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giovedì 18 febbraio 2010

Operazione gamba rotta (10)

Non sono sparito, non è che invece di togliermi il gesso i medici hanno pietosamente deciso di sopprimermi; solo che la rimozione s'è mangiata quattro-ore-quattro di martedì pomeriggio e ieri era il mercoledì delle Ceneri, decisamente una giornata non adatta ai cachinni. Adatta invece, visto che le tre parole d'ordine sono penitenza-digiuno-elemosina, a capire da dove Samuel Beckett aveva tratto ispirazione per i suoi due sofferenti e affamatissimi barboni Vladimiro (quello che parla sempre, non per niente Di-di) ed Estragone (quello che non sta mai fermo, non per niente Go-go). Ieri sono salito per la prima volta su un autobus, dopo la forzata sosta, e la prima cosa che ho visto sono stati due barboni, uno seduto con le gambe attorno a un cane lupo, l'altro che cambiava continuamente posto per far spazio a chi saliva via via. Quello del cane mangiava un'insalata russa in offerta al supermercato e l'altro beveva una cola dalla frizzantezza infinitesimale. Si lamentavano del traffico.

Insomma, ora cammino. Cammino male, cammino piano, cammino con le stampelle ma poggio per terra tutti i piedi (due). In momenti di coraggio salgo le scale; in attimi di temerarietà le scendo. Le quattro ore di cui sopra non sono state impiegate tutte per togliere il gesso (vabbe' che s'indurisce), operazione che avrà portato via tutt'al più dieci minuti. Il resto l'ho passato aspettando i  raggi x, aspettando il responso dei medici, aspettando di nuovo i raggi x, aspettando la fisioterapista, aspettando Godot. Godot, nell'ospedale di Oxford, consiste in un'infermiera che sbuca da una stanza e strilla il nome della persona di turno, la quale è seduta fra gli altri pazienti e al suo turno si alza e, se può, cammina verso la porta da cui è stata chiamata. Se non che l'infermiera è inglese quindi per chiamare si regola così: guarda la sala d'attesa, inspira una quantità d'aria sufficiente a urlare il primo canto della Gerusalemme liberata, inizia a proclamare il nome dell'eletto, immediatamente si rende conto di star urlando in un luogo pubblico, si vergogna e abbassa repentinamente il volume della propria voce subito dopo la prima sillaba del nome che deve comunicare.

Poniamo che io mi chiami Antonio Gurrado. Per chiamarmi, dovrò aspettare che l'infermiera  esca dalla porta apposita e urli: "An-srububbuz srububbuz". Il che è complicato in quanto con questo criterio vengono pronunciati alla stessa maniera tutti i nomi che iniziano con la stessa sillaba ragion per cui l'infermiera potrebbe star dicendo sia "Antonio Gurrado" sia "Andrew Morgan" sia "Aniruddha Brachamutanda" sia "Anvedi che santo / vestito d'amianto".

Poi arriva il momento in cui il medico chiude il separé dello stanzino in cui ti ha palpato il piede nudo (l'infermiera in queste circostanze si tiene purtroppo alla larga) e ti dica di provare ad alzarti e a muovere uno o due passi. In quel momento ci si ritrova in piedi, immobili per un secondo intero, a chiedersi come si fa a camminare: ricordo che me l'avevano insegnato un giorno, ma visti i recenti risultati non dovevo essere stato molto attento.

La citazione evangelica più banale che viene in mente in questa circostanza è la guarigione del paralitico (Matteo 9, 5): "Alzati e cammina". Però c'è da chiedersi in che lingua Gesù abbia parlato a un paralitico che chiedeva l'elemosina (e che forse mangiava insalata russa e si lamentava del traffico). Sicuramente non in francese; poco verosimilmente in latino, non necessariamente in greco, magari nemmeno in aramaico. Sono sicuro che nella circostanza Gesù abbia parlato in dialetto; l'esortazione allora dev'essere suonata molto poco solenne, estremamente confidenziale, minacciosa quasi: "Jàlz't e camìn".

lunedì 15 febbraio 2010

Operazione gamba rotta (9)

Ultima venne la notte: siccome domani ho in programma la visita ospedaliera che si spera risolutiva e definitiva, nel corso della quale dovrebbero liberarmi dal gesso (che poi è una fasciatura rigida) senza nemmeno controllarmi ai raggi X tanto sono sicuri dei miei mezzi deambulatori; siccome da domani a quest'ora starò di nuovo non dico liberamente camminando ma quanto meno gioendo della liberazione di questo stivale virtuale che da quaranta giorni mi zavorra; siccome potrò forse finalmente riprendere a posare entrambi i piedi a terra, smettendo di sentirmi una gru, e magari pian pianino provare ad arrivare chissà dove facendo aggio sulle stampelle ormai tramutate in bastoni (o, se nevica, in racchette da sci di fondo); siccome tutto questo, l'ultima notte si preannunzia insonne sin d'ora, il gesso pesa dieci quintali di più e da giorni ormai l'impazienza cede il passo allo sconforto. Uno fa così tanto affidamento sulla convinzione che il malumore sia dovuto all'ingessatura - o alla necessità di saltellare sulla gamba sinistra, di lavarsi sommariamente e in comode rate con grandi acrobazie, o di lavarsi i denti in cucina o di calare la pasta inginocchiando la gamba offesa su una sedia posta all'uopo di fronte al lavabo - da temere poi fondatamente che al ritorno alla vita su due piedi l'insopportabilità del risveglio resterà immutata.

domenica 14 febbraio 2010

Operazione gamba rotta (8)

Io non ho niente contro Nick Hornby ma per la seconda volta prendo il suo Juliet, Naked e mi vedo costretto ad abbandonarlo prima ancora di aprirlo. La prima era stato, ragionevolmente, per garantire una degna celebrazione al compleanno di James Joyce. Ora è perché mi è risalita all'improvviso la fobia di leggere libri in inglese, non perché non si capiscano ma perché la lettura è l'ultimo angolo della mia vita di cui sono rimasto padrone e almeno quando leggo in Italiano posso fingere di non essere qui. Leggendo in inglese il giochetto non è possibile e di conseguenza non mi sento più padrone di nulla, con buona pace di Hornby e dell'altro paio di libri anglofoni in lista d'attesa (peccato, sterline sprecate). Lo stesso vale per gli altri aspetti della vita culturale: non guardo la tv britannica, non vado al cinema a guardare film inglesi e men che meno vado al teatro. Non amo sentire sconosciuti che mi ricordano in inglese che sono in Inghilterra. In queste circostanze l'unica libertà possibile è la reclusione volontaria con una forma estrema di resistenza passiva: leggere in italiano, scrivere in italiano, guardare per quel che posso la tv in italiano e pensare in italiano che ogni mattina in cui mi sveglio qui non posso fare a meno di farmi un po' schifo.

mercoledì 3 febbraio 2010

Operazione gamba rotta (7)

Sui tassisti di Oxford, che due volte a settimana mi stanno portando da casa in ufficio e dall'ufficio a casa, potrei scrivere un libro. (Potrei se volessi; per fortuna non voglio). Tendenzialmente quelli europei (bianchi e neri) sono più gentili di quelli asiatici (indiani o mussulmani); attaccano discorso senza essere invadenti e mi consentono di scoprire faccende sorprendenti e talvolta preoccupanti nel quarto d'ora che ci vuole ad arrivare da un punto all'altro. Tutti mi chiedono cos'è successo alla gamba, ma è normale; contano di più tutte le conversazioni differenti che da lì si ramificano. Uno mi ha chiesto di dov'ero e, non contento di un generico "Italy" e di un meno generico "Southern Italy", ha prima voluto sapere il nome del paese e poi m'ha fatto un discorso da guida turistica sui Sassi di Matera e sul romanico barese. Un altro è partito dalla stessa domanda, s'è accontentato di sapere che sono del Sud e ha esclamato piuttosto a sorpresa: "Come la Salernitana!" - al che non ho saputo cosa rispondere ("Come anche il Campobasso e l'Ischia Isolaverde"?). Un terzo mi ha raccontato nel dettaglio tutti gli incidenti alle gambe che aveva avuto facendo sci d'acqua. Un quarto mi ha rivelato che due notti prima gli si era gonfiato l'alluce sinistro e aveva dovuto guidare tutto il giorno facendo pressione sui pedali col tallone. Nessuno di loro ha raggiunto la perspicacia del quinto, che senza chiedermi cosa mi fosse successo né dove né perché, è partito in quarta chiedendomi se mi piacesse vivere a Oxford e poi s'è direttamente risposto da solo: "Comunque negli anni a venire ogni volta che cambierà l'umidità e sentirai dolore all'osso rammendato ti ricorderai che ti sei rotto la gamba qui e dovunque tu sia odierai questo posto".

lunedì 1 febbraio 2010

Operazione gamba rotta (6)


San Geminiano, io lo so perché tanta di quella neve hai fatto cadere ieri sulla tua città e sulla tua festa. Intendevi suggerirmi che non nevica solo a Oxford ma anche a Modena. Grazie, apprezzo il pensiero, tanto più che potrò vantarmi di essere stato vittima della più grande nevicata inglese degli ultimi vent'anni e causa dell'unica nevicata modenese il dì del Santo patrono negli ultimi cinquanta.

(Fra parentesi, io purtroppo sono stato a Modena tre anni ma ti ho festeggiato solo una volta. Niente di personale: quando mi dovetti trasferire a Modena mi fu detto di arrivare il primo febbraio, esattamente cinque anni fa ora che ci penso (sottoparentesi: non fossero mai passati); una volta lì faccio per informarmi sul giorno del Santo e mi viene detto che era il giorno prima.)

A meno che, San Geminiano, quello di ieri non fosse un trucchetto sulla falsariga di quello che - si dice - giocasti ad Attila tanto tempo fa, quando facesti calare su Modena una nebbia così fitta, ma così fitta che l'invasore non trovò la città e tirò dritto. Da chi volevi proteggere Modena ieri? Hai dei sospetti sul nuovo Vescovo? Hanno minacciato di chiedere a Mimmo Paladino di incartare il resto del Duomo dopo la Ghirlandina?

(Fra parentesi, l'unico San Geminiano che ho trascorso a Modena fu una giornata di sole glorioso, neanche freddissima. Uso il passato remoto perché ormai il passato è remoto. Da un anno avevo preso l'abitudine di svegliarmi presto ogni mattina e, prima ancora di colazione, scendere a comprare il giornale (sottoparentesi: Il Foglio, che domande) e a bere un caffè anzi uno specialino in via Farini da Willy, che ora ha la tabaccheria alla stazione piccola, dagli un'occhiata. Poi facevo due passi per metabolizzare il caffè e dare una scorsa ai titoli dirigendomi verso Piazza Grande, o facendo il giro da Piazza Duomo se avevo tempo. Quest'abitudine mi consentì di vedere l'allestimento delle bancarelle poco prima delle otto del mattino, e alle dieci di sera ero ancora lì a vederle smontate. Sia chiaro, San Geminiano, con tutto il rispetto ma non è che restai lì piantato tutta la giornata come un citrone; però fra una cosa e l'altra passai la gran parte della mattina del pomeriggio e della sera in giro ora da solo, ora con qualcuno ora con qualcun altro, e man mano che si passeggiava si incontrava altra gente e i gruppi si scioglievano e si rimescolavano e diventavano un unico enorme gruppo in cui ognuno conosceva qualcun altro e tutti festeggiavano San Geminiano. Riassunsi Modena in un'unica passeggiata. Andai anche a Messa ma il Duomo era talmente pieno che a metà dovetti uscirmene per non soffocare. La cosa più bella era che il giorno di festa non sembrava un'eccezione schiaffata lì per far contenta la plebe, sembrava che la gente ti festeggiasse perché era contenta tutto il resto dell'anno - ma magari era l'effetto dello specialino di Willy, bevuto a stomaco vuoto, che mi faceva ragionare così romanticamente.)

San Geminiano, resto convinto che tu abbia voluto dimostrarmi ieri che nevica a Oxford come nevica a Modena, conseguenza diretta del fatto che piove sui giusti e sugli ingiusti. Fatto sta che la gamba a Oxford me la sono rotta e a Modena no, sono dettagli che alla fine pesano.

domenica 31 gennaio 2010

Operazione gamba rotta (5)

Con notevole tempismo la scrittrice Marian Keyes - autore di opere immortali quali Nemiche del cuore, Sushi per principianti e Amare Mister Bastardo - ha scosso i lettori del Guardian e del suo blog rivelando di soffrire di un'acuta forma di depressione esattamente il giorno successivo alla mia frattura. Presumo che le due cose non siano correlate, se non per due dettagli. Il primo è che Marian Keyes a seguito della sua depressione passa le giornate esattamente come le passo io, ossia chiusa in casa tutto il giorno; solo che lei non riesce a leggere, non riesce a scrivere, non riesce a fare altro se non (mi pare) mangiare Nutella a ogni pie' sospinto - questo non l'ha detto esplicitamente ma basta guardare la sua foto. Il secondo dettaglio è che Marian Keyes, trovandosi nella necessità di fare un esempio pratico per spiegare come si sente, ha illustrato che "la depressione è una malattia e a differenza di, diciamo, una gamba rotta non si sa quando passerà". Ora, io che saltellando sulla gamba sinistra riesco a leggere, scrivere, cucinare, andare in ufficio e perfino litigare con la gente mi impegno a far guarire Marian Keyes esattamente nello stesso momento in cui guarisco io. Appena mi rimetto, appena mi restituiscono la seconda gamba, chiedo all'ospedale di tenere le stampelle e le uso come metodo di cura estrema sul corpo mortale di Marian Keyes, finché non guarisce dalla sua malattia immaginaria (o, se volessi usarle più a lungo, finché non dimagrisce).

giovedì 28 gennaio 2010

Operazione gamba rotta (4)

In mancanza di meglio, consoliamoci con le disgrazie altrui. Edgar Davids, noto ex giocatore della Juventus e - anche se è meglio dimenticarselo - pure del Milan, ha recentemente rilasciato un'intervista a FourFourTwo, menasile di calcio inglese quasi intelligente. Riporto una domanda e una risposta che mi hanno particolarmente colpito.

D: Nel 1996 sei stato comprato dal Milan e ti sei subito rotto una gamba. Com'è stato infortunarsi all'estero non appena avevi iniziato a lavorare per un nuovo club?
R: Quello è stato uno dei peggiori periodi della mia vita perché sei lì, non parli bene la lingua, stai seduto a casa davanti alla televisione e non capisci metà di quello che dice. Le prime due settimane non puoi muoverti perché hai paura di beccarti una trombosi. Quant'è stato brutto.

La cosa peggiore, interpretando il pensiero di Davids, è che in una situazione del genere pensi solamente alla tua gamba e all'eventualità che per qualche complicazione te la amputino o si stacchi da sola. Per fortuna di lì a poco ha avuto un glaucoma e quindi ha potuto pensare ad altro.

domenica 24 gennaio 2010

Operazione gamba rotta (3)

Io non ho mai particolarmente amato i weekend: primo perché non esistono (esistono invece il sabato e la domenica); secondo perché da quando sono andato via di casa per l'università (ero giovane) sabato e domenica erano i giorni in cui Pavia si svuotava di tutti i suoi studenti a parte me; terzo perché la domenica è stata creata per essere passata in famiglia e non in tuta a guardare il soffitto.

Con le stampelle l'avversione per i weekend si esacerba, paradossalmente visto che passando tutte le giornate allo stesso modo la differenza di sabato e domenica non dovrebbe notarsi. Fatto sta che verso il venerdì pomeriggio viene la malinconia al solo pensare che tutta l'Inghilterra smette di lavorare e non sono più l'unico a stare gambe all'aria, e ci si concentra a sperare che il lunedì arrivi in cinque minuti.

Probabilmente in un'altra nazione sarebbe differente. Qui il weekend serve a imporre la vita privata, separata e replicabile in infinite copie inconsapevoli l'una dell'altra, sulla vita pubblica, che nella fattispecie consiste nell'obbligo di lavorare fino al venerdì pomeriggio e di ubriacarsi dal venerdì sera. Avendo io già cinque giorni durante la settimana per curare la vita privata, i due conclusivi mi sembrano ridotti a inutile ammennicolo.

I tratti distintivi del weekend sono tendenzialmente due: chiesa e calcio. Non so se avete provato a seguire una messa inglese (cattolica intendo); fanno tutte venire la depressione. Quanto al calcio, notoriamente quello inglese è uno sport diverso che mi interessa relativamente. Mi interessa Tutto il calcio minuto per minuto, ma è impossibile ascoltarlo via internet perché in quelle due ore precise Radio1 viene oscurata fuori dal territorio italiano presumo per questioni legate ai diritti di trasmissione e bla bla bla, bla bla bla. Mi interessano Novantesimo minuto e La domenica sportiva ma già è tanto riuscire a vederle in netta differita, il lunedì o il martedì successivo.

Restano dunque questi due giorni vuoti in cui si finisce per scoprire che il deserto domenicale di Pavia era tuttavia movimentato, contemplando almeno la Messa in latino delle 9:30 more Pio V, il caffè in uno dei tre bar aperti, le partite su Sky e magari una passeggiata pomeridiana in piazza Vittoria per sincerarsi che non valesse la pena di andarci. (Non citerò le domeniche a Modena se no dite che sono ossessionato; però provate a passare una domenica a Oxford, la domenica dopo a Modena, la domenica dopo a Oxford di nuovo e poi ditemi se non diventate ossessi pure voi).

Restano dunque questi due giorni inutili distinti solo dall'ascolto dell'Angelus via internet; solo che quando il Papa concede la benedizione ci si rende conto di starsi facendo il segno della Croce davanti al computer e ci si sente un po' fessi.

giovedì 21 gennaio 2010

Operazione gamba rotta (2)

Ringrazio tutti per il sostegno e per gli auguri. Sorprendentemente, nessuno ha espresso rimpianto perché non mi sono rotto anche l'altra.

Quanto alla distinzione fra Paesi cattolici e protestanti, può sembrare paradossale ma non è capziosa. Ad esempio martedì sono andato in ospedale per i controlli dopo la prima quindicina di giorni e mi sono subito tranquillizzato. La sanità di un Paese protestante tende a rassicurare il paziente con infermiere che gli corrono incontro chiedendogli come sta appena entra in ospedale (è successo a me) o che gli urlano tre volte nell'orecchio se preferisce un sandwich al prosciutto o al tonno (non è successo a me ma a un anziano che doveva essere un po' sordo). La sanità di un paese educato tende a rassicurare il paziente complimentandosi per il suo ottimo inglese (è successo a me, sto ancora cercando di capire se è vero) e dicendogli che con una nevicata come quella del 6 gennaio solo una sparuta minoranza non s'è rotta qualche osso. La sanità di un paese razionale tende a rassicurare il paziente chiamandolo per i raggi X all'ora precisa dell'appuntamento prestabilito e poi lasciandolo per quaranta minuti a riposarsi in una stanzetta singola in compagnia del confortante pensiero che se il medico non corre a dirgli qualcosa o questi non sa leggere i raggi X, ed è improbabile, o più plausibilmente non c'è niente di urgente né grave da comunicare, quindi - mai come in questo caso - calma e gesso.

Quando il medico finalmente è arrivato non aveva tempo di chiedermi se fossi tranquillo, ma nel caso avevo già la risposta pronta:
"Sa quando mi sono tranquillizzato?"
"Quando l'infermiera le ha chiesto come stava."
"No."
"Quando i raggi X..."
"No."
"Quando nella cameretta singola..."
"No. Vede la porta?"
"Sì, è una porta."
"Mi sono tranquillizzato quando ho letto cosa c'è scritto sopra."
"Room 10?"
"No, più in alto. Il numero di matricola della porta."
"29.G.09."
"Ecco. Ora, G. sono evidentemente io, inutile che stia a spiegarlo. 29 è San Michele, il patrono di Gravina in Puglia, il borgo natìo. 09 è San Siro..."
"Il Milan?"
"Anche, ma soprattutto il Santo del giorno in cui sono nato nonché patrono di Pavia, il posto dove ero andato a chiedere un depliant alla segreteria della locale università e mi sono trattenuto sette anni. Evidentemente, stando fra San Michele e San Siro, G. non poteva che stare benone."
"Capisco. Devo dedurre che lei è cattolico?"
"Sì."
"Chiamo il Mental Health Hospital".

martedì 19 gennaio 2010

Operazione gamba rotta

(Gurrado per Quasi Rete)

“In tanti anni di carriera
non ho mai avuto nemmeno una contrattura.”
“Hai avuto culo.”
(Salvatore Bagni e Teo Teocoli,
La Domenica Sportiva, 10/1/2010)

Allora faccio outing: da due settimane languisco in gesso e stampelle con la gamba destra fratturata e da allora non riesco a guardare una partita di calcio senza temere che tutti e ventidue i partecipanti, ventitré con l’arbitro, finiscano in carrozzella al pronto soccorso entro il quarto d’ora della ripresa. Curiosamente da quando un incidente piuttosto ridicolo mi ha dimostrato che sono più vulnerabile del previsto ho derivato il timore che tutti fossero all’improvviso più vulnerabili di come me li immagino. Una gamba fratturata non è niente di gravissimo alla mia età, e considerato che non mi fa molto male e che (spero) la convalescenza procede per il meglio non c’è bisogno di fare tragedie. Tutt’al più si possono trarre alcune lezioni salutari per il presente e per il futuro, approfittando delle lunghe ore di riflessione forzata dovute al permesso di stare a casa dal lavoro, con la gamba destra poggiata in alto così e così.

1. Lo sport è l’esaltazione del corpo nel miglior senso del termine, in quanto porta ad assistere con emozione crescente al progressivo superamento dei limiti che ognuno di noi riconosce come propri. Banalmente, io so che non potrò mai correre i 100 metri in 9 secondi netti (in queste condizioni, nemmeno in un quarto d’ora) e quindi mi emoziono ogni volta che vedo un uomo come me che si avvicina al limite irraggiungibile: arrivare nell’istante in cui parte. Con una gamba per aria si impara che lo sport, il movimento, l’attività fisica sono cose che vanno praticate prima che sia troppo tardi, anche quando non coinvolgono delle signorine. Con una gamba per aria nessuno può permettersi di sentirsi pigro.

2. Lo sport ha un fattore di rischio che viene sottovalutato. Quando critichiamo i grandi atleti perché rendono al di sotto delle aspettative tendiamo a dimenticare che anche il loro fisico ha dei limiti e sembriamo sorprenderci quando il loro corpo cede. L’infortunio è parte dello sport così come la morte è parte della vita (questa la metteranno nella ristampa dei Baci Perugina). Noi abbiamo una concezione televisiva dello sport quindi identifichiamo l’infortunio con il momento in cui sentiamo crac e vediamo l’atleta contorcersi dal dolore. Il peggio dell’infortunio, se possibile, arriva dopo: quando bisogna aspettare settimane o mesi senza che nessuna telecamera riprenda il lento, l’incerto progredire. Basta rompersi una gamba per caso e improvvisamente la concezione dell’infortunio altrui cambia: non è più solo un momento doloroso ma soprattutto un mese noiosissimo.

3. Questo vale per i giovani in particolare: ci si lamenta sempre troppo quando qualcun altro va lento, sia in auto sia a piedi sia in senso metaforico. Essere costretti a saltellare per raggiungere il frigorifero, dover programmare di far pipì solo quando la strada per il bagno è sgombra, escogitare maniere sempre nuove di infilarsi un pantalone e dover prendere mezza giornata di ferie per cambiarsi una mutanda fa improvvisamente capire che se dietro ci fosse qualcuno che mette fretta l’unica risposta corretta sarebbe di tirargli una stampella sul naso.

4. Uno dei passi del Vangelo più difficili a interpretarsi è Giovanni 21, 15-18. Gesù è risorto e sta parlando per l’ultima volta con Pietro; tre volte lo interroga chiedendogli “Mi ami tu?” e raccomandandogli “Pasci i miei agnelli, pasci le mie pecorelle”. E poi senza soluzione di continuità fa un salto logico tramortente e continua: “In verità, in verità ti dico: quando eri più giovane ti cingevi la veste da solo, e andavi dove volevi, ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti cingerà la veste e ti porterà dove tu non vuoi”. Non ci ho mai capito niente ma a seguito del mio infortunio io l’interpreto così. Con una gamba in meno, per quanto temporaneamente, ci si rende conto che non si può essere sempre pastori ma bisogna anche rassegnarsi a essere pecorelle, e che non si può essere eternamente giovani ma bisogna esercitarsi a essere vecchi. Ci si abitua a capire che non si può volere tutto da tutti. Si familiarizza col corollario che del gran numero di persone che si conosce solo un’esigua minoranza è di buoni pastori, però ci si consola che per quanto pochi ci ameranno per sempre.

5. A questo punto vorrete sapere come mi sono rotto. Niente sport, purtroppo. Stavo andando al lavoro e cinquanta metri prima di raggiungere la porta del mio ufficio sono scivolato sui trenta centimetri di neve caduti sull’Inghilterra la notte prima. La superficie della neve era uniforme, il marciapiede lì sotto evidentemente no: io sono andato da una parte e la mia gamba dall’altra (un po’ come la barzelletta in cui una vecchietta in automobile chiede al vigile: “Scusi, la strada più breve per il cimitero?” “Alla prima curva vada dritto”). Il dettaglio sconfortante è che tutto ciò è accaduto la mattina del 6 gennaio; se fossi stato in Italia sarebbe stato un giorno festivo e sarei rimasto a casa mia a godermi entrambe le gambe. Ecco cosa si guadagna a lavorare in un Paese protestante.