braccetto: se l’uno richiama alla mente idee di conoscenza concreta, acquisita tramite esperimenti che hanno lo scopo di giungere ad una descrizione precisa della realtà, l’altro indica invece credenze irrazionali che influenzano i comportamenti umani e il pensiero senza una precisa relazione causale. Paradossalmente però, al liceo Voltaire le due cose hanno finito col confondersi tra loro, e le conseguenze di tale fusione affollano tuttora gli incubi dei più sensibili membri della Terzaddì.

Si dà infatti il caso che il liceo Voltaire, in origine, fosse un convento di padri Gesuiti, le cui ossa tutt’ora giacciono negli scantinati della scuola, luoghi accessibili unicamente al personale autorizzato (e giammai agli studenti o ai bidelli). Quest’insolita caratteristica del liceo Voltaire ha sempre inquietato e incuriosito moltissimo i suoi iscritti, al punto che sono nate numerose leggende legate ad essa, tra i corridoi. Taluni mormorano di aver sentito echeggiare delle pareti dell’edificio voci che recitavano preghiere in latino, taluni altri di aver veduto ombre incappucciate aggirarsi la mattina presto nella tromba delle scale. Tuttavia, nessuno ha mai potuto provare la presenza di fantasmi o mummie all’interno della scuola, fatta eccezione per alcuni professori.

Bisogna inoltre precisare che, varcando le porte del laboratorio di scienze del liceo Voltaire, si ha la gioia di imbattersi in un magnifico scheletro in plastica a grandezza naturale, il quale è stato chiamato Battista, in onore di un antico e illustre alunno del liceo Voltaire. Col passare degli anni e degli studenti, il povero Battista ha subìto una notevole quantità di molestie: le sue falangi sono tutte disarticolate, ha perso molti denti e la sua mandibola è legata al cranio solo grazie al nastro adesivo.

In una mattinata buia e tempestosa di metà autunno, la professoressa Selli, insegnante di chimica biologia e geografia astronomica, disperata a causa dell’inspiegabile frattura del femore sinistro del povero Battista (imputabile in verità agli alunni Ruggero F e Alberto I, due tra i più discoli membri della Terzaddì), decise di prelevare dai sotterranei del liceo Voltaire qualche antico osso di Gesuita ancora in buone condizioni e di sostituirlo col femore in plastica spezzato dello scheletro, per poter tenere la sua lezione di scienze. Presa dalla foga, portò via anche una bellissima tibia e qualche costola perfettamente conservata, e appose il tutto in mezzo alle altre ossa di poliestere.

Saputa la notizia, molti alunni si mostrarono turbati e schifati dinnanzi all’ibrido scheletro Battista. Il disgusto e la paura per quelle ossa un tempo vive crebbero col passare del tempo, e solo pochi impavidi osavano ancora molestare l’oggetto del loro orrore, il quale, ignaro di tutto, seguitava a rivolgere a chiunque gli passasse accanto cordialissimi sorrisi a trentadue denti (o, nel suo caso, a venticinque). La professoressa Selli, seppur a malincuore, si vide costretta a rinchiudere Battista in un armadio del laboratorio di scienze.

Accadde tuttavia che, durante l’esercitazione di laboratorio del trentuno di ottobre, al Voltaire saltò improvvisamente la corrente elettrica. I membri della Terzaddì, nient’affatto spaventati dalla cosa, corsero a cercare candele e pile nei cassetti e negli scaffali del laboratorio. Avvicinandosi all’armadio dov’era contenuto lo scheletro Battista, l’alunna Eleonora F udì all’improvviso sinistri scricchiolii provenire dall’interno del mobile; pareva che numerose unghie graffiassero le ante di legno, nel tentativo di aprirle. Eleonora F accese una torcia e illuminò la scena: lo scheletro Battista, vestito di un vecchio sacco di patate rattoppato, era uscito dall’armadio e fissava grottescamente nella sua direzione, col consueto sorriso stampato il faccia. Eleonora F diede a quel punto prova di mirabili doti canore, intonando un acuto altissimo e penetrante, che impressionò tutti i suoi compagni di classe più ancora dello stesso Battista, il quale nel frattempo si era mosso, e girava per il laboratorio grazie alle rotelline poste sotto agli scheletrici piedi.

I membri della Terzaddì, che avevano da poco concluso la lettura di alcuni racconti di Edgar Allan Poe (propinati dall’insegnante di letteratura inglese) ed erano dunque facilmente impressionabili, spalancarono le porte del laboratorio e uscirono di corsa, illuminando i bui corridoi della scuola con le loro torce elettriche e creando gran scompiglio tra le classi vicine. Il ritorno della corrente vide uno scheletro incappucciato aggirarsi sorridendo tra le bancate del laboratorio di scienze, finché uno spavaldo bidello, allarmato da tanto chiasso, irruppe nella stanza, intercettò il macabro responsabile dei disordini, lo bloccò e lo spogliò con decisione.

Fece dunque capolino da sotto il sacco l’alunno Ruggero F, il quale, abbracciato al povero Battista, ne coordinava i movimenti, con gran divertimento. Il resto della classe Terzaddì, presa coscienza che non si trattava di un fantasma, si armò di gesso da lavagna e, con rabbioso trasporto, prese a lapidare il mattacchione, che fu salvato dal linciaggio soltanto grazie all’intervento del sommo dirigente scolastico.

Come punizione per l’orrendo misfatto, l’alunno Ruggero F è stato costretto ad accompagnare la professoressa Selli negli scantinati del liceo Voltaire per rimettere le ossa profanate al loro posto; ha inoltre trascorso gran parte dei suoi pomeriggi autunnali a ricostruire assieme all’inquietante professoressa i pezzi mancanti dello scheletro Battista, che ora sorride felice sfoggiando un bellissimo femore di cartapesta e sette nuovi magnifici mol[NdG: piove a dirotto, il blog viene sospeso per impraticabilità di campo, per cui il manoscritto termina qui]

sabato 23 febbraio 2008

Lo Stato dei Licei, 12: il corso di soccorso

[Oggi Gurrado è un po’ stanco, se la vede Silvia G:]

Gurrado, si sa che la scuola deve fornire agli alunni strumenti di conoscenza utili non solo per conseguire un diploma di licenza superiore, non solo per raggiungere una laurea, non solo per trovare lavoro fisso in banca, non solo per vincere migliaia di euro in un telequiz [Nota di Gurrado: Gurrado accusa inoltre un forte mal di schiena], ma anche e soprattutto per sopravvivere alla drammatica brutalità della vita quotidiana. Per questa ragione, il sommo dirigente scolastico ha organizzato al liceo Voltaire dei corsi di pronto soccorso riservati appositamente agli studenti dell’ultimo anno, a seguito dei quali gli stessi studenti devono sostenere un esame che, se superato, fornirà loro il titolo di Soccorritore di Primo Grado. Da quello che i membri della Terzaddì hanno potuto fino ad ora capire, il ruolo del Soccorritore di Primo Grado consiste esclusivamente nel valutare che qualunque situazione di pericolo o di emergenza è al di fuori delle sue competenze, ed egli, in ogni caso, deve limitarsi a chiamare il 118 e sperare che qualcuno risponda.

Ciò nonostante, il paramedico incaricato di esporre ai giovanotti e alle signorine del terzo anno le dinamiche di un intervento di pronto soccorso [NdG: Gurrado sbadiglia, ma non è colpa di Silvia G], pare trarre un discreto godimento dalla scrupolosa descrizione dei dettagli più orribili e rivoltanti del corpo umano, supportato tra l’altro da una serie di diapositive assai poco pittoresche:

-Guardate, ragazzi, guardate qui!-, esclama a volte, indicando la radiografia di un femore ridotto a stuzzicadenti, o di una rotula rotolata via dal resto del ginocchio, o di una spalla lussata che sbuca dalla carne come la Spada nella Roccia, -Guardate quali situazioni potreste trovarvi ad affrontare! [NdG: Gurrado si stiracchia fino a diventare alto, anzi lungo, un metro e novantasei] Osservate attentamente quest’osso spezzettato. Ammirate la straordinaria violenza di quest’emorragia. Esaminate i danni che quest’organo interno può aver subìto sgusciando fuori da questa ferita.

Il pubblico di baldi giovanotti sogghigna allora divertito. Alcuni di essi, a dire la verità, impallidiscono di tanto in tanto di fronte a qualche immagine particolarmente agghiacciante, ma trattengono stoicamente i conati di vomito, temendo soprattutto di sfigurare davanti ai compagni e alle compagne.

Il pubblico di signorine, che invece sente di non avere alcuna dignità da preservare, e che anzi considera la fragilità di nervi e la delicatezza di stomaco caratteristiche irrinunziabili della natura femminile, assume, man mano che le diapositive scorrono, un colorito sempre più verde [NdG: Oggi Gurrado è giallino con bordi marrò], finché, davanti all’accidentale amputazione di un intero arto (con conseguente applicazione del laccio emostatico), qualcuna di esse cade come corpo morto cade, rilassando la propria delicata persona sopra il banco, o addirittura sotto.

Il paramedico dai gusti macabri, deliziato da quest’improvviso accidente, coordina allora le provvidenziali operazioni di soccorso, facendo sdraiare la malcapitata sopra un materassino, tastandole il polso, misurandole la pressione [NdG: Stamattina Gurrado aveva 63 di massima e 209 di minima, mistero della fede], proponendo ai compagni maschi di metterla a testa in giù, e riscuotendo notevole successo nel caso la fanciulla indossi quel giorno una gonna corta.

Questi inspiegabili svenimenti a catena si susseguono ormai da diverse lezioni, costringendo ogni volta il paramedico a interrompere le sue terribili descrizioni di nervi scoperti e falangi incancrenite, e rendendo le lezioni di pronto soccorso assai più pratiche di quanto previsto.

Dal momento che, ad una ad una, sono ormai cadute quasi tutte le studentesse della Terzaddì [NdG: Stamattina a Gurrado è caduto il naso nella tazza del cappuccino, portandosi dietro il resto del corpo], l’orribile paramedico ha tratto le sue conclusioni: le giovani generazioni non possiedono una grande resistenza, specie le donne, e svengono decisamente troppo spesso, tra il resto senza una motivazione ben precisa.

-Vedete bene, ragazzi-, constata talvolta sorridendo, assai compiaciuto del suo ruolo di educatore, -vedete che gli accidenti possono capitare, e anzi capitano piuttosto di frequente. Il compito di noi soccorritori è dunque di fondamentale importanza. Noi evitiamo che le persone ferite o inferme subiscano eccessivi danni. E ora, osservate questa tibia insanguinata, o questo profondissimo taglio all’altezza del bacino, o questa frattura multipla del ginocchio… signorina, la vedo pallida, è mica sicura di sentirsi ben [NdG: Gurrado muore di vecchiaia, il manoscritto termina qui]

sabato 16 febbraio 2008

Lo Stato dei Licei, 11: il senso dell'orientamento

[E ieri? Perché mai ieri il blog gurradesco è rimasto muto, come se fosse una qualsiasi domenica in cui adorare il Signore e venerare San Siro? Perché, rispondo con misura, ieri internet non funzionava – e questo, oltre a rinfocolare la convinzione che internet sia il male assoluto e che senza vivremmo tutti meglio (a cominciare da me medesimo, ché non sarei più costretto a scrivere quassù), mi ha consentito di riscoprire altri mezzi di comunicazione.
Il telefono, innanzitutto. “Pronto, parlo con Gurrado?” “Certamente, essendo il mio numero.” “Buongiorno dottor Gurrado, sono Caterina della Johnny Minkialonga corporation di ***, abbiamo preso in visione il suo curriculum e…” “…e?” “…e saremmo onorati di offrirle…” “…un lavoro?” “Macchè, di più, saremmo onorati di offrirle…” “…un finanziamento vitalizio?” “Si figuri, saremmo addirittura onorati di offrirle uno stage. “Ah.” “Retribuito, ci mancherebbe.” “Ci mancherebbe.” “Si tratta di un’esperienza altamente formativa…” “Sì, lo so, ma quanto?” “…altamente formativa tanto nel suo campo specifico quanto…” “Sì, ma quanto?” “…quanto nei settori più richieste dalle aziende di oggigiorno, fra le quali la Johnny Minkialonga…” “Signorina, Caterina, si fermi. Quanto?” “Quanto cosa?” “Retribuito quanto?” “Cento euro.” “…” “Cento euro al mese.” “…” “Più ulteriori cento euro di buoni pasto.” “…” “Dottor Gurrado?” “…” “È ancora in linea?” “…” “Si sente bene?” “Benissimo, mi scusi. Stavo ridendo.”
È per ragioni del genere che un po’ invidio Silvia G, che fa ancora il liceo. È per ragioni del genere che, pur rispettando le scelte di ognuno e avendo come massimo ideale la libertà individuale, le impedirò di iscriversi a qualsiasi facoltà umanistica, al costo di far saltare in aria tutte le Lettere e Filosofia sparse in ogni Università del Regno. Intanto Silvia G inconsapevole scrive:]

Gurrado, il terzo anno di liceo (classico) è senz’altro il più probante di tutte le superiori; non soltanto per l’esame di Stato che incombe, ma anche e soprattutto per gli ultimi ritagli di adolescenza che scivolano di giorno in giorno tra le dita dei maturandi [Nota di Gurrado: soprattutto dei maschietti, temo; sorry], costringendoli a prendere coscienza che l’età adulta si sta rapidamente avvicinando e con essa, nella più ottimistica delle ipotesi, il futuro lavorativo. Sono pochi gli studenti di liceo classico che decidono dopo l’esame di non iscriversi all’università [NdG: ma beati loro! multi sunt vocati, pauci vero electi! happy few! cfr. Matteo 7, 13: “Entrate per la porta stretta, perché larga è la porta e spaziosa la via che conduce alla perdizione, e molti sono quelli che entrano per essa”], e di conseguenza la scuola sente il dovere civile e morale di introdurre ai suoi alunni le varie facoltà sin dall’inizio dell’anno, preoccupandosi meno di farli uscire dalle superiori con una preparazione completa. L’atto di organizzare uscite fuori porta, visite alle facoltà, presentazioni in videoconferenza coi rettori è appunto chiamato “orientamento universitario”.
La Terzaddì tutta ha sempre posseduto un pessimo senso dell’orientamento, al punto da riuscire in più di un’occasione a smarrirsi non solo durante le gite scolastiche, ma anche nella sua città natale (centro di ben ridotte dimensioni, che non conta più di ***mila abitanti); c’è poco da stupirsi, dunque, che anche con l’orientamento universitario questa famigerata classe abbia incontrato svariate difficoltà. A dire il vero, sono state per lo più difficoltà di comprensione, perché i professori e periti incontrati nel corso delle visite, pur parlando la stessa lingua dei membri della Terzaddì, non si sono dimostrati particolarmente abili nell’esporre il proprio pensiero, o per lo meno non hanno dimostrato eccessiva coerenza.
Assistendo a una videoconferenza di presentazione della facoltà di Giurisprudenza, prima che il chiacchiericcio di fondo dovuto alla presenza di numerosi liceali poco interessati nella sala coprisse definitivamente ogni altro suono, ho avuto modo di ascoltare le sagge parole del Rettore che ammonivano:
-Ragazzi, non lasciatevi condizionare dai vostri genitori, dai vostri amici, né tanto meno dai vostri fidanzati e dalle vostre fidanzate, nella scelta di una facoltà. È indispensabile che una decisione di questo tipo venga presa esclusivamente da voi, senza coinvolgimento di esterni.
Parrebbe quasi un consiglio ragionevole. Sennonché, a seguito dell’intervento del Rettore, prende la parola una professoressa relativamente giovane, che espone in maniera in vero poco chiara l’organizzazione della vita universitaria. Alla domanda mossa da uno studente presente in sala riguardo alla difficoltà di trovare lavoro dopo la laurea, tuttavia, la professoressa risponde che la concorrenza, nell’ambito della giurisprudenza, è effettivamente spietata; lei, a quel che dice, ha alle spalle una famiglia di giuristi, e quindi non le è stato difficile trovare lavoro nello studio legale di suo padre.
Si prosegue con la facoltà di Economia; stavolta è un perito aziendale a parlare, introducendo sempre il suo discorso con la raccomandazione di non lasciarsi condizionare eccessivamente da parenti, amici o fidanzati nella scelta della facoltà. Passa poi ad un’appassionata descrizione della sua giornata lavorativa, con un sorriso che non nasconde la più profonda delle soddisfazioni, essendo stato egli assunto di recente nell’azienda del suocero, produttore di un noto spumante locale:
-Ammetto senza vergogna che il primo lavoro me l’ha fornito il padre di mia moglie, ma questo certo non significa ch’io sia un raccomandato.
Certamente, no. Il vero raccomandato, infatti, è il nipote del farmacista Bertuzzi, che ha appena occupato il posto di un dipendente licenziato in misteriose circostanze nella farmacia dello zio; o il figlio del Rettore della facoltà di Medicina, che ha di fresco conseguito una laurea di 110 e lode (in medicina appunto), come non manca di sottolineare mente accompagna gli ancor giovani studenti liceali venuti in visita nelle varie aule della sede.
-Vi do un consiglio-, aggiunge, il giovanotto, al momento dei saluti, -non lasciatevi condizionare da parenti o amici, nella scelta della facoltà: è una decisione che spetta solo a voi.
Si mormora che, tornati agli ordinari banchi di scuola, alcuni maturandi della Terzaddì si lagnassero tra di loro dell’orientamento universitario appena subìto, e che i professori, indispettiti dalla cosa, domandassero quale mai fosse il motivo di tanta insoddisfazione.
-Prof-, sospira dunque qualcuno con tono sarcastico, -non siamo affatto insoddisfatti, anzi! Mio padre lavora in un cantiere edile e mia mamma ha fatto le magistrali: sono fortunato, perché non hanno la possibilità di condizionarmi in alcun modo, nella scelta della facoltà!
A quel punto un fortissimo boato squas[NdG: la pagina del quaderno a quadretti di Silvia G reca in questo luogo distinte tracce di cenere e lapilli; la vendetta divina è consumata e il manoscritto termina qui]

venerdì 8 febbraio 2008

Lo Stato dei Licei, 10: psicopatologia dell'insegnante quotidiana

[E così, Gurrado se ne va a Padova senza nemmeno aspettare che finisca la settimana lavorativa (d’altronde non lavora, lui); e così, Silvia G prende possesso del suo portatile senza nemmeno aspettare la consueta scadenza del sabato, così da garantirsi un po’ più di tempo libero e un’ulteriore serata da trascorrere in discoteca a ballare seminuda su enormi cubi di ghiaccio a iniettarsi sostanze chimiche nella spina dorsale come qualunque adolescentessa che si rispetti. Pertanto scrive:]

Dal momento che, come confermano i giornali, la televisione e addirittura internet, quella di noi studenti liceali odierni è una generazione degenerata, il sommo dirigente scolastico del liceo Voltaire ha pensato bene di assumere una giovane psicologa (o psicanalista, o psicoterapeuta, o psichiatra, o, più probabilmente, psicopatica), la quale, tutti i pomeriggi, tiene uno “sportello di ascolto” per gli studenti che sentono la necessità di esternare i loro drammi interiori e di dar sfogo ai tanti problemi che affollano la loro testolina. È stata consigliata la frequentazione dello “sportello” a tutti coloro che intendo parlare di insuccessi scolastici, episodi di bullismo, anticoncezionali, sfruttamento, fobie, attacchi di panico, interpretazione dei sogni, sesso, droga e rock’n’roll. La dottoressa in questione si chiama Alda Filippi e, non potendo vantare particolari doti fisiche, né alcuna affabilità caratteriale, è stata presa poco in considerazione sia dagli alunni maschi del liceo Voltaire, sia dalle femmine; i giovani infatti, vergognosi di esporre i loro problemi adolescenziali davanti ad un’estranea, non hanno mai prenotato nemmeno un’ora di “sportello di ascolto”, lasciando la dottoressa Filippi sola o, tutt’al più, con l’unica compagnia della Settimana Enigmistica.

Capitò un giorno che, durante i ricevimenti generali pomeridiani con gli insegnanti, nessun genitore si presentasse al cospetto della professoressa Gatto, docente di educazione fisica. Costei, indispettita dal fatto che né i padri, né le madri dei suoi alunni si interessassero alle prestazioni dei ragazzi alla spalliera, lasciò la sala udienze con un gesto di teatrale disappunto e decise di concedersi un cappuccino molto zuccherato alla macchinetta automatica. Il caso volle che, proprio in quel momento, proprio davanti alla stessa macchinetta, la dottoressa Filippi stesse cercando di prelevare il proprio resto di venticinque centesimi, che era rimasto incastrato nell’infernale apparecchio. Spinta da un moto di solidarietà e, soprattutto, dall’impazienza di sorseggiare il cappuccino, la professoressa Gatto mostrò alla dottoressa come costringere la macchinetta a tirare fuori le monetine, assestando alla stessa un poderosissimo cazzotto (si valuti che la Gatto, in gioventù, era stata atleta). La dottoressa Filippi, traboccante di riconoscenza, offrì un cappuccino alla professoressa con il resto appena prelevato, e le signore si misero dunque a fare due chiacchiere; le chiacchiere, come spesso accade, si moltiplicarono, divenendo quattro, otto, sedici e così via, avendo la professoressa Gatto deciso di sfogare sulla psicologa tutta la stizza che la sua condizione di insegnante di educazione fisica le procurava. Si lagnò della scarsa considerazione che le era riservata, di come i colleghi di lettere la guardassero dall’alto in basso, dei ragazzi, che, a furia di star piegati sui libri, venivano su con la schiena storta senza che lei potesse intervenire a dovere. La dottoressa, molto professionalmente, ascoltava annuendo di tanto in tanto; estratto poi un blocchetto di fogli dalla borsa, si mise a prendere appunti. Infine, quasi dispiaciuta, si congedò dalla professoressa Gatto, pregandola di tornare da lei ogni qual volta ne avvertisse la necessità.

La Gatto, molto amica della professoressa Ivani e della professoressa Pedro, confidò loro della chiacchierata con la psicologa, e di come quella giovane dottoressa si fosse mostrata disponibile nei suoi confronti, e di quanto si fosse tolta un peso dal cuore parlando con lei, e di come le avrebbe fatto piacere tornarci. Il giorno dopo, anche l’Ivani si recò dalla dottoressa Filippi, per esternare il suo dramma di insegnante di lingua viva, l’inglese, messa in competizione con delle lingue morte, e da esse puntualmente sconfitta. La Filippi ascoltava, annuiva, prendeva appunti. Così fece anche con la professoressa Pedro, insegnante di matematica, che le parlò della sua dipendenza ossessiva dal caffé; così con la professoressa Selli, che raccontò le dolorose origini della natura femminista che la caratterizzava, la quale affondava le sue radici nell’abbandono da parte del fidanzato a un passo dall’altare. La Filippi ascoltava, dava consigli, sorrideva.

Le professoresse, nel giro di una settimana, cambiarono: si dimostravano pazienti nei confronti degli alunni, e disponibili ad ascoltarli. Non provavano più un sadico divertimento nel veder soffrire i giovani discepoli, certo perché le sedute della dottoressa Filippi avevano sortito un insperato effetto benefico sul loro umore e sul loro carattere. Fu grande dunque la loro sofferenza quando, a causa dello scarso successo che la psicologa aveva riscosso tra gli studenti del liceo Voltaire, il sommo dirigente scolastico decise di licenziarla, ritenendola giustamente un’inutile spesa che gravava sul bilancio della scuola. Le povere donne avrebbero voluto intervenire, raccogliere firme, costruire barricate sui corridoi per impedire che la loro sola fonte di soddisfazione venisse congedata in quel modo. Tutto si rivelò inutile.

Dal momento che i benefici effetti della dottoressa Filippi sull’inclinazione delle insegnanti stanno cominciando a dissolversi, gli studenti del liceo Voltaire (e della Terzaddì in particolare) cominciano a simulare gravi sintomi di squilibrio al cospetto del sommo dirigente: c’è speranza che, seppur indirettamente, la psicologa torni ad alleviare un poco le sofferenze dei giovani alunni e, curando le loro professoresse, ad aiutarli almeno in parte a risolvere i propri prob [Ma ecco che scatta l’allarme a orologeria predisposto da Gurrado in partenza, e il portatile si richiude all’improvviso sulle mani innocenti di Silvia G, come una cozza ipertecnologica, come una ghigliottina postmoderna; ne consegue che il file termina qui]

sabato 2 febbraio 2008

Lo Stato dei Licei, 9: aneddoti da spogliatoio

[Quest’oggi Gurrado è stato convocato per le consultazioni dal Presidente del Senato Franco Marini, premier incaricato e presto scaricato; ragion per cui fa tutto Silvia G, per Lo Stato dei Licei. Dopo Gurrado, il Presidente del Senato conferirà con Nino Frassica, il cardinal Tonini, i giudici di Passaparola, Harry Potter e la Confputtane. Dopo di che toccherà a Cigl, Cisl e Uil.]

Gurrado, certo le classi miste sono un’ottima invenzione: nessuno dei due sessi si diverte troppo, senza la compagnia dell’altro e, quando non comporta fastidiose complicazioni di natura sentimentale, l’amicizia tra un ragazzo e una ragazza può rivelarsi estremamente utile e vantaggiosa per entrambi. Nel tentativo di esplorare l’oscuro Stato dei Licei, e di descrivere quindi con minuziosa attendibilità tutti i fatti e i misfatti che accadono all’interno dell’edificio scolastico, mi sono trovata innanzi a limiti apparentemente invalicabili, che rischiavano di ostacolare non poco il mio lavoro; proprio grazie al sentimento d’amicizia che mi lega a un fidato compagno di classe, questi limiti sono stati in parte superati. Da spia intrufolata nascostamente nella repubblica dei registri, infatti, mi sono permessa di intrufolare a mia volta il suddetto compagno di classe, Tommaso A, all’interno dello spogliatoio maschile della nostra palestra, nel quale mi sarebbe stato altrimenti impossibile porre piede senza mettere a repentaglio la mia incolumità. Fondendo dunque l’esperienza di Tommaso A con la mia personale di Silvia G, è stato possibile creare un immaginario osservatore onnisciente in grado di stendere un pittoresco affresco di ciò che avviene all’interno dei due luoghi più misteriosi e affascinanti della scuola, e forse dell’universo intero: lo spogliatoio maschile e quello femminile.

Malgrado il riscaldamento della palestra lasci alquanto a desiderare, e il termometro non salga mai sopra i nove gradi, undici impavide donzelle si appropinquano a svestirsi e ad indossare delle larghe tute da ginnastica. Pressate attorno all’unico calorifero presente nella stanza, esse si sfilano in gran fretta i blue jeans, le gonnelline, le camicie e le canottiere, sfoggiando della biancheria curiosamente variopinta: quasi tutte infatti indossano calzini a righe colorate, ora fucsia, ora verde grano acerbo, ora giallo banana, ora blu cobalto, ora turchese. Sugli slip di alcune di loro compaiono bizzarre fantasie orientali, sui reggiseno sono ricamati api, farfalle e vasetti di miele. Le dodici donzelle si complimentano vicendevolmente per l’originalità della rispettiva biancheria e, quasi si trattasse di una competizione, tentano ogni volta di superare il record dell’assurdo intimo con calzini, slip e reggiseno sempre più singolari.

Nel frattempo, poco distanti, sette baldi giovani stanno trasformando lo spogliatoio maschile in un piccolo campo di battaglia: sparpagliati gli zainetti, i jeans e le magliette ora sulle panche, ora sul pavimento, ora fuori dalla finestra, essi si divertono a rubarsi vicendevolmente le scarpe e a minacciare di gettarle nel water o sotto la doccia, salvo poi non resistere al raccapricciante fetore che le calzature emanano e scaraventarle quindi il più lontano possibile dalle loro narici. Incuranti delle basse temperature, saltano a torso nudo di panca in panca, compiaciuti della propria virile agilità, giocando col berretto del più deboluccio di loro come si gioca a palla.

Le fanciulle intanto, non possedendo la stoica resistenza al freddo dei coetanei maschi, si sono vestite. Una di loro estrae dallo zainetto una rivista femminile ricca di fotografie di modelle elegantemente vestite (o, per lo più, elegantemente svestite); sfogliandola, ella rinviene un test a risposta multipla intorno al tema: “L’anima gemella”, e decide di condividere con le compagne la gioia di completarlo. Risulta così che nove fanciulle su dodici si sentono più attratte da uno studente di medicina piuttosto che da uno di lettere, dieci preferiscono i bruni rispetto ai biondi e dodici dichiarano di non aver mai flirtato col compagno di banco.

I sette baldi giovani hanno nel contempo estratto dallo zainetto la medesima rivista, ma i loro interessi sono proiettati esclusivamente verso le suddette modelle elegantemente svestite. Stilano una classifica delle migliori indossatrici fotografate; poi, evidentemente in vena di classifiche, redigono una lista delle più attraenti tra le compagne di classe, fantasticando sui completi intimi delle fanciulle poco lontane (e ignorando che quegli stessi completi sono più adatti al Carnevale che alle riviste di moda).

Un temibile fischio echeggia quindi nella palestra; la professoressa Gatto, insegnante di educazione fisica, urla agli alunni che, qualora non uscissero all’istante dagli spogliatoi, maschi e femmine pagherebbero con gli interessi il tempo che le stanno facendo perdere. L’educazione fisica rimane pur sempre l’unica materia in cui le punizioni corporali sono ancora praticabili (e praticate): le dodici fanciulle e i sette baldi giovanotti tornano dunque a mescolarsi tra loro, nuovamente uniti nella perigliosa lotta per sopravviv [A questo punto Silvia G viene scoperta mentre sbircia i baldi giovanotti, e per un motivo o per l’altro il manoscritto termina qui]

sabato 26 gennaio 2008

Lo Stato dei Licei, 8: l'uscita fuori orario

[Gurrado è stanco, sfatto, sfinito: con l'offensiva finale di quattro articoletti per il suo blog ha fatto cadere il Governo. Come potete pretendere che vi intrattenga, e scriva fregnacce su quando faceva il Liceo e c’era già un Governo Prodi – come se non fosse bastato, peraltro? Pertanto oggi Gurrado resta silente, tutto preso nei suoi crucci politici, e lascia che Silvia G racconti senza disturbo alcuno, né fisico né psicologico. D’altra parte Gurrado non ha avuto l’onore di veder cadere Prodi, secondo l’abitudine, ai beati tempi del Liceo, ma alla fine della sua prima settimana da universitario; gioia che invece Silvia G ha provato da liceale, guadagnandosi gloria sempiterna nell’atto di aprire il giro di consultazioni private col suo perspicuo parere racchiuso in un messaggino rimato e ritmato: Giro giro tondo, casca il mondo, casca il Governo, d’altronde nulla è eterno. Nemmeno io, temo.]

Gurrado, il liceo Voltaire è un luogo in cui è facile entrare, ma da cui è difficile uscire; non solo in riferimento alle avversità che il corso di studi classici presenta, e alle conseguenti difficoltà che si incontrano nel tentativo di portarlo a termine, superando l’Esame di Stato e lasciando per sempre le scuole superiori. Tuttavia, la frase può anche essere interpretata alla lettera: una volta varcati i cancelli del liceo Voltaire, l’impresa di uscirne prima del suono dell’ultima campanella si rivela sempre alquanto problematica. Nonostante tutti gli studenti vengano forniti all’inizio dell’anno di un apposito libretto personale, contenente decine di permessi di entrata e uscita fuori orario, la burocrazia interna regna sovrana e dissuade chiunque dal proposito di utilizzarli, se non in caso di estrema necessità.

Capitò un giorno che la sottoscritta Silvia G, dovendosi recare dal dentista (giustificazione classica, ed essendo io iscritta ad un liceo classico, accettabilissima), decidesse di compilare arditamente uno dei suoi permessi di uscita fuori orario, e di lasciare quindi l’edificio scolastico prima della fine delle lezioni. Poiché la visita era fissata per le undici, consapevole che lo studio dentistico distava dalla scuola poco più di un chilometro, fissai l’orario di uscita per le dieci e trentacinque, cioè all’inizio della ricreazione. Consegnato che ebbi il mio permesso in segreteria per farlo firmare dal sommo dirigente scolastico, mi fu comunicato appena due ore dopo che quest’ultimo si era assentato per cause ignote, e che la vicepreside era misteriosamente sparita con lui, creando gran scompiglio tra i corridoi (e soprattutto turbando non poco il professor Barocchi, marito della stessa vicepreside, che da anni paventava una relazione adultera tra la moglie e il superiore). Non mi rimaneva quindi che cercare per le classi del liceo il vice-vicepreside professor Rulli, persona alquanto irritabile, che detestava l’idea di essere interrotto nel bel mezzo di una lezione. Attesi dunque che la campanella della ricreazione suonasse e che la lezione finisse per presentarmi al suo cospetto; l’omone, gigantesco e burbero, firmò il permesso d’uscita con studiata lentezza, non mancando di commentare sarcasticamente la banalità della mia giustificazione.

Ottenuta che ebbi la sospirata firma, tornai in classe, prelevai il mio zaino, mi misi la giacca e feci per uscire. Un pensiero improvviso, tuttavia, mi sovvenne: il permesso doveva essere controfirmato dall’insegnante di quell’ora, o la bidella non mi avrebbe mai concesso di varcare il portone. Era però suonata la campanella della ricreazione, ragion per cui nessun mio insegnante, per almeno un quarto d’ora, si sarebbe presentato in classe e avrebbe posto la sua firma sul foglietto verde. Non mi restava che immergermi nell’orda disordinata di studenti che sempre affolla i corridoi durante l’intervallo e cercare la professoressa Pedro. Quest’ultima però, raffinata buongustaia grande amante del caffè e della cioccolata calda, mal sopportando l’idea di adattarsi allo squallore delle macchinette automatiche, aveva lasciato l’edificio scolastico per concedersi una pausa caffè nel bar lì vicino, impedendomi così di raggiungerla. Decisi dunque di esporre il mio dramma alla bidella di turno, la quale non macò di ricordarmi che, senza un permesso firmato dal docente, non mi sarei potuta allontanare dall’edificio per nessuna ragione. Le feci notare che, per coprire il tratto di strada che mi separava dalla docente in questione, avrei dovuto far uso di un nuovo permesso di uscita e ripetere dunque tutte le operazioni. Rise, e seguitò a spazzar per terra.

Si erano fatte le dieci e cinquantacinque, e della professoressa Pedro, nessuna traccia. Testimoni affermarono successivamente di averla intravista mentre chiacchierava col barista sudamericano del caffè vicino alla scuola (il quale le offriva di continuo nuovi tipi di cioccolata calda aromatizzata, che lei puntualmente accettava), del tutto dimentica dei suoi doveri di insegnante. Indispettita dal fatto che proprio quel giorno la mia professoressa di fisica avesse deciso di battere la fiacca, quando in una qualsiasi altra mattinata la cosa non mi avrebbe causato nessun disturbo, andai a cercare l’Allori, insegnante di storia dell’arte, che aveva tenuto la lezione precedente all’intervallo. La segreteria mi informò che anch’essa aveva lasciato l’edificio, poiché il suo turno si era concluso con la terza ora. Uno strano sentimento di stizza cominciò dunque a impadronirsi della mia persona.

Era nel frattempo tornato il preside, accompagnato, come di consueto, dalla fidata vice. L’orologio segnava ormai le undici e mezza, e il mio appuntamento era inevitabilmente stato prorogato; non intendevo tuttavia demordere. Bussai alla porta dell’ufficio del sommo dirigente, brandendo il foglietto verde e richiedendo formalmente il suo permesso di lasciare l’istituto. Egli mi studiò da capo a piedi con fare sospettoso, certo che il mio proposito di uscire in anticipo fosse animato dalle peggiori intenzioni, e chiese di vedere la firma dei miei genitori sul permesso. Risposi dunque che, essendo maggiorenne, la firma non era necessaria. Replicò che in quanto membro della Terzaddì, non poteva fidarsi della mia parola, poiché la sezione non godeva certo di una buona fama. Fui costretta a dettargli il numero dell’ufficio di mia madre, la quale, come la professoressa Pedro, era in pausa caffè e aveva staccato l’apparecchio. Cercammo dunque di rintracciare mio padre; quest’ultimo, oberato di lavoro, non solo si disse ignaro del mio appuntamento col dentista, ma rispose anche malamente al sommo dirigente, il quale decise all’improvviso di fidarsi della mia parola, e di aprirmi le porte del Voltaire.

Erano le dodici e diciannove di un martedì mattina; undici minuti dopo, sarebbe suonata l’ultima campanella, che indicava la fine delle lez [Nota di Silvia G, stante la latenza di Gurrado: su questo punto della pagina è caduto il Governo, per cui il manoscritto termina qui]

sabato 19 gennaio 2008

Lo Stato dei Licei: 7, il barlume di speranza

[Al ginnasio la mia professoressa di Greco vedeva i marziani; ed essi, cosa non meno notevole, vedevano la mia professoressa di Greco. Dubitavano tuttavia della sua reale esistenza, in considerazione dell’evenienza che costei oltre a insegnare Greco, come si conviene a ogni professoressa di Greco, insegnasse anche Latino e Italiano. I marziani, in particolare, esprimevano la propria meraviglia di fronte alla notizia che la professoressa di Greco assegnasse, per i compiti in classe di Italiano, un’unica traccia fra le quali – anzi, fra la quale – scegliere, solitamente così architettata: “Federico completivo: analisi di un imperatore versato nella subordinazione”; “Fior di mimosa / la donna, come una gatta, fa le fusa / fiera di bosco e regina della casa”; “Manzoni in tre periodi”; “A corto di argomenti”; “Catabasi e anabasi dell’uomo dalla tecnologizzazione degli interni alle vitamine dell’amore somo-psico-pneumatiche”; “Il mio compagno di banco”; etc. Né al liceo la situazione migliorò particolarmente. Per quanto la nuova professoressa di Greco non credesse ai marziani, non per questo i marziani cominciarono a credere in lei. A chiunque non si fidi posso offrire la visione del filmino del nostro ultimo compito in classe di Latino; che si conclude con l’intera classe che brinda a spumante, sparsa la versione interrotta sui banchi abbandonati, e la professoressa di Greco - nella circostanza di Latino – che esce teatralmente dall’aula, rifiutandosi di raccogliere i fogli, sbattendo dietro di sé la porta non prima di aver pronunziato l’oracolo: “Ma vaffangùl!”]


Gurrado, si sa che la speranza è l’ultima a spegnersi: per quanto uno studente possa essere impreparato, per quanto un compito in classe si riveli complicato, per quanto le interrogazioni incombano spietate e inesorabili ogni giorno, essa sopravvive nei cuori di tutti fino al momento estremo della valutazione. Tuttavia, come per Foscolo “anche la Speme, ultima dea, fugge i sepolcri”, per gli alunni della Terzaddì essa fugge i compiti di greco; ormai da anni e anni infatti, gli esiti complessivi delle traduzioni risultano inferiori alla media del 5, con due o tre sufficienze per verifica in tutta la classe, e dei picchi addirittura al di sotto del 4 [Nota di Gurrado: Silvia G, Silvia G, un giorno ti ordinerò di consegnarmi la tua pagella], che farebbero raggelare il sangue anche ai più spavaldi degli incolti. Un po’ per le esigenti pretese dell’insegnante, un po’ per la notevole ignoranza dei giovani alunni, quando si tratta di versioni di greco, la speranza si spegne assai precocemente.

Al fine di far risorgere questo ottimistico sentimento, l’alunno Ruggero F ebbe un giorno l’idea di portare in classe un piccolo cero rosso, graziosamente adorno di fregi dorati, e vi scrisse sopra col bianchetto “barlume di speranza”. Durante il compito di greco, lo accese e lo pose nascostamente sopra al suo banco, perché gli illuminasse il periglioso e intricato cammino della traduzione. Capitò che, proprio in occasione di quel compito, l’alunno Ruggero F riuscì a rimediare una strascicata sufficienza, evento che non mancò di festeggiare saltando allegramente di banco in banco, in preda al più esaltato entusiasmo. L’ingegno collettivo del resto della classe, stanco di collezionare nuovi 5 e nuovi 4, cedette alla forza della disperazione, divenne improvvisamente superstizioso e si convinse che il merito di quell’inaspettato successo andasse attribuito non a Ruggero F, bensì al “barlume di speranza” acceso sopra al suo banco.

Trascorse che furono alcune settimane, giunse nuovamente il fatidico giorno del compito in classe di greco [NdG: ma non avete niente di meglio da fare, al liceo Voltaire?]. Quest’occasione vide ben tredici alunni della Terzaddì varcare le porte del liceo Voltaire con altrettante candele decorate in mano, come una piccola processione religiosa, estremamente suggestiva. Onde evitare l’ira e il rimprovero dell’insegnante, che nulla sapeva di questo strano rito e che mai lo avrebbe approvato [NdG: figuriamoci; se dei professori universitari impediscono al Papa di parlare, dei professori di liceo impediranno ai propri alunni di accendere ceri votivi], la classe intera decise di collocare tutte e tredici le candele in un unico punto dell’aula, il più nascosto possibile. All’unanimità, fu deciso di sistemarle sopra l’armadio, dove tutti avrebbero potuto ammirare il rispettivo lume ardere, senza correre il rischio che l’insegnante se ne accorgesse, perché il mobile era posto proprio dietro la cattedra. Accesi che furono tutti i ceri, la professoressa Fiorello fece il suo ingresso in aula [NdG: ma, se l’armadio è posto dietro la cattedra (premessa maggiore), e se la professoressa Fiorello non vede l’armadio (premessa minore), dobbiamo dedurre che la professoressa Fiorello entra in aula e si dirige verso la cattedra rinculando come un gambero?], consegnò in fretta i fogli protocollo [NdG: se ne deduce che Silvia G abita in una città ricca, e che il liceo Voltaire grava non poco sull’alleggerimento delle tasche dei contribuenti ignari; ai miei tempi i professori distribuivano i fogli protocollo che gli alunni stessi avevano comperato] con le versioni, e andò a sedersi alla cattedra per finire di correggere i compiti di un’altra sezione, senza badare alle numerose candele che si consumavano alle sue spalle [NdG: non ha sentito caldo? non ha sentito odore di cera? non ha temuto che qualcuno, nell’armadio, stesse festeggiando un altro compleanno?]. Il tempo passava e l’ansia degli alunni cresceva; i barlumi di speranza non parevano sortire l’effetto voluto: il compito era forse più complesso del solito, e le loro conoscenze grammaticali risultavano di nuovo drammaticamente insufficienti [NdG: come sempre quando è richiesta più della prima declinazione].

Trascorsero trenta lunghissimi minuti. Non si udivano più crepitii di vocabolari sfogliati, né ticchettii nervosi di penne a biro, né fruscii di matite che scrivevano. Solo un profondo, sconfortante silenzio, che lasciava trapelare una gran delusione, e la più triste impotenza.

All’improvviso, qualcosa turbò la quiete: il suono di una campanella, che pure non poteva segnare la fine dell’ora, in quanto erano passati solo trenta minuti dall’inizio del compito, come testimoniava anche l’orologio appeso sopra la lavagna. Si trattava di un trillare insolito, quasi sconosciuto, molto diverso da quello che gli studenti erano abituati a udire quotidianamente: era infatti l’allarme antincendio.

Subito i corridoi si riempirono di giovani orde disordinate e urlanti, che certo non manifestavano alcun sentimento di paura, ma soltanto una gran soddisfazione per aver potuto interrompere le noiose lezioni così inaspettatamente, e per una causa tanto seria e importante. Inoltre, nessuno degli studenti del liceo Voltaire credeva veramente che la scuola avesse preso fuoco, perché due o tre volte all’anno si usa, negli istituti, compiere esercitazioni di questo tipo, per accertarsi che tutto avvenga secondo le regole in caso di vera emergenza [NdG: di modo tale che, in caso di vera emergenza, tutti credano che si tratti di un’esercitazione e restino seduti dove sono perché non hanno voglia di far fatica].

Come i più perspicaci tra i lettori [NdG: Silvia G, rassegnati; ci legge solo mia madre, sulla perspicacia della quale soprassiedo] avranno indovinato, l’allarme era stato fatto scattare dalla spia antincendio collocata nel controsoffitto della Terzaddì, poiché le tredici candele, poste troppo in alto, avevano sollecitato il sensore collegato con la campanella principale, che era quindi suonata. A edificio evacuato, arrivarono i pompieri, che pure non trovarono nulla da spegnere, in quanto i “barlumi di speranza” si erano ormai del tutto consumati, e di loro non rimanevano che alcune stalattiti di cera sciolta, che pendevano dall’armadio.

Si pensò a un guasto, e classi furono fatte rientrare; gli alunni della Terzaddì, intuendo che la vicenda delle candele e il misterioso incendio dovevano essere collegati tra loro, si premurarono di far sparire immediatamente ogni prova della loro colpevolezza, nascondendo ciò che rimaneva dei ceri negli zainetti prima che l’insegnante tornasse in aula. Fu in verità una mossa saggia, perché, se scoperta, l’intera classe sarebbe stata sospesa, e probabilmente processata, in quanto era riuscita a violare in una volta sola almeno metà del regolamento d’istituto e qualche articolo del codice penale.

Il resto della mattinata fu tutto un susseguirsi di tecnici e bidelli in Terzaddì, avendo qualcuno constatato che l’allarme era partito dalla sciagurata classe. “Un inspiegabile malfunzionamento del sistema di sicurezza”, avevano detto gli specialisti al sommo dirigente scolastico. Il controsoffitto venne smontato di piastrella in piastrella, i neon cambiati, gli alunni trasferiti in aula d’arte a tempo indeterminato; il guasto, tuttavia, non si trovò, e il mistero permase. Certo è che i desideri dei giovani membri della Terzaddì furono esauditi: il compito in classe di greco, per quella settimana, saltò.

Visto il grande successo, gli alunni della Terzaddì sono ora impegnati a decidere dove mai potranno essere poste le candele in occasione della seconda prova dell’Esame di Stato, che prevede appunto una versione di greco; meditano, per maggior sicurezza, di dare realmente fuoco all’edif [NdG: il resto del quaderno di Silvia G cenere era e cenere è tornato: per cui il manoscritto termina qui]