cosa pensi della carica dei centouno parlamentari del PdL contro la fiducia sul decreto sicurezza, con conseguente riconsiderazione della luna di miele fra Berlusconi e la Lega?
card. Armand-Jean du Plessis de Richelieu
Penso che, come sempre, una ronda non fa primavera.
Non ho mai capito perché le squadre italiane entrino contro quelle inglesi sentendosi già sconfitte.
Ginkers
Saranno mica iscritte al Partito Democratico?
Cosa pensi dell'annosa querelle fra il Papa e i preservativi?
Jimmy Durex
Penso che il Papa è tendenzialmente infallibile ma i preservativi ogni tanto si rompono.
Gurrado,
non ho mai detto che il 2009 sarà terribile. Ho solo detto che sarà peggio del 2008.
Quindi Gurrado, fammi capire, i romanzi russi dell'Ottocento sono pesanti e indigesti, mentre Un fuoriclasse vero di Samsonov "é curioso". Dov'è l'errore?
Anonimo ottocentesco
L'errore è nel fatto che per la terza persona singolare del presente indicativo del verbo essere si usa l'accento grave e non acuto.
Tutto bene? Pronto per diventare Inglese?
Giulia
Nel corso della lunga e complessa preparazione psicologica all'anglicizzazione di me medesimo (myself) è rientrata anche la visione di Un pesce di nome Wanda, e in particolare dello spezzone in cui John Cleese dice: "Wanda, do you have any idea what it's like being English? Being so correct all the time? Being so... stifled by this dread of doing the wrong thing? Of saying to someone 'Are you married?' and hearing 'My wife left me today'? Or saying... 'Do you have children?' and being told 'They all burned to death on Wednesday'?" (Sarebbe a dire: "Wanda, hai la più pallida idea di come sia essere Inglesi? Essere sempre così corretti! Essere così... soffocati da questo terrore di fare la cosa sbagliata! Di chiedere a qualcuno 'Lei è sposato?' e sentirsi dire 'Mia moglie mi ha lasciato oggi'. O di chiedere... 'Lei ha figli?' e sentirsi rispondere 'Sono periti tutti in un incendio mercoledì scorso'."). Ecco, sono a buon punto.
Eh eh eh Gurrado, c'è gente che commenta i suoi stessi post.
Anonimo sardonico
Questa risposta è offerta dal maraschino Luxardo. Chiedo venia alle tante signorine (tre) che leggono questo blog, ma oggi mi ero svegliato coi coglioni talmente girati che, se a metà mattinata non avessi bevuto un bicchiere di maraschino Luxardo, la mia risposta sarebbe suonata: "Figuriamoci, già non ho tempo (né voglia) di rispondere a tutti i commenti, che sono pure pochi; già mi scasso la minchia alla sola idea di dover scrivere ogni giorno qualcosa di nuovo, non tanto per la fatica di sedermi e scriverlo, quanto per lo sforzo di escogitarlo sapendo che il più delle volte non ne varrà la pena perché il meglio che possa capitare è che cada nel vuoto. Seh, adesso io non solo tiro avanti col blog, ammirevolmente, quotidianamente, contro la mia stessa volontà; ma sfrutto pure i ritagli di tempo per disconnettermi dal mio account, accedere al mio blog, avere l'accortezza di mantenermi anonimo, scrivere l'unico complimento esplicito che mi venga qui rivolto da mesi, riconnettermi col mio account e saggiamente ignorare il commento positivo perché ringraziare con un inchino come minimo sarebbe volgare e come massimo indurrebbe al sospetto! Io mi sto veramente cacando il cazzo nei confronti della democrazia internettiana, che è l'incarnazione più becera di una faccenda già abbastanza stupida in sé: il fatto che lo scrittore qualsiasi non solo debba scrivere ma anche farlo in fretta e pubblicarsi da solo; che il pubblico si senta in diritto di intervenire e dialogare da pari a pari con lo scrittore magari anche senza averlo letto; che venga meno il benedetto sistema di intermediazioni a più strati che ha costituito da sempre la principale e forse unica ragione di successo della letteratura a ogni latitudine. Senza contare che aggiornare quotidianamente un blog (e al lunedì il commento sportivo, e al venerdì le letterine letterarie di 'sta cippa, e durante la settimana un paio di recensioni riproposte da siti in cui grazie al cielo c'è qualcuno che monitora, che controlla, che seleziona e che quindi dà effettivo valore a ciò che scrivo, più uno o due impromptu riempitivi alla bisogna) sottrae tempo e cervello all'unica cosa che uno scrittore dovrebbe fare, ossia scrivere e cercare di scrivere sempre un po' meglio sulla lunga scadenza. Il blog invece esige una scrittura continua e attuale che divora la scrittura vera, la calma e il gesso, la meditazione a computer spento e la lievitazione della pagina, possibilmente manoscritta. Il blog non è musica, è brusio di sottofondo; e cercare di proporvi qualcosa che tenti di elevarsi sopra la media dei blog, il più delle volte costituita da merde invereconde, è completamente inutile perché buona parte del pubblico non solo non è in grado di - permanendo nella fiorita metafora sempre con riverenza delle caste orecchie delle tante (tre) signorine che mi leggono - distinguere la merda dalla cioccolata ma soprattutto preferisce non dico la merda ma quanto meno il brusio di sottofondo alla musica classica. Mi permetto di usare reiteratamente la parola "merda" come citazione testuale dai Grundrisse di Carlo Marx, così vediamo se mi dite pure che sono un fascista. Bisognerebbe spegnere i blog, oscurare internet, radere al suolo la realtà virtuale e tornare a nutrirsi esclusivamente di carta scritta (da leggere) e bianca (da scrivere), sant'Iddio; invece sperimento sulla mia stessa pelle che il blog è l'unica maniera di mantenere una visibilità che faccia presagire tempi meno grami, non dico garantendo ma quanto meno consentendo la remota possibilità che un giorno io possa essere ricordato non per quello che scrivo su internet, che non esiste, ma per quello che di mio è stato stampato, se mai avverrà sul serio; ragion per cui devo tirare dritto e limitarmi a incamerare il nervosismo dovuto al dover scrivere quotidianamente roba mediocre che non merita di essere scritta così come buona parte di voi non merita di leggerla, nervosismo accumulando il quale potrei presto giungere all'eccesso di mandare qualcuno a fare in culo, o quanto meno ad ammazzarlo." Invece a metà mattinata ho bevuto un bicchiere di maraschino Luxardo, pertanto non vi chiudo in faccia il blog, mascalzoni, e tiro avanti cercando anche di scrivere nel frattempo qualcosa di più decente che vi auguro di non leggere mai.
Gurrado, quindi pensi che l’Inter non arriverà in finale di Champions League?
Mirko
Non esterniamo affermazioni affrettate. Per ora penso che l’Inter potrebbe non arrivare in finale di Coppa Italia.
Esimio dott. Gurrado, le parole del Sommo Pontefice fatte pervenire in occasione della restituzione della chiesa di rito ortodosso di Bari agli antichi e “legittimi” (?) proprietari, ossia al Patriarcato di Mosca, richiedono un’analisi dell’ecumenismo di San Nicola di Mira alla luce dei nuovi scenari (ed equilibri) geopolitici. La ringrazio.
Ortodosso filo-sovietico
Zi’ Casimiro (ti conosco, mascherina, o almeno credo: di ortodossi filosovietici non ne frequento mica tanti),
per errore mi hai spedito una domanda che in origine doveva intendersi rivolta alla rubrica postale di Sergio Romano sul Corriere. L’unico San Nicola di cui sono esperto è lo stadio (finale per il terzo posto a Italia ’90, finalissima della Coppa dei Campioni nel ’91, etc); e quali scenari ed equilibri geopolitici vuoi che vengano illuminati da un blog che, per dirla con Jerome Klapka Jerome, non eleverebbe una vacca? Tanto più che l’intera faccenda della restituzione della chiesa ortodossa di Bari non l’ho seguita avendo trascorso buona parte della giornata in questione in aeroporto prima e in aeroplano dopo (uno dei rari casi in cui, non già la vacca, mi elevo almeno io). Oltre a non seguire quello che fa Napolitano, in ogni circostanza, nell’occasione non ho nemmeno potuto seguire quello che ha detto il Papa, contrariamente al solito, e me ne spiaccio. Quanto a Napolitano, ultimamente è lui che segue me. Volo daGravina a Pavia (be’, da Palese a Linate) e appena atterro me lo ritrovo lì in Aula Magna che presenzia all’inaugurazione dell’anno accademico (a gennaio, tanto per dare idea della rapidità d’azione dell’università italiana). Volo da Pavia a Gravina (be’, da Linate a Palese) e me lo ritrovo nella chiesa ortodossa che la sta restituendo ai Russi. Se putacaso a fine mese dovessi andare a casa del demonio me lo ritrovo pure là? (Sì.) Tanto più che ero talmente preso dall’emozione per aver ricevuto il mio bagaglio non più tardi di dieci minuti dopo l’atterraggio che ho prestato poca attenzione ai tg della sera e, in stato confusionale, avevo capito che la chiesa ortodossa fosse mera scenografia e che stessimo restituendo ai Russi Napolitano. In fin dei conti sempre antichi e legittimi proprietari sono. Ma è così educato rimanere anonimo?
Ginkers
Di questi tempi ormai non è più anonimo rimanere educato.
Sì ma ormai Facebook sta divorando tutto, perfino con l'impercettibile riga che inizia ad avvisarti dei compleanni di tutti i tuoi amici indistintamente (dev'essere un problema per Veltroni, che a quanto pare ne conta 5.000 a fronte dei miei 116 in costante e irreversibile diminuzione) già da una settimana prima, così che in un colpo solo perdono valore:
- la capacità di ricordare le date a distanza, poiché in fin dei conti ogni grande storico ha iniziato la sua carriera ricordandosi tutti i compleanni propri e altrui;
- la scelta consapevole, col passare del tempo, degli amici dei quali ricordare le date;
- l'associazione fra persona e data che resta profondamente incisa nella memoria anche quando per un motivo o per un altro si smette di fare gli auguri, e che vale a dimostrare intimamente che non tutti i giorni sono uguali agli altri;
- l'agendina, la cosa più importante da regalare a qualcuno a cui si vuole bene, perché implica la speranza di diventare al contempo contenitore e contenuto del suo tempo (perdonatemi, sto leggendo Sloterdijk che discorsi del genere ne fa a iosa);
- gli auguri stessi, perché quelli di una persona che si ricorda la mia o tua data di nascita da dodici mesi finiscono per essere messi sullo stesso piano di quelli che se ne sono ricordati solo grazie a Facebook, quest'inumano onnipervasivo Mnemone.
Detto questo, ero sicuro che fossi nata il 7 marzo, e se non ci fosse stato Facebook a correggermi sicuramente avrei sbagliato giorno. L'unica maniera di resistergli, ormai, è festeggiare solo gli onomastici (ora vi voglio, a sapere se io festeggio Sant'Antonio Abate o Sant'Antonio da Padova o Sant'Antonio Maria Claret vescovo o Sant'Antonio martire del 23 settembre o Sant'Antonio martire del 10 luglio o Sant'Antonio Caixal o Sant'Antonio di Costantinopoli o Sant'Antonio di Gerace eremita o Sant'Antonio Gonzales domenicano o Sant'Antonio Pecierskij o Sant'Antonio Vallesio o Sant'Antonio da Nagasaki fanciullo.
Gurrado, nel pezzo su Benigni e gli omosessuali hai fatto bene a precisare che non bisognerebbe deportare né torturare nessuno. Non si deve dare nulla per scontato leggendo questo blog.
Anonimo educato
Anonimo educato,
io ogni volta che porto una signorina fuori a cena la convinco (o costringo) a partecipare subito dopo a una gara di rutti, che talvolta vince lei; e però nel pezzo su Benigni e gli omosessuali mi è parso opportuno specificare appunto che non bisognerebbe deportare né torturare nessuno, che sia Benigni o omosessuale. Per quanto sorprendente possa apparire ai benpensanti progressisti un'affermazione del genere, se proveniente dalla mia bocca (cfr. al riguardo la gara di rutti di cui poco più sopra), non si deve dimenticare che io, per quel che posso, con pensieri parole e opere non ho mai nemmeno disidratato nessuno.
Gurrado, la tua lettera a Veltroni di venerdì scorso era ironica e apprezzabile Però sparlare di Prodi come professore mi sembra eccessivo.
Anonimo educato
Anonimo sempre più educato,
io vagheggio di potermi un dì presentare a un raffinato consesso del demi-monde intellettuale in mio onore e rivolgermi alla platea, che attende speranzosa una mia allocuzione, allo stesso modo di Renato Pozzetto ne La casa stregata: "Per prima cosa, tutte le puttane da una parte e tutti i froci dall'altra"; e però quando ho dato una lettura veloce al suo commento ho pienamente concordato con lei sull'idea che parlare di Prodi come professore mi sembra eccessivo.
Avevi ragione, Gurrado, quando scrivevi che il Milan non vincerà la Uefa.
Mirko
A parte che ho sempre ragione, e conoscendomi da tre anni dovresti averlo capito, dovresti aver capito anche che qualcosina capisco pure di calcio. Nel pezzo dello scorso, pensa te, 29 agosto (venerdì), e quindi prima ancora che iniziasse il campionato, scrivevo testualmente: "Mi piacerebbe vincere finalmente la Coppa Uefa, ma temo che verrà considerata per lo più un dente da cavarsi quanto prima, facendosi eliminare da qualche imbarazzante squadra rumena subito dopo la ridicola fase a gironcini." E infatti. Ho sbagliato solo la nazionalità della squadra imbarazzante. In compenso se rileggi il pezzo scoprirai che ho sbagliato, posso dirlo con relativa sicurezza già ora, tutte le altre previsioni, tranne quella dello scudetto alla Juventus.
Illustre Gurrado, ho sbagliato, mi scuso e me ne vo.
W
Illustre onorevole, poco m'importa che lei abbia fallito (e sottolineo l'ausiliare abbia, non sia): per il suo partito poteva fare i migliori numeri di questa terra, comunque non l'avrei votato giammai, e comunque avrei continuato a preferirle istintivamente, per sotterranea simbiosi fra cattivi, la persona che l'ha appena fatta fuori e che è la stessa ad aver fatto fuori, in saecula, già Natta, Occhetto, Prodi la prima volta, Rutelli e Prodi la seconda volta. Non parlo di Berlusconi, lo sa meglio di me. Piuttosto, caro W, lei s'è dimesso in un Paese dove non si dimette mai nessuno (e sa meglio di me pure questo: ossia che le regionali in Sardegna erano una scusa, mentre il vero motivo erano le primarie di Firenze). Questo le schiude orizzonti nuovi. Non è riuscito a cambiare la politica dal di dentro come voleva (ma voleva veramente? e, soprattutto, volevano?), ora ha l'occasione di cambiarla dal di fuori. Non se ne vada in Africa, per carità, si trattenga dal gesto estremo. Si rilassi e legga. Scriva. Guardi dei film. Quando le viene l'uzzolo mandi qualche lettera ai giornali, coi toni di Arbasino però, non di Veronica Lario. Non vada all'Isola dei Famosi ma cerchi di entrare in giuria. Sia ospite al Festival di Sanremo fra un paio d'anni, ma senza voler condurlo. Curi i suoi figli, ma non nella maniera minacciosa in cui Prodi intendeva badare ai propri nipotini, che staranno facendo il count-down per la maggiore età. E non faccia come lui, che questa settimana è andato a Oxford a fare il dottor Balanzone; accetti invece serenamente di non avere niente da insegnare, si sieda ai bordi della strada e guardi - con un accenno di derisione - i poveracci che devono camminare spediti o correre per non finire da nessuna parte e per non arrivare comunque in tempo. A sorpresa faccia un salto in Parlamento, finché può, e voti contro qualsiasi cosa. Le parlo sinceramente e non c'è ombra di dileggio nelle mie parole. Non ho mai letto un suo romanzo (costano troppo e la vita è breve), ma so bene che li ha scritti per passione - non per sete di gloria o di pubblicità - e che con ogni probabilità sono veramente frutto della sua penna, o della sua tastiera, a seconda. So perfettamente, perché lui lo leggo, che lei è stato un personaggio di un romanzo di Ian McEwan (mica come il sindaco Alemanno, che ieri avrà pur rilasciato una monumentale intervista al Foglio ma che tutt'al più è stato personaggio mascherato in un film di Virzì). So che ama il cinema come forse nessuno in Italia, che s'intende (anche per geni ereditati) di comunicazioni di massa, che ha una predilezione per la commistione fra generi alti e bassi, che intende recuperare la cultura pop e restituirla generosamente a piene mani. Lei è uno dei pochi che, qualora la politica dovesse miracolosamente sparire da un giorno all'altro, non resterebbe inebetito e disoccupato. Allora abbia coraggio, per un'ultima volta ancora. Dimostri che anche in Italia dalla politica si può uscire vivi. Non marcisca nel partito che ha fondato, non s'incartapecorisca sul seggio che occupa da trent'anni. Non tenti di ritornare sindaco della sua città: sia felice di essere un romano fra milioni, un cittadino fra tutti, e si goda il meraviglioso posto in cui abita. Realizzi il sogno di tutti gli Italiani: alzarsi ogni mattina senza dover combinare qualcosa di spiacevole per sopravvivere fino al giorno appresso; si dedichi all'ozio, nel senso latino del termine. Lasci che gli altri si azzuffino, si dannino, si menino - e dedichi la sua non poca intelligenza a ogni insenatura della cultura. Adesso può finalmente entrare in una libreria quando le pare e uscire ogni volta con due sporte piene di novità e grandi classici. Adesso può andare ai giardini e sprofondare nei libri tanto intensamente che tutti la riconosceranno e nessuno vorrà venire a disturbarla. I suoi scritti potranno finalmente durare più pagine, oppure venire stampati in carattere più minuscolo. Può unirsi a noi nel tentativo di scrivere una volta per tutte il Grande Romanzo Italiano: ormai questa nazione dovrebbe conoscerla piuttosto bene. Smetta di sentire il dovere di presentarsi all'Olimpico con la sciarpa della Roma se vince la Roma, o con la sciarpa della Lazio se vince la Lazio: ogni due settimane invece pigli la sciarpa bianconera e vada a Torino a fare il tifo per la squadra che ama davvero. Se casa sua ha un terrazzo, si goda i tramonti portando con sé l'enciclopedia delle figurine Panini dal 1960 all'altro ieri, e veda i suoi cari ricordi (Dal Sol, Lodetti, Mastropasqua) trascolorarsi nell'orizzonte infocato. Vada ogni sera in un cinema diverso e faccia i complimenti agli spettatori per il film che hanno scelto di vedere. Guardi la tv cambiando canale ogni volta che finisce la pubblicità, così le trasmissioni della De Filippi o della D'Eusanio non interromperanno l'emozione. Si dedichi a un'approfondita rassegna di tutti i quotidiani Italiani, tranne l'Unità: strappi a una a una le pagine di politica, le accartocci e ci giochi col gatto (ce l'avrà un gatto, lei, vero?). Passi ore e ore su Facebook, senza rimorso alcuno. Dorma dieci ore a notte. Ogni tanto telefoni a Franceschini, con l'occultamento di numero, e gli faccia una pernacchia, ma senza esagerare. Caro W, lei ha sbagliato i suoi calcoli credendo che la sua irripetibile occasione storica fosse la fondazione del nuovo partito, del quale ha azzeccato soltanto il simbolo tricolore (lo so, lo so, avrebbe azzeccato anche altro se solo gliel'avessero lasciato fare). La sua irripetibile occasione storica invece è questa: dilatare all'infinito le sue dimissioni, lasciando che si ripercuotano su tutto il resto della sua vita; non dover fare più niente e poter fare tutto ciò che ama. W lei, dunque, se riuscirà finalmente a darsi a un rilassato mecenatismo intellettuale senza chiedere alcun voto in cambio. Se mi spedisse un suo romanzo, potrei addirittura leggerlo.
Hai ragione mica poco, è stata una settimanella o settimanaccia paragonabile (fatte le dovute proporzioni) a quella del lontano maggio 2005 durante la quale vedemmo, in rapida successione:
- di lunedì, al Palabasket di Bologna, l'adorata Lottomatica venire utilizzata come materassino rimbalzevole dalla Fortitudo;
- di mercoledì, il Milan vincere 3-0 al primo tempo contro il Liverpool in finale di Coppa Campioni salvo poi pareggiare 3-3 e perdere ai rigori (che a raccontarla così non si rende nemmeno lontanamente l'idea);
- di sabato, Paolo Savoldelli, il ciclista grigio, vincere il secondo Giro d'Italia per pochi secondi guadagnati rocambolescamente su tre concorrenti (Simoni, Rujano, Di Luca) che meritavano più di lui.
Oggi, tanto per dire, non più tardi di venti minuti fa mi stavo facendo la barba e m'è sfuggita dalle mani la pietra d'allume, sfasciandosi in mille minutissimi pezzi sul pavimento del cesso, roba che a stento mi sono trattenuto dall'esprimere salaci considerazioni generiche al riguardo dell'1 e del 2 novembre. Sono sicuro che entro la giornata succederà di peggio, ma è stato un venerdì 13 iniziato giorni e giorni fa, forse da venerdì scorso, nel momento in cui Giorgio Napolitano ha sovvertito l'ordine naturale per scodinzolare dietro alla prassi istituzionale. Ma io, ora che ci penso, avrei dovuto capire che era una battaglia persa - avrei dovuto capire che avrebbero finito per vincere tutti i Beppini Englari del mondo - già l'estate di qualche anno fa, la sera in cui mentre ero a Gravina e aspettavo una pizza da asporto e stavo a prendere il fresco sui gradini della rosticceria ho visto con la coda dell'occhio un signore che si stava intrattenendo nella rosticceria a mangiare panini e patatine fritte con moglie e figlia piccola; il quale signore a un certo punto si alza, mi passa vicino sui gradini e s'avvicina alla sua macchina parcheggiata di fronte; apre lo sportello, ripone qualcosa nel cruscotto, richiude lo sportello e torna nella rosticceria. Voi dovevate essere lì e accorgervi come me che prima non avevate visto un bambino handicappato seduto sul sedile posteriore, tenuto chiuso nella macchina; dovevate vedere come stava passando la serata abbracciato a un pallone da calcio, mollato lì perché in rosticceria avrebbe fatto fare brutta figura o si sarebbe sbrodolato o avrebbe fatto casino e non avrebbe consentito di godersi panini e patatine; dovevate vedere con che occhi di speranza ha guardato il padre che apriva la portiera, come s'è letto chiaramente sul suo volto il desiderio di venire portato in rosticceria, dovevate vedere che effetto gli ha fatto la portiera che si richiudeva. Io non sono sentimentale ma avrei voluto prendere il padre, infilargli le patatine nelle narici, occludergli il culo col ketchup e fargli provare almeno per cinque minuti la sensazione di muta inadeguatezza che suo figlio provava dalla nascita e avrebbe provato per sempre, anche in quest'istante dovunque egli sia.
Ma la battaglia del bambino handicappato sul sedile di dietro era persa in partenza, com'era persa quella della Englaro (non ha cervello! vuole così suo padre! vuole così il Presidente della Repubblica!) e combatterla è stato un ultimo rigurgito da galantuomini che è servito a delimitare per bene i confini di una minoranza decente. Gli altri pensano al diritto, alla democrazia, alla separazione dei poteri; hanno ritenuto che, piuttosto di dar ragione a Berlusconi una volta che fosse una, anche in un caso di ragione lampante cristallina, sarebbe stato meglio farsi fucilare impiccati; hanno avuto il coraggio di dire che la Englaro era morta 17 anni prima, e non si rendevano conto che la morte di lunedì, la morte vera, la morte per sentenza stava scatenando conseguenze che non si sarebbero verificate se la Englaro fosse davvero già morta nel 1992.
Se fosse davvero già morta nel 1992, lunedì sera a un'ora pressoché folle non mi sarei messo a scrivere a Langone lamentandomi per le cose che questa triste vicenda porta con sé:
- la consapevolezza che per la Presidenza della Repubblica il senso dello Stato sia superiore al senso della vita, e che quindi per un vizio di forma Giorgio Napolitano sarebbe pronto a far morire cinquanta milioni di Italiani;
- la scoperta di una quantità sorprendente e teoricamente infinita di cattolici molli o a doppio taglio, che al "sì sì no no" antepongono il "sì però", compresi preti progressisti e vescovi ambigui tanto che uno si domanda a che serva la riduzione allo stato laicale;
- per non dire di buona parte dei miei amici che s'è rivelata aggressiva e vigliacca (tranne uno che, lo riconosco, pur nel suo cieco beppinismo e napolitanismo s'è posto dei problemi, m'ha fatto un gran discorso, ha cercato di ricucire); ragion per cui mi sono sentito come se volessero privarmi del mio diritto di difendere la loro vita, sfilandosi dal loro dovere di difendere la mia.
E lo stesso distinto sentimento di avere chiaramente ragione e sentirsi dare torto - dall'opinione comune, dall'establishment, dalla politica, dall'ottusità della stampa - riemerge chiaramente sulla querelle del Festival Filosofia, durante questa stessa settimana orribile, in un inquietante intreccio cronologico fra un evento privato, l'uccisione per affamamento della Englaro, talmente universale da diventare pubblico/politico, e un evento pubblico/politico, la rimozione della Borsari, che va a colpire e affondare i tre anni migliori della mia vita, 2005-2007, e la città che ho amato di più, Modena per chi non l'avesse intuito da alcuni indizi sparsi qua e là. Anche qui c'è una maggioranza che chiacchiera per sentito dire, la stampa che (vedi Aldo Grasso ieri) ignora i dettagli fondamentali, la politica che divora gli eventi, le pale dei mulini a vento che girano vorticose e un'altra battaglia da perdere in scioltezza, venendo accusati magari di chissà quali interessi, nel solo tentativo di difendere il sacrosanto diritto di una persona che ha lavorato bene a continuare a lavorare, nel solo interessarsi a che colleghi più giovani di cui non so nemmeno i nomi abbiano lo stesso standard qualitativo del mio dottorato e siano concesse loro le stesse possibilità di carriera, mentre vedo a uno a uno sfilarsi gli amici, i ponzipilati, gli englaristi della situazione i quali davanti sono tutti vaghe promesse e dietro iniziano a calcolare i pro e i contro, dando ragione al torto e sperando che magari il loro silenzio venga ricompensato con un posticino. Consoliamoci pensando che anche qui siamo la minoranza decente, un giorno qualcuno ce ne renderà merito - o forse non è detto, quindi preferisco rendermene merito da solo.
Sdrammatizziamo, ci manca solo che domenica il Milan perda il derby con un punteggio ridicolo, tipo 5-6, e la semanita - la settimanella settimanaccia - sarà completa. Ma ora vado a fare colazione, io che posso, e poi mi metto a lavorare, io che posso.
Ci stavo pensando e pure seriamente, ieri: la classica serata in cui in tv non c'è niente, anzi peggio, in cui c'è Annozero - a proposito, voi non sapete che mio padre è ospite fisso ad Annozero, in quanto si piazza in cucina e provvede a controbattere alle cose inimmaginabili che vengono dette nel corso della trasmissione. Il suo ruolo non è marginale. Ad esempio fu lui a urlare "adesso te ne devi andare" a Lucia Annunziata, qualche settimana fa, e Lucia Annunziata prontamente eseguì. Non giunge tuttavia agli eccessi della madre di un mio amico la quale qualche anno fa, quando Annozero ancora non c'era ma Santoro purtroppo sì, passò alla storia per essersi avvicinata al televisore e aver preso a ceffoni Fabio Mussi. Ci stavo pensando ieri sera mentre sfogliavo il decoder vagando fra infiniti canali, indeciso fra l'ennesima replica dei Simpson (replica della puntata di domenica scorsa, eh, non credevo che la Fox avesse materiale solo per cinque giorni), un'incertissima semifinale di Coppa del Re fra Barcellona e Maiorca (nota per mia madre: l'aggettivo "incertissima" va inteso in senso ironico), il Dottor House a reti unificate o il consolante immobile cartello sulla rete della Camera dei Deputati: Il Parlamento è convocato per le ore tot del giorno tot (fra parentesi, per la serie "la felicità è una piccola cosa", faccio notare che da questa legislatura la Camera ha iniziato a riunirsi, e di conseguenza i deputati a lavorare, anche di venerdì - inaudito). Alla fine sono capitato su Espn classics, canale che solitamente trovo di una tristezza sconfortante e che invece ieri mi ha consentito di appigliarmi a un'ampia sintesi di Francia-Portogallo, appassionante semifinale dei Campionati Europei, Vélodrome di Marsiglia, 23 giugno 1984. Allora ho capito che Sky è la salvezza. Nel primo tempo c'è una punizione per la Francia: tutti aspettano Platini e invece arriva Domergue (Domergue! me l'ero dimenticato pure io) che tira esattamente nel punto opposto. 1-0. La Francia domina in lungo e in largo, Battiston fa quello che vuole, Tigana pure, Platini non ne parliamo, il portiere del Portogallo (Bento) passa una serie di brutti quarti d'ora, l'unico portoghese che dia segni di encefalogramma ondulato è l'ala sinistra Chalana, la punta (col numero 3) Rui Manuel Trinidade Jordao è una specie di Luther Blisset involuto: e infatti a pochi minuti dalla fine Chalana piglia la palla sulla sinistra, crossa al centro per Jordao, il quale sbaglia il colpo di testa in maniera tanto marchiana che il portiere della Francia (Bats) viene scavalcato da una traiettoria surreale e non può combinare niente. 1-1. Ai supplementari, nemmeno il tempo di girare su Fox e vedere se hanno deciso di trasmettere dei Simpson più moderni, che quando torno su Espn il Portogallo è passato in vantaggio. Ha segnato di nuovo Jordao, non oso immaginare come. 1-2. Il tempo passa, la Francia domina, il Portogallo resiste, Chalana dà segni di vita, arrivano i minuti conclusivi e il Vélodrome ammutolisce. Io so benissimo che la Francia, per aver vinto l'Europeo, deve necessariamente aver vinto la semifinale, ma per come procede la partita coltivo il ragionevole dubbio che possa perdere in differita. Pochissimo al termine, un batti e ribatti in area, Platini allunga la palla per cercare il rigore, si accascia al suolo come un'eroina tragica, i Portoghesi alzano simultaneamente il ditino per dire no, Domergue si avventa sulla palla e, lui che all'inizio non doveva nemmeno giocare, fa doppietta. 2-2. All'ultimo minuto il Portogallo attacca, col solito benemerito Chalana, al quale tuttavia fregano palla lasciando partire un contropiede esattamente sulla fascia di campo che lui lascia sguarnita: dal fondo un Francese che non ricordo, forse Battiston, fa pervenire la palla a Platini appostato al centro dell'area di rigore (è noto che, in tutta la sua carriera calcistica, Platini non ha mai corso; tutt'al più ha camminato, ma il più delle volte si limitava ad apparire lì dove ce n'era bisogno). Un Portoghese cerca di contrastarlo; un altro, curiosamente, si sdraia (questo peculiare atteggiamento tattico dei Portoghesi mi ha fatto pensare che forse doveva pensarci due volte, Moratti, prima di spendere 22 milioni per Quaresma; la Storia ha sempre da insegnare). Platini segna. La partita finisce. La Francia vince. Ed è stata una partita sensazionale, 25 anni ne hanno lasciato immutato il fascino. Che peccato che il tempo scorra in avanti.
Gurrado, com'è che non dici niente su Eluana? Da te mi aspettavo delle considerazioni pepate, o un articoletto almeno.
Umberto
Sull'argomento ho una cosa sola da esprimere, e vado ripetendola da qualche mese sintetizzandola in un mirabile ma efficace anacoluto: tutti questi giudici e medici che hanno voglia di ammazzare la gente è ora che inizino ad ammazzarsi fra di loro.
Gurrado, i nuovi barbari stanno trasformando la scuola primaria in una specie di ricovero temporaneo per bambini in pausa dalla spazzatura televisiva e dalla playstation. Stanno spazzando via decenni di conquiste pedagogiche, sperimentazioni, innovazioni all’avanguardia nell’Occidente. Invito te che sei molto intelligente e vicino a queste idee a dire la tua. Vorrei sapere come difendi questo scempio.
Livio
Io più che sulla scuola elementare, che visibilmente non funziona più dal 1991 (e io fortunatamente ne sono uscito nel 1990), sarebbe a dire dall'istituzione del Cerbero formativo ossia il maestro triplo, ho concentrato le mie attenzioni sull'università. Tendenzialmente mi sembra che il principio da cui è mossa la Gelmini, ovviamente su spinta di Berlusconi, è giusto in quanto punta sul taglio dei rami secchi. (L'università pubblica in Italia, a dire il vero, è quasi tutta un ramo secco ma purtroppo non la si può abolire in toto, nonostante le mie conclamate speranze al riguardo). Le elementari le conosco poco, avendo smesso di avere dieci anni molto tempo fa, ma da lontano mi pare evidente che buona parte dei maestri non sia in grado di fare il proprio mestiere, che i programmi siano ridondanti e ottimistici, che gli alunni andrebbero trattati con più pugno di ferro. L'estremo opposto, l'università, ha più o meno gli stessi mali: i professori guadagnano troppo ed evitano accuratamente di lavorare, i programmi d'esame sono l'istituzionalizzazione del superfluo, gli studenti sarebbe meglio se non ci fossero viste le facce che hanno (e qui non permetto a nessuno di contestarmi: sono tornato a vivere a Pavia da due anni e in mezza giornata posso presentarvi ventimila imbecilli). Se dovessi venire chiamato a trovare una soluzione per il sistema scolastico italiano (per quanto io non venga pagato per questo e quindi non mi sforzi adeguatamente), opterei per una soluzione di tipo inglese: scuole private a ogni livello, finanziate da imprese o enti che garantiscano la loro preminenza economica e monitorino la loro eccellenza accademica, nonché migliori della scuola pubblica; alunni delle scuole private così ripartiti: figli di ricchi, indipendentemente dalla loro intelligenza, che pagano l'iscrizione e figli di non ricchi che vengono selezionati in base a test d'ingresso e per i quali l'iscrizione è gratuita, attingendo dai pagamenti altrui. Questo a ogni livello: elementari, medie (se esiste ancora la scuola media), superiori e soprattutto università. Chi non passa il test d'ingresso fatti suoi, mica dobbiamo essere tutti laureati, con le difficoltà che s'incontrano oggi a trovare un muratore o un tubista (mentre se putacaso cercassi un avvocato verrebbero istantaneamente a citofonarmi in dieci). Io sono figlio di famiglia non ricca, ho sempre passato fior di test d'ingresso, ho fatto laurea e dottorato in ricchissimi istituti privati d'eccellenza per i quali non ho sborsato una lira (e che anzi ne hanno sborsate parecchie per me) e al momento mi ritrovo con una preparazione di un certo livello e se combino e posso combinare qualcosa lo devo a questo, di sicuro non al settore pubblico.
Antò,
con tutto il bene che ti voglio, il giorno in cui spenderò denaro per acquistare Il Giornale sarà il segno certo che non sono più in me.
Michela
Effettivamente quando eri uscita sul Manifesto me l'ero cavata con una fotocopia.
Vabbe' Gurrado,lasciamo perdere le tue riflesssioni su Obama ché senò potremmo arrivare tipo al duello. Ma ho letto bene? 85 chilogrammi? A qusto punto propongo, come sommo sostenitore della tua persona in quanto scrittore sublime, più che l'attività copulativa (la qual, vedo, pratichi): quella podistica. Un due tre, scarpette Adidas, anzi no ché son troppo liberal, diciamo allora scarpette Nike: e via a scorrazzar per la Padania.
ancora Livio
A dire il vero non più 85 kg ma 79, grazie al mutato regime alimentare che mi ha fatto perdere cinque kg nel primo mese, un altro nel secondo e nessuno più per il resto dei miei giorni (il corpo, anzi la panza, resta davvero un mistero insondabile): il tutto senza bisogno di ricorrere alla corsa. Correre ho corso a dire il vero, ma in vita mia solo a Oxford due anni fa, quando pur di arrivare alla fine della giornata ero disposto a fare qualsiasi cosa. Poi avevo interrotto per andare a un convegno a Parigi e, tornato nuovamente a Oxford, mi son detto che avevo da preparare i bagagli e non avrei avuto tempo di correre, visto che due giorni dopo sarei tornato a Modena; e a Modena uno mangia, prega, legge, scrive, fotte e quindi non ha nessun bisogno di correre da nessuna parte. In Italia dunque corro solo se inseguito; e a dire il vero non ricordo nemmeno di che marca siano le mie scarpe da tennis - e le Adidas, vabbe', Adidas sarà una marca liberal ma è pur sempre lo sponsor tecnico del Milan; questo mi rammenta di un motto immortale che mi è scappato letto su Facebook: in vino veritas, in scarpe adidas, in doccia badedas e in culo un ananas. Chiedo perdono alle vereconde signorine, se ancora ce ne sono, ma dubito invero.
Poi Gurrado,
non mi aspettavo da te dei pianti per Kakà... ma per molti penso che Kakà sia stato come per te Van Basten... quindi io se fossi milanista andrei su tutte le furie.
Mirko
Ma sei interista. E se mi offrissero un sacco di soldi per andare a lavorare in Inghilterra, ci andrei o traccheggerei per giorni e giorni fino a comparire di notte affacciato alla finestra di camera mia nell'atto di sventolare anzi brandire la cravatta del Ghislieri? Fossi stato Kakà ci sarei andato, fossi stato il Milan l'avrei venduto: per considerazioni tecniche (dal gennaio 2008, ovvero da subito dopo la vittoria un po' kitsch nel Mondiale per club, Kakà non è più decisivo, ha perso la spinta propulsiva che fino all'anno prima lo portava a risolvere le partite da solo, prova ne siano i piazzamenti imbarazzanti in campionato), per considerazioni psicologiche (e non ha perso tale forza propulsiva perché si sia imbrocchito tutt'a un tratto, ma solo e soltanto perché non ha più voglia, passa le estati a minacciare di andarsene e gli inverni ad aspettare che arrivi l'estate), per considerazioni economiche (e nessun calciatore vale 120, 115, 100 milioni; forse nemmeno nessuna persona in assoluto: rifilandolo allo sceicco di Manchester il Milan ne avrebbe ricavato valsente abbastanza da comprarsi tre o forse anche quattro giocatori di ottimo livello, valutabili sui 30-35 milioni, intendo Adebayor o giù di lì, rifarsi la squadra e vincere davvero lo scudetto del 2010), per considerazioni storiche (e ormai le bandiere - Maldini, Totti, Del Piero, Zanetti - sono in via d'estinzione irreversibile e costringere un giocatore a restare restare restare solo perché un giorno ha distrattamente giurato amore eterno al Milan è inumano, infantile e controproducente), per ragioni filosofiche (e basta con la litania dei valori intramontabili del calcio e del cuore che batte indefesso sotto la maglietta a strisce, la verità è che è giusto andare dove si può guadagnare di più, lo farebbe chiunque, e che all'inverso nessuno ma proprio nessuno è mai insostituibile, nel calcio come altrove), infine per ragioni antipopuliste (e invece ora mi tocca stare a sentire tifosi del Milan che guadagnano, che so, 800 euri al mese, spendendone metà in stadio, Sky e Gazzette, entusiasmarsi per l'eroismo col quale Kakà ha deciso di ascoltare le ragioni del cuore e rinunciare a guadagnare 15 milioni annui ma limitarsi a una decina). Né capisco che senso abbia comparire di notte affacciato alla finestra di casa sua nell'atto di sventolare anzi brandire la maglietta del Milan per significare che no, non va al Manchester City a gennaio, va al Real Madrid a luglio.
Gurrado, parlaci d’amore. Qui si parla di libri, di calcio, di altri libri, di pubblicazioni diverse, ancora di libri, di Papi e di carriera. Complimenti, ma non ti sembra che sia arrivato il momento di altre escalation, non solo professionali? Non pensi che sia tempo di sposarti, cioè, di organizzarti in vista di un futuro matrimonio? Forse non ti senti portato al matrimonio perché non ti senti pronto a garantire stabilità e fedeltà, ma come puoi vederti solo, benché magari eroticamente attivo, per il resto della vita? Niente compagne, niente figli, solo libri? Sono sicura che fra dieci anni ti ritrovo con una moglie, varia prole e una decina di tristi amanti. Ci tengo a specificare che questa non è una proposta di fidanzamento, anche perché a me i fidanzamenti non piacciono: li ritengo passaggi intermedi inutili e devastanti. Qualora un giorno dovessi incontrare qualcuno di diverso, lo sposerei in meno di un mese.
Maria
Maria, quest’anno è appena iniziato ma vorrei che finisse in fretta perché mi ci sono ritrovato con un sacco di cose da fare, professionalmente parlando, e le escalation estranee alla carriera finirebbero per farmi perdere del tempo che già non ho. Questo almeno per quel che riguarda le escalation erotiche; per quel che riguarda le escalation sentimentali, l’adolescenza è finita da molto tempo e mi stupisce quando amiche di, che so io, magari trentadue, trentatre, trentacinque anni mi mandano l’augurio di trovare (per sé e per me) un amore per sempre (fermo restando che lo augurano per sé e per me separatamente, almeno spero). Sarò cinico ma dico io, non hai trovato l’amore per sempre a quindici anni, non l’hai trovato a venti, non l’hai trovato a ventinove trenta trentuno e ti metti a cercarlo quando rotoli verso la quarantina? O si tratta di una frase di circostanza, un po’ come quando si dice che mangiando lenticchie al 31 si guadagnano molti soldi a partire dall’1, o si tratta di una pia intenzione, come quando si decide di dimagrire e nel frattempo si continua a festeggiare indefessi, o si tratta di un tentativo più o meno patetico di convincersi che c’è ancora uno spiraglio, un po’ come quando si pensa che il 2009 sarà meglio del 2008 e intanto l’invasione mussulmana del mondo civile procede senza tentennamenti (esclusi i tentennamenti del mondo civile, ovvio). Il fatto che personalmente oggidì non mi senta chiamato al matrimonio più di quanto non mi senta chiamato al sacerdozio (anzi, anche meno magari, non fosse che il sacerdozio presenta alcune clausole sulla castità che mi aprirebbero dei contenziosi) non toglie che il matrimonio degli altri sia un’istituzione che sostengo volentieri e me l’augurerei io stesso se non sapessi di essere alla lunga poco domestico e quindi inadatto a svegliarmi ogni mattina per trovare sempre la stessa persona tra i piedi in casa mia. Diciamo che preferirei evitare tutto l’armamentario di rendiconto, pretese, lamentele, senso del dovere incombente, minacce implicite che si porta dietro il fidanzamento prima e il matrimonio poi. Proprio mi secca l’idea di dover rendere conto a qualcuno di quello che faccio – indipendentemente dalla fedeltà, che tradizionalmente ha poco a che fare col sacro vincolo del matrimonio, parlo anche solo del voler andare a fare un weekend a Padova, o del vedere una partita di Coppa Italia per conto mio, o del leggere in silenzio, o dell’andare a Messa di mattina presto, o di lasciare le cose mie lì dove le ho messe e non dove verrebbero inevitabilmente spostate. Non che la prospettiva mi sorrida, ovviamente, ma al momento non sembro promettere di meglio. L’alternativa dell’accoppiamento forzato mi sembra ancora più triste e l’attività erotica in sé e per sé alla lunga è stancante e interferisce notevolmente con la carriera, a meno di finalizzare la prima alla seconda – cosa che tradizionalmente però riesce meglio alle femminucce. E fra dieci anni chissà, la mia non è una promessa (non mi sposerò, etc.) ma solo il delineamento di quella che al momento mi sembra la strada più verosimilmente praticabile. Poi cambiano circostanze ed esigenze, ovviamente – ma non sempre cambiano in meglio: ragionando mi sembra lampante che verso la metà del XXI secolo sarà molto difficile che un eventuale figlio si sistemi prima dei venticinque-ventisette anni, e che quindi per evitare di mantenerlo fino a quando si va in pensione sarebbe meglio farlo entro i trentacinque anni, ma è meglio non fare un figlio solo quindi se il secondo va fatto entro i trentacinque il primo va fatto intorno ai trentatre, e guai a chi fa figli senza sposarsi, quindi bisogna sposarsi entro i trentadue, ma se vogliamo fare almeno un periodo di matrimonio senza figli per ambientarsi a casa, calibrare la coppia, etc etc., bisognerebbe sposarsi entro i trent’anni ma prima di sposarsi sarebbe bene restare fidanzati un paio d’anni per capire se ne valga la pena (poiché superare un Natale coi parenti acquisiti può essere fortuna, superarne due è talento), quindi bisognerebbe trovare la fidanzata definitiva a ventott’anni, e anche se sembro giovane sono ormai all’ultima cartuccia e molto probabilmente è bagnata – quindi meglio pensare al lavoro e alla carriera e fidanzarsi coi libri altrui e con la propria gloria. Auguri per il tuo venturo matrimonio-lampo ma cerca di ricordare questo, anche se non è scritto sui Baci Perugina: nessuno è diverso, al massimo può essere un po’ peggio.
…marziane queste trasmissioni in cui si possono guadagnare centinaia di migliaia di euro senza saper fare nulla.
Gentile Cliente, siamo spiacenti di comunicarLe che non è stato possibile dare corso alla Sua richiesta di bonus presentata in data 22/09/2008 e relativa al treno 656 del giorno 18/09/2008. Il ritardo di 41 minuti, rilevato in arrivo a destinazione, è stato infatti determinato in corso di viaggio da cause non attribuibili a responsabilità di Trenitalia. In particolare: * 15 minuti sono da attribuire ad un evento programmato e preventivamente pubblicizzato presso i consueti canali di informazione alla Clientela. Il residuo dei minuti di ritardo maturato non supera il limite di 30 minuti, previsto dalla Carta dei Servizi per il rilascio del bonus e, pertanto, non è possibile procedere all'emissione. Le chiediamo scusa per il disagio subito. Cordiali saluti,
Trenitalia - Gruppo Ferrovie dello Stato
Luridi Maiali, il 18 settembre 2008 io stavo andando da Pavia a Modena per lavoro. Per far prima, ho deciso di pagarvi quanto non meritate e di prendere non già il regionale con cambio a Voghera (costo complessivo di 10 euri) ma due intercity con cambio a Milano Centrale e costo più che doppio. L'itinerario da Pavia a Milano Centrale è di trentacinque minuti circa, stando agli orari ferroviari ai quali voi stessi di tanto in tanto vi ispirate. Il ritardo accumulato su questi trentacinque minuti di itinerario è stato di ulteriori quarantuno minuti, per un ammontare complessivo di un'ora e quindici minuti per coprire trenta chilometri all'incirca. Questo ha fatto sì che perdessi la coincidenza programmata e che quindi, una volta arrivato a Modena, il mio ritardo complessivo superasse l'ora e mezza se calcolato rispetto al momento nel quale avrei dovuto essere a Modena - o meglio, rispetto all'immeritato quantitativo di denaro che vi avevo corrisposto allo scopo di essere a Modena in una determinata ora, e non novanta e più minuti dopo. Rinnovando il mio profondo disprezzo nei vostri confronti, e augurandovi di fare come minimo la fine di Alitalia, vi ringrazio per la pronta risposta e vi informo che mi ritengo autorizzato a viaggiare la prossima volta da Pavia a Modena senza biglietto, avendovi già pagato profumatamente per un servizio che non siete stati in grado di garantire. Vi chiedo scusa per il disagio che subirete. Cordiali saluti.
Scusa scusa scusa, prima di dire qualsiasi altra cosa: ma è vero che alle regionali d'Abruzzo il Pd è andato così male che hanno dovuto arrestare il sindaco di Pescara?
...di un sereno Natale...
chicchessia
Per non dire che ero ormai terrorizzato: l'altro giorno alle Edizioni Paoline per comprare i biglietti di auguri (e non vi dico che soddisfazione sia spedire un biglietto delle Edizioni Paoline alla Voltaire Foundation) mi sono accorto che pian pianino i soggetti religiosi stanno venendo via via erosi - anche lì! - e che le Madonne della tenerezza (ossia quelle che si stringono il Bambino al seno o alla guancia, secondo il tema natalizio che scelgo di solito e che va per la maggiore nelle icone bizantine) stanno venendo soppiantate da abeti, palle e signorine che suonano il piffero, manco fossi andato a casa del diavolo oppure alla Feltrinelli. E, sono sicuro, ben presto spariranno dai loro bigliettini non solo le citazioni papali ("Maria ci aiuta a credere con più fiducia nel bene") ma anche gli auguri di buon Natale, cui le Paoline hanno già provveduto ad affiancare gli auguri di buon anno secondo la più becera calendariolatria, progressivamente svaniranno in un etereo limbo di vaghezza, diventeranno auguri di buone feste prima, di buone vacanze dopo, di buona pausa dal lavoro alla fine e di buon Ramadan prima che ce ne rendiamo conto.
...Saviano...
Frank Camorra
E facendomi strada fra la folla di imbecilli che si ricorda solo a dicembre dell'esistenza delle librerie, e allora viene presa da una smania di acquisto compulsivo e totale, e compra Cafonal e L'imitazione di Cristo, e cerca un libro divulgativo sulla costruzione di campanili per un bambino di undici anni o un romanzo lungo che vada bene per una signora larga, e si accalca verso le casse, e prende in ostaggio i commessi, e si lamenta perché c'è troppa gente, e protesta perché il libro che doveva arrivare venerdì mattina non è ancora arrivato di giovedì pomeriggio - facendomi strada fra questi presuntuosi analfabeti che spendono più di quel che meritano ho notato che per venir loro incontro la Mondadori ha pubblicato un cofanetto: Saviano legge Gomorra, sette cd, ventitré euri. Io ne pagherei volentieri cinquanta per sette cd con Saviano che sta zitto.
Caro Gurrado, per il compleanno un caro augurio e una domanda: che ne pensi dei Promessi Sposi?
Flavio
Tutto il bene possibile, direi - fermo restando che li ho letti solo tre volte. Giuro che non voglio essere snob e vantarmi di averli letti non una non due ma ben tre volte, giuro che intendo significare che i Promessi Sposi andrebbero letti ben più spesso. La prima volta è stata durante l'estate fra quarta e quinta ginnasio: avevo tredici anni, credo (ormai sono così tanti che faccio fatica a contarli), e la faccenda risultò un po' indigesta. In compenso servì particolarmente a facilitare la seconda lettura, durante la quinta ginnasio, secondo il regolare programma di studi di quel tempo (non so se si leggano ancora, qualcuno sa qualcosa?). Ovviamente la lettura commentata in classe non era integrale, ma la integravo io leggendo a casa per mio conto i capitoli che restavano scoperti: così che molti miei amici si sono annoiati a leggere delle pagine a casaccio senz'alcun nesso logico fra di loro se non una certa omonimia dei personaggi (idem per la Divina Commedia, nei tre anni successivi); mentre io almeno ho potuto gradire un romanzo integrale, ossia non solo una storia che si dipanava ma soprattutto la fitta rete di coerenti riferimenti intratestuali che alla fin fine costituisce il romanzo vero e proprio (altrimenti si tratta di parole ammucchiate). La terza volta, per ora definitiva, è stata durante l'università, quando si può iniziare a capire quello che un liceale di solito non capisce; e ancora una volta non mi riferisco alla trama (che, per chi non lo sapesse, consta di un Renzo e una Lucia che dopo varie peripezie si sposano) ma alla tecnica narrativa e soprattutto alla Storia sulla quale questa tecnica è montata e che le fa da sfondo. Qualche anno fa ero arrivato all'eccesso di tentare di strangolare una signorina di Casale la quale non sapeva le date dell'assedio - ma come, dico io, hai un romanzaccione che parla di casa tua e non stai attenta a cosa c'è scritto? Ma era qualche anno fa, appunto, e forse è tempo di programmare per il minaccioso 2009 che mi attende la rilettura dei Promessi Sposi, quarta e ancora non sufficiente.
Antonio, per quel po' che ti conosco, mi sa che sei come l'odontoiatra di Mourinho.
Gino
Per quanto possano apparire difformi nella forma e nel contenuto, questa letterina e quella di sopra affrontano lo stesso argomento da due punti di vista diversi anzi opposti. I Promessi Sposi sono notoriamente il romanzo assoluto, quello in cui viene fatto il maggiore sforzo da parte dell'autore (Alessandro, per chi non lo sapesse, Manzoni) di uscire dalla propria persona, dal proprio tempo, insomma dalla propria scrivania per descrivere un mondo (non tanto geografico quanto sentimentale) a lui del tutto estraneo - e ciò nondimeno, se uno lo legge la quarta o quinta o seicentesima volta, il gran romanzo del Manzoni gratta gratta ci parla di lui. Ogni testo è un boomerang, parte dall'autore e all'autore ritorna, talvolta coinvolgendo un numero più o meno ragionevole di lettori (nel caso di Manzoni, venticinque; nel caso di Guareschi, ventitré; nel mio caso, mia madre che mi corregge i refusi via mail). Idem Mourinho: uno prende il libro pubblicato da Cairo, lo legge, spiegazza le orecchie alle pagine che contengono affermazioni notevoli, ragionevoli, sottoscrivibili, accende il portatile, apre Microsoft Word, si mette a scrivere la recensione, inizia con delle considerazioni late riguardanti le dichiarazioni degli allenatori, prosegue con il suo personale parere riguardante lo specifico Mourinho e, quando arriva al succo in cui deve trarre da una nuda raccolta di dichiarazioni i quattro cardini della filosofia che sottostà (e che soprattutto sostiene, essendo Mourinho una persona intelligente e coerente) a tali dichiarazioni, quando tira le somme e scopre che i quattro pilastri del murignismo sono l'antiegualitarismo, la cultura del lavoro, l'attenzione alla sistematicità teorica e la concentrazione sul risultato quale unico criterio di giudizio - be', arrivato a quel punto uno si sente un po' speciale pure lui. José Mourinho c'est moi.
Illustre Gurrado, ti scrivo questa mail visibilmente posticcia e farlocca per sapere come reagiresti a un'eventuale mail di, poniamo, Giuseppe Genna il quale, lungi dall'adombrarsi per una stroncatura da parte tua o altrui, pur riconoscendo la tua ricchezza di riferimenti letterari ti rimproveri con gentilezza il fatto che proprio questi medesimi riferimenti ti consentirebbero di non prendere in giro né il testo né l'autore, come invece hai fatto, di non travisare il perno del suo romanzo ritenendolo 19 pagine del tutto incomprensibili illeggibili e inutili, di dichiararti a priori edotto riguardo a quanto l'autore in generale (e Genna in particolare) sappia o non sappia: costituendo tutto ciò il limite critico e teorico di una recensione che infine risulta più ideologica che scientifica e che prevede un giudizio incentrato non già sul linguaggio di Italia De Profundis bensì su temi delicatissimi e prevalentemente politici. Come reagiresti dunque?
G.
Illustre Gurrado, ferma restando l'evenienza che una mail del genere mi parrebbe più creazione letteraria che effettiva corrispondenza (ma d'altronde la corrispondenza non è che un genere letterario, e tutte le lettere che scrivevamo ieri e tutte le mail che scriviamo oggi sono un'indegna imitazione di un romanzo epistolare teorico e infinito) - penso che inizierei ringraziando Genna per la pronta lettura e la non comune educazione della sua risposta, permettendomi tuttavia di contestare la sua notazione riguardo al fatto che io presuma di sapere tutto quello che l'autore (in generale più che in particolare) abbia inserito o meno nel suo libro. Io penso infatti che il ruolo del recensore sia quello di parlare all'ipotetico lettore che non ha avuto per le mani il libro e di interpretare a suo beneficio le intenzioni dell'autore. Per fare questo ho a disposizione la geometria di un libro, ossia la sua scansione in parti e/o capitoli, e le parole stesse dell'autore. Gli farei notare che i primi capoversi della recensione a Italia De Profundis, in cui cerco di spiegare al lettore la ragion d'essere del suo romanzo, sono basati esclusivamente sulla perimetrazione del testo e su due citazioni portanti che a mio avviso spiegano la compresenza dei due piani narrativi (individuale e collettivo) nel suo romanzo. Sottolinerei come l'io-lettore emerga soltanto a partire dal quarto capoverso, col tentativo di risalire alle fonti letterarie; e come anche qui io mi sia basato su dati di fatto (benché, non avendo qui con me a disposizione una biblioteca decente, abbia dovuto lavorare esclusivamente di memoria). Insisterei su come dalla ricerca delle fonti, e dall'estrapolazione delle "quattro storie di merda", prenda spunto il mio tentativo di proporre al lettore un'interpretazione plausibile del nocciolo del volume; essendo quello di Genna un romanzo molto complicato (cosa che, sia chiaro, costituisce un merito), la questione risale a monte e si concentra soprattutto sullo stabilire quale sia il nocciolo del volume. Ovviamente io a quel punto non sto dicendo che l'autore Genna ha indicato la seconda parte di Italia De Profundis come parte più importante del suo romanzo; sto dicendo al lettore che, invece di farsi prendere dallo sconforto di fronte alle celebri 19 pagine (qualora non volesse saltarle) e lanciare il volume contro il muro, può confidare nel ritrovamento di un collante narrativo che tenga insieme le diverse (e non prive di fascino) pulsioni del romanzo con l'arrivo della seconda parte. A questo punto, azzarderei un ulteriore passaggio logico: nel momento in cui mi trovo davanti un romanzo ideologico (nel senso non deteriore del termine) deve necessariamente diventare ideologica (idem come sopra) anche la mia recensione. Devo prendere il lettore per la collottola e tuffargli il naso nei contenuti, cosa che personalmente detesto e cerco di fare il meno possibile quando si tratta di letteratura (poi, fuori dalla letteratura, ho le mie idee e plausibilmente io e Genna non andiamo d'accordo, ma ciò non vuol dire). Proprio perché abitualmente mi trovo a disagio nell'analisi contenutistica mostrerei che infine ho preferito tornare in conclusione sulla lingua, evidenziando una parola-spia; quel "negro" che - gli direi in tutta sincerità - mi ha fatto sobbalzare quando ho scoperto che scandalizzava tanto il Genna protagonista quanto il Genna autore. Il "qualcosa non funziona" finale è appunto basato su un parametro tecnico dichiarato, l'utilizzo di un segno grafico per isolare dal contesto una singola parola colpevole: proprio quest'improvvisa asimmetria fra il tremendismo delle trecento pagine precedenti e l'eccesso di politically correct (peraltro su una parola che una trentina d'anni fa, prima che iniziasse la degenerazione patria che Genna stesso lamenta, non avrebbe scandalizzato nessuno) incrina a mio avviso la riuscita del libro, fa subodorare la forzatura qua e là. Insomma lamenterei che io non tento altro che mediare fra lettore e autore, cercando di immedesimarmi in entrambi e di spiegare all'uno le istanze dell'altro. Lo scongiurerei di tener presente due attenuanti: che non mi legge praticamente nessuno, nemmeno lui, anche perché faccio recensioni troppo lunghe e complicate; e che gli eventuali lettori sarebbero quasi sempre più d'accordo con lui che con me.
Gurrado, non credi che un Pavese di nascita o di elezione possa star male sentendosi dire che, praticamente, la sua città non esiste?
Mamma
Cara mamma, comprendo senz'altro le reazioni degli indigeni soprattutto, i quali hanno l'ovvio istinto a difendere la propria città. Penso che in caso di sommosse - fermo restando il diritto di ognuno a esprimere le proprie idee, quindi tanto il loro quanto il mio - andrebbe spiegato che il mio articolo rientrava in un ciclo che Tempi, per mezzo di Camillo Langone, ha deciso di dedicare a come le piazze delle città italiane vengono interpretate dallo sguardo di alcuni scrittori. Il busillis sta appunto in questo: gli autori dei vari pezzi (Doninelli, Laura Bosio, Langone stesso, Enrico Brizzi, etc.) sono tutti scrittori e non giornalisti, ragion per cui danno un taglio letterario alla descrizione/interpretazione di ciò che vedono. Per questo motivo tutti i pezzi sono risultati parziali: non solo perché eravamo tutti costretti a contenerci entro i limiti delle 7.500 battute (che ti assicuro sono molto poche per descrivere una città intera) ma soprattutto perché l'obiettivo del ciclo di Tempi è quello di far vedere ai lettori le singole piazze con gli occhi di un singolo scrittore - quindi uno sguardo soggettivo e non oggettivo. D'altra parte penso che sia evidente il mio utilizzo continuo del pronome "io" nel corso del mio intervento. Altrimenti, per avere i vari articoli, invece che a degli scrittori Tempi avrebbe dovuto rivolgersi alle pro loco. Nel mio caso la letterarietà del testo, benché implicita, credo che sia decisamente evidente. In primo luogo per la scelta del genere letterario in cui inscrivere le due paginette: la satira (all'inizio e alla fine, con il ritornello paradossale "Pavia non esiste") e l'invettiva (al centro, con la descrizione minuziosa di casi effettivamente accadutimi, come ad esempio la faccenda dell'ambulante che si siede al mio tavolo mentre sto offrendo un caffé a una signorina: cosa che mi è successa anche l'altro giorno, sempre in piazza della Vittoria, a un altro bar, con un altro ambulante e un'altra signorina). In secondo luogo la letterarietà del mio intervento era intuibile dalla presenza di una serie di citazioni implicite di cultura locale, che non dovrebbero sfuggire alle fasce più colte della cittadinanza (indigena o d'elezione), e delle quali ti elenco le più eclatanti: - l'attacco "Pavia non esiste" si ricollega direttamente all'incipit del passo più celebre dell'Antapòdosis di Liutprando da Cremona, diacono di Pavia nel X secolo, il quale scrive una vibrante descrizione della distruzione di Pavia che si fonda sul ritornello "Brucia la disgraziata Pavia, un tempo così bella"; - la divisione di Pavia in "due compartimenti stagni" è un riferimento a un celebre brano di Cesare Angelini, ex rettore di una tristemente nota residenza universitaria nei pressi del Ticino, che fa riferimento alla divisione di Pavia in due parti "come nella Gallia di Cesare"; - la descrizione delle direttrici composte da cardo e decumano, che corrono verso i differenti punti cardinali, è un riferimento al Liber de laudibus civitatis Ticinensis di Opicino de Canistris, parroco a Pavia nel XIV secolo, in cui offre una descrizione di Pavia come specchio geografico dell'universo intero e delle differenti pulsioni dell'animo umano (nel caso del mio articolo, "passeggio e fuga"); - "a Pavia ogni battaglia è persa" è, come dovrebbero effettivamente sapere gli studenti di cui parlo nella circostanza specifica, un riferimento al fatto che le varie battaglie di Pavia sono state decisive per la (cattiva) sorte di grandi popoli nel corso della storia: sempre a Pavia infatti nel 271 l'Impero Romano dovette soccombere agli Alemanni, nel 773 i Longobardi furono sconfitti dai Franchi, nel 1525 i Francesi persero contro il Sacro Romano Impero la possibilità di impossessarsi di tutta la Lombardia (e, nella circostanza, venne addirittura imprigionato il Re di Francia Francesco I). E così via: tutte queste informazioni peraltro sono reperibili nel volume Lombardia della collana Letteratura Regionale Italiana dell'editrice La Scuola, curata dal prof. Stella e da un ottimo pavese, Cesare Repossi. Penso si chiaro che sotto la patina graffiante e ironica ci fosse una non comune attenzione alla storia e alla cultura di una città nella quale sono capitato più di dieci anni fa, pur non avendoci vissuto continuativamente, e che quando si legge un testo non ci si debba limitare al senso letterale.
Madò, che putiferio. Uno per volta, direi a Enzo che lo svuotamento culturale, indubbio e indegno, di questi tempi colpisce altrove che nei romanzi russi. Penso che loro si siano un po' svuotati da soli, polarizzando uno scontro fra una minoranza di sostenitori estremi e un'altra minoranza di insofferenti urticati. Nel mezzo c'è la maggioranza svuotata culturalmente che dei romanzi russi non si cale e pertanto non è né favorevole né contraria, anzi si stupisce di come un argomento del genere possa anche spingere alla faida. Alla signorina Erika direi che alla stessa maniera non è solo questione di gusti. Se i romanzi russi non mi piacciono non è solo perché non mi piacciono (sarebbe una misera tautologia) ma perché non riesco a specchiarmici; anzi, mi sembrano come i vecchi specchi trascurati dove uno può a stento vedere la sua immagine scurita ma qua e là la sua capacità di riconoscersi, o di vedere qualcosa tout court, viene sopraffatta dalle incrostazioni. Limitandoci ad Anna Karenina (che nel frattempo ho ovviamente gettato sotto il treno, finito e digerito), la parte del romanzo che mi interessava di meno è appunto quella che riguardava strettamente lei, Anna Karenina eponima. (Con la ragionevole eccezione delle venti pagine per descrivere la mietitura nelle campagne russe.) Ho avuto l'impressione di star leggendo qualcosa che non aveva a che fare con l'evoluzione sentimentale e intellettiva che una persona solitamente ha una volta passati i quattordici anni, e che nella circostanza il talento di Tolstoj fosse sprecato in faccenduole (meno trama! meno trama!). A Graziano infine direi che ha un po' di torto su una cosa e ragione su un'altra. Il Dono di Nabokov l'ho letto e ne ho ricavato la lettura di aver sprecato tre giorni di vita (la vita è una sola, ricordiamocelo, e purtroppo è questa). Peraltro mi sorprende che Nabokov mi sia piaciuto nelle sue prove successive, composte in Inglese, mentre Il Dono era irrimediabilmente scritto in Russo (se non erro il titolo originale è Dar): chi lo sa, magari è la lingua che rende indigesta la scrittura, magari è il cirillico che ingolfa i motori, boh. Invece ha ragione assoluta quando dice che per me (ma temo anche per altri) a furia di praticarla la lettura sia diventata l'esercizio di un dovere un po' vuoto, un cartellino da timbrare, una catena corta.
Gurrado, dici che hai fatto il biglietto per Modena ma causa neve non sai se riuscirai a utilizzarlo domani. Secondo me si scioglie, ma ricordati piuttosto di dirmi a che ora arrivi.
Mirko
Ora che ci penso, questa potrebbe essere un'idea per un nuovo e postmoderno mecenatismo: mi faccio ospitare a turno un paio di notti da tutti quelli che leggono il mio indegno blog, dove che vivano. Dite che riempio un anno o che dopo due settimane mi ritrovo sotto i ponti?
Gurrado, lei ammira la Palin per motivi puramente estetici, lo ammetta! Da mo il look da maestrina stuzzica l'immaginario erotico: Gelmini docet, no? Ma non è che ve le scegliete tutte a immagine e somiglianza delle starlette porno-soft?
Apple
La sinistra italiana dev'essere stata violentata da piccola: vuole le donne tutte brutte e i maschi tutti froci.
Ok Gurrado, il pezzo di lunedì su Sky è bellissimo, ma il commento della giornata calcistica dov'è?
Mirko
Eh, dov'è. Il problema è più generale, e cioè che non si può insistere sulla retorica del sorpasso (del Milan sull'Inter) e controsorpasso (dell'Inter sul Milan) con un punto di differenza a ventisette giornate dalla fine. Ai quotidiani sportivi questo serve per vender copie, alle trasmissioni tv serve ad avere qualcosa su cui urlare. Piglia la Juventus, per esempio: tre settimane fa era candidata massimo a una salvezza risicata e Ranieri andava come minimo appeso per i piedi a piazza Crimea; ieri vincono in scioltezza 4-1 contro il Genoa, manco giocassero contro la Mestrina, e la Gazzetta si esalta col titolone sulla Juventus prima in classifica. Dimenticando che devono giocare altre diciotto squadre, prima di capire se la Juve è prima o seconda. In ciò ho apprezzato molto Mourinho, che domenica pomeriggio ha risposto a una domanda sull'Inter che era tornata prima rispondendo che a ben guardare l'Inter era seconda, perché mancava il posticipo del Milan. Che poi il Milan abbia pareggiato, confermando buona parte dei miei pensieri su Lecce, è un altro discorso. Fatto sta che questa prima parte di campionato somiglia alla prima metà delle corse ciclistiche: poiché è impossibile che qualcuno tiri dall'inizio alla fine, i ciclisti si danno il cambio in testa alla corsa ogni tot chilometri. Se un cronista di ciclismo dovesse comportarsi come un cronista di calcio, impazzirebbe urlando istericamente per sei ore: "Adesso in testa c'è Bettini! Ora Ballan! Ora Podenzana! Ora Balmamion! Ora Gosta Petterson! Ora Learco Guerra!", e così via finendo magari per non avere più voce all'arrivo. Quindi, visto che il contenuto è così così, preferisco concentrarmi sul contenitore, come un Marshall McLuhan delle murge.
Gurrado, ma a te le persone interessano solo prima di nascere e dopo essere state sgozzate dai mussulmani?
Silvia G
Sì.
Gurrado: disoccupato? Non ci credo. Come minimo devi dedicare dieci ore al giorno ai libri, alla Gazzetta e a questo blog!
Giancarlo
Per certi versi, Giancarlo. In fin dei conti non ho ancora trovato il tempo di documentarmi adeguatamente sulla situazione politica scozzese, come avrai notato. Ma prometto di farcela prima della dichiarazione d'indipendenza.
Avete ragione, ci sono due buchi: uno risale a venerdì 31 ottobre e l’altro a mercoledì 5 novembre. Cerco di giustificarmi senza venire accompagnato dai genitori. Venerdì l’ottava porzione delle Letterine letterarie, che poi sarebbe questa, non è potuta uscire in quanto mi era appena stato commissionato un corposo lavoro da consegnare entro domenica sera, ma questi sono fatti miei. È un fatto vostro invece l’evenienza che una volta tanto non m’ero premunito scrivendo il pezzo in anticipo, come solitamente faccio per le questioni di non strettissima attualità (il calcio e Obama), in quanto il giorno prima per lavoro (in fin dei conti sono un disoccupato piuttosto occupato) ero andato a nientedimeno a Lodi dove, fra le varie cose che non vi riguardano, ho avuto modo di notare la decadenza del senso estetico dei lombardi, if any. Dal finestrino del pullman consideravo infatti se mai fosse ragionevole prendere un comune, piccolo ma significativo, che è dotato dell’altisonante nome di Cornegliano Laudense e cambiarne repentinamente il nome in Muzza. Muzza, ditemi voi. Di questo passo un altro paese dal bel nome che ho trovato sul mio itinerario, ossia Sant’Angelo Lodigiano (che detiene un campanile sul quale si staglia la sagoma, appunto, di un Angelo, e che è un paese oltremodo grazioso; benché io debba ammettere che sovente confonda luoghi e abitanti, e che di Sant’Angelo Lodigiano conosca solamente una signorina, che per l’appunto è oltremodo graziosa, così che decisamente le due cose s’intersecano), potrebbe vedersi un giorno cambiato il nome in, che so io, Ruzza, Tuzza, Puzza. Ma al ritorno da Lodi, poco dopo aver superato Villanterio, in un naviglio fangoso ho visto un airone bianco con le zampe a mollo che s’è voltato per seguire col becco il tragitto visibile del pullman della Star – realizzando forse che vanno bene gli acronimi, ma chiamare Star la compagnia di pullman di Lodi è se non altro magniloquente – e così grazie all’airone candido e infangato il senso estetico è stato salvo. (Intervallo.) Mercoledì scorso invece ho avuto la giornata più surreale della mia vita, tale da sembrare scritta da Maurizio Milani. Mi sono svegliato alle sei del mattino e ho scoperto che aveva vinto Obama; allora sono andato a Rho (la capitale della Rhodesia, alla quale è intitolata una celebre lettera dell’alfabeto greco, che tuttavia preferisce mantenere l’anonimato) per vedere il Salone del Ciclo e del Motociclo, dove veniva presentato alla stampa un bel volume velocipedistico (Campagnolo: la storia che ha cambiato la bicicletta, di Paolo Facchinetti e Guido P. Olimpo, edizioni Bolis) al quale ho minimamente collaborato come redattore. Ora, a parte la gioia di conoscere Paolo Facchinetti che era direttore del Guerin Sportivo nel 1991 e quindi ha attivamente reso felice la mia infanzia, a parte l’inattesa partecipazione di Vittorio Adorni il quale dal vivo come in televisione si è rivelato persona di intelligenza e sensibilità straordinarie, a parte la vicinanza fisica della pista con dentro la 6Giorni di ciclismo e la possibilità di toccare con mano la maglia iridata di Alessandro Ballan (senza Alessandro Ballan dentro, ma con la sua bicicletta sotto) – a parte tutto questo, a un certo punto passa Berlusconi, ma non mi riconosce e quindi a stento mi saluta. Poco dopo, a Lambrate, mi chiama Camillo Langone per chiedermi che mestiere faccio veramente. Giro a voi la medesima domanda, e mi limito a concludere dicendo che in serata ho assistito alla presentazione di un libro di marketing intitolato Restituiscimi il cane. Giuro che è tutto vero, anche il fatto che ha vinto Obama. Che poi mi chiedo perché tutti gli innumerevoli sostenitori italiani di Obama non ne approfittano per trasferirsi in America, così qui stiamo più larghi. Fra l’altro la vita è breve, quindi temo di non poter più essere in grado di rispondere individualmente a ogni singolo commento. O mi faccio una segretaria (in tutti i sensi) o fondo le due cose e rispondo ai commenti solo e soltanto nelle Letterine letterarie del venerdì. Regolatevi di conseguenza.
Gurrado, predetto che ho letto "Gomorra" (libro scritto da Saviano sulla camorra se nn lo sai) più di un anno fa, quando ancora nn era così popolare e che ero già bene a conoscenza dell'esistenza della mafia... il fatto che le minacce a questo giovane scrittore abbiano sensibilizzato il Paese è solamente positivo... a te più che gli insulti manderei delle molotov...ignorante!
PP
PP,
inizio specificando che in realtà tu sei un falso anonimo in quanto ti sei firmato con nome e cognome, ma io mi sono contenuto e mi limito a riprodurre le tue iniziali per due motivi: 1) la pronuncia dell’acronimo è “pipì”; 2) mi ricorda il film, credo I due marescialli, in cui Totò legge una lettera e interpreta “PP.VV.” come “pistole, proiettili e V2”. Questo ben si sposa con il tuo impeto bombarolo, oltre che con la tua dinamitarda destrutturazione della grammatica italiana alla quale ho comunque tentato di dare un senso senza per questo tradire la ruspante spontaneità della tua prosa. Mi compiaccio per la geniale coerenza di minacciare qualcuno di mandargli delle molotov (come, poi? a mezzo corriere espresso?) perché a quanto pare questo qualcuno non è sensibile a delle (fantomatiche) minacce di morte rivolte a qualcun altro. Quando mi spiegherai perché sono ignorante, mi degnerò di spiegarti perché lo sei invece tu.
Salviamo Gurrado dalle molotov!
Umberto
Infatti, si potrebbe fare un appello su un quotidiano autorevole tipo Repubblica e diventerei famosissimo. Per fortuna un quotidiano più serio, il Riformista, mi ha offerto qualche giorno fa un motivo di consolazione (tale da spingermi addirittura a comprarlo, per la prima e ultima volta in vita mia) grazie a un lungo articolo di una persona intelligente come Andrea Di Consoli. Cito sintetizzando. Scrive Di Consoli che su Saviano c’è in giro tanta retorica, anche per chi passa per critico letterario. In rete circola un testo di Carla Benedetti in difesa di Saviano che è meglio non commentare, per quanto è offensivo e conformista quel che dice. Di Consoli spiega: Gomorra raccontava dal di dentro un clima, un’atmosfera, dei fatti precisi. Lo faceva da scrittore. Poi ha alzato il tiro. Ha insultato i camorristi. A quel punto lo scrittore è diventato un simbolo nazionale dell’anticamorra. Ora tutti sono dalla sua parte. Chi osa criticare Saviano?Ho riletto in questi giorni le pagine “a futura memoria” di Sciascia sui professionisti dell’antimafia. Saviano non è un professionista dell’anticamorra. Ha fatto qualcosa di ancora più grave: si è presentato agli occhi del mondo come un modello superiore di scrittore. Qual è il torto di Saviano? Aver occultato la verità, ovvero che lui non è diventato un simbolo per quel hce scrive, ma per come si pone, per il tono truce che assume. Saviano ha cercato lo scontro mediatico, e purtroppo l’ha ottenuto. Ora deve assumersene la responsabilità, anche perché la lotta alla camorra esiste già nei piani dello Stato, molto prima della sua comparsa, e se lui l’ha voluta impostare sull’insulto, sulla spacconeria personale, allora se ne assuma la piena responsabilità. Perché la Capacchione, autrice de “L’oro della camorra” (Rizzoli), non fa tutte queste moine? Perché Saviano ha giocato a fare l’eroe. Ma lui era uno scrittore e tale doveva rimanere. Invece si è dimesso da scrittore, ed è diventato un eroe, senza però dire che quello che lui fa non lo fa più da scrittore, ma da eroe. Eppure: a cosa servono gli eroi? A niente. Ora, purtroppo, Saviano sarà vittima del suo stesso clichè. Quelle masse che lui ha chiamato a raccolta, come niente gli volterebbero le spalle se lui scrivesse un romanzo d’amore. Saviano adesso sarà costretto a scrivere Gomorra 2, e poi 3, 4, 5. Io non ci sto. Continuo a credere nella libertà della letteratura e nello scrittore Saviano, e non nel suo doppio eroico e mediatico e simbolico. Ciò nondimeno il nuovo Riformista non mi pare questo gran che, sembra la versione politically correct di Libero, e in tal caso è meglio l’originale che la copia. Anche Guia Soncini, che sul Foglio era sempre grandissima, sul Riformista brilla ma mi pare ridimensionata, un po’ intristita. Sono certo che migliorerà, fatto sta che non lo compro più.