Visualizzazione post con etichetta dramatis personae. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta dramatis personae. Mostra tutti i post

sabato 11 luglio 2015

Stanotte è morto il cardinal Giacomo Biffi, uno degli ultimi italiani intelligenti, vescovo di Bologna per vent'anni, prima che scoccasse la ventitreesima ora. Dei tanti motivi per ricordarlo ne scelgo uno secondario: un pamphlet (L'Unità d'Italia, Cantagalli) in occasione delle celebrazioni per il centocinquantesimo del quale avevo parlato in questi termini su Tempi:


Il Risorgimento italiano non è finito nel 1861, con l’unificazione del Regno, né nel 1870, con la presa di Roma, né nel 1918, quando le trincee insegnarono al popolo a parlare quasi la stessa lingua, e nemmeno con l’istituzione della Repubblica corrente nel 1946. Il Risorgimento italiano è finito nel 1954, quando alcuni proprietari terrieri siciliani si videro recapitare dei vaglia di rimborso per i danni che erano stati causati ai possedimenti dei loro nonni dalle scorribande garibaldine del 1860: a quasi cent’anni di distanza dai fatti questi rimborsi irrisori e offensivi, poiché calcolati in base alle lire del secolo prima, diedero ai discendenti dei siciliani che videro passare i Mille l’idea tangibile della sperequazione fra intenzioni e risultati che caratterizza il Risorgimento. A uno sforzo immane che costò ideali e sangue ha fatto seguito un effetto sempre più ridimensionato rispetto alle ambizioni dei patrioti di ogni ordine e grado. Coloro che oggi festeggiano il centocinquantesimo anniversario dell’unificazione sembrano piuttosto essere i detentori di un’eredità inadeguata: sembrano sventolare esultanti un vaglia da lire centocinquanta.
Il cardinale Giacomo Biffi ha ben intuito questa sproporzione nell’agile volumetto L’unità d’Italia (Cantagalli). Le pagine-chiave del suo pamphlet sono dedicate alla “fine del primato” degli italiani che sembravano funzionare meglio quand’erano divisi: lo testimonia la vitalità del nostro Settecento nella musica, nell’arte, nell’architettura. Sarà un caso ma senza l’Italia una e indivisibile gli italiani erano molto più richiesti alle corti estere, dove riuscivano a incamerare e migliorare generi esistenti e a inventare dal nulla generi sempre nuovi, tornando entro i confini della Penisola e producendo nuove generazioni di musicisti, artisti, architetti italiani che nuovamente volavano da una corte all’altra, di qua e di là dalle Alpi, perpetuando questo circolo virtuoso. Sarà un caso ma il Risorgimento sembra avere ucciso la creatività italiana, sembra averla canalizzata in strettoie impreviste, impigrendo il genio nazionale nonostante si proponesse tutto il contrario. Il card. Biffi avanza l’esempio illuminante della nostra letteratura. In quarant’anni a ridosso del Risorgimento si colloca la produzione di Foscolo, Leopardi e Manzoni, ma dopo la letteratura italiana non raggiungerà mai più risultati paragonabili per qualità e densità. E i musicisti, gli artisti, gli architetti italiani – forse satollati dall’avere una nazione nella quale ostacolarsi e invidiarsi a vicenda su vasta scala – detteranno sempre meno la propria legge oltralpe.
Non si tratta ovviamente di un principio di causa-effetto: la coincidenza temporale può essere anche derivata da una contingenza storica; però via via che s’andava definendo l’intenzione di rendere l’Italia una nazione a sé stante, la speranza era etimologicamente quella di un ri-sorgimento, di una risurrezione, di un popolo che avrebbe rialzato la testa per tornare a occupare presso il consesso delle nazioni il ruolo primario che storicamente gli spettava. Oggi possiamo festeggiare quest’anniversario consapevoli che ciò non è accaduto.

martedì 23 giugno 2015

Laura Antonelli, tu muori e noi invecchiamo. Ricordiamo i tuoi film di quarant'anni fa ma fra quarant'anni di quali attrici italiane ci balenerà una lontana coscia, un reggicalze, una scala? Tutt'al più ricorderemo patinati appelli contro il femminicidio, servizi fotografici col velo haute couture in sostegno di Malala, interviste in serie sul ruolo della donna nella società da cui a stento sarebbe riuscita a risvegliarci la sottanina trasparente che nel febbraio 1980 indossavi sulla copertina di "High Society" (sottotitolo: "The magazine that does it all"). Laura Antonelli, probabilmente sei già in paradiso perché hai sofferto più di quanto avrai mai fatto soffrire e perché anche i maschi meno spirituali pregano sempre per le donne che hanno causato piacere gratuito, come il cane che non riesce a mordere la mano che gli dà da mangiare. Laura Antonelli, tu vivi perché sei già morta nell'ultima scena di Porca vacca, quando i due soldati Renato Pozzetto e Aldo Maccione stanno lì a discutere su chi dei due debba sacrificarsi per far saltare una diga contro gli austriaci e mentre loro parlano tu sei già sparita all'orizzonte carica di tritolo per riscattare un ruolo da troia truffaldina. Da quando ti sei sottratta ai nostri guardi siamo stati in grado solo di discutere e sindacare anziché sedurre e agire. Laura Antonelli, tu muori e l'Italia finisce.

venerdì 5 giugno 2015

Presto, istituite il Premio Nobel per la filosofia e correte a conferirlo a Michela Marzano per l'intervento pubblicato stamattina su Repubblica riguardo alla presunta questione della guarigione degli omosessuali. L'obiettivo dell'onorevole filosofa è che si giunga a rispettare "ognuno di noi per quello che è" senza imporre un "dover essere": l'orientamento sessuale, scrive, è un "modo di essere" che in quanto tale "non si sceglie e non si cambia". Ciò che siamo, argomenta, non deve farci sentire colpevoli. Abbiamo il diritto di essere accettati per ciò che siamo e così come siamo.

Quest'articolo breve ma intenso è destinato a mutare repentinamente le sorti della filosofia poiché, dando il giusto risalto a ciò che si è, omette di prendere in considerazione l'annosa questione di ciò che si fa, questione che tanto tormento ha dato a filosofi antiquati e meno brillanti. Secoli, millenni di dibattito sul criterio per considerare univocamente buona o malvagia un'azione sono terminati col punto fermo che il quotidiano romano ha posto stamane una volta per tutte. L'omonimo dialogo di Platone, che per ben dieci libri si arrovella intorno alla domanda "Che cos'è la giustizia?", se venisse scritto domani sarebbe brevissimo: basterebbe dire che la giustizia è essere giusti, e che se uno è giusto non importa quello che fa perché qualsiasi cosa faccia essa è la giustizia perché essere giusti è un modo di essere. Meno male che Heidegger è morto, altrimenti chi glielo dice che stamattina è stato giubilato il Sollen, ovvero il dover essere? Visto che non solo non si può cambiare ma nemmeno si può scegliere, spiace dire che da oggi tutti quelli che si occupano di filosofia morale e di etica dovranno trovarsi un altro mestiere perché alla fine tutti i nostri atti sono necessitati, quindi è inutile stare a questionarli più di quanto non sia utile mettersi a discutere sull'ordine dei numeri. Il fatto che la Marzano insegni proprio filosofia morale all'Université Paris Descartes potrebbe porre qualche problema, agilmente superabile però con l'argomentazione che lei non è professoressa di filosofia morale perché compie l'atto di insegnare filosofia morale, bensì insegna filosofia morale perché è professoressa di filosofia morale: il suo è un modo di essere che non può cambiare né scegliere.

L'etica parmenidea della Marzano - provo a formulare la sua ricetta: solo ciò che si è è, ciò che non si è non è - impone anche di rimettere mano al codice penale. Infatti è tempo di una riforma per cui i cittadini smettano di venire giudicati in base al vetusto criterio di ciò che hanno fatto ma vengano giudicati esclusivamente in base a ciò che sono. Sarà semplicissimo, tanto più che in parlamento la filosofa appartiene alla commissione giustizia. Sei un ladro, un assassino, un truffatore? In galera, anche se non hai mai compiuto un furto né un omicidio né un raggiro: il fatto che tu ti sforzi di non compiere questi atti disdicevoli non toglie che tu sia ciò che sei, e che il tuo modo di essere non possa essere né scelto né cambiato. Quest'accorgimento tutelerebbe a maggior ragione le persone oneste: l'onestà infatti è un modo di essere che non si sceglie né si cambia quindi, se sei una persona onesta, non importa che tu abbia ucciso tuo padre, abbia giaciuto col suo cadavere e te lo sia mangiato, il tutto in un'auto in divieto di sosta: il solo fatto che tu sia una persona onesta è sufficiente a renderti innocente perché non vai giudicato per quello che fai ma solo accettato per quello che sei.

Ingenuamente, fino a ieri sera, credevo che i rapporti sessuali fossero azioni e non modi di essere, e che io scegliessi liberamente di andare a letto con una persona o con l'altra. Stamattina ho capito invece che ci vado solamente perché sono così, e che non posso farci niente: le signorine lusingate dalle attenzioni che concedo loro a discapito delle rivali dovrebbero abbassare la cresta perché frequentarle è un modo di essere che non consente scelta. Anche il mio atteggiamento più che generoso nel lasciare che ciascuno vada allegramente a letto con chi gli pare (conosco addirittura pervertiti che lo fanno con donne laureate) in realtà è viziato alla base del ragionamento: infatti nessuno è libero di andare a letto con chi gli pare poiché tutti sono necessitati all'agire nel modo in cui agiscono per via di come sono e non c'è verso di fare diversamente ma si è come pietre che cadono dal cielo e non possono tornare su. La mia idea che tutti noi siamo composti di bene e male e portati a compiere atti buoni e atti malvagi senza che essi ci determinino per il futuro, perché nessun uomo è buono o malvagio per sempre ma anzi il buono ondeggia sempre sul precipizio del male e il malvagio può sempre redimersi compiendo una buona azione da lasciare a bocca aperta, è evidentemente erronea, razzista, omofoba e femminicida.

Scusate. Sconto in questo la mia scarsa formazione cristiana che non può eguagliare quella della Marzano. Dalle colonne di Repubblica o dagli scranni della Camera o dalla cattedra parigina la filosofa si fa esegeta della parola di Dio e domanda: "Ma chi lo chiude il proprio cuore a Gesù? Chi non fa altro che prendere atto di ciò che è oppure chi decide che deve cambiare, che ci si deve sforzare, che basta un piccolo sacrificio e poi tutto torna a posto?". Lei propende per la seconda ipotesi; io se non erro da qualche parte del Vangelo ho letto "Sforzatevi sempre di entrare dalla porta stretta, perché molti, vi dico, cercheranno di entrarvi ma non ci riusciranno", però magari era un errore di stampa e comunque per il Nobel per la teologia c'è tempo.

mercoledì 31 dicembre 2014

Non è curioso che le due donne più citate sui giornali inglesi a dicembre abbiano vite di stampo opposto congiunte da una sola parola? Una è Libby Lane, prossima alla nomina a vescovo anglicano, annunciata con grande clamore da Downing Street poiché si tratta della prima donna che ascenderà al soglio episcopale. L’altra è Natasha Bolter, già candidata senza successo dell’Ukip a Westminster, la quale ha accusato di molestie sessuali il segretario generale del partito Roger Bird. La parola che hanno in comune è “Oxford”.

Al St Peter’s College di Oxford Libby Lane ha conosciuto suo marito e insieme hanno maturato la scelta di diventare sacerdoti, entrambi. Lì non solo ha scoperto la fede che non era molto praticata dai genitori ma soprattutto si è convinta che “i preti debbano apportare al ministero che esercitano un valore aggiunto individuale”, frase che sostituendo “ricercatori” a “preti” e “scienza” a “ministero” può essere riciclata nelle brochure promozionali della prestigiosa università. A Oxford, poco dopo l’adolescenza, Libby Lane ha ricevuto la vocazione a un ruolo ancora inesistente, visto che solo nel 1994 la Chiesa d’Inghilterra ha aperto il sacerdozio alle donne; infatti, non appena è stato possibile, lei e il marito hanno deciso di farsi ordinare simultaneamente. Il Daily Telegraph informa che sulla loro casella postale campeggia il titolo “Reverendo e Reverenda” e che la carriera dei coniugi Lane, sbocciata nella città universitaria che fonde tradizionalismo accademico e avanguardismo etico, è uno snodo chiave nel passaggio del femminismo dalle barricate alla stanza dei bottoni.

Alunna del Wadham College di Oxford si è orgogliosamente proclamata Natasha Bolter, che ha voluto trasformare il proprio caso (il capo ci prova, lei forse ci sta o forse no ma comunque spiffera tutto alla stampa) in un “tipico esempio della cultura sessista interna all’Ukip e della sua rutinaria reificazione della donna” – per usare le parole di un Matthew d’Ancona pressoché idrofobo sul New York Times. Non sorprende: a Oxford è stata progressivamente maturata un’ossessione politicamente corretta per la lotta alle molestie sessuali, naturalmente correlata al riconoscimento paritario del ruolo della donna eccetera eccetera, e culminata nell’affissione nelle bacheche dei dipartimenti di severissimi cartelli che ammoniscono di non tenere con colleghe o alunne comportamenti che possano venire interpretati come ambigui, equiparando un complimento fuggevole a un’animosa pacca sul culo. Divertiva in particolar modo l’affissione di questo cartello nel centro per gli studi ebraici che si trovava nella tenuta di campagna di Yarnton, isolata e popolata per lo più da rabbini ultraortodossi.


Purtroppo da una scorsa veloce ai registri dell’università è emerso che nessuna Natasha Bolter è mai stata alunna di Oxford, dettaglio che potrebbe gettare qualche ombra sulla veridicità delle accuse a Bird (comunque rimosso dall’incarico) ma che  d’Ancona non ritiene molto rilevante. Per lui pesa di più il fatto che “i politici dell’Ukip facciano pubblici commenti reazionari su donne, stranieri, omosessuali e minoranze etniche”, ragion per cui l’accusa della Bolter è da considerarsi vera anche in assenza di concretezza; per altri pesano di più i messaggi espliciti che lei mandava a lui con grande spregio dell’ortografia. Ciò detto, è significativo che la Bolter si sia sentita in diritto di farsi scudo politicamente corretto di Oxford: in certi casi più dei fatti conta il principio e basta il pensiero, ovviamente unico.

martedì 21 ottobre 2014

Da domani trovate in libreria La domenica lasciami sola, romanzo rosa-calcistico di Simonetta Sciandivasci, materana a Roma, firma del Foglio ogni martedì. Lo ha pubblicato Baldini & Castoldi. Poiché merita, ne ho parlato diffusamente su Quasi Rete, il blog letterario della Gazzetta dello Sport. Ecco la replica della recensione-fiume.

---

Simonetta Sciandivasci, notando che La domenica lasciami sola inizia con una dedica ho temuto il peggio ma poi ho capito che si trattava di un machiavello per indispettire il lettore e poi tramortirlo con un incipit folgorante. Ho trovato formidabile l’idea di trasformare la finale di Champions – con te solinga che la guardi sul divano – in una battaglia di Waterloo cui assisti come Fabrizio Del Dongo: un evento storico del quale non capisci nulla per via di un’incompetenza talmente adamantina da ammettere candidamente: “Mi fermo alla Coppa Italia e ai Mondiali, per il resto vado a Messa”; “Europei ogni due anni; Olimpiadi ogni quanto non l’ho ancora capito; Mondiali ogni quattro”. Riesci però a non capire niente con soave consapevolezza e infatti non ti sfuggono alcuni fondamentali che invece nella loro enormità risultano anguille per maschi ottenebrati da troppa retorica da pay tv. Ad esempio, fra Real e Atlético Madrid tifi Real perché ha un nome aristocratico, perché è ricco, perché vince spesso e perché “degli atletici e dei pauperisti diffido, soprattutto se maschi: non mi aprono la portiera, non mi offrono la cena, in pausa pranzo vanno a correre”. Intuisci che “se l’Atlético dovesse vincere, verrà instaurata la dittatura del proletariato” e soprattutto che quelli che tifano Atlético “possono buttarla sul romanticismo quanto vogliono ma la verità è che sono solo invidiosi”.

Mi insospettisco dunque e mi domando se il tuo non capire niente di calcio sia una maschera sbarazzina sotto la quale nascondi di capire molto di tante altre cose. Fingi di avere scritto un romanzo d’amore – e come tale lo venderanno, per carità, ben venga – ma la storia della ragazza che s’innamora dell’uomo innamorato del calcio è una maniera elegante di parlare d’altro. Apparentemente non mi dai ragione. Contro una pletora di soloni imbolsiti contesti l’idea che il calcio sia metafora della vita e dichiari: “Il calcio è  il calcio. Punto”, così come Oscar Wilde faceva dire a Erodiade che “la luna somiglia alla luna, e basta”; non somiglia né a una donna né a un fiore né a una mano. Per fortuna non sei una grande decapitatrice quindi posso ribattere: proviamo a leggere il tuo libro senza pensare al calcio?

No, dirai tu. Senza il calcio non c’è il tuo libro – anzi, come essere più chiari?, hanno pure disegnato un pallone in copertina. Senza calcio non ci sarebbero le battute svampite che sono balenii di surrealismo inaspettato. La Roma incontra l’Arsenal: “Che cos’è, un detersivo?”. Gioca col numero 5: “Come Chanel, brava!”. Se uno legge su questo livello, oltre a ridere molto, mette il romanzo sul piano della grande chick-lit divertentissima, ti fa sinceri complimenti e finisce là. Però La domenica lasciami sola va oltre e funziona perché mina le basi psicologistiche non solo dei romanzi rosa postmoderni ma anche della narrativa di sé stessa che ogni singola donna (e anche gli uomini ormai) si racconta per giustificarsi piagnucolando, pretendendo attenzione e conforto perché crede di essere l’unica a non star bene: “Nessuno sta bene”, scrivi tu, “vivere è un disastro”.

Non pensare alla trama, la trama non conta. Mi piace il modo in cui dici la verità senza lesinare sulle parole giuste né perderti in distinguo e smarrirti nel labirinto di cosa penseranno i benpensanti. Di questo passo non scriverai mai sul Corriere della Sera, sappilo. Continuerai a oltranza con Giornale e Foglio e io continuerò a leggerti sapendo che quando c’è da sparare spari e dici senza paura ma con luminoso umorismo che il matrimonio è stato lasciato diventare una cosa da gay, che l’incremento di matrimoni eterosessuali è merito degli immigrati quindi le donne farebbero meglio a convertirsi all’Islam, che farai figli con l’uomo che ami ma solo se prima ti sposa, che “l’amore nasce dal mistero, non dal rendiconto”, che l’incivilimento dei maschi porterà all’estinzione, che il sessismo è sexy, che l’amicizia fra uomini e donne non esiste, che quelle che fanno le sofisticate hanno sovente le tette piccole e che l’ateismo non lo sa ma è figlio di Dio. Mi sono alzato in piedi ad applaudire come un cretino, in camera mia, quando ho letto che proibiresti per legge alle donne di pagare al ristorante e presumo anche, per estensione, l’utilizzo del denaro, la schiavitù lavorativa, l’ipocrisia del fingersi realizzate perché si appaltano le proprie ore all’ufficio anziché alla pace domestica. Di fianco alla scena in cui la protagonista si fa portare al ristorante e poi chiede al maschio “Scegli il mio ordine”, ho disegnato un piccolo cuore. Ma poiché come te ho paura di Laura Boldrini e delle accuse di femminicidio preterintenzionale, non me la sono sentita di fare altrettanto quando lei gli chiede: “Prima voglio che tu mi dia un ceffone”.

“Quando una cosa è oscura, o è jazz o è fuorigioco”. Più ancora della pagina di improperi a Marco Travaglio mi è piaciuta la tua predilezione per la semplicità, il senso della quale è andato perduto in un mondo pretenzioso che la trova riduttiva. Tu invece rivendichi che la donna non deve poter fare tutto, che non si deve per forza capire tutto, che quindi il fuorigioco può tranquillamente restare misterioso e che di conseguenza, quando proprio si deve guardare la partita insieme, la donna non deve mai – mai – porre domande all’uomo. Sante parole. L’uovo di Colombo è a pagina 124 dove, poco prima di chiedere a Dio se le quote rosa siano peccato, argomenti incidentalmente che il femminismo è calvinista. (Non ho mancato di notare che nel romanzo dopo Dio, per ottenere un crescendo di suspense, fai intervenire anche Andreotti). Giusto: come il calvinismo il femminismo pretende di capire tutto, presuppone di averlo capito, distingue il bene dal male con una riga netta, si mette dal lato del bene e dà il righello sulle nocche a tutti i presunti malvagi. (Questo in effetti mi illumina anche sugli improperi a Travaglio). Non hai paura di chiamare le cose col loro nome e quindi definisci eugenetica la pretesa femminile di trovare un uomo alla propria altezza quando invece “l’uomo che ci merita, banalmente, è l’uomo che ci ama”.

Una copia di questo libro andrebbe spedita ogni giorno a Laura Boldrini, nella speranza di trovarla non troppo impegnata a farsi fotografare col velo o a dichiarare che la bellezza dell’immigrazione salverà il mondo. Capirebbe che col calcio gli uomini continuano a giocare tutta la vita; le donne invece lasciano le Barbie a dodici anni e per questo, scrivi, diventano “esseri cupi e grigi”. In copertina a La domenica lasciami sola c’è scritto “romanzo” ma sotto sotto viene fuori prepotente un pamphlet fatto come si deve, che tramite il calcio intende restituire agli uomini “il sogno atavico e spudorato”: quello che per voi donne, lo sostieni tu perché io non ne ho idea, è stato il matrimonio di Grace Kelly. Non contenta, dai anche le istruzioni su come tenere insieme questi estremi non comunicanti: la colla che tiene uniti uomini e donne è un sospiro, lo stesso rassegnato ed esasperato e affettuoso che John Lennon emette all’inizio di ogni ritornello di Girl. Quando si sta insieme bisogna essere uniti, non coerenti né tanto meno rispondenti a un ideale astratto; “dobbiamo essere una coppia, non una linea editoriale”.

Hai fatto rotolare il pallone lontanissimo ma devi solo sperare che le persone leggano il tuo romanzo come scanzonata presa in giro dei maschi ultras che vanno allo stadio pure quando è chiuso, come storiella romantica col lieto fine dagli occhioni a cuoricino. Allora salteranno le pagine sulla disfida onirica fra quelli che guardano il calcio senza donne e quelli che lo guardano con le donne, in cui convochi undici maschietti per fazione e chiami ciascuno di loro a tirare un rigore ossia a pronunciare una frase che trovano risolutiva in un senso o nell’altro. Intuirai con chi mi sarei schierato. Se oltre ad Alessandro Giuli, Maurizio Milani, Piero Vietti e Franco Trentalance (trova l’intruso) avessi convocato anche me, mi sarei limitato a spedirti due righe sibilline: Quando chiesero a Miguel de Unamuno perché mai non ci fossero grandi filosofi spagnoli, rispose chiedendo se ci fossero grandi toreri tedeschi. Poi mi sarei rintanato a leggere i consigli che elargisci alle donne (“Si dà il peggio di sé quando si cerca di fare qualcosa per il bene dell’altro”) e indirettamente agli uomini: “Evitare quelli che credono di averci conquistate dopo un bacio, perché significa che hanno il fiato corto e la tenacia a zero. Significa che avranno gli attacchi di panico non appena diremo loro ‘Stasera ho mal di testa’, invece di infilarci un moment in bocca e convincerci a svestirci e giocare ai film svedesi”.

Tutte verità che non suonano né alla Boldrini né alle zitelle eugenetiche che soffrono di quella che definisci sindrome di Bridget Jones: la convinzione di credere che ci sia sempre a loro disposizione uno migliore di quello che hanno, con l’inevitabile conseguenza di morire di vecchiaia, sole, col cadavere che viene scoperto solo quando è stato mezzo divorato da cani alsaziani. Non ricordi dove hai letto, qualche anno fa, che era stato un ministro inglese a inventarsi questa sindrome causando grande scandalo. Ti vengo incontro. Si chiamava David Willetts, era gennaio 2010, e me lo ricordo benissimo perché era uscito un articolo apposta sul Foglio: l’avevo scritto io. Coincidenza che mi fa sorridere al punto di giungere all’eccesso di perdonarti non solo la dedica ma anche le sette pagine di ringraziamenti, limitandomi a saltarle.

lunedì 3 marzo 2014

Tutte le reazioni all'Oscar de La grande bellezza sono sbagliate. Sbagliano i detrattori snob che hanno iniziato a parlar male del film solo dopo che è stato premiato. Sbagliano i detrattori benaltristi i quali ritengono che lo spirito del cinema italiano contemporaneo sarebbe stato rappresentato meglio da ben altri film, magari di nicchia, magari addirittura di Emma Dante. Sbagliano i patrioti disfattisti irritati dal fatto che Paolo Sorrentino esporti un'immagine negativa dell'Italia come Saviano e i suoi gomorroidi. Sbaglia chiunque non riconosca che il film è noiosetto e Sorrentino sa fare di meglio ma anche che l'operazione Oscar è stata condotta in maniera  magistrale, a tavolino.

Anzitutto si è scelto un titolo-marchio che unisce due parole italiane di vasta risonanza simbolica ma facilmente comprensibili agli anglofoni. Inoltre è stato (spero) consapevolmente deciso di non rendere troppo sfaccettati e verosimili i personaggi che fanno corona a Jep Gambardella così da venire incontro alle limitate capacità intellettive d'oltreoceano, dove non è che abbiano tutto questo tempo o voglia di correr dietro alle sottili mattane della nostra classe intellettuale. Giuseppe Tornatore aveva vinto l'Oscar con Nuovo cinema paradiso tagliando cinquanta minuti della versione italiana per renderla internazionale; Sorrentino l'ha vinto tagliando l'iceberg e mostrando solo la punta, lasciando che il resto sembrasse sottinteso anche se non c'era: in entrambi i casi, in un modo o nell'altro, il film è andato in onda in versione ridotta per venire incontro alla giuria dell'Academy. Infine, con grande sagacia, è stato dato agli americani e più in generale agli stranieri ciò che all'estero si aspettano di sentirsi dire sull'Italia; impacchettato però in una confezione grondante intellettualismo, addomesticato a sua volta in modo tale da convincerli di essere davvero stati spettatori partecipi di un alto esercizio cerebrale. Mutuando i termini di Umberto Eco, la bravura di Sorrentino è stata di risultare integrato fingendosi apocalittico.

Sbagliano gli adulatori snob che esultano perché finalmente è stata premiata l'Italia che vale: non si accorgono che una nazione è una nazione, si prende tutta intera come viene nel bene o nel male e non al self service. Sbagliano gli adulatori benaltristi che si complimentano con regista e cast specificando tuttavia che "in queste ore dobbiamo pensare ad altro e lo stiamo facendo" (scusa, Matteo, lo sai che ti voglio bene lo stesso). Sbagliano soprattutto i patrioti della ventitreesima ora che scoprono l'improvviso orgoglio di essere italiani perché uno di noi ha finalmente combinato qualcosa, anche se loro no. Mi ricordano quelli che nel '69 dicevano sussiegosi "Ora che siamo andati sulla Luna...", ciò che secondo Gianni Brera era esattamente come dire: "Ora che abbiamo composto la sesta sinfonia, detta Pastorale...". La loro esultanza mattutina sui social network mi ha fatto sentire, per la prima volta in vita mia, fiero di essere vissuto in Inghilterra; mi ha anche fatto capire che certi giorni gli Italiani sono così provinciali da essere disposti a credere a tutto. Perfino che, se solo la Bonino fosse rimasta ministro degli Esteri, Putin non si sarebbe mai azzardato.

lunedì 10 febbraio 2014

C'è una barzelletta secondo la quale un ebreo ne incontra un altro e gli dice: "Ho due notizie, una buona e una cattiva."
"Be', allora dimmi prima quella buona."
"Hitler è morto!"
"E quella cattiva?"
"Non è vero."

Nello specifico questa barzelletta serve a prevenire il dibattito che inevitabilmente si solleverà in Italia su Nymph()maniac di Lars von Trier, che ieri è stato presentato al festival di Berlino. Se voi sentite la barzelletta in sé, magari vi viene da ridere, magari vi indignate, ma la reazione che scaturisce dal contenuto della barzelletta è tuttavia decisa dalla sua forma, ossia dall'essere una barzelletta, più o meno divertente o più o meno irritante che sia.

Ora, ci sono due tipi di pubblico. Se la stessa barzelletta viene raccontata all'interno di una tesissima pièce teatrale sul processo di denazificazione nella zona americana di Berlino nel 1946 - come appunto accade in La torre d'avorio di Ronald Harwood, con Luca Zingaretti regista e interprete - le possibili reazioni si dividono ulteriormente in due. Io venerdì stavo assistendo allo spettacolo in Fraschini ed è andata proprio così: metà pubblico ha capito la barzelletta e quindi ha riso o si è indignato; l'altra metà ha capito che la barzelletta, raccontata nel contesto della trama denazificatoria, non era raccontata per far ridere né tampoco per indignare e ha continuato a seguire lo svolgimento imperturbabilmente.

Metà pubblico è dunque in grado di capire ogni segmento del contenuto di un'opera d'arte calandola nel contesto più ampio in cui è presentato; l'altra metà capisce ogni segmento ma non è in grado di cogliere il senso complessivo. Per questa metà del pubblico una barzelletta è sempre una barzelletta, un proclama retorico è sempre fatto per cambiare il mondo, il racconto di un libro deve sempre essere una storia vera e una scena di sesso è sempre pornografia. Sono le persone che dicono che un film (o un libro, o addirittura una canzone) è brutto non quando la forma è fatta male ma quando il contenuto non corrisponde alle loro aspirazioni più o meno codine. Quando guarderete Nymph()maniac pensateci prima e scegliete in quale metà del pubblico volette stare.

martedì 4 febbraio 2014

Ci sono due opzioni riguardo alle accuse che Dylan Farrow ha mosso a Woody Allen: o sono vere, o sono false. Se sono false, bisogna chiedersi per quale fra i tre motivi possibili. Potrebbe darsi che la memoria, tornando improvvisamente a ventun anni di distanza dai fatti, ne abbia alterato la percezione. Potrebbe darsi anche che, come spesso accade con i ricordi d'infanzia, i dettagli siano offuscati e che alla fin fine la soffitta non fosse una soffitta, le molestie non fossero molestie e Woody Allen non fosse Woody Allen. Potrebbe infine darsi che si tratti di un ricordo indotto dall'imprevista e scioccante notizia che il fratello minore Ronan Farrow fosse in realtà figlio di Frank Sinatra. In quest'ultimo caso ci sarebbe da indagare non solo sulla correlazione fra le rivelazioni ma anche sul perfetto tempismo dell'escalation a ridosso del Golden Globe alla carriera.

C'è altresì l'opzione che le accuse di Dylan Farrow siano vere, e qui la questione si fa moralmente più spinosa. Anzitutto bisogna capire se si è trattato di un evento occasionale o reiterato o abituale. Nel primo caso bisogna considerare che tutti noi stiamo sempre per fare qualcosa di orribile e che qualcuno di tanto in tanto ci casca per una volta; anche se ne resta l'impronta indelebile, c'è sempre tempo per ravvedersi e riparare, mentre a rinfacciare con pervicacia una cosa avvenuta ventuno anni prima si fa la figura di Casalino del Movimento 5 Stelle che chiede a Daria Bignardi come ci si senta a essere la nuora di un assassino. Nel secondo caso, bisogna stabilire i confini della reiterazione e comprendere quali fossero le circostanze che l'hanno causata, venute meno le quali è venuto meno anche l'atto, e iniziare a indagare da lì. Nel terzo caso, infine, preso atto che la molestia sui bambini è un'abitudine indipendente dalle circostanze contingenti, bisogna chiedersi fino a che punto si è disposti a tollerarla e in cambio di cosa. Non è così peregrino: oggi a pochi salterebbe in mente di dire che avremmo preferito non avere le canzoni di Michael Jackson in cambio dell'innocenza di bambini che alla fine ci sono rimasti ignoti e distanti; e nessuno rinuncerebbe ad Alice nel paese delle meraviglie per sottrarre bambini ormai morti all'occhio lubrico di Lewis Carroll. Il tempo è il miglior lenitivo dei casi di cronaca. Da un versante strettamente teorico la questione è dunque: se l'arte è creazione di felicità duratura su vasta scala, fino a che punto è accettabile che per produrla si metta in conto una infelicità contingente limitata?

Per questo la cosa peggiore accaduta a Woody Allen fra ieri e oggi è stata la corsa a rintracciare nei suoi vecchi film battute che potessero essere interpretate come ammissioni di colpa. Si tratta di un metodo fragile, non solo perché reinterpreta come cripto-pedofile situazioni normalissime di rapporto fra uomo maturo e giovinetta maggiorenne consenziente, ma soprattutto perché fa coincidere in tutto e per tutto l'identità dell'autore con ciò che scrive, dimenticando che ogni uomo è per definizione complesso e che ridurre questa complessità significa imbastire un processo sommario indegno e vigliacco. Significa inoltre ridurre l'opera d'arte a vassalla della vita di chi la produce. Non lo è mai.

lunedì 13 gennaio 2014

Dopo che donne sempre in ritardo mi avevano impedito per ben due volte di guardarlo al cinema, ho visto La grande bellezza. E' la storia drammatica di Jep Gambardella, un personaggio complesso e cinico che si aggira per Roma alla ricerca di altri personaggi ma riesce a incontrare soltanto prevedibili macchiette e inquadrature pretenziose. La trama gode tuttavia di due momenti chiave. Il primo è quando Sabrina Ferilli si spoglia nuda sullo schermo e in sala ci si domanda se la Roma abbia vinto lo scudetto. Il secondo è quando il protagonista deve intervistare una suora centenaria e costei gli risponde: "La povertà non si racconta"; dopo di che fa una lunga pausa durante la quale lo spettatore ha tempo di dirsi: "Adesso completerà la frase dicendo che la povertà non si racconta, si vive"; dopo di che lo spettatore ha tempo anche di dirsi: "Ma no, non può davvero dire 'si vive'; dire 'si vive' sarebbe troppo banale perfino se la sceneggiatura l'avessi scritta io"; finché al termine della lunga pausa significativa e cogitabonda, quando la suspense sta facendo tintinnare le coronarie, la suora centenaria completa con grande solennità la frase dicendo proprio, a sorpresa: "Si vive". Dalla versione definitiva del film risulta tagliato in fase di montaggio il colpo di scena finale, un rigurgito metacinematografico in cui Jep Gambardella guarda dritto in camera e si rivolge a Paolo Sorrentino chiedendogli: "Uagliò, ma si' propio sicuro sicuro ca tu si' 'o stesso reggista che ha fatto Il divo?".

lunedì 11 febbraio 2013

Finalmente domenica!
Ventiquattresima giornata, 10 febbraio 2013

Venerdì sera sono andato a teatro a vedere Angela Finocchiaro e mi sono trovato immediatamente in difficoltà in quanto, appena entrato, la prima persona che ho visto nel foyer era Walter Fontana, l’autore della pièce. Pur essendo uno dei migliori umoristi italiani, Fontana – che ai tempi delle Smemoranda era passato alla storia per la battuta “Credi in Dio?” “Diciamo che lo stimo molto” – non ama apparire e infatti ricordavo il suo volto solo grazie a un’unica, discreta comparsata televisiva come ospite da Fabio Fazio in una vecchia edizione di Quelli che il calcio. Lì per lì ho provato l’istinto di avvicinarmi e salutarlo, un po’ per farmi bello dimostrando che nonostante la sua riservatezza ero in grado di riconoscerlo al volo, un po’ per rincuorarlo, come se ne avesse bisogno, visto che temo che non lo riconosca mai nessuno. Rendendomi conto che era lì doppiamente sulle spine, perché non sapeva come sarebbe andato lo spettacolo e perché con ogni evidenza stava aspettando qualcuno, ho lasciato perdere e mi sono diretto verso la platea, non prima però di aver cercato di fargli capire che comunque l’avevo riconosciuto e che evitavo di fargli notare che l’avevo riconosciuto presumendo che lui preferisse non venire riconosciuto. Insomma, passandogli davanti gli ho detto “Buonasera” e non so cosa mi abbia risposto perché ho tirato dritto.

Il problema dell’autore è sempre il medesimo, ossia se convenga essere riconosciuti o meno. Di sicuro il mestiere di scrivere risparmia molti inconvenienti come quello occorso a Fabio Capello: un giorno un mio conoscente gli era capitato di fianco al cinema e l’aveva intrattenuto per due ore spiegandogli (il mio conoscente, a Fabio Capello) come usufruire correttamente del gioco a zona. Non ricordo di che film si trattasse; forse non lo ricordava nemmeno il conoscente; di sicuro non lo ricordava affatto Capello. Il contrario era accaduto a Enrico Brizzi, il miglior romanziere dell’Italia odierna quanto a capacità di imbastire trame. Alla fiera del libro di Torino, ossia in un contesto in cui pure sarebbe stato verosimile incrociarlo e riconoscerlo, vedendolo schiacciato contro un muro dalle telecamere dei passanti avevano dedotto che doveva essere famoso e si erano domandati: “E chi è che è quello lì?” “Boh, forse Dj Francesco”.

Un particolare tipo di riconoscimento dell’autore è quello che avviene su internet. Un tempo, quando esistevano solo giornali e libri, uno scriveva e la cosa finiva lì, a meno che chi volesse replicare fosse in grado di scrivere su un altro giornale o in un altro libro. Sono nati così testi immortali come il Contro Sainte-Beuve di Proust. Oggi un articolo o un pezzo di libro vengono pubblicati su internet e, avendo l’opportunità di commentare sulla stessa pagina virtuale, tutti ma proprio tutti dispongono dell’opportunità che ha avuto il mio conoscente di cui sopra, ossia sedersi di fianco a Fabio Capello e spiegargli come diventare un allenatore di successo. Questo è indubbiamente un segno del progresso inarrestabile, anche se il mio umorista inglese di riferimento, che si chiama Charlie Brooker e in Italia è purtroppo noto solo all’élite che ha guardato Balck Mirror su Sky, di recente ha dichiarato che non solo non legge mai i commenti ficcati sotto la versione online degli articolo che pubblica sul Guardian ma che più di una volta ha avuto la tentazione di chiedere ai redattori di disattivare l’opzione, ritenendo che parlare da solo sia un atto molto più sano che parlare coi lettori virtuali.

Nel mio piccolo è capitato anche a me, che non sono Charlie Brooker né Walter Fontana né Enrico Brizzi né tanto meno Proust (sono tutt’al più un piccolo Sainte-Beuve, ringhioso e infingardo): l’altro giorno un sito ha pubblicato un mio pezzo sul matrimonio omosessuale e i commenti, che non ho letto, a quanto mi è stato riferito si sono scatenati nella maniera che potete immaginare. Alcuni mi hanno inseguito anche nel privato e i più cortesi mi hanno tutti fatto notare che l’assunto alla base delle mie ironie – “Se si ha il diritto di sposare chi si ama, perché non posso sposare Jennifer Aniston o Voltaire o il Guerin Sportivo?” – conteneva un paralogisma in quanto la lotta per il matrimonio omosessuale non si basa sul diritto di sposare chi si ama ma sul diritto di sposarsi di due persone che si amano. Io non riconosco i matrimoni in Comune, figuriamoci se sono a favore del matrimonio omosessuale; però mi è spiaciuto notare che nessuno ha preso in considerazione ciò che avevo scritto nella prima riga, ossia che il ministro-ombra britannico alle pari opportunità, la laburista Yvette Cooper (moglie dell’altrettanto laburista Ed Balls, uno che merita il cognome che ha), aveva sostenuto che il matrimonio omosessuale si fonda sul diritto di sposare chi si ama. Il paralogisma caso mai era roba sua, io mi sono limitato a trarne le conseguenze; a meno che in Inghilterra non viga una logica formale diversa da quella che vige in Italia.

Non mi sorprenderebbe poiché lunedì ho scoperto che una logica formale diversa dalla nostra vige in Francia, tanto per fare un esempio. La Sorbona organizza per giugno un convegno su Voltaire e il sesso e io avevo chiesto di intervenire in quanto esperto (sì, è un doppio senso) proponendo un dettagliato abstract di cui vi faccio grazia. A stretto giro di posta mi è stato risposto che, cito e traduco, “ci spiace non potere accettare la proposta che avete avuto la gentilezza di inviarci, il suo contenuto coincidendo con quello di altre proposte la cui tematica ci è parsa più conforme alle attese del detto convegno”: ossia, che ciò che volevo dire io non è conforme pur essendo uguale a ciò che diranno altri che invece sono conformi. Questo sembra spiegare, molti secoli dopo, come mai Antoine Arnauld fosse stato espulso dalla Sorbona: sospettavano che prima o poi avrebbe scritto la Logica di Port-Royal.

Insomma, parafrasando Sandro, Penna: autore, autore, lieto disonore. Con Walter Fontana invece la cosa è finita così: per tutta la durata della sua pièce ho tenuto un occhio al palco e uno a lui, che sedeva due file davanti a me, sperando che si voltasse e capisse che l’avevo riconosciuto e stavo apprezzando. Ma perché avrebbe dovuto voltarsi? Si limitava a masticare nervosamente una gomma americana sperando in cuor suo, presumo, che finisse presto la tortura degli applausi e delle risate. Avanzando sul proscenio a fine serata, poi, la Finocchiaro ha rivelato che in platea c’era l’autore e in un generale “Ooooh” di sorpresa Fontana ha dovuto quasi alzarsi, quasi voltarsi e quasi sollevare un braccio in segno di ringraziamento. Poi tutti gli si sono fatti attorno per complimentarsi e dirgli che l’avevano riconosciuto subito ma volevano lasciarlo in pace. Io me ne sono tornato a casa.

[Il resto della rubrica, in cui Francesco Savio rivela l'identità di Arcisterco, si trova come ogni lunedì su Quasi Rete.]

mercoledì 6 febbraio 2013

Io, di solito, delle interviste leggo solo le risposte; ma per Concita De Gregorio faccio volentieri un'eccezione e leggo solo le domande: "Per dire?" "E questo ha fatto scattare la rabbia?" "Quindi non si candiderebbe?" "Per esempio?"

Su Qwerty, il blog di Tempi.it che recensisce i giornali, do istruzioni per una lettura selettiva di Vanity Fair.

venerdì 16 novembre 2012

C'è una parolina che ho cercato e ricercato nel testo di un articolo recentemente apparso sul Guardian, nonché fra i 215 commenti che ha causato fino al momento in cui scrivo, ma non c'è stato verso di trovarla.

Prima di svelare la misteriosa identità della parolina è però necessario fornire un minimo di contesto. Pochi giorni fa David Petraeus s'è dimesso dal ruolo di capo della CIA in ragione di una liaison adulterina con la propria biografa, e questo lo sappiamo tutti. Il paradosso che il capo dei servizi segreti si dimetta a causa di una relazione segreta lo abbiamo notato tutti. Il paragone poco lusinghiero fra le foto della legittima consorte e la Catwoman senza costume alla quale aveva ceduto la password della propria posta elettronica l'abbiamo azzardato quasi tutti. Quasi nessuno però ha preso carta e penna per difendere Petraeus e dire che l'eventuale apertura della sua braghetta è di sua esclusiva giurisdizione e pertinenza; e fino a metà novembre sembrava che la migliore apologia fosse stata la vibrante ma isolata colonna di Pietro Ostellino sul Corriere della Sera.

Poi, a sorpresa, è arrivato il Guardian, che il 13 novembre ha pubblicato un articolo di Helen Croydon dal titolo più che significativo: "L'infedeltà di Petraeus è affar suo". La biondissima e appariscente opinionista, autrice fra l'altro di un memoir sulla propria passione per gli uomini più anziani nonché di Cento lezioni di sesso in non più di cento parole, non è parsa per nulla intimorita dall'essere soltanto al secondo articolo sulle pagine sacre del progressismo britannico (fra parentesi, il primo risale ad agosto e s'intitola "La monogamia è un ideale fiabesco"). Ha preso a due mani l'ipocrisia e il moralismo dei salotti buoni anglofoni e li ha sbattuti con gli interessi in faccia al mittente.

L'articolo inizia con una domanda secca: "Sono affari nostri, o di qualcuno dei suoi supervisori al Congresso americano, se David Petraeus ha tradito sua moglie?". Per fugare ogni dubbio, la Croydon si risponde che "i suoi passatempi personali non sono materia di pubblico interesse" e altresì che "non sono affari nostri quali partner sessuali o circoli sessuali o preferenze sessuali vengano prediletti da qualcuno al di fuori dall'orario di lavoro; l'importante è che lavori".

La sua argomentazione è duplice. Alle persone di destra, specie a quelle che si dicono liberiste, ricorda che "l'adulterio può risultare sgradevole per molti, in questo clima sempre più moralistico, ma abbiamo il dovere di lasciare giudizio e condanna alle persone sulle quali ha un impatto diretto". "Ci sono stati molti casi", continua la Croydon, "in cui abbiamo perduto i servigi di persone competenti, non per mancanze nei loro doveri ma per giudizi puritani sulla loro vita privata, benché irrilevante". Quanto a Petraeus, "sì, occupava un ruolo pubblico, ma aveva diritto a una vita privata, a interessi privati e a decisioni autonome". Insomma, "di sicuro la storia merita pettegolezzi; ma merita anche un'inchiesta formale?".

Helen Croydon tuttavia si rivolge in particolare ai lettori di sinistra, quelli che comprano il Guardian ogni mattina per vantarsi della maggiore apertura mentale, della cultura più vasta, della radicale flessibilità nel riconoscimento del diritto alla felicità individuale secondo il tipo di amore che ciascuno ritiene più opportuno. "La fedeltà", ricorda loro la Croydon, "è una scelta di vita e un giudizio morale soggettivo; non è legge. Molte comunità chiudono un occhio di fronte a brevi scappatelle. Alcune coppie si accordano per restare aperte. Gli antropologi accettano l'idea che la monogamia non sia la naturale strategia di accoppiamento dell'uomo". Tradotto, chi critica Petraeus da sinistra è come minimo un sessuofobo, un fascista e un papista in incognito.

Non dev'essere una donna facile ad ammansirsi, Helen Croydon, anche perché per fine articolo conserva un colpo di grazia velenosissimo. "I titoloni e l'indignazione che circondano quest'affaire", scrive avendo cura che i lettori del Guardian si siano riavuti dallo choc, "puzzano di sadico compiacimento nell'assistere alla caduta di un uomo di successo, anziché denotare un effettivo timore razionale per la sicurezza della nazione. Ciò che dovrebbe allarmarci è piuttosto il nostro appetito voyeuristico per il chiacchiericcio salace, e non ciò che gli uomini di Stato combinano nella loro vita privata".

La parolina che ho cercato e ricercato in lungo e in largo, senza mai riuscire a trovarla, è "Berlusconi".

[Disponibile anche su Tempi.it con ammirevoli foto dell'autrice dell'articolo.]

lunedì 5 novembre 2012

Finalmente domenica!
Undicesima giornata, 4 novembre 2012

Oggi è il 4 novembre e la prima cosa che apprendo alzandomi al mattino è che Giorgio Napolitano esprime sostegno alle forze armate; un po’ come aveva fatto nel 1956, penso, e mi metto a riflettere su come potrei inserire con eleganza questa boutade nel pezzo autobiografico che devo scrivere per Quasi Rete ma ristò all’idea che, se il pezzo dev’essere autobiografico, Giorgio Napolitano c’entra poco e niente. L’importante è che non mi venga in mente di infilarlo nell’articolo che al mattino devo invece scrivere per un settimanale: mi è stato chiesto di camuffarmi per sette giorni da lettore indefesso di un noto quotidiano e di scrivere a settimana conclusa le impressioni che ho ricavato dall’analisi semantica e stilistica del quotidiano stesso. Se non che, mi accorgo, non posso nemmeno parlare di questo nel pezzo diaristico per Quasi Rete, in quanto brucerei l’argomento propostomi da settimanale e soprattutto mi ficcherei in una complicata autoreferenzialità per la quale, dovendo descrivere la mia domenica ed essendomi capitata una domenica in cui fuori piove e io son barricato dentro a scrivere, giungerei all’eccesso di scrivere un pezzo in cui scrivo che sto scrivendo che scrivo che sto scrivendo, e così via: ora, se una cosa del genere la facesse Baricco tutti direbbero che si tratta di una trovata geniale, di un significativo aperçu della vacuità della cultura contemporanea, di uno sguardo finalmente non menzognero sull’identità autoriale. Se invece lo facessi davvero, chiamereste l’ambulanza e non avreste gran torto.

Così mi ritrovo a corto di argomenti e mi ricordo di una volta, mi pare in quinta ginnasio, quando la professoressa d’Italiano spiazzò tutti proponendo come unica traccia per il tema in classe proprio questa: “A corto di argomenti”. Credo che sia la traccia più ardita che si possa escogitare in quanto mette lo studente, che fin lì va avanti a scrivere solo a comando, di fronte al terrificante abisso di dover scrivere senza sapere quale argomento affrontare; terrificante abisso che provo anche oggi, dopo aver scritto tutti i pezzi che dovevo scrivere lungo questo ponte e accorgendomi di avervi sparato tutte le cartucce. All’epoca me la cavai scrivendo un tema sul mio compagno di banco, perché ero uno zuzzurellone già a quattordici anni, ma oggi che ne ho più del doppio pur essendo altrettanto zuzzurellone non ho nemmeno un compagno di banco di cui parlare, ragion per cui guardo la traccia e non so cosa scrivere, a corto di argomenti come non mai.

Se tu guardi l’abisso anche l’abisso ti guarda, diceva Giulio Tremonti. Mi sento dunque tramortito come la Juventus ieri sera, e in effetti potrei commentare la partita della quale – avrete notato – non s’è fatto un gran parlare sugli organi stampa nazionali; diciamo pure che è passata sotto silenzio. O meglio, non è passato sotto silenzio il fuorigioco di Asamoah, anzi c’era gente che dopo cinque minuti aveva già smesso di guardare la tv per postare su facebook la propria indignazione per l’ennesimo campionato falsato e invocare Ingroia presidente della Federcalcio; ciò che è passato sotto silenzio è che, se Marchisio non avesse avuto i piedi quadri per una sera, dopo un quarto d’ora l’Inter si sarebbe trovata sotto di tre reti e lo spensierato Stramaccioni a quest’ora starebbe facendo terra per ceci, come uno Zeman qualsiasi. Ecco, io però notoriamente non sono persona che ami rinfocolare le polemiche né dire alcunché di politicamente scorretto e tanto meno ho qualcosa contro Zeman o contro l’Inter; per di più in tv mi limito a guardare il calcio giocato e l’unico commento che ascolto è quello di mio padre alla domenica pomeriggio alle diciassette.

“Su che canale?”, chiederete. Su nessuno, al telefono di camera mia. Di solito al pomeriggio lui dorme per un paio d’ore, io guardo le partite, poi ci sentiamo e me le spiega. Sulla partita di ieri siamo piuttosto d’accordo, e la vittoria del Milan sul Chievo non viene nemmeno citata; tuttavia mi rendo conto che quando la Juventus perde lui prende a storpiare i nomi dei giocatori, credo per esprimere disprezzo per degli indegni epigoni di Boniperti e Platini; ragion per cui visto l’andazzo è la prima volta che lo sento cambiare i codici fiscali ai nuovi acquisti Asamoah e a Lichtsteiner. Giovinco, che ha un nome più semplice, diventa tout court “quello basso”. Mia madre gli dice di tagliare perché lei invece la domenica mi fa l’oroscopo, che è una pratica che io non condivido (sono cattolico: niente oroscopo né yoga né Nichi Vendola) e alla quale sono sottoposto per tradizione orale. Pare infatti che oggi a casa dei miei i canali Rai non si prendano e quindi mia madre mi dice che mia zia le ha detto che Paolo Fox ha detto che questa settimana io, il Sagittario, riceverò una proposta.

Al che protesto che l’oroscopo così lo so fare anch’io, mentre Paolo Fox, sempre per il doppio tramite di mia madre e di mia zia, protesta che lui può solo limitarsi a dare indicazioni generiche sull’andamento degli eventi, perché i dettagli li decide (indica in alto) il Signore – o, nel caso della Juventus, il guardalinee. La disputa teologica con Paolo Fox mi porterebbe forse troppo lontano per essere uno che ha iniziato a scrivere senza sapere esattamente cosa scrivere e senza voler fare alcunché per nasconderlo, ragion per cui cesso di farlo con grande soddisfazione per essere riuscito a tacere ciò di cui mi vergogno e m’imbarazzo ossia che, quando siamo andati a mangiare una pizza dopo essere stati cacciati dal ristorante, io e Savio, a un certo punto ci siamo accorti che attorno a noi c’erano solo coppie dello stesso sesso; sarà sicuramente stato un caso ma, poiché Milano è piccola non vorrei che un giorno lontano venissimo ricordati come i celebri autori gay di Anticipi, posticipi, incapaci di frequentare i ristoranti giusti e morti postumi.

[La rubrica continua, col diario di Francesco Savio, su Quasi Rete.]

venerdì 25 maggio 2012

Se gli uomini, intesi come maschi, avessero ancora le palle (dovrebbero trovarsi lì sotto; controllate) sarebbero felici che Dominique Strauss-Kahn abbia compiuto un atto estremamente scandaloso che nessuno aveva osato aspettarsi: si è difeso, nel corso di un processo in cui parte già condannato dalla pubblica opinione, e s'è difeso attaccando, ragionando sottilmente, dimostrando che alla sbarra non c'è un comportamento eventualmente delittuoso ma un generico atteggiamento censurabile, e che il suo non è un interrogatorio sull'atto ma una retorica e codina arringa sul non-si-può-dire. Ha ridicolizzato la sua grande accusatrice in toga, che guarda caso è una giovane donna abbastanza attraente ma nel complesso rassicurante, rivelando che decine (centinaia? migliaia?) di sue coetanee e replicanti, impeccabili professioniste e fidanzatissime, di tanto in tanto dismettono l'usbergo quotidiano e si vestono da donne poco rispettabili per comportarsi in maniere poco rispettabili in ambienti poco rispettabili, senza che tutta questa scarsa rispettabilità costituisca reato di sorta; l'ha costretta ad ammettere di non avere alcuna nozione di cosa avvenga in queste favoleggiate riunioni libertine, di non sapere bene di cosa si stesse parlando in sede d'interrogatorio, di non avere ben chiaro nemmeno, di fatto, di cosa lo stessero accusando. Strauss-Kahn, che ha perso l'opportunità di concorrere alle elezioni presidenziali più facili della storia per un mezzo complotto talmente maldestro che bisognava proprio essere americani per non accorgersene, ha sbaragliato il campo dei pensatori binari per i quali tutte le povere cameriere nere sono buone e tutti i ricchi economisti bianchi sono malvagi; ha toccato i nervi scoperti delle tricoteuse pronte a scendere in piazza sull'esclusiva base della presunzione di colpevolezza del maschio; ha fatto emergere il lato oscuro tipico delle donne (e sottolineo delle donne) alcune delle quali hanno improvvisamente ricordato di essere state violentate tre, cinque, dieci anni prima; di più, ha fatto brillare la labile ipocrisia che può trasformare ogni rapporto fra consenzienti in stupro (a meno che non si raccolga preliminarmente una dichiarazione firmata per il trattamento degli organi genitali) e quella, ancora più indicibile perché più solida e inverata nei secoli, che distingue artificiosamente il disinteressato commercio dei corpi dalla transazione esplicita, mentre è ovvio che per definizione il rapporto sessuale si basa sulla fruizione di un vantaggio da parte di entrambi i contraenti, sia esso piacere fisico o guadagno pecuniario o prestigio sociale o procreazione o promessa di matrimonio - e guardate che non lo sostengo mica io o l'efferato marchese ma il mite fabiano George Bernard Shaw. Strauss-Kahn è stato ardimentoso al punto da rivelare la turpitudine di una società retta dall'ottuso femminismo di massa di femmine toste e maschi molli, che non capiscono ma si adeguano; ha puntato il dito mostrando il piano inclinato di un'Europa sempre più irregimentata nel politicamente corretto, in cui ogni scopata sarà stupro, ogni telefonata sarà stalking e ogni "Come ti chiami?" sarà molestia sessuale. Lo ha fatto per difenderci e scamparla ma non credo che alla lunga spostare il processo sul piano dei massimi sistemi gli convenga: vedrete, lo condanneranno perché il fatto non sussiste e noi ci ridurremo a venerarlo come martire nelle catacombe in attesa dell'ultima castrazione.

mercoledì 2 maggio 2012

Roberto Saviano, che si è creato una carriera letteraria basata anzitutto sulla mitologia (non si sa quanto fondata) del savianicidio, ha finalmente compiuto il dovere di uno scrittore, ossia inventare - o scovare - una parola nuova. Su twitter ha notato che dall'inizio del 2012 non so quante donne sono state ammazzate dal proprio fidanzato o marito o amante e ha chiamato questo fenomeno "femminicidio". Purtroppo però ha anteposto alla parola un cancelletto (per i non addetti ai lavori, quelli che magari hanno altro da fare in luogo di blaterare su twitter: #) che l'ha trasformata in hashtag, ossia (sempre per i non addetti ai lavori, quelli che magari hanno una vita vera che non si svolge interamente su un computer) in un tema caldo del quale possono discutere tutti quelli che su twitter scrivono la stessa parola preceduta dallo stesso cancelletto: #femminicidio. Una parola col cancelletto davanti è come un nome con alla fine il cerchietto del marchio registrato, un po' come il Garibaldi® della pubblicità con Neri Marcorè: smette di essere una parola (o un nome) e diventa una categoria di pensiero vendibile a tutti quelli che si sentono in dovere di pensare alla stessa maniera di Saviano. Uno scrittore che marchia col cancelletto il proprio neologismo commette pensiericidio e non merita lettori ma pecore; buon per lui, perché le pecore sono e saranno sempre più dei lettori. Col cancelletto davanti alla parola Saviano le ha messo un lucchetto che di fatto impedisce che qualcuno salti su e dica: ma perché "femminicidio"? queste signore sono state uccise in quanto mogli fidanzate o amanti di qualcuno e non in quanto femmine, quindi non sarebbe stato meglio "partnericidio" o "compagnicidio" visto che la categoria dell'"uxoricidio" sta inevitabilmente passando di moda insieme a qualsiasi termine che veicoli o suggerisca l'idea desueta di famiglia? soprattutto, se si fosse trattato effettivamente di "femminicidio", perché i mariti fidanzati e amanti di queste signore non sono scesi in strada a sparare all'impazzata a chiunque facesse mostra di essere dotata di cromosoma XX, limitandosi invece ad accanirsi con la persona con cui condividevano il sentimento? non li avrà forse spinti a comportarsi così qualche ragione personale che nulla ha a che vedere con il sesso della vittima, ma semplicemente col fatto che la vittima fosse la loro moglie o fidanzata o amante? non si sarebbero comportati alla stessa stregua se fossero stati insieme a un efebo, a un dromedario o a un comodino? o nella fattispecie si sarebbe trattato di #efebicidio, #dromedaricidio e #comodinicidio? Niente da fare, non si può dire, mi vergogno anzi che qualcuno abbia anche solo pensato di farlo. Anche perché nel tempo che qualcuno avrebbe impiegato a formulare tale sestuplice domanda l'opinione pubblica già si sarebbe spostata sul preoccupante fenomeno del canicidio, grazie agli eroi che hanno fatto irruzione in non so che laboratorio per sottrarre a morte sicura dei beagle che altrimenti sarebbero stati usati come cavie per non so quali cure. Bene, bravi, bis, hanno ragione da vendere: non ci si comporta così coi poveri cani innocenti, mica si può pretendere che dei quadrupedi muoiano per la sola eventualità di salvare vite umane in un futuro ipotetico; non si può sempre sacrificare l'uovo oggi per la gallina domani, macchiandosi reiteratamente di ovicidio; non ci si può nascondere dietro la scusa della ricerca medica per esercitare il piacere di accanirsi contro un cane e perseguitare tramite esso l'intera razza canina; se così fosse, con chi parlerebbero le zitelle quando cala la tristezza vespertina? se così fosse, a chi ci ridurremmo a dare i nostri avanzi? ai poveri? e dove andremmo a finire di questo passo, a dare ragione ai passanti sbranati nottetempo dai randagi? Ecco, io non so voi ma mi sento molto consolato dalla consapevolezza che esistano Saviano e il femminicidio, i liberatori dei beagle e il canicidio, perché altrimenti c'è il rischio che qualche testa calda, a furia di sentirsi dire che in Nigeria la setta islamica Boko Haram (che significa più o meno "Ovest cacca") di tanto in tanto fa saltare qualche chiesa e schiattare cristiani a decine o ventine per il solo fatto che sono cristiani, potrebbe perdere il senso delle proporzioni, dimenticare quali sono le priorità della nostra civiltà, ritenere che veramente qualcuno possa ammazzare qualcun altro solo perché appartenente a una religione diversa e mettersi a parlare di cristianicidio senza il previo permesso di Saviano.

giovedì 22 settembre 2011

La propensione di Berlusconi all'asserzione di una verità difforme da quella che l'oggettività sembra talvolta esigere sarebbe non solo figlia del Vattimismo ma nipote per linea direttissima della ritrita boutade di Nietzsche: "Non esistono fatti, solo interpretazioni".


Sul Foglio di oggi il resoconto della lezione magistrale sul Nuovo realismo che Maurizio Ferraris ha tenuto sabato 17 a Carpi nell'ambito del Festival Filosofia e la segnalazione di alcune buone notizie che dalla polemica contro il Pensiero debole possono trarre Berlusconi e il Papa.

martedì 20 settembre 2011

Uno dei punti di contatto fra me e Michela Murgia è che secondo lei le francesi sono tutte nude anche quando girano vestite mentre io sostengo che le inglesi siano sempre vestite anche quando si fanno fotografare nude. Ne parla lei nel suo blog in un intervento dal moraviano titolo "L'uomo che guarda".

Poiché per correttezza è bene che vi segnali anche qualcosa di scritto da me, potete condire la lettura del testo di Michela Murgia con:
un divertissement autobiografico scritto reagendo a caldo alla mia prima visita a Parigi;
- la spiegazione del motivo per cui, se avesse la Ghirlandina, Parigi sarebbe una piccola Modena;
- e del perché, se avesse la Feltrinelli, Parigi sarebbe una piccola Roma;
- e inoltre del perché, se avesse l'underground, Parigi sarebbe una piccola Londra;
- per culminare in un mio istruttivo dialogo con una professionista locale;
- e soprattutto nel momento in cui stavo per fare la fine di Dominique Strauss-Khan.

mercoledì 14 aprile 2010

Qualche giorno fa ho incontrato una persona che non vedevo da quindici anni. Si dà il caso che non mi abbia riconosciuto, poiché all’epoca ero adolescente e ora non più, segno di quante cose cambino in quindici anni: nel 1994 c’era Scalfaro e ora c’è Napolitano, c’era Arrigo Sacchi e c’è Marcello Lippi, c’era L’Indipendente e ora c’è Il Foglio, c’era il citofono e ora c’è facebook, c’era il classico di Altamura e ora c’è l’università di Oxford, c’era il Supertelegattone (miao) e ora c’è X-factor, c’erano i francobolli e ora c’è la mail, c’era Jack Frusciante e ora c’è La nostra guerra, c’era Occhetto e ora c’è Bersani, c’era Berlusconi e c’è ancora.

mercoledì 18 novembre 2009

Chiacchiere vacanti: Cosimo Argentina


(Gurrado per Books Brothers)


Gurrado: Cosimo, ho appena finito di parlare con Michela Murgia la quale mi diceva che alla fin fine per una scrittrice non cambia gran che fra essere single o sposata. Per ribadire il concetto s'è sposata e ha continuato a scrivere come se niente fosse. Ora, l'altro giorno stavo leggendo Beata ignoranza (con un anno di ritardo sull'uscita, ma che cos'è in confronto all'eternità?) e ho notato che tu invece insisti molto sul tuo essere sposato e padre di due figli. Ovviamente lì stavi facendo i conti in tasca all'Argentina professore e non allo scrittore, ma ogni tanto non pensi che la tua produzione avrebbe potuto essere diversa se sfortunatamente non ti fossi sposato? (Dico sfortunatamente perché conosco la tua famiglia). Fai conto che la mia reazione più consueta a chi mi sottopone un elogio della prosa di Philip Roth è: "Bella forza, vive solo".


Argentina: Visto che citi Roth rilancio con Hrabal che diceva che nella sua vita i figli e i libri erano le priorità assolute. Lui aveva realizzato una delle priorità. La domanda però immagino vada ben oltre questa considerazione. Ogni scrittore ha bisogno di altro altrimenti il suo cervello va in pappa. Chi studia volente o nolente Voltaire, chi scopa un numero impressionante di vergini, chi gioca ai cavalli, chi tifa Milan (che sofferenza quest’anno) e chi ha nella famiglia un (il) momento in cui la scrittura non esiste. L’unico momento della mia vita in cui non penso al romanzo a cui sto lavorando è quando Milena mi salta in braccio o Francesco mi chiede un mio commento all’ultimo Batman. I figli in pratica hanno segnato la mia scrittura in senso positivo. Mi hanno tolto spazio, è vero, ma mi hanno permesso di vivere oltre la pagina. Io sarei diventato un recluso del pc. Mi alzo la mattina e sino alla sera, lavoro escluso, me ne starei davanti al computer a scrivere, rileggere, sistemare, un blog qua, un commento là, una virgola, un punto esclamativo. Con due figli di 6 e 2 anni non è possibile. Tu vivi e poi scrivi. Lo scrittore di professione non lo sopporto. Non mi piace. Non mi sorprende, non mi emoziona. Il pazzo che verga i suoi fogli nel disordine alla Dickens, uno alla Joyce che ubriaco canta in cucina e nel frattempo pensa all’eternità, questo mi piace. Francesco e Milena inoltre creano casino in casa sicché io non posso prendermi sul serio e pensare per un solo attimo che sono uno scrittore. Ho troppo rispetto e soggezione per la parola scrittore per incollarmela addosso. Ah, per concludere, non uso i figli a scopi letterari. Una cosa che non sopporto è il fatto che soprattutto le nostre scrittrici, una volta superato il parto, debbano sentirsi in obbligo di raccontarci che cosa dolorosa, fantastica e terribile sia la maternità. Non mi interessa.


G: Premetto che non conosco nessuno scrittore che tifi Milan, studi Voltaire e sia al contempo uno spulzellatore seriale. In compenso mi vengono in mente parecchie scrittrici - solo che sono stanco e non ricordo i nomi, tanto più che tendenzialmente scrivono tutte uguale - che hanno una spasmodica attenzione per la corporeità, prima ancora che per maternità e gravidanza. Valeria Parrella emerge come esempio positivo, Lo Spazio Bianco mi è parso un libro riuscito anche se forse meno ambizioso di quanto avrebbe potuto. Seguono infinite epigoni, anche giovani e impubblicate, che rientrano nel solito cliché di scrittrice tanto caruccia, linda e pinta, che punta a sconvolgere con un tema scioccante (il parto in diretta, la deformità grottesca, la violenza, l'incesto, il tifo per l'Ambrosiana Inter, etc.). Specifico: non con un romanzo che tocca questi temi scioccanti, ma con un romanzo che si regge su di loro come uniche sue ragion d'essere. Un tempo io facevo il liceo classico e sapevo mille cose, ormai tutte inevitabilmente dimenticate grazie alla progressiva cultura accademica; un tizio che non ricordo, per offenderne un altro che ricordo ancor meno, se ne uscì in un suo scritto greco definendolo omphalotemnes, tagliatore di ombelichi. Voleva sottolineare il fatto che lui era scrittore per formazione ed estrazione, mentre il polemizzato di notte scriveva ma di giorno faceva l'ostetrico. Ecco, queste signore e signorine di oggi mi sembrano altrettante tagliatrici di ombelichi, sovente del proprio. Dici che sono sessista?


A: No, Antonio, non è una questione di sessismo. Noi li vogliamo bravi. Stanco delle solite discussioni tra scrittori di destra e di sinistra, femmine maschi e omosessuali – anche se questi ultimi detengono una cospicua fetta del mondo editoriale – mancini o destrorsi. Noi li vogliamo bravi. Uno legge un libro e il fatto di aver dedicato mettiamo 5 ore a quella lettura deve avere un senso. D’accordo con te, Antonio, sul fatto che ci sono libri che si appoggiano a un tema, ma in realtà sono piscio di gatto. La Parrella… io è meglio che non parlo ché mi ha ciulato un premio sotto gli occhi; io partecipavo con MAS e lei con Lo spazio bianco e al primo andavano soldi e una Montblanc extralusso. Soffro ancora per la Montblanc. In sintesi, al di là dei simpatizzanti dell’Ambrosiana – nome appartenuto anche alla madre di tutte le banche fallite – per gli altri vogliamo le carte (per gli interisti vogliamo l’iscrizione al campionato del Ghana). Se sono bravi va bene tutto, se sono scarsi che non se ne parli più.


G: I premi, già - io non ho sviluppato un pensiero preciso al riguardo per due motivi, ossia che non ho mai organizzato un premio e che non ho nemmeno mai partecipato a uno. O meglio, ho partecipato solo da manoscritto, e vincere è stata la maniera (l'unica temo) di farmi pubblicare. Personalmente qualcosa mi sfugge nel meccanismo e nel senso dell'assegnazione di premi a libri editi. Insomma, il premio per un libro dovrebbe consistere nella tiratura, nella gloria letteraria e no, negli eventuali passaggi in tv o sui manuali per licei, nel fatto che uno sconosciuto si ricordi all'improvviso una tua frase che ha letto anni prima. E i criteri di assegnazione mi danno lo stesso senso di smarrimento di fronte alla profusione di numeretti in una gara di tuffi. Forse bisognerebbe limitarsi a premi con criteri oggettivi - il libro più lungo, il libro più corto, il libro stampato più largo, il libro più venduto e il libro più prestato dalle biblioteche. Oppure trasformare il premio in un win-for-life per esordienti, in cui chi dimostra entro una certa (giovane) età di avere stoffa per scrivere un buon romanzo ottiene uno stipendio di mille euri mensili per un anno, così può non lavorare e concentrarsi sulla scrittura giorno dopo giorno. Se gli si desse di più non scriverebbe affatto. E se non scrivesse bisognerebbe costringerlo a restituire i dodicimila euri sull'unghia. Ecco, l'idea me la sto facendo qui in diretta ed è che forse più che agli scrittori i premi si danno ai cavalli. Detto questo, se da grande ne vincerò qualcuno accetterò con convinzione soldi e Montblanc.


A: Ahi ahi ahi… questione premi letterari. Tu, amico mio, nel tuo candore fai considerazioni ovvie, letterariamente scontate. Ma i premi muovono un mondo di mezzecartucce che neanche ti immagini. Ci si premia a vicenda. Ci sono intellettuali che vivono (e campano) girando da un premio all’altro quali giurati. Alcuni premiano per essere a loro volta premiati. Premiare vuol dire alberghi di lusso, sponsor, rappresentanti comunali che non capendo un cazzo di letteratura danno carta bianca ai soliti noti per organizzare, mangiare e omaggiare la provincia, regione o comune attraverso una manifestazione di cui si poteva fare tranquillamente a meno. Ma la cosa importante l’ha detta l’altra sera Andrea De Carlo all’Era glaciale, ovvero quando gli è stato chiesto perché si sia dimesso da giurato dello Strega lui ha risposto perché la gente compra i libri pensando che un premio ne certifichi la qualità. E invece siccome i premi sono truccati – TUTTI, aggiungo io – io come intellettuale non me la sento di partecipare alla truffa. Ora, si può apprezzare De Carlo o non apprezzarlo, considerarlo un intellettuale o meno. Ma le sue parole restano. I premi sono truffe. Un buon libro ha le stesse possibilità di vincere di una cagata mostruosa. Sono altri i fattori che ne determinano la vittoria. Ci sono i figli e i figliocci; ci sono ordini di scuderia; ci sono gli acquisti ovvero i voti comprati, ci sono le vendette, le scopate, le leccate, i clan eccetera eccetera. Ho conosciuto molti giurati e un paio di volte anch’io mi sono cimentato in quest’orribile farsa. Lasciamo perdere, dunque.


G: Proprio ieri in Inghilterra è stato assegnato il Man Booker Prize. Ha vinto un onesto romanzo storico, di cui ho letto solo un ammontare di recensioni superiore al numero complessivo di pagine del volume. Mi hanno scioccato le motivazioni della giuria, che intendevano esaltare il libro enumerandone caratteristiche che però non lo distinguevano da qualsiasi altro romanzo medio. L'idea che m'è venuta - e che potrebbe essere confermata solo e se leggerò il libro - è che ormai l'editoria tenda a premiare non la differenza ma la copia conforme, e che come in Orwell (citazione abusata) il privilegio arrida a chi è più uguale degli altri.


A: Ma resta il fatto che non c’è errore peggiore che scrivere per l’editoria. È l’editoria che deve venirti dietro e non il contrario. Questa mia presunzione deriva dalla considerazione che non campo dei miei libri e perciò sono un animale libero, allo stato brado. Non ho scadenze per le consegne, non ho avuto un agente per dieci anni, non ho temi argentiniani e come sorgono li abbatto io per primo. Non utilizzo neanche l’indotto del mondo della scrittura tipo corsi di scrittura (anzi, ne ho tenuto uno per pochi intimi, carino, ma non più riproposto). Non vinco premi e non faccio il giurato a premi letterari. Tutto questo impoverisce le mie tasche e mi preclude la possibilità di arrivare al grande pubblico dei lettori che comprano solo roba sponsorizzata in bella mostra alla GS, ma mi permette di scrivere al meglio delle mie possibilità. A volte per magia accade che mi riesca una pagina, a volte no. Ma quando ho pubblicato Il cadetto si trattò del primo romanzo sull’accademia di Modena scritto dall’interno. Quando fu la volta di Cuore di cuoio si disse che per la prima volta si parlava di Taranto in tarantino ma fuori da Taranto. E così via. Alla fine vendo poco, ma che importa? Non mi pubblica Einaudi, ma resistiamo, Antonio, resistiamo e quando le cose cambieranno non sarò così ipocrita da fingere di soffrire per questo, ma se mai accadrà avrò più di 46 anni e le spalle abbastanza larghe da capire come funziona per cui non c’è nessun motivo per montarsi la testa. A volte penso che i vari Giordano (che per me resta il centravanti della Lazio e in subordine il grande nolano) Saviano e Tamaro siano degli sfortunati. Il successo può essere ingestibile – vedi Ronaldinho – e come scrittore rischi di essere finito se le cose ti vanno fin troppo bene.


G: E se vinci il Nobel sei rovinato? Con tempismo cortesemente calibrato sulla nostra conversazione l'Accademia di Svezia ha assegnato il premio in tempo reale a tale Müller (purtroppo il bisonte brasileiro che fece retrocedere il Torino nell'89 né il ballerino di seconda fila che pestava i piedi a Beccalossi) la quale ha il principale merito di essere stata perseguitata da Ceaucescu. Non l'ho mai letta (e se non l'ho mai letta ci sarà un motivo) ma istintivamente credo che una scrittrice che ha scritto un libro sulle prugne debba necessariamente fare un po' cacare. Ma ormai per l'assegnazione dei Nobel non ci sono più motivazioni ma solo moventi, idem valga per quello per la pace a quel - vabbe', meglio che sto zitto.


A: Fino a oggi conoscevo giusto l’Herta Berlino che avevamo incontrato in Coppa dei Campioni (champions league? orrore!) e il ricordo non è manco tutto questo granché. Certo che vincere il Nobel… be’, lasciamo perdere. Temo che i ragazzi di Stoccolma si siano trasformati in una banda di burloni che ci gode un sacco a scioccare l’intellighenzia mondiale. Dopo Fo tutto è possibile, anche un Barack Hussein Obama che manda affanculo il Dalai Lama e che promette grappoli di bombe a grappolo, milioni di frammenti di bombe a frammentazione e mega accensioni di bombe a incandescenza ai persiani e a chi per loro e poi intasca l’assegno north pole (magari è un risarcimento per lo smacco olimpico di Lula). Ma tornando al Nobel per la letteratura io credo fermamente che i premi siano uno spezza gambe. Il narratore veramente libero per paradosso è quello che viene scoperto dopo morto. Ma al tempo stesso lo scrittore è un individualista ed egocentrico perciò vincere il premio Mungivacca o vincere il Nobel nobilita. Per quanto mi riguarda mi piacerebbe avere il palmares del Milan, ma al momento ho quello del Taranto Calcio, cioè zero, qualche retrocessione e un paio di promozioni decenti oltre una coppa Italia lega dilettanti. Robetta. Qui aspettiamo lo scudetto se non la coppa Intercontinentale (Toyota cup? Orrore!).


G: Su Dario Fo ho un'idea diversa. Penso che sia stato pienamente legittimo dargli il Nobel per la letteratura - intendo che sia stata pienamente legittima l'idea sottesa, ossia che Dario Fo sia letteratura - perché è possibile trovare le sue radici nei manuali di letteratura. Mi spiego. Quando ha vinto io ero in seconda liceo, ossia al quarto anno, e un mese prima avevamo studiato la Commedia dell'Arte con le sue formule fisse che però variavano di rappresentazione in rappresentazione. Se questo tipo di approccio testuale (ché poi di quello si trattava, di un approccio al testo finalizzato a negarne la fissità immortale) era ritenuto letteratura quando si trattava del 1648, altrettanto bisognava ritenerlo letteratura nel 1997, quindi nel caso passibile di Nobel. Io penso che ci vorrebbe un ritorno ai manuali, alle periodizzazioni, alle catalogazioni; ma anche alla scoperta dei contenuti secondari. I professori di Italiano devono rendersi conto che il manuale di letteratura può essere per gli alunni che vogliono scrivere la prima bussola per orientarsi nello sconfortante delirio di onnipotenza che prende di fronte a ogni foglio bianco, la prima miniera in cui scoprire le sperimentazioni più o meno riuscite (solo i manuali di letteratura si ricordano di Domenico di Giovanni, detto il Burchiello, dadaista del secolo XVI), la linea di galleggiamento da tener presente e l'orizzonte al quale tornare periodicamente se e quando si inizia ascrivere sul serio e non si fa più il liceo. Forse tu che insegni alle superiori, e non ti basi su un vago nostalgico irrimediabile ricordo di dieci anni fa, lo saprai meglio di me.


A: Non discuto il passo letterario di Dario Fo, ma dico che quando leggo Ibsen riesco ad apprezzarne un terzo della forza che si scatena sul palcoscenico. Le opere realizzate per essere rappresentate sono altro rispetto alle opere di letteratura scritte per essere lette e basta. Una commedia letta è di per sé un’opera amputata. Quindi all’innegabile valore letterario secondo me non corrisponde addirittura un valore da Nobel (tra l’altro mi viene in mente un unico romanzo di Fo, Il paese dei mezaràt o qualcosa del genere e devo dire che la forza narrativa era a mio avviso scadente). È come prendere il grande Milan dei tre olandesi e iscriverlo a un torneo di volley; rimane una grande squadra ma quella non è la sua collocazione. Come quando Michael Jordan decise di passare al baseball. Figuraccia. Quanto alla scuola i miei colleghi di italiano battono sentieri consueti. La scuola, evitando l’aggiornamento, ti porta a battere terreni noti. E per essere convincente invece dovresti investire i ragazzi di un entusiasmo che non puoi avere se ti sei andato a impaludare. La mappatura dell’universo letterario passa inoltre anche dagli ultimi trent’anni di scrittura e quella è zona franca dove nessuno se non gli appassionati può muoversi con disinvoltura. In più ci sono dei limiti come dire socio-strutturali. Un mio amico un anno decise di leggere in classe oltre all’Iliade alcuni scrittori dell’ultimo decennio non disdegnando l’Aldo Nove di Puerto Plata Market e Il senso della frase di Pinketts. Be’, in un collegio docenti è stato messo in croce alla Fantozzi e accusato di voler fare a tutti i costi l’alternativo. A scuola dunque se vuoi remar tranquillo è bene che tu faccia Fogazzaro e che dica che Guareschi è stato uno sceneggiatore di Gino Cervi. Quel Gino Cervi lì, per capirci.


G: Ognuno ha il Gino Cervi che si merita (questa mi sa che la capiranno in pochi, forse solo io e te). Ma più che a Michael Jordan che si mette a giocare a baseball o a golf o a spaccaquindici io mi rassomiglio a un nuotatore, di quelli controvoglia però, non a un fulmine come la Pellegrini che camperebbe sott'acqua ma più simile alla Filippi che sembra una pesciolona smaniosa di aria, di mettere la testa sotto per riemergere quanto prima e roteare la mano vicino all'orecchio. Quando ci siamo tuffati avevamo in mente un solo libro, da leggere o da scrivere che fosse; poi il primo libro letto ci ha istigato alla curiosità verso un altro libro da leggere, e il primo libro scritto ci ha fatto venire in mente che potevamo scriverne meglio un altro. A ogni libro s'è aggiunto un libro e ancor oggi, quando magari crediamo di star finendo, di star chiudendo il cerchio, passiamo davanti a una libreria e notiamo un classico che ci vergogniamo di non aver letto, o ci arriva da recensire un pacchettino con una novità che c'interessa, o nei momenti meno opportuni ci viene da mollare tutto perché siamo stati folgorati dall'idea per un nuovo romanzo che sarà meglio di tutti quelli che abbiamo scritto e perfino di quelli che non abbiamo scritto. È come una piscina in cui, a ogni ultima virata, qualcuno aggiunga altri cinquanta metri alla faccia nostra - finché non sappiamo più come respirare.


A: Il grande Nietzsche anelava a un mondo senza lettori. Mandava affanculo tutti i lettori (quindi anche te e me) e mostrava la vera forza del pensiero e della scrittura: non avere un interlocutore funzionale. Ognuno di noi scrive senza dubbio per se stesso, caro Antonio. Lo facciamo tutti chi più chi meno consapevolmente. Altrimenti la lettura sarebbe esaustiva sull’argomento. Ognuno nel leggere Memorie dal sottosuolo… lasciateci soli, senza i libri, e subito ci confonderemo, ci smarriremo eccetera eccetera non può non pensare “cazzo, questo è mio padre e io devo rendergli un centesimo di quello che lui ha dato a me, ORA”. Ma al di là di questi rari casi di pecorinesca sudditanza letteraria per il resto è… scrittura per tenere a bada i propri demoni, per salvarsi, per dare un senso a tutto, per non svegliarsi e capire che tutto è iniziato con un’anomalia interiore, tutto è iniziato da un cortocircuito che né tu né nessun altro potrà mai sanare. Tu ad esempio ricordi il momento in cui per la prima volta hai preso in mano la penna e hai pensato eccomi, ora scrivo una storia? No, immagino di no. Io almeno non lo ricordo. Ma c’è qualcosa dentro di me che non può non saperlo e non sia mai detto che questa creatura si azzardi a mettere fuori la testa. Per me sarebbe la fine. Io mi sento un cacciatore di taglie o meglio un tagliatore di teste. Scrivo e decapito per contratto. Il contratto l’ho firmato in bella grafia gotica un giorno, forse durante un sabba, ma non me lo ricordo più. La mia mediocrità umana era testimone mentre contraevo l’obbligo e il mio presunto talento avallava il dado accuratamente tratto. A volte mi verrebbe voglia di strappare i cavi del pc e scaraventare tutto dal terzo piano e vedere se funziona lo stesso, ma mi rendo conto che i condomini mi tratterebbero come Gigi Riva quando rifiutò la Juventus o come Ezio Vendrame quando si scopò la ragazza del suo allenatore Vinicio nei bagni del Sant’Elia. Però ti giuro che il magma c’è tutto e mi rendo anche conto di aver scantonato e che questa risposta non risponde a nulla di quello che hai scritto tu ma sono quasi certo di lasciarla così, visto che tra amici si può anche smarronare, tanto ci si perdona e ci si comprende come Rivera e Altafini quando ridicolizzammo Eusebio. Comunque detto tra noi è un bel po’ che non scrivo una recensione e non ne sento la mancanza e sai perché? Sono troppo timido e rispettoso del lavoro altrui (sì, anche delle cagate) per poterne parlar male. Piuttosto glielo dico a tu per tu. Che ci vuoi fare? Sono fatto male, lo so, lo so.


G: Vedo che ci viene naturale tirar fuori persone ed eventi di sport non solo perché il Guerin Sportivo è stato (ed è ancora, con tutti i limiti del caso) il nostro primo libro di lettura ma anche e soprattutto perché un evento sportivo coi fiocchi è ottima scuola di narrativa. Fornisce lumi prodigiosi sugli abissi insondabili dell'animo umano, insegna la resistenza e il sudore e la capacità di gestire le proprie forze e le motivazioni per risollevarsi dopo un'avversità. Una corsa di ciclismo è un romanzo intero: tre settimane di Tour sono Guerra e Pace, un giorno di Mondiale è Truman Capote. E in questi tempi di risposte immediate, massima comodità garantita e collegamenti iperveloci dell'animaccia loro, quando vedo un ciclista che arranca in salita al trentasettesimo posto mi sembra sempre di vedere uno scrittore che decide di scrivere tutto un romanzo a penna.


A: Hemingway paragonava la scrittura a un match di pugilato e si sentiva in grado di sfidare Tolstoj e Bukowski voleva combattere contro i grandi e faceva pesi di notte. Quando penso al genio oltre che a Joyce penso a Maradona; quando penso alla perseveranza di Alfieri vedo Aldo Maldera (III) che consumò la fascia sinistra… quando trovo in una pagina un colpo che vale il prezzo del libro penso anche a una punizione di Baggio o a una veronica di Marco Van Basten. C’è un legame stretto nella mia vita di narratore e calciatore. Ho giocato con Gregucci nelle giovanili del Taranto, ma lui è finito nella nazionale di Sacchi anche se solo una volta e io ho pubblicato dei libri. Mio padre lavorava all’Italsider e al tempo stesso leggeva i classici greci in originale. Lui amava l’Iliade che considerava il libro eppure l’ho visto commuoversi sino alle lacrime nel ricordo di Pepe Schiaffino e Dino Sani. Il ciclismo è nobile ma io sono per la rete che si gonfia. Vedere la grande Olanda degli anni settanta mi mette tutt’oggi i brividi. Quando leggo alcune pagine di Kafka resto smarrito davanti a una potenza così devastante, ma ti assicuro, amico mio, che quando s’è suicidato Agostino Di Bartolomei sono rimasto secco. Chi sono i miei parenti? Mia zia che non vedo e non sento mai e che non mi ha mai trasmesso amore ed emozione? No. I miei cari, i miei parenti sono Gabriel Garcia Màrquez, Orwell, Philip Dick, Louis Ferdinand Céline… e poi Enrico Albertosi, Pietro Maiellaro, il grande Johan Neeskens… ma anche degli oscuri calciatori che ho amato per una singola prodezza che ha senso forse solo per me così come ho amato scrittori per una pagina, un incipit… James Ellroy di La collina dei suicidi, Antonio Cassano contro l’Inter a San Siro, il Chuck Palahniuk di Fight Club, il Marius Kempes dell’Argentina ’78, il gol di Zinedine Zidane al Bayern Leverkusen nella finale di Champions… emozioni! Questo è quello che cerchiamo attraverso la narrazione di una storia o la visione di 90 minuti. Emozioni. Attraversiamo questa sporca vita un giorno dopo l’altro, ci svegliamo, andiamo a lavoro, mangiamo, tubiamo, ci ammaliamo eccetera eccetera ma a volte la luce si accende, Antonio… e si accende per una frase di Viaggio al termine della notte “la tristezza del mondo assale gli esseri come può, ma ad assalirli sembra che ci riesca quasi sempre” o la poesia di un vecchio filmato della farfalla granata che un incidente ha consegnato alla mitologia.


G: L'altra sera ho sentito Panatta lamentarsi del fatto che il tennis italiano è in crisi perché ci sono molti campi da tennis, molti club specializzati, molti maestri e molti allievi ai quali viene insegnato a giocare e non a vincere. "Vincere è uno sport diverso", ha detto. Io concordo e mi chiedo, anzi ti chiedo: secondo te stava sottilmente alludendo all'attuale generazione di scrittori italiani?


A: Sì, sono d’accordo con Panattone. Le scuole sono la rovina dell’arte. Lo sono state sul finire del 1700 per quanto riguarda la pittura. Prima pensavo che l’arte dovesse essere per tutti perché ognuno di noi ha diritto a una forma di espressione, ma negli ultimi anni ho cambiato parere. L’aspetto popolare si confonde con quello mercantile: ovunque è così. Se vuoi entrare nelle giovanili della Lazio devi essere alto almeno un metro e settantacinque e pagare un botto di soldi. Se vuoi entrare nella scuola Holden devi pagare. Ci viene detto che Carver è venuto fuori da corsi di scrittura creativa e Brett Easton Ellis anche. Ci viene detto che Moravia pagò per pubblicare il primo libro. Puttanate. Antonio, la verità è che su questo terreno tutto è insidioso e non ci sono regole precostituite, altrimenti uno come Manoel Francisco dos Santos, conosciuto col nomignolo di Garricha, non avrebbe mai giocato al calcio con la sua poliomielite. Solo il genio va assecondato. Gli altri è giusto che scrivano, per l’amor di Dio, ma se li tengano per sé i loro libri. L’arte a tutti anche attraverso scuole che forniscono patenti di scrittori è un delirio. Conosco ragazzi che dicono di fare gli scrittori con zero tituli all’attivo, solo una partecipazione a una antologia collettiva da quattro soldi. La scrittura è altro, secondo me. La scrittura è gestazione lenta e inesorabile dentro di te, è stalagmiti che sedimentano nel tuo cranio. Possibilmente fatti e circostanze negative, cose che ti hanno portato a chiuderti in te, a estraniarti da questo mondo, a non accettare i paradigmi universalmente riconosciuti. Scrivere è inadeguatezza di fronte al garzone del lattaio e questo viene dato a pochi. Scrivere è un mix di talento, perseveranza, pazzia, incoscienza, metastasi e passione. Non c’è scuola che possa darti un decimo di tutto questo. Non c’è insegnante che possa trasmettermi un millesimo del dolore necessario per far germogliare un fottutissimo rigo. IO AMO GLI SCRITTORI NON PROFESSIONISTI. Quando lo diventano cominciano a insegnare in corsi di scrittura, si ficcano nelle redazioni di una casa editrice, si danno alle pubbliche relazioni, ma di fatto hanno finito di scrivere nel vero senso della parola. Le cose migliori sono state scritte in uno stato di difficoltà. Joyce non se la passava bene; il primo Hemingway pagava dazio alla guerra; Edgar Allan Poe oggi andrebbe di corsa dal neurologo; il giovane Dante lo porteremmo al CIC; Leopardi nemmeno lo nomino perché sarebbe il coglione del villaggio; Céline era odiato persino da suo padre; Kafka, Campana, Van Gogh, il grandissimo Stig Dagerman… dei rovinati. Non avrebbero nemmeno saputo come ci si iscriveva a una scuola. Il grande bretone ha detto che hanno valore solo le storie per le quali si è pagato. Stephen King dice che l’unico requisito per diventare scrittore è la capacità di ricordare la storia di ciascuna cicatrice. Il mitico Robert Ervin Howard non resse e si ammazzò e lo stesso fece Virginia Woolf. John Kennedy Toole grazie a una madre opprimente andò in pezzi e non credo che avrebbe potuto scrivere un libro come Una banda di idioti se non avesse avuto la sua buona dose di depressione a sfondo sessuale legata a una madre che non gli permetteva di vedere nessuno a causa di una gelosia morbosa. E il corso di scrittura creativa a H.P. Lovecraft lo tenne la madre (sempre ’ste madri) chiudendolo nello studio e intimandogli di non uscire perché era così brutto che avrebbe creato problemi a tutti. E visto che siamo in tema di madri non credo che gli incubi narrativi di James Ellroy sarebbero stati così potenti ed efficaci da un punto di vista letterario se non si fosse trovato la madre – che passava i fine settimana a scopare con chi capitava – morta strangolata nel giardino di casa quando lui aveva appena otto anni o giù di lì. Altro che corsi di scrittura creativa! Quelli sono buoni per creare finti intellettuali. I narratori di razza, quelli alla Conrad, per capirci, portano addosso le stimmate e non venite a farmi esempi discordanti rispetto a questa mia teoria. Non credo agli esempi. Per un Tolstoj che ha vissuto bene (anche se ha visto morire 5 figli e lui stesso è morto lì, in quella piccola stazioncina abbandonata di Astapovo) c’è sempre un Dostoevskij che davanti al plotone di esecuzione deve aver appreso 101 lezioni di scrittura creativa tutte in un botto. Grazie per la splendida chiacchierata, magico Antonio Gurrado, Guru… per me semplicemente Guru.


G: Grazie a te, il paragone con Rivera e Altafini ’63 è stato commovente. Chissà se un giorno ci diranno che ci intendiamo come Ronaldinho e Huntelaar.


A: Temo di no.