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domenica 20 dicembre 2015
Tale e tanta è la tristezza della nostra epoca che adesso, a dieci minuti dal calcio d'inizio della Coppa Intercontinentale (inspiegabilmente in diretta su Rai 2), su youtube sono già disponibili le immagini di Barcellona - River Plate replicata su Fifa 16. Ebbene poiché il calcio è quello sport che la televisione universale ha trasformato in attività metafisica, distinto dall'atto di prendere una palla a pedate ma indistinguibile dall'atto di guardare una palla presa a pedate, è normale che lo sviluppo naturale sia un videogioco che riproduce l'atto di guardare una partita rendendola interattiva, ed è inevitabile che il videogioco abbia lo stesso nome della federazione internazionale che dovrebbe fra una cosa e l'altra organizzare il regolare svolgimento del gioco vero, quello in cui si muovono le gambe. Non solo; è significativo che internet, in quanto mezzo di comunicazione cosmico assoluto, abbia reso disponibile la possibilità non solo di guardare il gioco (come accade con la tv) ma di guardare un gioco che riproduce il guardare il gioco. Anzi è auspicabile che presto la riproduzione si svincoli dalla realtà degli eventi e dalla loro verosimiglianza, così che i videogiochi non siano più costretti a utilizzare come attori virtuali calciatori e squadre reali da contrapporre in scontri possibili; bensì, a universale vantaggio economico, diventino compiutamente immaginari ossia soppiantino in toto la narrazione delle partite, rendendone superfluo lo svolgimento. Auspico pertanto che fra quattro minuti, al momento di fischiare il calcio d'inizio della sfida di Yokohama, l'arbitro convochi a sé i capitani di Barcellona e River Plate sancendo che è già stato omologato il risultato della simulazione diffusa su youtube, facendo risparmiare a tutti tempo, e sudore, ed eventuale noia.
di che si parla?
la scatola nera,
selvaggio e sentimentale
lunedì 7 dicembre 2015
Grande attenzione oggi sui giornaloni – Corriere e Stampa in
primis – a Gianni Rivera che esce dalla propria consueta riservatezza lanciando
sul mercato un’autobiografia monumentale che non solo costa 50 euri ma che è
anche stata pubblicata da un editore che non esiterei a definire oscuro, che
richiede l’acquisto online (dal sito giannirivera.it) e definisce il
cinquantone prezzo promozionale. Mah. Mi
sorprende perché soli due anni fa Rivera aveva dato forse inavvertitamente il
più perspicace giudizio sul calcio – ma che dico sul calcio, sull’Italia dei nostri
giorni – quando era stato intervistato da Nicola Calzaretta sul Guerin Sportivo
in occasione del suo settantesimo compleanno. Calzaretta gli aveva chiesto
ragione di come mai si fosse sempre dimostrato “refrattario alle emozioni” e
Rivera aveva risposto – ve lo dico dopo cos’ha risposto. Prima verifichiamo il
senso della domanda e la sua corrispondenza ai dati di fatto.
Rivera esordì nella prima squadra dell’Alessandria a
quattordici anni in un’amichevole contro il non temibile Aik Solna. Dai vaghi
ricordi che serbo dell’adolescenza mi pare di sapere che a quattordici anni tutti
sono emozionati per definizione; Rivera però non lo fu e oltre a giocare benone
segnò anche una rete. Il due giugno del 1959, con l’Alessandria che si era
appena assicurata la salvezza ai danni del Torino, esordì sul serio in serie A
contro un’avversaria più temibile degli svedesi: l’Inter. Non si emozionò
nemmeno allora e finì 1-1. Non aveva all’epoca ancora sedici anni, età minima
per poter essere schierato in campo; l’Alessandria poté farlo solo grazie a un
permesso speciale della Federazione, per fortuna poco emotiva anch’essa e
quindi poco propensa a lanciarsi in alti lai sullo sfruttamento minorile.
Rivera passò al Milan e il 18 settembre 1960, una settimana prima dell’inizio
del campionato, esordì in rossonero in una gara di Coppa Italia: avversario
proprio l’Alessandria dov’era cresciuto. Niente emozioni, niente sceneggiate,
niente piagnistei. Rivera giocò e il Milan vinse. Non segnò ma c’è ragione di
presumere che, l’avesse fatto, non si sarebbe trattenuto dall’esultare cedendo
all’ipocrisia dell’ex. Aveva diciassette anni. Per rendere l’idea, quell’estate
Trapattoni ne aveva venti e giocava nella nazionale impegnata alle Olimpiadi di
Roma; in trattoria aveva notato una cameriera che gli piaceva ma si era
emozionato e, se non si fossero prodigati da pronubi due suoi compagni e
commensali, non avrebbe trovato il coraggio di conoscere la propria futura
moglie.
Avanti veloce col nastro. Rivera vinse lo scudetto del 1962,
esordì in nazionale, vinse la Coppa dei Campioni del ’63, arrivò secondo nella classifica
dell’unico Pallone d’Oro vinto da un portiere ma non si scompose, stante anche
il leggendario merito di Lev Jascin; nel ’66 divenne capitano, rivinse lo
scudetto nel ’68, rivinse la Coppa dei Campioni l’anno seguente e per
soprammercato l’Intercontinentale sopravvivendo alla caccia all’uomo
organizzata a Buenos Aires dall’Estudiantes; a dicembre del 1969 vinse il
Pallone d’Oro, un trofeo molto più contenuto del barocco macigno di oggidì, e
lo ricevé con guardinga indifferenza sul prato di San Siro prima di una partita
contro il Cagliari dalle mani di un uomo in impermeabile. Dopo di che lo
sollevò svogliatamente col braccio destro, quello senza la fascia bianca da
capitano, e ci volle qualche insistenza per farglielo portare in trionfo con
entrambe le mani. In una delle foto che documentano l’evento, sorride quasi.
Il 17 giugno 1970 si trovò sulla linea di porta dello stadio
Azteca di Città del Messico per difendere il palo alla sinistra di Ricky Albertosi
durante la semifinale dei Mondiali. Era il quinto minuto del secondo tempo
supplementare, l’Italia stava vincendo 3-2 e la Germania batté un calcio
d’angolo sul quale Uwe Seeler colpì di testa dando al pallone una traiettoria
arcuata sulla quale si avventò Gerd Müller. Il ralenti da dietro la porta dimostra
che, come commentò amaro Martellini, “potrebbe intervenire Albertosi o Rivera”;
invece la palla lambì il quadricipite di quest’ultimo e la Germania pareggiò.
Rivera si abbarbicò al palo: mentre i tedeschi si abbracciavano quasi venne
colto da uno spasmo ma subito si contenne, cinse il legno e lo avvolse con la
gamba destra dalla quale stava per partire uno scatto di rabbia, un calcio al
nulla. A cosa sarebbe servito? Rivera preferì non emozionarsi. Tornò a
centrocampo inseguito dagli improperi di Albertosi per prendere palla immediatamente
dopo il calcio d’inizio. La conservò sovrappensiero per qualche secondo mentre
i tedeschi si disponevano nuovamente in difesa, stremati però, dando via libera
all’azione che trovò Boninsegna furibondo sull’ala sinistra. Questi saltò
Schulz miserello e forse senza nemmeno guardare propose un rasoterra disperato
verso il centro dell’area, dove supponeva potesse, quanto meno dovesse esserci
qualcuno; c’era Rivera il quale, ancora inseguito dalle bestemmie che Albertosi
sarà stato intento a masticare sotto i baffi tagliati, segna nel momento più
difficile il goal più facile che si possa immaginare, un piatto destro dritto
nel punto in cui Meier non sarebbe arrivato, essendo il portiere tedesco stato spiazzato
dall’evenienza che chiunque a quel punto dello psicodramma avrebbe sentito i
polsi tremare e si sarebbe avventato sul pallone con la prima gamba
disponibile, la sinistra appunto e magari di collo pieno, e non avrebbe certo usato
la gamba della ragione, il piatto illuminista. Rivera alzò i pugni al cielo
arcuando le braccia verso di sé, mentre i compagni lo cingevano dal ventre
facendolo roteare, mentre Meier ancora carponava e Schulz giaceva faccia a
terra, mentre Martellini si concedeva addirittura un “Che meravigliosa partita,
ascoltatori italiani” e mentre una voce anonima dalla tribuna stampa urlava con
gutturalità gorillesca “Vingiamo! Vingiamo! Vingiamo! Vingiamo!”, mentre
l’arbitro che era messicano ma si chiamava Yamasaki favoriva il deflusso dei
calciatori azzurri verso la metà campo con consumate movenze da vigile urbano.
Poi Rivera tornò a centrocampo al piccolo trotto, quasi passeggiando, nemmeno
spettinato.
Conservò la stessa postura fieramente eretta il 6 maggio
1979, quando al Milan ormai completamente suo era più che sufficiente un
pareggio per tornare a vincere uno scudetto dopo undici anni. L’eccezionalità
dell’evento, poiché vincendolo sarebbe stato il decimo che avrebbe consentito
di decorare la maglia rossonera con la stella dorata, aveva richiamato sugli
spalti una quantità di persone tale e talmente incontenibile che non c’erano le
condizioni per far cominciare la partita in buon ordine. La stella del Milan
era in mano alle mattane di qualche migliaio di sconosciuti, più indomabili di
undici tedeschi. Rivera non perse la testa. Continuando col passo che aveva
tenuto nello stadio Azteca, avanzò sul prato di San Siro fino al punto in cui
gli venne porto un microfono a gelato e pronunciò l’epigrafe resa appena umana
dalla erre moscia: “Se non vi togliete dall’anello inferiore, il questore non
potrà dare il permesso di iniziare la partita”. Il pubblico era riottoso,
vociava e ruggiva. Un gentiluomo col cappello bianco a fungo gli si parò
dinanzi e protestò dimenandosi esagitato: “Signor Rivera, io non voglio che il
Milan perda lo scudetto perché vengo da Reggio Calabria, da Reggio Calabria
vengo. E io voglio che se ne vanno, perché ho fatto millecinquecento
chilometri”. Per Rivera l’esagitato era trasparente, invisibile, più piccolo
del Pallone d’Oro. A stento levò un braccio per impartirgli la benedizione. Poi
il popolo seguì la sua ammirevole calma, si ricompose, la partita poté iniziare
e il Milan ebbe la stella.
Dunque Calzaretta aveva chiesto ragione a Rivera di come mai
si fosse sempre dimostrato refrattario alle emozioni e Rivera gli aveva risposto
che veniva da una famiglia di contadini, in cui non c’era tempo per
emozionarsi. Italiani abituati a urla e strepiti, adusi all’aggettivo
“incredibile” in ogni salsa, avvezzi allo strillo per azioni appena passabili, assuefatti
al nome di campionissimo gettato a casaccio su fugaci fenomeni da baraccone, anestetizzati
dalle lacrime in tv, propensi a disciogliersi per un bambino ciccione che
canta, famelici di eventi, convinti ciascuno della propria eccezionale
irripetibilità, confinati in un carnevale di eccessi perpetui, o noi che nel
nostro piccolo siamo sentimentali, drammatici, esagitati, facinorosi,
epilettici: se vogliamo combinare qualcosa prendiamo esempio e non
emozioniamoci mai.
lunedì 27 luglio 2015
Le Tour, jamais (5)
Quinta e ultima puntata del feuilleton giallo del psicociclismo estivo. Cliccando qui trovate la prima, la seconda, la terza e la quarta.
Se sei martello batti e se sei incudine statti, dicono a
Napoli e forse, per via di Garibaldi, la voce sarà arrivata fino a Monza. Dopo
mesi e mesi trascorsi in posizione fetale a leccarsi le ferite inferte dal
Tour, Gianni Bugno torna martello al Giro delle Fiandre del 1994. È il giorno
di Pasqua e, si parva licet, la
risurrezione non guasta. Veste maglia Polti e brucia Musseuw in volata
infinitesimale, in discussione fino all’ultimo fotofinish perché ha alzato le
braccia proprio mentre il belga dava il corpo di reni postremo. Rischiosissimo;
di lì in poi deciderà di non alzarle più se non per una vittoria che meriti,
ossia o il Tour o il terzo Mondiale. Continua a vincere al Giro, una tappa,
indossa fugacemente la maglia ciclamino, si classifica dignitosissimo ottavo
nella prima corsa a tappe in cui Indurain riesca a non primeggiare, infilzato
nell’ordine dal russo di Broni Eugenio Berzin e dal gregario spelacchiato di
Chiappucci, Marco Pantani.
Al Giro Indurain non tornerà più, consapevole che il suo
fisico non può più reggere un impero su cui non tramonti mai il sole; si
ripresenta invece in giallo all’apertura di gala al gran prologo di Lille. Non
vince (si aggiudica il prologo Chris Boardman, da poco spogliato del record
dell’ora da Graeme Obree, lo scozzese che correva su una bici fatta anche con
pezzi della lavatrice) ma distanzia tutti i concorrenti, da Rominger a Zülle a
Chiappucci. Bugno, che pure è lo stesso che aveva aggredito le prime tappe del
Giro sembrando tornato agli antichi fasti, è dietro a tutti loro. Rimane
trasparente, impercettibile, fino alla nona tappa, la cronometro di Bergerac.
Indurain non fa prigionieri e dà due minuti a Rominger, cinque e mezzo a
Boardman, sei a Ugrumov, otto a Chiappucci, nove a Zülle. Bugno arriva a
10’37”, sconquassato benché sempre illeggibile in volto, penultimo fra i
favoriti davanti al solo peso piuma Pantani. Stringe il cuore il computo dei
minuti che giorno dopo giorno gli piombano addosso nelle tappe di montagna. Al
mattino del 17 luglio 1994, a Castres, la classifica recita Indurain primo con
7’56” di vantaggio su Virenque, secondo. Vale la pena di continuare?
Bugno non
si presenta ai nastri di partenza e torna in Italia. Pantani invece continua,
insiste, scatta e a fine Tour arriva sul podio, terzo dietro Ugrumov, a 7’19”
da Indurain che ha tirato i remi in barca.
Bugno non vincerà null’altro di significativo fino all’anno
dopo, complice una squalifica per doping dovuta a un caffè con Coca Cola preso
al bar prima della Coppa Agostoni. A una settimana dall’inizio del Tour del
1995 si corrono a Pescara i campionati italiani di ciclismo. Bugno va in fuga,
resiste alla pioggia, vince su Andrea Tafi la volata del gruppo ristretto e si
guarda bene dall’alzare le braccia. È il ritorno dell’eroe? A ben guardare, ha
di nuovo saltato il Giro privilegiando una lunga pausa meditativa. Nel ’92
l’aveva fatto per cercare di scalzare Indurain e Chiappucci dai rispettivi
troni; nel ’95 lo fa perché spera di accaparrarsi la maglia anche per un solo
giorno, in maniera più o meno casuale, con una coltellata di gran classe nelle
prime tappe. Ha bisogno di passare anzitutto indenne il prologo di
Saint-Brieuc, che si corre in notturna. È una tappa atipica, tant’è vero che la
vince il mattacino Jacky Durand; Bugno, minacciato dalle tante cadute nella
notte bretone, preferisce affrontare le curve con prudenza e rimanda l’assalto
alle tappe successive; non è così che ha fatto anche al Giro dell’anno prima?
Ma niente, la sua corsa procede anonima mentre a Le Havre acciuffa la maglia
Ivan Gotti, bergamasco sino ad allora sconosciuto, che la serba un paio di
giorni.
Niente, non è destino; tanto più che il 9 luglio c’è la
crono di Seraing; tanto più che l’8 luglio, mentre tutti stanno cercando di
risparmiare energie, Indurain impazzisce e va in fuga in una tappa piatta. Fa
una cronometro da solo, con a rimorchio Johann Bruynell che gli succhia le
ruote, non dà un cambio e poi si prende tappa e maglia gialla (tanto, il giorno
dopo, Indurain sa di vincere la crono, tappa e maglia come sempre). È il più
gran numero mai fatto sulle strade dei Tour postmoderni. “Dite che vinco solo a
cronometro, dite che in montagna amministro stancamente?”, sembra chiedere
Indurain mentre taglia l’aria a velocità missilistica: “Allora vi faccio vedere
che mi basta una tappa a casaccio per mettere un minuto fra me e gli altri, per
pura forza di watt sui pedali”. Bugno affonda. Mentre perfino il vecchio
Chiappucci s’affaccia in classifica (decimo a un quarto d’ora a metà Tour), il
campione d’Italia sparisce dai radar. A Parigi è cinquantatreesimo a 1h58’47”
di distanza da Indurain, primo e ultimo a vincere cinque Tour di fila. Meglio
di Bugno fa Gotti, quinto, meglio di Bugno Chiappucci, undicesimo; ma meglio
fanno anche corridori come Lanfranchi,
Cenghialta, Podenzana, Pelliccioli, il danese Bo Hamburger e l’ucraino Vladimir
Poulnikov, la meteora statunitense Lance Armstrong e il redivivo polacco Zenon
Jaskula, tutti rispettabilissimi pedalatori ma non baciati da un alluce del
talento che la bici aveva riservato a Bugno.
Ultimo forse a essere nato passista, scalatore, cronoman e
velocista tutt’insieme, Gianni Bugno decide di non partecipare più al Tour. Il
giallo avrebbe donato alla manifesta superiorità della sua classe ma è meglio
lasciar perdere; finché ci sarà Indurain non c’è speranza e andare in giro per
la Francia a fare il treno merci non è confacente. L’estate dopo, spogliato
anche del tricolore, Bugno segue la corsa dal divano di casa. Alla prima tappa
di montagna Rai Tre gli telefona in cronaca e lui a mezza bocca sembra quasi
rimproverarli: “Non avete visto che a Indurain in cinque anni non è mai venuto
un raffreddore?”. Tradotto, cosa state lì a fare la telecronaca? Cosa stavo io
lì a corrergli dietro? Detto, fatto. Sulla salita di Les Arcs, a tre chilometri
dall’arrivo, la telecamera inquadra Indurain da solo. Ecco, dicono i cronisti,
ecco che è partito, s’invola verso il sesto Tour anche senza la cronometro
pedemontana di prammatica. L’inquadratura successiva mostra però i culi di vari
ciclisti davanti a lui. All’arrivo Indurain prenderà quattro minuti di ritardo,
non vincerà mai più un Tour, e Bugno sul divano penserà che proprio non era
destino.
sabato 25 luglio 2015
Il Tour di Chris Froome è finito oggi, di fatto; mentre noi che una ventina d'anni fa eravamo vigili e coscienti ci ricordiamo perfettamente che il Tour di Miguel Indurain non finiva mai, durando anni e anni. Ecco la quarta puntata - cliccando qui trovate la prima, la seconda e la terza - del feuilleton ciclistico della mia estate:
Le Tour, jamais
Il 6 settembre 1992 i Mondiali di ciclismo si corrono a
Benidorm. La stampa italiana, che cerca motivi di rivalsa, è concorde nell’argomentare
che la cittadina valenciana non sarà Pamplona, donde arrivava Indurain, ma è
quanto meno la città di origine della sua futura moglie. Vabbe’. Non si sa se
possa essere stato questo a scatenare Gianni Bugno il quale, in maglia azzurra
e pantaloncini Gatorade, brucia in volata gli insidiosissimi Jalabert e
Konychev e si rimette la maglia iridata che aveva dismesso per un solo giorno. La
volata gliela tira con commovente abnegazione Giancarlo Perini, gregario
piacentino di Chiappucci che in dodici anni di carriera, a furia di
sacrificarsi, all’epoca non aveva ancora vinto una gara. Per la cronaca, ne
vincerà una sola, la terza tappa al Giro di Puglia dell’anno dopo. Sempre per
la cronaca, non capitava dal 1961 che un ciclista riuscisse a vincere due volte
di fila la corsa più crudele del calendario, sette ore sui pedali per un anno
intero di gloria; l’ultimo prima di Bugno era stato Rik Van Looy, il primo dopo
di lui sarà Paolo Bettini nel 2007. Però il ’93 di Bugno non era iniziato
all’altezza; miglior piazzamento, un trentesimo posto alla Milano-Sanremo. Poi,
al Giro, Bugno non decolla e chiude diciottesimo mentre Indurain vince di
nuovo. Qualcuno sussurra che sia proprio colpa del navarro: per cercare di
tenergli testa a cronometro Bugno ha cercato di guadagnare in potenza perdendo
la leggerezza che lo benediva in salita.
Quando il Tour parte dal Puy-du-Fou, il 3 luglio, Bugno è
subito terzo nel prologo, dietro a Indurain che resta in giallo e ad Alex
Zülle, davanti però a Monsieur Prologue
Thierry Marie, a Tony Rominger, a Jalabert e a Chiappucci che comunque si
difende alacremente. Sembra che l’iridato abbia passato i mesi precedenti a
prepararsi al momento giusto in cui carpire la maglia gialla, non appena
Indurain dovesse avere un capogiro, un raffreddore, un foruncolo al soprasella.
Il giorno dopo inizia la giostra degli abbuoni e Indurain, che si guarda bene dall’affrontare
la volatona finale, si lancia comunque in una volatina per sfilare il secondo
posto a Jalabert su un traguardo intermedio aggiungendo così qualche altro inutile
secondo fra sé e il resto del mondo: dopo due giorni di Tour, Zülle è già a 12”,
Bugno è terzo a 15”. Questi capisce l’aria che tira e alla tappa successiva, a
Vannes, si butta nel gruppetto che disputa il traguardo riuscendo a sua volta a
distaccare di qualche secondo Indurain; poiché tuttavia, fra traguardi
intermedi e definitivi, i velocisti fanno incetta di abbuoni, la maglia gialla
passa al temerario belga Wilfried Nelissen. Indurain e Bugno, immobili separati
da nove secondi, scendono ancora un po’ in classifica dopo la volata successiva
e si mantengono in posizione di reciproco studio con la cronosquadre di
Avranches: la Banesto riesce a dare solo 12” alla Gatorade ma entrambe
subiscono uno smacco superiore al minuto dalla Once di Zülle; crolla Rominger,
a più di tre minuti. Onta su onta, la crono è vinta dalla GB-MG di Mario
Cipollini che, grazie ai famosi abbuoni incamerati nelle tappe precedenti,
arraffa la maglia gialla: è lui, anziché Bugno, il primo italiano a vestirsene
dopo l’exploit di Chiappucci.
Cipollini e Nelissen
si scambiano la maglia gialla nelle tappe successive finché con una bella fuga
non arriva il momento di Johann Musseuw. Il giorno dopo, a Verdun, il pittoresco
ciclista texano Lance Armstrong consegue la sua unica vittoria sulle strade del
Tour. Bugno e Indurain proseguono in surplace; la data che da Capodanno hanno
cerchiato sul calendario è il 12 luglio: contre-la-montre
al Lac-de-Madine, 59 km di aerodinamicità. Quanto segue è sconvolgente. Tutti
arrivano con la bava alla bocca, storti sul telaio, schiantati; Bugno arriva
imperturbabile come suo solito. Indurain arriva sorridendo nonostante una
foratura: ha dato 2’11” a Bugno (“primo degli umani”, come da retorica
giornalese), 2’22” a Breukink, 2’42” a Rominger, 3’18” a Zülle, 3’50” a
Bruynell. Gli altri hanno distacchi dai 4 minuti all’infinito. In classifica,
Indurain torna giallo davanti a Breukink e Bruynell; Bugno è quarto a 2’32”.
Non è una situazione impossibile. L’anno prima, dopo la
crono del Lussemburgo, aveva un minuto e rotti in più da recuperare. Rispetto
all’olandese e al belga che inseguono Indurain, Bugno è miglior scalatore, più
navigato e fine, quindi le Alpi possono avvantaggiarlo nella rincorsa al
navarro; e anche Chiappucci potrebbe tentare la rimonta dopo nove tappe
piattissime, tutte a rincorrere. Dopo il giorno di pausa si sale a
Serre-Chevalier, con Télégraphe e Galibier tanto per gradire. È il giorno
in cui i due italiani, nella fantasia
dei connazionali, dovrebbero allearsi per vendicarsi dello strapotere del
leader. Chiappucci potrebbe partire da lontano e cercare la vittoria di tappa,
come l’anno prima al Sestriere; Bugno ha classe e resistenza sufficienti a
seguirlo e a lavorare ai fianchi il navarro troppo abituato a essere portato in
carrozza ai piedi dell’ultima salita, infliggendogli un buon distacco se non
addirittura sfilandogli la maglia. Nella realtà dei francesi, invece, Chiappucci
si stacca sul Télégraphe e Bugno pure, a seguito di un’accelerazione di
Rominger che poi vincerà la tappa graziosamente concessa da Indurain il quale, da
despota illuminato, lo lascia andare nei metri finali. È lo svizzero che ha
iniziato la rimonta che ci si aspettava da Chiappucci. Questi arriverà a 8’49”;
Bugno, un po’ meglio, a 7’42”. In classifica
è ancora nono ma a metà Tour il suo ritardo supera i 10 minuti; poiché è lì per
vincere, o quanto meno per vedere una buona volta come gli sta il giallo
addosso, la sua corsa è di fatto terminata. Il giorno dopo, a Isola 2000,
Chiappucci resiste in coda a Indurain, che lascia nuovamente la vittoria a
Rominger; l’iridato invece perde altri tredici minuti.
Per tutto il resto del Tour non si avrà notizia di Bugno,
mentre Chiappucci si aggrappa coi denti al proprio ritardo e riesce a
concludere la corsa gialla con un dignitoso sesto posto benché a 17’18” dal
navarro. Unica eccezione, la crono di Montlhéry che precede la consueta
passerella conclusiva; spinto dall’inerzia degli allenamenti aerodinamici,
Bugno arriverà quinto a 3’ dal vincitore che, per una volta, non è Indurain ma
Rominger. Ai Campi Elisi il navarro vince il terzo Tour di fila con cinque
minuti di vantaggio su Rominger e qualche secondo in più sul polacco Zenon
Jaskula, che tornerà immediatamente dopo all’anonimato da dove è venuto. Il campione
del mondo chiude ventesimo a 40 minuti dal vincitore; gli organizzatori onorano
la sua scelta di trascinarsi comunque a Parigi con il premio fair-play, ma nell’estate
del ’93 si capisce che nella testa di Bugno c’è uno e un solo obiettivo, giallo,
mastodontico e ossessivo. Finché non riuscirà a scalzare Indurain, galleggiare
o affondare non farà differenza. Nemmeno i Mondiali.
(4 - continua)
giovedì 23 luglio 2015
Le Tour, jamais (3)
Terza puntata della storia prima felice poi dolentissima di come Gianni Bugno, nonostante l'evidente superiorità su quasi tutti i concorrenti, neanche nel suo miglior Tour de France riuscì a vestire la dannatissima maglia gialla. Cliccate qui per la prima e per la seconda puntata.
Inutile girarci intorno, la scena madre del Giro d’Italia
1992 è Miguel Indurain in maglia rosa che, nella cronometro conclusiva in
Lomellina, acchiappa Chiappucci, partito ben prima di lui, affibbiandogli un ritardo
complessivo di cinque minuti. Ciò non impedisce al diavolo della Carrera di
arrivare secondo in classifica generale, in maglia verde di miglior scalatore,
ma significa al contempo due cose. Anzitutto deprezza il piazzamento di
Chiappucci, relegandolo su un gradino del podio piccolo piccolo visto che non è
mai stato in grado di impensierire il gran navarro. Ma chi lo è? La seconda
conseguenza è infatti che la sfida rimandata al successivo Tour è di fatto
velleitaria, ché per staccare Indurain bisogna inventare qualcosa che nemmeno
il creativo, incontenibile, a tratti folle Chiappucci è mai riuscito a scovare.
Incuriosisce piuttosto la preparazione di Bugno. Già tipo ombroso di suo,
aggiunge mistero a mistero con una preparazione in chiaroscuro negli undici
mesi che precedono la corsa gialla: ad agosto 1991 vince la classica di San
Sebastian, in riva all’Atlantico, proprio lì donde partirà la Grande Boucle dell’anno
dopo; a settembre vince il Mondiale su strada a Stoccarda, infilando in volata
Stephen Rooks e lo stesso Indurain ma alzando le mani troppo presto e
rischiando di finire uccellato a sua volta sul millimetri estremi della linea
di traguardo. Poi sparisce. Forte di questi due auspici (San Sebastian, e
davanti a Indurain) entra in un lungo periodo di latenza che culmina nella
scelta di non partecipare al Giro del ’92 e lasciare che sia Chiappucci a
venire messo sulla graticola. Decide insomma di diventare Lemond e come lui
salta la corsa rosa; poiché il Mondiale l’ha vinto, il Giro anche, il tricolore
pure, sceglie di investire tutte le forze della primavera nella preparazione
della corsa estiva. A San Sebastian si vedrà.
Il 4 luglio, nei Paesi Baschi, Indurain riparte esattamente
da dove aveva concluso: va più forte persino di Thierry Marie, vince il prologo
e dà già 12” a Bugno e 14” a Lemond. Giallo era partito e giallo è arrivato, ma
sa che tenere la maglia dal primo all’ultimo giorno è impresa sfiancante. Come
tutti i grandi generali, Indurain è prudente e lascia che alla tappa successiva
Alex Zülle, l’occhialuto svizzero che lo segue a 2” in classifica, vada a
prendersi un abbuono intermedio sufficiente a scavalcarlo. Poi, quando arriva
l’Alto de Jaizkibel, sul quale Bugno aveva fatto danzare la furlana in agosto,
si forma un gruppetto con gli attaccanti più in forma: c’è Bugno, ovviamente,
c’è Indurain, ci mancherebbe, ci sono Chiappucci e Chioccioli, c’è Breukink, c’è
Leblanc. Manca solo Greg Lemond. È la fine di una storia d’amore; il Tour sa
essere fedele per anni ma all’improvviso si rivela volitivo e cambia i suoi
favori. Lo Jaizkibel sancisce che il tempo di Lemond è finito (dopo di lui
nessun altro americano vincerà il Tour de France) anche se nella discesa il
gruppo tornerà compatto.
Si annunzia dunque un Tour scoppiettante, come conferma il
successivo arrivo a Pau di una fuga bidone, in cui si rivela Richard Virenque:
con gli altri due fuggitivi prende un margine massimo di 22’ e al traguardo, dopo
235 km di avanscoperta, guadagna la maglia gialla arrivando con 5’ di vantaggio
su un gruppetto così composto, in ordine di volata: Bugno, Chiappucci, Mottet,
Indurain. Sono passati due giorni e i duri hanno già cominciato a giocare. In
classifica dietro Virenque c’è Indurain a 4’34”, Bugno lo segue due secondi
appresso e dà l’impressione di sfidarlo alla pari, Chiappucci è quinto a cinque
minuti e Lemond, ancora inconsapevole del proprio funerale, decimo con lo
stesso tempo di un onesto pedalatore che si chiama Pascal Lino. Questi il
giorno dopo sorprende il mondo della birota infilandosi in un’altra fuga
bidone, arrivando con 7’ di vantaggio a Bordeaux non avendo tirato per un metro
in quanto compagno di squadra di Virenque e sfilandogli la maglia gialla. Bugno,
come Mao, potrebbe dire che la situazione è eccellente poiché grande è la
confusione sotto il cielo di Francia: non essendoci squadra padrona e cambiando
leader oggi, cambiandolo domani, un bel giorno la maglia gialla potrebbe
toccare a lui. Se lo meriterebbe. A Libourne la sua Gatorade sfodera una prova
maiuscola, perdendo qualche secondo dalla Carrera ma guadagnando mezzo minuto
sulla Banesto: ora in classifica c’è davanti lui, con 14” sul rivale italiano e
27” sul mammasantissima ispanico; ma non casca davanti a tutti perché lo
precedono i trionfatori delle fughe bidone, Lino per cinque minuti e Virenque
per tre. Il giorno dopo, a Wasquehal sul Passo di Calais, arriva un’altra fuga
con vantaggio cospicuo e Bugno viene scavalcato anche da Bauer e Heppner, fermi
restando i rapporti di forza fra i favoriti. A Bruxelles Chiappucci capisce
l’andazzo e s’infila in una fuga pure lui (c’è anche Lemond); Bugno è troppo
timido o forse un po’ snob per mettersi a correre dietro alla madness of the crowd: resta tranquillo a
marcare a uomo Indurain e con lui arriva a quasi due minuti di distanza.
Evidentemente ritiene che la corsa sia affare fra loro due; probabilmente non
gli pesa più di tanto che la classifica, a sera, dica Chiappucci terzo a 3’34”,
Lemond addirittura quarto a 4’29”, Bugno settimo aggrappato stretto al mezzo
minuto scarso di margine su Indurain.
Nel disinteresse dei pretoriani della Banesto continuano ad
arrivare al traguardo fughe su fughe fino a che, alla nona tappa, non arriva la
cronometro del Lussemburgo. Sessantacinque chilometri al termine dei quali
andrebbero stilate due classifiche. Una dovrebbe recitare: vincitore Armand De
Las Cuevas, il francese stempiato col cognome spagnolo, dietro di lui Bugno a
41”, Lemond a 1’04”, Lino a 1’06” e così via. L’altra classifica dovrebbe
includere solo e soltanto Miguel Indurain, che fa corsa a sé vincendo con tre
minuti di vantaggio sul compagno di squadra De Las Cuevas, 3’41” su Bugno,
4’04” su Lemond, 4’06” su Lino e così via. Indurain è inumano. Indurain ha
percorso il primo terzo di gara alla media di 57 chilometri orari. Indurain va
in moto, non in bicicletta. Non prende la maglia solo perché il colore giallo
dà forze suppletive alla corsa disperata di Lino, che buon corridore quantunque
sa di avere i giorni contati pur non sapendo quanti: Indurain lo ha nel mirino,
a un minuto e mezzo, e alla peggio gli basta aspettare la cronometro conclusiva
per papparselo. In mezzo, però, ci sono le montagne.
Ci si arriva con calma, andando prima verso le Alpi, dopo
tre tappe finalmente normali. Il menu del 18 luglio prevede Saisies, Iseran e
Sestriere, anzi, Sestrières. Chiappucci passa in testa a tutti e tre i colli per
rafforzare la leadership nella classifica degli scalatori, inanellando 125 km
di fuga secondo quella che al Tour di quest’anno appare un’usanza. Sulla
seconda cima Bugno continua a marcare Indurain: è sicuro che stavolta
Chiappucci vada a schiantarsi, nonostante che abbia accumulato cinque minuti di
vantaggio, e che vada fatta la corsa al ritmo del navarro. Sbaglia, bisognava
attaccare subito, se si avevano gambe; era l’unico grimaldello per far saltare
il ciclismo razionale di Indurain, contrapporre al suo cronometro di implacabile precisione un orologio squagliato dal sudore e dalla fatica immane. Bugno e
Indurain gambe ne hanno: iniziano la rimonta sul Moncenisio e, man mano che la
cima del Sestriere s’avvicina, il vantaggio di Chiappucci s’assottiglia
visibilmente. Sull’ultima salita Indurain passa davanti a Bugno e piazza una
progressione cingolata. All’arrivo paga 1’45” da Chiappucci ma nei chilometri
conclusivi è riuscito a dare un minuto abbondante a Bugno, colpito e affondato.
Fra la crono e la prima salita vera, la superiorità mostrata da Bugno per
undici mesi e la scelta di puntare tutto sul Tour per giocarsela alla pari sono
andate a farsi benedire: in classifica, Indurain ha 1’42” su Chiappucci e 4’20”
su Bugno.
Il giorno dopo però c’è l’Alpe d’Huez, preceduta da
Monginevro, Galibier e Crox de Fer. Bugno ha vinto lì nelle ultime due edizioni
e tenta la terza impresa; anzi la tenta in grande, negli ultimi dieci
chilometri del Galibier che com’è noto sono lunghissimi. Si porta via un
gruppetto con compagni di razza come Chioccioli e Fignon in grado di aiutarlo
nell’ascesa, staccando Indurain di un minuto e mezzo: ci sono altre due
montagne per accumulare altri tre minuti e vestirsi di giallo come fece
Chiappucci, come ha fatto Virenque, come hanno fatto Pascal Lino e tanti altri
nomi ben più dimenticabili. Così ragiona Bugno e rimuginando s’attarda; in cima
Chioccioli gli dà un mezzo minuto, poi in discesa Chiappucci e Indurain
iniziano a fare il diavolo a quattro e se lo rimangiano prima della Croix de
Fer. La salita ricomincia e si stacca, in discesa rincorre e rientra ma l’Alpe
d’Huez stavolta non è amica, è un Golgota. In cima perde nove minuti dal
vincitore Hampsten, quello del Gavia nevoso, e sei da Chiappucci e Indurain
appaiati; in classifica da terzo diventa quinto, a 10’9” dalla maglia gialla.
Nel frattempo Lemond ha approfittato di un rifornimento per ritirarsi, ironia
della sorte, schiantato dall’inseguimento a Bugno sul Galibier.
A una manciata di tappe dal termine, di cui una cronometro a
immagine e somiglianza di Indurain, resta dunque una faccenda fra Chiappucci e
il navarro, che si marcano a Saint Etienne e a La Bourboule. Qui arrivano in
gruppetto e Bugno è con loro, prova d’orgoglio. Solo a Tour, diciottesima
tappa, si rivede una volatona in questo Tour impazzito; segue, a Blois, il
temuto contre-la-montre. I tifosi di Bugno, che condividono il suo carattere
acuto e sensibile, sanno commuoversi e lo fanno senza meno vedendolo sfrecciare
dando due minuti a Chiappucci, quattro a Lino che lo precedeva in classifica e
cinque ad Hampsten che era terzo. Davanti a lui, sai che sorpresa, arriva
Indurain, con soli 40” di vantaggio; se la corsa fosse durata duecento metri di
più, lo spagnolo avrebbe riacciuffato Chiappucci (che chiude a 2’53”) per la
seconda volta in stagione offrendo una replica con colori diversi.
Finisce alla Défense, il quartiere futuribile dove Parigi
sembra Seul e dove campeggia un nuovo spigolosissimo arco di trionfo sotto il
quale, spiegano le guide, potrebbe infilarsi con comodo tutta Notre-Dame. Alla
partenza della tappa-sfilata che porterà sui Campi Elisi Indurain ha 4’35” di
vantaggio su Chiappucci e 10’49” sul povero Bugno, nonostante l’indomita coda.
Gli altri non hanno distacchi, hanno fusi orari. Sul podio sorridono tutti e
tre, perfino Indurain che è uno che non cambia mai espressione.
(3-continua)
lunedì 20 luglio 2015
Le Tour, jamais (2)
Per la prima puntata della storia dell'uomo che riuscì a non indossare mai la maglia gialla basta cliccare qui.
I Mondiali del 1990, quelli di ciclismo però, rinnovano lo
scontro fra Bugno e Lemond. Gli italiani che si svegliano a ora antelucana per
godersi la diretta da Utsunomiya devono accontentarsi di una volata per la
medaglia di bronzo, poiché otto secondi prima sono già arrivati Rudy Dhaenens e
Dirk De Wolf, esultando in sincrono perché entrambi belgi. Come che sia, la
volata del gruppetto degli inseguitori la vince Bugno davanti all’americano
iridato in carica; il patriarca Alfredo Martini ha convocato in azzurro anche
Chiappucci che a sua volta regola la volata del gruppo dei ritardatari, il
tutto nel giro di meno di un minuto. A fine ottobre Bugno si accaparra anche la
platonica benché redditizia Coppa del Mondo, che combina i risultati delle
classiche: è l’unico ad averne vinte due, la Milano-Sanremo dominata in
primavera e l’ormai desueta Leeds-Wincanton Classic in estate. Al Giro
dell’anno dopo, in prevedibile assenza di Lemond, i giornali puntano tutto fra
la sfida fra Bugno e Chiappucci, finalmente di fronte senza maschere né
scusanti. Alla fine vince Fausto Chioccioli, detto Coppino per l’avvenenza
fisica. Chiappucci fa il regolarista: non alza le braccia neanche una volta ma
riesce a classificarsi secondo nella generale e a vincere la maglia ciclamino
del meglio piazzato nelle tappe. E Bugno? Vince due tappe, al solito, ma rasenta
lo psicodramma: distanziato da Chioccioli in classifica nelle prime tappe, recupera
il distacco in una magistrale cronometro da Collecchio a Langhirano salvo un
unico fatale secondo, che lo priverà del ritorno in rosa e lo farà affondare sotto
il peso del rovello un paio di giorni dopo sul Sestriere accumulandogli addosso
minuti su minuti.
Bugno, si dice, in realtà pensa al Tour. Deve rifarsi dallo
smacco subito da Chiappucci in Francia, per questo ha mollato gli ormeggi in
Italia ma una settimana prima del prologo mette in chiaro le intenzioni
vincendo il campionato nazionale e indossando la maglia tricolore. La Grand
Boucle parte a luglio con cinque km di crono a Lione e vince Monsieur Prologue Thierry Marie:
Chiappucci si difende, perdendo 15”; Bugno, in teoria miglior amico della
specialità, ne perde tre in più. Sarà dura, tanto più che il giorno dopo Lemond
è già maglia gialla, anche se la cede subito con la cronosquadre dell’Eurexpo.
A Digione il naso di Bugno spunta davanti al gruppo a 4 km dal traguardo ma
millecinquecento metri dopo si lascia riprendere dal gruppo e finisce in
volata; idem fa Chiappucci il giorno dopo verso Reims, ma al traguardo ne
mancano 170. Sono due contrafforti psicologici, uno per il quale il traguardo
non è mai troppo vicino e l’altro per il quale non è mai troppo lontano. L’idea
è che con l’innocuo Rolf Sorensen in maglia gialla al posto di Lemond, che pure
è lì a 10 secondi, sia un Tour anarchico, senza padroni, e che valga la pena di
provare all’impazzata. Chiappucci ci ritenta il giorno dopo ancora, a 20 km da
Valenciennes, ma niente. Ci riesce invece Thierry Marie a Le Havre: vince da
solo e prende la maglia con un buon minuto di margine. Non durerà.
Il giorno seguente è infatti previsto il contre-la-montre di Alençon, e sono
molti più chilometri di quanti Monsieur
Prologue sia in grado di gestire per conto proprio: addirittura 73. Lemond
va meglio di tutti: dà un minuto a Breukink, quasi un minuto e mezzo a un Bugno
ancora disorientato, due minuti a Delgado, quattro a Chiappucci che col
cronometro ha crisi di rigetto. Lemond si riprende la maglia e mette un bel
minuto cuscinetto fra sé e il resto del mondo. Il fatto è che ad Alençon Lemond
va meglio di tutti tranne uno, che gli dà quegli otto secondi che di per sé non
significano niente (in classifica è quarto a oltre due minuti) ma che letti a
posteriori segnano l’inizio di una nuova pagina nella storia del ciclismo. La
crono di Alençon è la prima a essere vinta da Miguel Indurain; altre
seguiranno.
Trascorse le consuete tappe di trasferimento che il Tour
organizza per non avere sulla coscienza le coronarie dei telespettatori, si
arriva ai piedi dei Pirenei con questa situazione: Lemond giallo, Indurain
terzo a 2’17”, Bugno quinto a 3’51”, Chiappucci disperso. Per la dodicesima
tappa si sconfina a Jaca, in Aragona. Gli uomini di classifica si studiano e va
al traguardo una fuga di buoni ruotatori, regolata da Charlie Mottet che aveva
vinto anche due giorni prima; in mezzo c’era il riposo. Lemond perde la maglia
ma conserva saldamente la leadership dei seri pretendenti e il giorno dopo
attacca sul Tourmalet. Si porta via un gruppetto con la maglia gialla, Luc
Leblanc, che poi andrà in crisi perdendo un quarto d’ora; ma si porta anche
cattive compagnie come Bugno, Chiappucci e Indurain, il quale approfitta di un
momento di debolezza dell’americano, leggermente staccato in cima per lo
sforzo, per attaccare nella discesa sul Col d’Aspin. Chiappucci, se non è
davanti lui, non resiste; e prima che la salita ricominci ha già ripreso
Indurain mentre dietro Bugno procede del suo passo, attento a non sprecare
energie come se non ci fosse un domani. Mentre davanti Chiappucci si porta al
traguardo Indurain il quale, come da usanza generale e proprio futuro costume,
cederà cavallerescamente la vittoria all’accompagnatore prima di indossare la
maglia gialla, dietro di loro Bugno piazza una progressione mica da ridere che
fa boccheggiare tutti i suoi compagni d’inseguimento, e li stacca uno a uno
come soleva fare al Giro trionfale dell’anno prima. Risultato, a sera Bugno è
terzo in classifica a 3’10” da Indurain, Chiappucci quarto a 4’6”, Lemond,
giunto sconsolato a Val-Louron, quinto a 5’8”.
Altre tappe di trasferimento, nell’ultima delle quali Bugno
e Chiappucci s’inventano un attacco in simultanea che fallisce ma stanca la
Banesto di Indurain. I pezeteri spagnoli nel finale non hanno le gambe per
andare a riprendere una fuga dell’indomito Lemond: l’americano guadagna una
ventina di secondi psicologici. Nulla in confronto all’altimetria del giorno
dopo, che prevede l’Alpe d’Huez, cima amica di Bugno. A uno a uno li stacca
tutti. Il primo è Lemond, poi Fignon, poi Delgado. Gli restano attaccati
Chiappucci, Leblanc e Indurain. Se ne disfa in quest’ordine, continuando la
progressione con sguardo impenetrabile dietro gli occhialoni scuri; ma Indurain
gli è attaccato col mastice e si limita a lasciargli un secondo di sicurezza in
vista della linea del traguardo. Chiappucci perde 43” e in classifica è terzo a
4’48”; Bugno, secondo a 3’9”. Se Indurain fosse un outsider, qualcuno pensa, la
maglia gialla potrebbe essere a portata di mano; ma la successiva tappa di
Morzine, chiusa nella stretta della Banesto, serve solo a eliminare
definitivamente Lemond che perde altri 7’. Chiappucci ha abbandonato i sogni di
gloria gialli e si concentra su quelli a pois, impostando le tappe successive
in modo tale da accumulare punti in salita e accaparrarsi definitivamente la
maglia di miglior scalatore: rivoluzionario vicino ai Gran Premi della
Montagna, si ammansisce non appena la pendenza s’inverte.
Manca solo l’ultima cronometro, la consueta ordalia del
sabato che stavolta si corre da Lugny a Mâcon per una distanza di 57 km. Lemond
va sparato ed è saldamente primo, con un minuto su Ekimov, quando mancano
all’arrivo solo i tre capoclassifica. Chiappucci, rinfrancato dalle montagne
che hanno spaccato le gambe altrui, arriva a venti secondi dall’americano e
conferma il terzo posto in classifica con un minuto e mezzo di vantaggio
sull’indomito Mottet che fino al mattino lo tallonava. Arriva Bugno ed è primo,
con venti secondi di vantaggio su Lemond, ma ha la consueta aria triste perché
prima ancora di scendere di sella sa già di non avere vinto: né il Tour, ché
dare tre minuti a Indurain a cronometro si è rivelata impresa lunare, né la
tappa, perché Indurain, nella sua aerodinamicità impassibile ed elegante, arriva
dando mezzo minuto a lui e distacchi più o meno abissali a tutti. Finisce sui
Campi Elisi con lo spagnolo vincitore, di fatto mai in discussione nelle
novantasei ore di corsa; Bugno ottimo secondo con al petto la medaglia della
seconda Alpe d’Huez di fila ma senza essere mai arrivato ad annusare davvero il
colore giallo; Chiappucci terzo a quasi sei minuti ma raggiante nella maglia a
pallini rossi. Indurain non l’aveva previsto nessuno, e il suo teorico capitano
Delgado è nono a venti minuti; la sfida, dicono, è rimandata all’anno venturo
quando ci saremo organizzati di conseguenza.
(2-continua)
giovedì 16 luglio 2015
Questa settimana è iniziato (e per certi versi è già finito) il vero Tour de France, quello con salite mitologiche quali il Tourmalet di ieri o Plateau de Beille oggi. Chi però sostiene che guardare il ciclismo sia noioso, perché per ore e ore non accade niente e poi all'improvviso la corsa si rivoluziona incomprensibilmente nel momento esatto in cui sei andato a prendere qualcosa dal frigorifero, sbaglia in quanto non considera che il fascino di una gara a tappe sta nel basso continuo, nel sottofondo di storia e digressione che accompagna lo svolgersi della trama e la lenta attesa che qualcosa accada. Il ciclismo è Tristram Shandy. Ieri, ad esempio, vi siete persi i due cronisti Rai - Francesco Pancani e Silvio Martinello - che dopo ore di narrazione disquisivano sui collant per uomini e su cosa pensino le mucche; vi pare niente? Ve lo immaginate durante una partita di calcio? O durante un romanzo? Non ci sarebbe tempo. Guardare la corsa è come buttare l'occhio in un microscopio: si coglie un agitarsi non sempre immediatamente interpretabile, che acquisisce forma e coerenza solo dopo qualche tempo e non necessariamente a fine tappa. Io, per esempio, sto iniziando adesso a capire i Tour di venticinque anni fa; per questo ripesco qui a mo' di lettura estiva gli annali che avevo pubblicato su Quasi Rete, il blog letterario della Gazzetta dello Sport per raccontare come il miglior ciclista della mia infanzia (tranne uno) sia riuscito nell'impresa di non indossare nemmeno per un giorno quella stessa maglia gialla che ha avuto più di un portatore forse indegno, o almeno sorprendente; si tratta di cinque puntate che avevo intitolato
La differenza fondamentale che intercorreva fra Gianni Bugno e Claudio Chiappucci era che Bugno era come il gentiluomo che s’incravattava e si preparava in ogni dettaglio per inginocchiarsi davanti a una donna, con tutto il rischio che magari costei gli rifiutasse l’anello; Chiappucci era come il gentiluomo che tocca il culo a tutte tanto prima o poi qualcuna ci sta. Quando arrivano al Tour del 1990, il momento sembra d’oro per entrambi: al Giro d’Italia Chiappucci ha vinto la maglia verde di miglior scalatore da semisconosciuto gregario nella Carrera di Flavio Giupponi mentre Bugno ha vinto il Giro in carrozza, con sei minuti e mezzo di vantaggio su Charly Mottet, indossando la maglia rosa dal prologo di Bari alla passerella di Milano e, per soprammercato, anche quella ciclamino del meglio piazzato nelle tappe. Il favorito del Tour 1990 è il campione uscente Greg Lemond, l’americano che inventò la prassi di correre solo in Francia e a luglio, e di tanto in tanto impegnarsi per il Mondiale agostano, rimediando cospicue figuracce al Giro: a Milano, mentre il timido Bugno veniva costretto dai compagni di squadra a indossare corona ed ermellino regali, Lemond contemplava un mesto centocinquesimo posto.
Le Tour, jamais
La differenza fondamentale che intercorreva fra Gianni Bugno e Claudio Chiappucci era che Bugno era come il gentiluomo che s’incravattava e si preparava in ogni dettaglio per inginocchiarsi davanti a una donna, con tutto il rischio che magari costei gli rifiutasse l’anello; Chiappucci era come il gentiluomo che tocca il culo a tutte tanto prima o poi qualcuna ci sta. Quando arrivano al Tour del 1990, il momento sembra d’oro per entrambi: al Giro d’Italia Chiappucci ha vinto la maglia verde di miglior scalatore da semisconosciuto gregario nella Carrera di Flavio Giupponi mentre Bugno ha vinto il Giro in carrozza, con sei minuti e mezzo di vantaggio su Charly Mottet, indossando la maglia rosa dal prologo di Bari alla passerella di Milano e, per soprammercato, anche quella ciclamino del meglio piazzato nelle tappe. Il favorito del Tour 1990 è il campione uscente Greg Lemond, l’americano che inventò la prassi di correre solo in Francia e a luglio, e di tanto in tanto impegnarsi per il Mondiale agostano, rimediando cospicue figuracce al Giro: a Milano, mentre il timido Bugno veniva costretto dai compagni di squadra a indossare corona ed ermellino regali, Lemond contemplava un mesto centocinquesimo posto.
La corsa gialla non è un obiettivo impossibile. Al prologo
di Futuroscope, tuttavia, Bugno cede i primi 17” a Lemond; recuperabilissimi,
non fosse che accade l’imprevedibile. Il giorno dopo, ad appena 6 km dalla
partenza di Futuroscope, Claudio Chiappucci rende storica una tappa
insignificante, anzi una semitappa, andando in fuga con Steve Bauer, Frans
Maassen e Roman Pensec. La fuga raggiunge un vantaggio massimo di 13’ e nessuno
si organizza per riacchiapparla, in quanto dopo pranzo è prevista una
cronosquadre e sforzarsi al mattino significa sfaldarsi al pomeriggio, nella
seconda semitappa. I quattro arrivano al traguardo, sempre a Futuroscope, con
più di dieci minuti di vantaggio sul gruppo; vice Maassen, Bauer indossa la
maglia e un’Italia impigrita dalle vacanze scopre un nuovo modo per riempire i
pomeriggi, oltre alle ultime curve di Italia 90: l’assalto al Tour di Claudio
Chiappucci, scalatore sottovalutato, un quarto di secolo dopo la vittoria di
Felice Gimondi.
La corsa salta. Una settimana dopo, alla vigilia della crono
di Epinal, Chiappucci ha un minuto di ritardo dalla maglia gialla e nove di
vantaggio su Lemond, che in 61 km non riesce a dargli più di un mezzo minuto;
Gianni Bugno invece fa il suo dovere e arriva terzo, staccato di una ventina di
secondi da un promettente specialista del contre-la-montre che si chiama Miguel
Indurain, gregario di Pedro Delgado detto Perico. La scalata di Chiappucci
continua. Alla decima tappa, sul Monte Bianco, è secondo dietro la nuova maglia
gialla Pensec; il giorno dopo Bugno vince
allo sprint su Lemond all’Alpe d’Huez. Sembra che ci siano due corse in
una: davanti il regolamento di conti fra i protagonisti della fuga bidone di
Futuroscope e dietro la sfida fra il vincitore del Giro e quello del Tour,
segnati dal gravame del tempo perso nella famigerata semitappa; la classifica vede infatti Chiappucci secondo a
1’28”, Lemond terzo a 9’04”, Bugno quinto a 10’39”. Per Bugno la situazione è
paradossale. Ha vinto una tappa storica, se la gioca alla pari col detentore e,
se non ci fossero quei due col vantaggio da misurare con la sveglia anziché col
cronometro di precisione, la maglia gialla sarebbe a portata di mano al costo
di un po’ di coraggio. Dal 1975 non l’ha indossata nessun italiano; l’ultimo è
stato Francesco Moser.
Il giorno dopo altra cronometro, a Villard-de-Lans, con un
chilometraggio più umano: solo 33 km. Vince Breukink; Indurain arriva terzo
dietro al proprio capitano Perico Delgado; Lemond è quinto a 56” ma non riesce
a darne che 9 a un Chiappucci galvanizzato fino al parossismo. E Bugno?
Disperso. Paga lo sforzo dell’Alpe d’Huez, paga il distacco dal rivale
casinista, paga la prospettiva di una maglia che si avvicina beffarda al
corridore più diverso da lui e perde 2’42”. Peggio, solo Pensec: dopo Breukink
sale quindi sul podio per indossare la maglia gialla Claudio Chiappucci. Sa che
di lì in poi sarà un’erosione. Dato per scontato il progressivo tracollo di
Pensec, secondo a 1’17” e chiamato in Francia per fungere da gregario nella
squadra di Lemond e non per fare il gradasso, il resto dei rivali lo vede col
binocolo: terzo Breukink a 6’55”, quarto Lemond a 7’27”, quinto Delgado a 9’2”.
Bugno galleggia a 10’48”, settimo. L’Italia lo ignora per ammirare Chiappucci
in giallo, consolandosi dei Mondiali di calcio persi barbinamente e far di
conto su quanti secondi possa permettersi di perdere di tappa in tappa; ne
mancano nove, di cui un’ulteriore cronometro al penultimo giorno. La prima è
traumatica: a Saint-Etienne, in media montagna, Chiappucci viene attaccato da
Pensec, mette la squadra alla frusta e subisce il contrattacco di Lemond, che
si porta appresso Breukink e Indurain. Bugno non c’è (Delgado nemmeno), ma al
traguardo perderanno solo mezzo minuto. I guai sono di Chiappucci che, con la
tattica miope e sconsiderata di inseguire il gregario Pensec, non capisce la
strategia del capitano Lemond e nella bella città della Loira arriverà quasi
cinque minuti dopo di lui. L’erosione è iniziata con la dinamite, i calcoli in
vista dell’ultima crono vanno rifatti drasticamente: Breukink, secondo, incombe
a 2’2”, Lemond, vieppiù minaccioso, a 2’34”. Bugno è sesto a oltre 6’; il
giorno dopo attacca e arriva terzo a Millau, rosicchiando 9 inutili secondi a
Lemond che però ne rosicchia 13, piccoli ma sentiti, a Chiappucci.
Non è più il Tour che ci si aspettava secondo il consueto
menu ammannito dagli organizzatori, con le disfide a cronometro e le imprese
disperate in salita diluite fra trasferimenti cicloturistici per i cacciatori
di gloria giornaliera. Ogni tappa può essere leggendaria; Chiappucci, giallo e
curvo sulla bicicletta rovente, viene presentato agli Italiani come un eroe
della resistenza contro l’americano biondo e bionico, che si impegna poco e
vince sempre. A Revel un buchino nel gruppo fa riguadagnare 3” a Chiappucci. A
Luz Ardiden, dopo aver scalato col d’Aspin e Tourmalet, Indurain vince una
tappa che negli anni successivi sarà letta con occhi diversi, come prima
zampata di un dominio. Dietro di lui, Lemond; Chiappucci arriva tardi, a oltre
due minuti. Il cronometro scorre in basso sugli schermi mentre si moltiplica il
countdown: ha ancora venti secondi di vantaggio, ne ha dieci, sette, sei.
All’arrivo sono cinque, miserrimi ma sufficienti a mantenere la maglia gialla
mentre Bugno va alla deriva insieme a Breukink, perdendo più di quattro minuti.
La tappa successiva parte da Lourdes e Chiappucci riesce a
conservare l’esiguo vantaggio. Poi si arriva a Pau e Bugno vince di nuovo,
stavolta in pianura, ma ormai corre per la gloria poiché in classifica è sesto
a 7 minuti e mezzo. I 5” di Chiappucci su Lemond resistono anche il giorno
dopo, a Limoges. Non si capisce chi dei due stia sfibrando l’altro: l’americano
sa di avere dalla propria la cronometro della penultima tappa; l’italiano, che
per il sembiante slanciato è stato ribattezzato Andreotti, sa che il potere
logora chi non ce l’ha. Arriva il giorno decisivo, sabato 21 luglio 1990. Sono
45,5 km. A Bugno, sconfortato se guarda la classifica e sazio se guarda alle
tappe, bastano per perdere un’altra posizione e scivolare al settimo posto.
Chiappucci fa di peggio; a un decimo di corsa ha già perso l’ultimo soffio del
vantaggio di Futuroscope che lo aveva fin lì conservato in giallo e Lemond può
permettersi di non forzare. L’americano arriva comodo al traguardo con quasi un
minuto di ritardo da un Breukink in grande spolvero. Chiappucci perde 3’18” e a
un certo punto sembra poter lasciarsi sfuggire anche la seconda posizione: con
tanto fiatone conserva 13” di margine sul vincitore di tappa olandese.
Il giorno dopo, come da tradizione, è passerella sui Campi
Elisi. Greg Lemond vince il terzo Tour, il più ingiusto forse e sicuramente il
più assurdo, molto probabilmente il più voluto e il più sudato. Chiappucci
arriva secondo a 2’16”, un distacco che – se letto solo a classifica ultimata –
non rende giustizia all’apoteosi coronarica della settimana in giallo. Bugno,
settimo a 9’39”, mastica amaro perché, con due tappe vinte e una corsa di buon
profilo sia in montagna sia a cronometro, è stato condannato all’ombra mentre
un rivale inatteso e disorganizzato carpiva i cuori delusi dalle notti tragiche
di Italia 90. Giorno dopo giorno, salendo sul podio con sicurezza sempre più
risicata, Claudio Chiappucci si lisciava addosso la maglia che Gianni Bugno
forse sentiva spettare a sé, al dominatore del Giro che aveva fatto capire agli
italiani di avere alfine un nuovo pretendente alla più importante delle corse a
tappe. Invece erano due.
(1-continua)
martedì 14 luglio 2015
Lo so, voi adesso state pensando che il "Benvenuto nel regno del cancro" detto a Ivan Basso sia la tipica frase spaccona e autopromozionale da texano disperato ma non rassegnato che consente a Lance Armstrong di continuare a fare ciò che meglio gli è riuscito negli ultimi vent'anni, ossia lo spaccone che si autopromuove. Per il ciclismo Armstrong è il male assoluto: i sette Tour che ha vinto barando gli sono stati revocati e sono rimasti penduli senza alcun nome nell'albo d'oro a perenne memoria e ammonimento ma questo è il meno, poiché riguardo a un'epoca di doping generalizzato e moralmente condonato gli sono state rivolte le ben più gravi accuse di associazione a delinquere e spergiuro, colpe ammesse piagnucolando sulla tv popolare; e come si potrà perdonargli il fatto che lui con tutto quel che ha combinato organizza sgambate amatoriali mentre Pantani per molto meno si trova tre metri sotto terra? Leggendo però la frase che Armstrong ha rivolto a Basso anziché irritarmi mi sono ricordato una lontana tappa del Tour - partenza da Castelsarrasin, salita a La Mongie, 16 luglio 2004 - in cui i due erano arrivati appaiati da soli e Armstrong lo aveva lasciato vincere mentre il cronista, familista e sentimentale al solito degli italiani, ricordava che la mamma di Basso aveva un tumore e che il texano l'aveva aiutata in tutti i modi in cui poteva. Questo a riprova che nessuno è completamente cattivo così come nessuno è completamente buono (non è lo stesso Basso cui davate addosso quando era stato squalificato per doping?): dettagli che si dimenticano facilmente non solo sulla tv popolare ma anche nella vita quotidiana e noiosa, per non parlare dei momenti in cui si emettono sentenze nel breve volgere di un post su facebook. So che state pensando tutt'altro e che sarà arduo giustificarmi ma il "Benvenuto nel regno del cancro" detto da Armstrong mi ha fatto venire in mente la frase del Vangelo in cui i discepoli di fronte a un cieco nato si domandano che colpa abbia per patire tanta disgrazia e Gesù risponde loro: "Non ha peccato né lui né i suoi genitori ma è così perché si manifestassero in lui le opere di Dio".
domenica 5 luglio 2015
Se non avete visto Maradona - inteso come film del 2008 di Emir Kusturica - stasera potrebbe essere la volta buona: basta venire a Milano, al Piccolo Teatro di via Rovello 2, dove alle 21 inizia la rassegna cinematografica "Domenica nello sport". Prima del film, anziché il tradizionale documentario sulla pesca della trota in Quebec ci sono io che parlo per un quarto d'ora di Diego Armando, del mio romanzo Ho visto Maradona (Ediciclo), di come la stagione calcistica '89-'90 trasformò irreversibilmente l'Italia e del perché da noi il Milan di Sacchi e Berlusconi è stato il picco massimo di socialismo reale.
mercoledì 3 giugno 2015
In linea di massima, alla Fifa meglio Optì Pobà di Alì Babà. Come nomi plausibili per la successione a Blatter, qualora Platini dovesse declinare l'invito come probabilmente farà, circolano robe tipo Ali bin Hussein o Al-Fahad Al-Sabah. Ora, Blatter faceva parte di quella schiatta di burocrati rimestatori di lungo corso cui appartiene anche il presidente della Figc Tavecchio, che alla sua prima uscita pubblica su vasta scala aveva scandalizzato i benpensanti dicendo che gli acquisti esteri delle squadre di Serie A avrebbero dovuto avere un curriculum certificato e non essere degli Optì Pobà che l'anno prima mangiavano banane e l'anno dopo servono magari a creare plusvalenze opache del tutto aliene all'oggettivo valore calcistico; si era espresso in modo pittoresco e faticoso, in linea coi propri limiti, ma sui contenuti aveva ragione. Provinciale ma efficace. I due musulmani che invece vengono proposti per il ruolo di presidenti della Fifa hanno modi suadenti e globalizzati, non dicono mai una parola fuori posto, però sono del tutto estranei alla tradizione cristiana del calcio: sport che fu inventato a Cambridge a metà Ottocento e quindi va ascritto alla tradizione vittoriana (cioè anglicana) dell'istruzione tanto intellettuale quanto fisica che era stata istituita in Gran Bretagna da Thomas Arnold, alunno del Corpus Christi (Oxford) e sostenitore dell'ala moderatamente riformista della Chiesa d'Inghilterra nota come Broad Church. Non sto a dire quanto Hussein e Al-Sabah sarebbero estranei, se non ostili, all'andazzo cattolicheggiante delle sorti del calcio di cui ho già parlato più che abbondantemente altrove; mi limito a citare qualche precedente di impegno islamico nel settore. Mi limito agli omonimi. Uday Hussein, figlio del più celebre Saddam, da presidente della federcalcio irachena si distinse per imporre torture ai calciatori della nazionale; lo sceicco Fahad Al-Ahmad Al-Sabah durante i Mondiali dell'82 in Spagna scese letteralmente in campo drappeggiandosi nel proprio lenzuolo apposta per parlare con l'arbitro e fargli annullare un goal della Francia contro il Kuwait. Il goal era regolare. Il goal venne annullato. Quanto a tempi più moderni, avrete notato che i ricconi musulmani che investono fior di quattrini nelle squadre di calcio o non riescono a farle vincere (Al-Khelaifi col Paris Saint-Germain) o snaturano le società trasformandole in multinazionali senz'anima (Mansour col Manchester City) o mollano tutto all'improvviso causando più guai di quanti ne avessero trovati all'inizio (Al-Thani col Malaga). Avrete visto anche che fine ha fatto il Milan da quando è sponsorizzato dalla compagnia aerea dell'emirato di Dubai. Avrete magari saputo che in cambio di petroldollari il Real Madrid ha levato la croce che campeggiava in cima al proprio stemma. I musulmani nel calcio portano solo guai, fidatevi, quindi pensiamoci due o trecento volte prima di consegnare la Fifa nelle loro mani supponendo che non rimpiangeremo le gaffe sui mangiabanane o sulle quattro lesbiche che giocano a calcio femminile.
[Anche su Quasi Rete]
[Anche su Quasi Rete]
giovedì 30 aprile 2015
Ricco scemo (4)
Scrivo queste righe il 30 aprile e voi direte: che ce ne frega? Avrete anche voi il calendario, magari di Frate Indovino. Guardatelo allora e noterete che il santo di oggi è San Pio V, il papa fondatore che si chiamava Antonio Michele Ghislieri. (Sì, Antonio come me, Michele come Briganti, Ghislieri come la squadra di calcio). Per la Chiesa Cattolica è memoria facoltativa. Per noi anche, visto che in Collegio san Pio viene tradizionalmente festeggiato non nel giorno del martirologio ma durante una domenica di maggio con un pranzo fra alunni ed ex alunni di età anche veneranda nel nostro quadriportico cinquecentesco, roba che Casa Milan in via Aldo Rossi se la sogna. Proprio l’altra sera, a cena con l’ex alunno di un altro collegio pavese di cui no quiero acordarme, meditavamo su come ancora mezzo millennio dopo il carattere dei collegiali sia modellato su quello dei rispettivi fondatori: i nostri rivali sono quindi dei [CENSURA], noi invece, avendo preso dal Papa fondatore che i monumenti eternano come turcorum victor e haereticorum oppugnator, siamo iperattivi, estremizzanti e costantemente un po’ incazzati (come il personaggio dell’automobilista di Gioele Dix).
Ma oggi 30 aprile, giorno dell’ultima e decisiva partita del girone eliminatorio, oltre alla mano del Pio credo ce ne darà una colui che, se fossi costretto a scegliere, nominerei seduta stante protettore del Ghislieri Fooball Club. Lo scorso 25 aprile Sergio Mattarella ha concesso un’intervista a Repubblica in cui citava a modello il servo di Dio Teresio Olivelli, resistente e naturalmente ghisleriano. Le testimonianze della sua vita in collegio raccontano la sua passione in un modo che apparirà vivido anche a chi non ha sott’occhio i luoghi della sua vita quotidiana. Passava buona parte della mattinata in sala caffè da gran lettore dei quotidiani; diviso fra interessi contrastanti, aveva bisogno che l’allora Rettore lo incitasse a canalizzare le sue energie magmatiche verso obiettivi concreti nello studio della giurisprudenza; fascista convintissimo negli anni dell’università, pugnace dissertatore in lunghe notti in camera di studenti che la pensavano diversamente; sempre tanto cattolico, in modo divorante; e, naturalmente, grande animatore delle sfide calcistiche ad altri collegi, in particolare uno che proprio non mi viene in mente. Finito il tempo del collegio Olivelli divenne ufficiale degli alpini, combatté in prima linea e divenne antifascista nello stesso modo sincero e intenso in cui era stato l’esatto contrario. A guerra in corso, ventottenne, venne chiamato a fare da Rettore lui stesso per sopperire all’emergenza e accettò di corsa per amore di Collegio; durò pochissimo poiché venne presto internato nel lager di Hersbruck e lì morì, pestato dai nazisti, nel tentativo di difendere i compagni di prigionia dai carcerieri. In Collegio c’è un quadro che lo raffigura in camiciona a righe – diritto e con un fiero guardo di sfida verso la cornice sinistra - mentre gli si aggrappano addosso deportati che cascano uno a uno. Lo spirito del Ghislieri è così.
[Il resto della rubrica su cosa si prova a essere presidente di una squadra di calcio universitaria si trova, col contributo del mister Michele Briganti, come sempre su Quasi Rete.]
Scrivo queste righe il 30 aprile e voi direte: che ce ne frega? Avrete anche voi il calendario, magari di Frate Indovino. Guardatelo allora e noterete che il santo di oggi è San Pio V, il papa fondatore che si chiamava Antonio Michele Ghislieri. (Sì, Antonio come me, Michele come Briganti, Ghislieri come la squadra di calcio). Per la Chiesa Cattolica è memoria facoltativa. Per noi anche, visto che in Collegio san Pio viene tradizionalmente festeggiato non nel giorno del martirologio ma durante una domenica di maggio con un pranzo fra alunni ed ex alunni di età anche veneranda nel nostro quadriportico cinquecentesco, roba che Casa Milan in via Aldo Rossi se la sogna. Proprio l’altra sera, a cena con l’ex alunno di un altro collegio pavese di cui no quiero acordarme, meditavamo su come ancora mezzo millennio dopo il carattere dei collegiali sia modellato su quello dei rispettivi fondatori: i nostri rivali sono quindi dei [CENSURA], noi invece, avendo preso dal Papa fondatore che i monumenti eternano come turcorum victor e haereticorum oppugnator, siamo iperattivi, estremizzanti e costantemente un po’ incazzati (come il personaggio dell’automobilista di Gioele Dix).
Ma oggi 30 aprile, giorno dell’ultima e decisiva partita del girone eliminatorio, oltre alla mano del Pio credo ce ne darà una colui che, se fossi costretto a scegliere, nominerei seduta stante protettore del Ghislieri Fooball Club. Lo scorso 25 aprile Sergio Mattarella ha concesso un’intervista a Repubblica in cui citava a modello il servo di Dio Teresio Olivelli, resistente e naturalmente ghisleriano. Le testimonianze della sua vita in collegio raccontano la sua passione in un modo che apparirà vivido anche a chi non ha sott’occhio i luoghi della sua vita quotidiana. Passava buona parte della mattinata in sala caffè da gran lettore dei quotidiani; diviso fra interessi contrastanti, aveva bisogno che l’allora Rettore lo incitasse a canalizzare le sue energie magmatiche verso obiettivi concreti nello studio della giurisprudenza; fascista convintissimo negli anni dell’università, pugnace dissertatore in lunghe notti in camera di studenti che la pensavano diversamente; sempre tanto cattolico, in modo divorante; e, naturalmente, grande animatore delle sfide calcistiche ad altri collegi, in particolare uno che proprio non mi viene in mente. Finito il tempo del collegio Olivelli divenne ufficiale degli alpini, combatté in prima linea e divenne antifascista nello stesso modo sincero e intenso in cui era stato l’esatto contrario. A guerra in corso, ventottenne, venne chiamato a fare da Rettore lui stesso per sopperire all’emergenza e accettò di corsa per amore di Collegio; durò pochissimo poiché venne presto internato nel lager di Hersbruck e lì morì, pestato dai nazisti, nel tentativo di difendere i compagni di prigionia dai carcerieri. In Collegio c’è un quadro che lo raffigura in camiciona a righe – diritto e con un fiero guardo di sfida verso la cornice sinistra - mentre gli si aggrappano addosso deportati che cascano uno a uno. Lo spirito del Ghislieri è così.
[Il resto della rubrica su cosa si prova a essere presidente di una squadra di calcio universitaria si trova, col contributo del mister Michele Briganti, come sempre su Quasi Rete.]
di che si parla?
nomi cose città,
selvaggio e sentimentale
domenica 19 aprile 2015
Ricco scemo (3)
Il Collegio Ghislieri di Pavia è un’istituzione patrocinata da una novità della storia politica d’Italia – il presidente della Repubblica – ma che affonda le radici in un’antichità ben più vasta e prestigiosa, essendo stato fondato nel 1567 da Pio V, pontefice che quattro anni dopo organizzò la lega che sbaragliò la flotta turca a Lepanto e fu canonizzato nel 1712. Nella sua plurisecolare esistenza il Collegio ha visto transitare in visita capi di Stato e di governo, Einaudi come Mussolini come Napoleone; e fra gli alunni non si contano i nomi celebri tanto per il vasto pubblico, quale ad esempio un Carlo Goldoni, o uno Zanardelli, quanto per palati più fini e specialistici, e che non mancano scorrendo elenchi di ministri o accademici o professionisti vivi e morti di notare di fronte a questo o quel notabile: “Ah, è ghisleriano”. Gode il Collegio non solo delle fondamentali infrastrutture volte a garantire agli alunni in corso una vita più che comoda per quanto non molle, in cambio di un elevato rendimento negli esami universitari, ma anche di incentivi all’eccellenza accademica a cominciare da un frequente e costruttivo scambio con l’estero: le prime borse per l’America furono istituite negli anni ’30 (avete letto bene; intorno all’anno X dell’era fascista) e gli scambi con Cambridge, Oxford, la Normale di Parigi, il Maximilianeum di Monaco e altri atenei sparsi per il mondo sono seguiti a ruota. Inoltre gli alunni per tradizione beneficiano di un’indefessa attività culturale – convegni, conferenze, presentazioni – che non solo si espande su tutto lo scibile ma viene sovente lasciata alla libera organizzazione degli studenti stessi, ai quali viene messo a disposizione tutto ciò di cui possono avere bisogno perché ne facciano libero uso. Potrei continuare fino alla fine dello spazio disponibile su internet ma per modestia mi fermo non prima di avere, premesso questo, specificato due cose rivolgendomi ai miei giocatori: che dalla prossima partita mi inchiavardo alla panchina e muoio della stessa morte vostra, senza impegni pregressi che tengano; che tutte le volte che vi capita una sconfitta pensate sempre che perdiamo per manifesta superiorità.
Il resto della rubrica, "Luci al Mascherpa" di Michele Briganti, è come sempre su Quasi Rete della Gazzetta dello Sport, con un interessante inserto cinematografico.
Il Collegio Ghislieri di Pavia è un’istituzione patrocinata da una novità della storia politica d’Italia – il presidente della Repubblica – ma che affonda le radici in un’antichità ben più vasta e prestigiosa, essendo stato fondato nel 1567 da Pio V, pontefice che quattro anni dopo organizzò la lega che sbaragliò la flotta turca a Lepanto e fu canonizzato nel 1712. Nella sua plurisecolare esistenza il Collegio ha visto transitare in visita capi di Stato e di governo, Einaudi come Mussolini come Napoleone; e fra gli alunni non si contano i nomi celebri tanto per il vasto pubblico, quale ad esempio un Carlo Goldoni, o uno Zanardelli, quanto per palati più fini e specialistici, e che non mancano scorrendo elenchi di ministri o accademici o professionisti vivi e morti di notare di fronte a questo o quel notabile: “Ah, è ghisleriano”. Gode il Collegio non solo delle fondamentali infrastrutture volte a garantire agli alunni in corso una vita più che comoda per quanto non molle, in cambio di un elevato rendimento negli esami universitari, ma anche di incentivi all’eccellenza accademica a cominciare da un frequente e costruttivo scambio con l’estero: le prime borse per l’America furono istituite negli anni ’30 (avete letto bene; intorno all’anno X dell’era fascista) e gli scambi con Cambridge, Oxford, la Normale di Parigi, il Maximilianeum di Monaco e altri atenei sparsi per il mondo sono seguiti a ruota. Inoltre gli alunni per tradizione beneficiano di un’indefessa attività culturale – convegni, conferenze, presentazioni – che non solo si espande su tutto lo scibile ma viene sovente lasciata alla libera organizzazione degli studenti stessi, ai quali viene messo a disposizione tutto ciò di cui possono avere bisogno perché ne facciano libero uso. Potrei continuare fino alla fine dello spazio disponibile su internet ma per modestia mi fermo non prima di avere, premesso questo, specificato due cose rivolgendomi ai miei giocatori: che dalla prossima partita mi inchiavardo alla panchina e muoio della stessa morte vostra, senza impegni pregressi che tengano; che tutte le volte che vi capita una sconfitta pensate sempre che perdiamo per manifesta superiorità.
Il resto della rubrica, "Luci al Mascherpa" di Michele Briganti, è come sempre su Quasi Rete della Gazzetta dello Sport, con un interessante inserto cinematografico.
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mercoledì 8 aprile 2015
Ricco scemo (2)
Dice: la squadra perde, sei il presidente, caccia l’allenatore. Fra i motivi per cui non esonero Briganti nonostante la sconfitta contro il Valla (o era il Volta? tutto si perde nell’indistinto, in un misto fatale di snobismo e alzheimer) metto al primo posto l’evenienza che dei personaggi dei Peanuts quello che meno sopporto è proprio la saputissima Lucy. Costei è convinta che la colpa delle sconfitte sia dell’allenatore e non, poniamo, del fatto che nella sua squadra di baseball giochi un celebre bracchetto e in quella di football americano tale Woodstock, il quale trattandosi di un canarino si trova in gravi difficoltà ogniqualvolta ci sia da calciare una palla ovale grande ventisei volte lui. Abitualmente la colpisce con una pedata tremenda ed essa resta ferma, imperturbabile. Fra le colpe di Lucy non va sottovalutata quella di incitare Charlie Brown al calcio piazzato, quando non tocca a Woodstock, sempre poi sottraendogli proditoriamente la palla ovale onde causarne il liscio e il volo con atterraggio di schiena sulla torba e danni al midollo spinale che solo un Fabio Caressa sarebbe in grado di diagnosticare a occhio, in diretta. In secondo luogo Briganti allena gratis: quindi perché esonerarlo? Senza contare che pur demansionato continuerebbe comunque a venire a vedere le prossime partite occupando nondimeno un posto in automobile; senza contare che a partita in corso mi manda gli aggiornamenti sul punteggio stante i miei pressanti impegni che quest’anno ancora non mi hanno consentito di presenziare se non in spirito e stante la mia incapacità di scaricare la app Live Intercollegiale fatt’apposta per il torneo in questione; e che a partita finita si scrive pure da solo il pezzo di commento, sicuramente memore delle gesta di quel Vittorio Pozzo che allenò l’Italia dal 1929 al 1948 vincendo due Mondiali, un’Olimpiade e due Coppe Internazionali, e nel frattempo fu corrispondente calcistico e autorevole commentatore tecnico per La Stampa. La società ha fiducia nella sua capacità di prendere esempio anche quanto a successi sportivi. Infine esonerare Briganti significherebbe dover dirottare uno qualsiasi dei calciatori a dare istruzioni in panchina aggravando la grave penuria di risorse umane dalla quale siamo afflitti, tanto che l’altra volta abbiamo ottemperato al tradizionale non scritto di fornire un guardalinee alla terna mettendo la bandierina in mano a una ragazza e dandole per unica istruzione: “La bandierina è gialla e rossa come noi, quindi sventolala per fare il tifo”.
Estratto dalla seconda puntata della rubrica "Luci al Mascherpa" con cui Michele Briganti aggiorna sul torneo intercollegiale di calcio dell'Università di Pavia i lettori di Quasi Rete / Em Bycicleta, blog letterario della Gazzetta dello Sport.
Dice: la squadra perde, sei il presidente, caccia l’allenatore. Fra i motivi per cui non esonero Briganti nonostante la sconfitta contro il Valla (o era il Volta? tutto si perde nell’indistinto, in un misto fatale di snobismo e alzheimer) metto al primo posto l’evenienza che dei personaggi dei Peanuts quello che meno sopporto è proprio la saputissima Lucy. Costei è convinta che la colpa delle sconfitte sia dell’allenatore e non, poniamo, del fatto che nella sua squadra di baseball giochi un celebre bracchetto e in quella di football americano tale Woodstock, il quale trattandosi di un canarino si trova in gravi difficoltà ogniqualvolta ci sia da calciare una palla ovale grande ventisei volte lui. Abitualmente la colpisce con una pedata tremenda ed essa resta ferma, imperturbabile. Fra le colpe di Lucy non va sottovalutata quella di incitare Charlie Brown al calcio piazzato, quando non tocca a Woodstock, sempre poi sottraendogli proditoriamente la palla ovale onde causarne il liscio e il volo con atterraggio di schiena sulla torba e danni al midollo spinale che solo un Fabio Caressa sarebbe in grado di diagnosticare a occhio, in diretta. In secondo luogo Briganti allena gratis: quindi perché esonerarlo? Senza contare che pur demansionato continuerebbe comunque a venire a vedere le prossime partite occupando nondimeno un posto in automobile; senza contare che a partita in corso mi manda gli aggiornamenti sul punteggio stante i miei pressanti impegni che quest’anno ancora non mi hanno consentito di presenziare se non in spirito e stante la mia incapacità di scaricare la app Live Intercollegiale fatt’apposta per il torneo in questione; e che a partita finita si scrive pure da solo il pezzo di commento, sicuramente memore delle gesta di quel Vittorio Pozzo che allenò l’Italia dal 1929 al 1948 vincendo due Mondiali, un’Olimpiade e due Coppe Internazionali, e nel frattempo fu corrispondente calcistico e autorevole commentatore tecnico per La Stampa. La società ha fiducia nella sua capacità di prendere esempio anche quanto a successi sportivi. Infine esonerare Briganti significherebbe dover dirottare uno qualsiasi dei calciatori a dare istruzioni in panchina aggravando la grave penuria di risorse umane dalla quale siamo afflitti, tanto che l’altra volta abbiamo ottemperato al tradizionale non scritto di fornire un guardalinee alla terna mettendo la bandierina in mano a una ragazza e dandole per unica istruzione: “La bandierina è gialla e rossa come noi, quindi sventolala per fare il tifo”.
Estratto dalla seconda puntata della rubrica "Luci al Mascherpa" con cui Michele Briganti aggiorna sul torneo intercollegiale di calcio dell'Università di Pavia i lettori di Quasi Rete / Em Bycicleta, blog letterario della Gazzetta dello Sport.
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sabato 14 marzo 2015
Ricco scemo (1)
Riassunto delle puntate precedenti. Non so se vi ho mai detto che sono presidente di una squadra di calcio: il Ghislieri Football Club, per rilevare il quale – guidando una cordata di alunni laureati – lo scorso anno ho sborsato una cifra venti volte superiore a quella che mi ci sarebbe voluta per comprare il Parma. I risultati non si sono fatti attendere. Il quarto posto della scorsa stagione nel torneo di calcio maschile fra i collegi di Pavia ha ripagato di decenni di figure barbine (si favoleggia di un anno in cui eravamo arrivati ultimi a -1 punto, fra sconfitte e penalizzazioni) specie nei confronti delle ragazze del Collegio, le quali storicamente oltre a studiare hanno una squadra di pallavolo dal palmarès ragguardevole. La formula è semplice, due gironi all’italiana di sei squadre e poi quarti, semifinali, finale; tutte partite secche. Da quest’anno, semifinale e finale si giocheranno al Fortunati, lo stadio vero e proprio dove il Pavia sta combattendo per venire promosso in Serie B e incontrare l’anno prossimo le squadre preferite da Lotito; tutte le partite precedenti al Mascherpa, dove si respira aria di Torneo di Viareggio fra alfabetizzati. L’obiettivo dei ragazzi del Ghislieri è, sul lungo termine, confermarsi fra le prime quattro e, sul breve termine, non venire sfottuti dalle ragazze. Io non so usare l’app “Live Intercollegiale” che con grande perizia è stata imbastita dagli organizzatori quindi ho ordinato all'allenatore Briganti di inviarmi, fra una mazzarrata e l’altra, periodici aggiornamenti su Ghislieri-Maino che io avrei poi diffuso ai quattro venti su facebook mentre l’attenzione dell’Italia tutta era rivolta alle imprese di Torino e Inter in Europa League. Ma ecco, allora, il miracolo: segnalo la prima rete e dai quattro cantoni del globo iniziano a fioccare esultanze e complimenti. Da Parigi, da Dublino, dall’Olanda. Da Chicago. Perfino da Pavia. Sono gli altri alunni laureati del Collegio che, giovani e meno giovani, hanno fatto strada sfondando i confini e tengono d’occhio i ragazzi giallorossi. Veramente la maglia sarebbe oro e porpora, ma non sottilizziamo. L’importante è vincere, 5-0 come Milan-Real Madrid del 19 aprile 1989 (sono più vecchio di Briganti ergo ho altri riferimenti spaziotemporali). Quando li vedo tornare sporchi e sfasciati in Collegio (una tifosa aveva il bandierone; l’altra, no) mi alzo in piedi ad accoglierli ma loro mi chiedono quanto sta Fiorentina-Roma. L’unico rammarico della giornata è che l’ingaggio di Cristiano Ronaldo non è andato a buon fine in quanto gli organizzatori del torneo si sono resi conto che la fototessera spillata sul cartellino della Figc (Settore Attività Amatoriale e Ricreativa) era in realtà una figurina ritagliata.
Su Quasi Rete / Em Bycicleta, blog letterario della Gazzetta dello Sport, il resto della rubrica su come si vive da presidente di una società amatoriale.
Riassunto delle puntate precedenti. Non so se vi ho mai detto che sono presidente di una squadra di calcio: il Ghislieri Football Club, per rilevare il quale – guidando una cordata di alunni laureati – lo scorso anno ho sborsato una cifra venti volte superiore a quella che mi ci sarebbe voluta per comprare il Parma. I risultati non si sono fatti attendere. Il quarto posto della scorsa stagione nel torneo di calcio maschile fra i collegi di Pavia ha ripagato di decenni di figure barbine (si favoleggia di un anno in cui eravamo arrivati ultimi a -1 punto, fra sconfitte e penalizzazioni) specie nei confronti delle ragazze del Collegio, le quali storicamente oltre a studiare hanno una squadra di pallavolo dal palmarès ragguardevole. La formula è semplice, due gironi all’italiana di sei squadre e poi quarti, semifinali, finale; tutte partite secche. Da quest’anno, semifinale e finale si giocheranno al Fortunati, lo stadio vero e proprio dove il Pavia sta combattendo per venire promosso in Serie B e incontrare l’anno prossimo le squadre preferite da Lotito; tutte le partite precedenti al Mascherpa, dove si respira aria di Torneo di Viareggio fra alfabetizzati. L’obiettivo dei ragazzi del Ghislieri è, sul lungo termine, confermarsi fra le prime quattro e, sul breve termine, non venire sfottuti dalle ragazze. Io non so usare l’app “Live Intercollegiale” che con grande perizia è stata imbastita dagli organizzatori quindi ho ordinato all'allenatore Briganti di inviarmi, fra una mazzarrata e l’altra, periodici aggiornamenti su Ghislieri-Maino che io avrei poi diffuso ai quattro venti su facebook mentre l’attenzione dell’Italia tutta era rivolta alle imprese di Torino e Inter in Europa League. Ma ecco, allora, il miracolo: segnalo la prima rete e dai quattro cantoni del globo iniziano a fioccare esultanze e complimenti. Da Parigi, da Dublino, dall’Olanda. Da Chicago. Perfino da Pavia. Sono gli altri alunni laureati del Collegio che, giovani e meno giovani, hanno fatto strada sfondando i confini e tengono d’occhio i ragazzi giallorossi. Veramente la maglia sarebbe oro e porpora, ma non sottilizziamo. L’importante è vincere, 5-0 come Milan-Real Madrid del 19 aprile 1989 (sono più vecchio di Briganti ergo ho altri riferimenti spaziotemporali). Quando li vedo tornare sporchi e sfasciati in Collegio (una tifosa aveva il bandierone; l’altra, no) mi alzo in piedi ad accoglierli ma loro mi chiedono quanto sta Fiorentina-Roma. L’unico rammarico della giornata è che l’ingaggio di Cristiano Ronaldo non è andato a buon fine in quanto gli organizzatori del torneo si sono resi conto che la fototessera spillata sul cartellino della Figc (Settore Attività Amatoriale e Ricreativa) era in realtà una figurina ritagliata.
Su Quasi Rete / Em Bycicleta, blog letterario della Gazzetta dello Sport, il resto della rubrica su come si vive da presidente di una società amatoriale.
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venerdì 27 febbraio 2015
Dice che è un risultato storico per il calcio italiano l'aver qualificato cinque squadre agli ottavi di Europa League, vulgo Coppa Uefa, impresa che riporta - ma per eccesso - alle stagioni in cui allo stesso turno se ne erano qualificate quattro: Inter, Juventus, Napoli e Roma nel 1989; Atalanta, Bologna, Inter e Roma nel 1991. Magari. A beneficio di mia madre che segue con grande attenzione questo blog ma non altrettanto la storia del calcio, specifico che erano gli anni in cui la Coppa Uefa diventava riserva di caccia delle squadre italiane che la vinsero nel 1989 col Napoli, nel '90 con la Juventus in finale sulla Fiorentina, nel '91 con l'Inter in finale sulla Roma, nel '93 di nuovo con la Juventus, nel '94 di nuovo con l'Inter, nel '95 col Parma in finale sulla solita Juve e nuovamente, ma sul Marsiglia, nel 1999; in aggiunta alle finali perse dal Torino nel '92 e dall'Inter nel '97, che a sua volta nel '98 vinse sulla Lazio l'ultima finale tutta italiana.
Anzi, dice che l'impresa di ieri è superiore a quelle passate perché stavolta abbiamo qualificato agli ottavi della competizione europea più vasta e più rappresentativa dello stato di salute di una nazione calcistica non quattro ma cinque squadre, nostro record assoluto. Ma è vero? Urge qualche considerazione a margine. Per prima cosa nei lontani anni del dominio era impossibile qualificare cinque squadre agli ottavi in quanto quattro era il numero massimo di partecipanti per nazione. Inoltre se abbiamo così tante squadre in Uefa è perché ne abbiamo sempre meno in Champions League, e quindi stiamo beneficiando di una situazione di ripiego: la Fiorentina, quarta nello scorso campionato, non ha potuto qualificarsi nemmeno ai preliminari della competizione principale in quanto sono diminuiti i posti che spettano alla nostra federazione; il Napoli, terzo, è stato estromesso ai preliminari di Champions ed è retrocesso in Uefa così come ha fatto tre mesi dopo la Roma, seconda l'anno scorso, che non mi sembra molto più debole di alcune squadre che oggi stanno galleggiando negli ottavi di finale di Champions League - eppure lì non c'è.
Dice infine che il trionfo delle cinque italiane in Uefa è indicativo del ritorno dell'Italia ai passati fasti, quando dominava questa competizione e l'Europa calcistica tutta: prova ne sia che mentre noi abbiamo cinque squadre agli ottavi la Spagna ne ha due e Inghilterra, Germania, Olanda e Belgio una soltanto ciascuna. Se però allarghiamo lo sguardo anche alla Champions League e sommiamo le trentadue squadre che partecipano complessivamente agli ottavi di finale, ne usciamo ridimensionati:
l'Italia ne ha sei (una soltnnto nell'aristocrazia europea), la Spagna cinque (ma ben tre in Champions), l'Inghilterra quattro (sempre con tre in Champions); l'orrenda Germania ne ha cinque, ma quattro di esse sono al piano di sopra e solo una nello scantinato dove noi dominiamo in lungo e in largo. Non c'è molto da vantarsi, se siamo forti in Europa League è perché siamo vasi di coccio in Champions, e qualificare molte squadre agli ottavi implica è meglio che qualificarne poche ma significa anche che ci stiamo ridimensionando, che stiamo diventando piccola borghesia mentre ai tempi del filotto in Coppa Uefa eravamo lì lì per instaurare una monarchia assoluta. I fatti dimostrano che il passato non sta ritornando. Non ritorna mai.
Anzi, dice che l'impresa di ieri è superiore a quelle passate perché stavolta abbiamo qualificato agli ottavi della competizione europea più vasta e più rappresentativa dello stato di salute di una nazione calcistica non quattro ma cinque squadre, nostro record assoluto. Ma è vero? Urge qualche considerazione a margine. Per prima cosa nei lontani anni del dominio era impossibile qualificare cinque squadre agli ottavi in quanto quattro era il numero massimo di partecipanti per nazione. Inoltre se abbiamo così tante squadre in Uefa è perché ne abbiamo sempre meno in Champions League, e quindi stiamo beneficiando di una situazione di ripiego: la Fiorentina, quarta nello scorso campionato, non ha potuto qualificarsi nemmeno ai preliminari della competizione principale in quanto sono diminuiti i posti che spettano alla nostra federazione; il Napoli, terzo, è stato estromesso ai preliminari di Champions ed è retrocesso in Uefa così come ha fatto tre mesi dopo la Roma, seconda l'anno scorso, che non mi sembra molto più debole di alcune squadre che oggi stanno galleggiando negli ottavi di finale di Champions League - eppure lì non c'è.
Dice infine che il trionfo delle cinque italiane in Uefa è indicativo del ritorno dell'Italia ai passati fasti, quando dominava questa competizione e l'Europa calcistica tutta: prova ne sia che mentre noi abbiamo cinque squadre agli ottavi la Spagna ne ha due e Inghilterra, Germania, Olanda e Belgio una soltanto ciascuna. Se però allarghiamo lo sguardo anche alla Champions League e sommiamo le trentadue squadre che partecipano complessivamente agli ottavi di finale, ne usciamo ridimensionati:
l'Italia ne ha sei (una soltnnto nell'aristocrazia europea), la Spagna cinque (ma ben tre in Champions), l'Inghilterra quattro (sempre con tre in Champions); l'orrenda Germania ne ha cinque, ma quattro di esse sono al piano di sopra e solo una nello scantinato dove noi dominiamo in lungo e in largo. Non c'è molto da vantarsi, se siamo forti in Europa League è perché siamo vasi di coccio in Champions, e qualificare molte squadre agli ottavi implica è meglio che qualificarne poche ma significa anche che ci stiamo ridimensionando, che stiamo diventando piccola borghesia mentre ai tempi del filotto in Coppa Uefa eravamo lì lì per instaurare una monarchia assoluta. I fatti dimostrano che il passato non sta ritornando. Non ritorna mai.
martedì 10 febbraio 2015
Scusate, ancora calcio.
"Voglio vedere la moviola" ha detto Adriano Galliani al termine di Juventus-Milan, e spero che se lo ricordi perché l'ha detto venticinque anni fa. Marzo 1990, il Milan lanciatissimo in testa al campionato va in visita a Torino - non allo Stadium che all'epoca non esisteva e nemmeno al Delle Alpi che stava venendo tirato su per i Mondiali bensì al Comunale ancora non ristrutturato olimpicamente - e la Juventus sbriga la pratica con un 3-0 tanto significativo quasi quanto la doppietta di Rui Barros, nientemeno. L'altro goal, il primo, lo segna Schillaci. Tempo un quarto d'ora e si capisce che la partita è già finita e s'inizia a fare calcoli: la Juventus ha già opzionato Gigi Maifredi in panchina per l'anno dopo, ma con risultati del genere è il caso di silurare Dino Zoff? il Milan ha ancora un punto di vantaggio sul Napoli (42 a 41; la Juve è terza a 37; la vittoria vale due punti), basterà fino alla fine? Noi che siamo posteri sappiamo che la risposta è no a entrambe le questioni; alla Juve sarebbe convenuto tenersi Zoff e lo scudetto lo avrebbe vinto Maradona. Galliani questo se lo ricorda sicuramente, ma ricorda anche la sfilza di risultati che il Milan aveva inanellato in quei giorni di marzo? La sconfitta con la Juve era arrivata dopo diciassette giornate di campionato che avevano fruttato quindici vittorie e due pareggi, ma anche dopo i primi sbuffi che segnalavano la fine della benzina: fine febbraio, e il Milan aveva pareggiato scialbamente con la Juve la finale d'andata di Coppa Italia; inizio marzo, e il Milan aveva pareggiato in modo ben più periclitante il quarto d'andata di Coppa dei Campioni contro il Malines (per gli intenditori, in porta ai belgi giocava Preud'homme). Poi, la disfatta a Torino. Per come stavano andando le cose quel Milan meritava di perdere, figuriamoci questo che si aggrappa a Paletta costretto a inseguire gli avversari carponando. "Voglio vedere la moviola" ha detto Galliani, perché se l'avversario presenta tre volte un attaccante solo davanti al portiere è bene insufflare il dubbio che sia stato aiutato da geometrie variabili come quella del fermo immagine di sabato scorso, in cui si vede Tévez fuggire verso la porta milanista tenuto in gioco da una linea francamente obliqua. Però, se l'avversario presenta tre volte un attaccante solo davanti al portiere, significa soprattutto che uno può guardare la moviola a ripetizione per il resto dei suoi giorni ma la triste verità è tutt'altra: in uno scontro fra squadre di pari livello l'episodio di un fuorigioco non visto può risultare dirimente, ma in una partita di tiro a segno con birilli quale è stata Juventus-Milan attaccarsi al centimetro perduto equivale alla negazione dell'evidenza. Valeva venticinque anni fa e vale ancora oggi, altrimenti la storia non è magistra di niente che ci riguardi.
"Voglio vedere la moviola" ha detto Adriano Galliani al termine di Juventus-Milan, e spero che se lo ricordi perché l'ha detto venticinque anni fa. Marzo 1990, il Milan lanciatissimo in testa al campionato va in visita a Torino - non allo Stadium che all'epoca non esisteva e nemmeno al Delle Alpi che stava venendo tirato su per i Mondiali bensì al Comunale ancora non ristrutturato olimpicamente - e la Juventus sbriga la pratica con un 3-0 tanto significativo quasi quanto la doppietta di Rui Barros, nientemeno. L'altro goal, il primo, lo segna Schillaci. Tempo un quarto d'ora e si capisce che la partita è già finita e s'inizia a fare calcoli: la Juventus ha già opzionato Gigi Maifredi in panchina per l'anno dopo, ma con risultati del genere è il caso di silurare Dino Zoff? il Milan ha ancora un punto di vantaggio sul Napoli (42 a 41; la Juve è terza a 37; la vittoria vale due punti), basterà fino alla fine? Noi che siamo posteri sappiamo che la risposta è no a entrambe le questioni; alla Juve sarebbe convenuto tenersi Zoff e lo scudetto lo avrebbe vinto Maradona. Galliani questo se lo ricorda sicuramente, ma ricorda anche la sfilza di risultati che il Milan aveva inanellato in quei giorni di marzo? La sconfitta con la Juve era arrivata dopo diciassette giornate di campionato che avevano fruttato quindici vittorie e due pareggi, ma anche dopo i primi sbuffi che segnalavano la fine della benzina: fine febbraio, e il Milan aveva pareggiato scialbamente con la Juve la finale d'andata di Coppa Italia; inizio marzo, e il Milan aveva pareggiato in modo ben più periclitante il quarto d'andata di Coppa dei Campioni contro il Malines (per gli intenditori, in porta ai belgi giocava Preud'homme). Poi, la disfatta a Torino. Per come stavano andando le cose quel Milan meritava di perdere, figuriamoci questo che si aggrappa a Paletta costretto a inseguire gli avversari carponando. "Voglio vedere la moviola" ha detto Galliani, perché se l'avversario presenta tre volte un attaccante solo davanti al portiere è bene insufflare il dubbio che sia stato aiutato da geometrie variabili come quella del fermo immagine di sabato scorso, in cui si vede Tévez fuggire verso la porta milanista tenuto in gioco da una linea francamente obliqua. Però, se l'avversario presenta tre volte un attaccante solo davanti al portiere, significa soprattutto che uno può guardare la moviola a ripetizione per il resto dei suoi giorni ma la triste verità è tutt'altra: in uno scontro fra squadre di pari livello l'episodio di un fuorigioco non visto può risultare dirimente, ma in una partita di tiro a segno con birilli quale è stata Juventus-Milan attaccarsi al centimetro perduto equivale alla negazione dell'evidenza. Valeva venticinque anni fa e vale ancora oggi, altrimenti la storia non è magistra di niente che ci riguardi.
domenica 8 febbraio 2015
Sulle prime ho biasimato i miei occhi per aver guardato di sfuggita sul sito della Gazzetta i commenti immediati al derby di Madrid e averci letto il titolo “L’Atlético umilia Andreotti” quando invece, con ogni evidenza, si trattava dell’allenatore dei blancos e quindi di Ancelotti. Poi ho capito che la mia cornea, la mia retina – insomma quella parte di bulbo oculare che non essendo particolarmente versato in anatomia non so quale sia di preciso – mi ha piuttosto fatto balenare dinanzi al naso il vero motivo della sconfitta epocale, ridicola, patetica del Real Madrid ieri pomeriggio, uno 0-4 al Vicente Calderón che poteva essere ben più largo se si considerano il goal annullato ingiustamente a Griezmann e un rigore per fallo di mano che l’arbitro poteva concedere ai colchoneros anche senza necessità di essere un efferato lettore del Fatto Quotidiano. Il Real Madrid ha perso per equivicinanza. Non so se ricordate i tempi in cui Andreotti se ne uscì con questo mirabile neologismo quando gli domandarono se l’Italia intendesse mantenersi equidistante nei fattacci che separavano gli israeliani dai palestinesi; e lui rispose che l’Italia voleva piuttosto mantenere l’equivicinanza fra le parti, cosa di cui chiunque non viva in una nazione presieduta da un democristiano di sinistra dovrebbe ammettere l’impossibilità non solo a realizzarsi ma anche a concepirsi. Ebbene, al volgere dell’ultimo capodanno il Real ha voluto macchiarsi di equivicinanza mantenendo la superba corona che ne decora lo stemma di club intrinsecamente monarchico (ma il nuovo sovrano Filippo, oltre a sposare le giornaliste tv, tifa colpevolmente per l’Atlético) e al contempo eliminando dalla cima di quella medesima corona la minuscola, quasi impercettibile croce destinata ai Re cattolicissimi. Per non scontentare i finanziatori arabi, naturalmente, che in sé se ne fottono di qualsiasi religione come tutti i servitori di mammona però, volendo vendere il marchio Real nelle loro mezzelune, preferiscono non arrischiare simboli facilmente infiammabili. Così il Real, che poteva approfittarne per rimaneggiare del tutto lo stemma optando magari per l’astrattismo in maniera tale da mettersi al sicuro (la grafica del calcio spagnolo ha molti debiti verso Mirò), ha preferito il colpo al cerchio dell’islamismo che preferisce non vedere croci in giro e il colpo alla botte dei tradizionalisti che ci tengono alla conservazione della corona. L’equivicinanza sembra sempre non costare nulla; invece arriva bene il giorno in cui ti accorgi che non sei più tu e vieni sotterrato da una squadra di pauperisti sponsorizzati dall’Azerbaigian.
lunedì 2 febbraio 2015
Ragazze, non fidanzatevi con un calciatore che quando segna non esulta. Tutti gli altri vanno più che bene, vi garantiranno lussi e fama e domeniche libere; ma stanno diventando sempre meno. Ieri mi hanno colpito le copiose messi di calciatori che dopo il proprio goal non alzavano le braccia e, mentre i compagni saltavano esultanti sulle loro spalle, conservavano un'espressione metà infastidita da cotali feste fuori luogo metà contrita per il misfatto di avere segnato contro una squadra in cui già avevano giocato tempo addietro. Eppure il goal è una vendetta poco gentile contro il passato, le sue sconfitte e i suoi infortuni. L'esorbitanza del calciomercato che oramai è sempre aperto, due mesi di affari e dieci mesi di corteggiamenti e spifferi e sogni proibiti e fotomontaggi su quotidiani sportivi che parlano sempre meno di cos'è successo e sempre più di cosa potrebbe accadere - dicevo, l'esorbitanza del calciomercato ha moltiplicato esponenzialmente il numero di squadre in cui un calciatore può aver militato e contro le quali rischia di segnare senza manco alzare un timido braccino giubilante, d'istinto. Ma voi, ragazze, non cascateci e dietro questa parvenza di nobili sentimenti scorgete ciò che c'è veramente: un uomo che guarda indietro mentre l'amore guarda avanti anche quando non si vede niente, un uomo che da un momento all'altro potrebbe levarvi lussi fama e domeniche libere per riconsegnarli all'ultima arrivata prima di voi.
[Si trova anche su Quasi Rete, il blog letterario della Gazzetta dello Sport.]
[Si trova anche su Quasi Rete, il blog letterario della Gazzetta dello Sport.]
domenica 23 novembre 2014
A Pavia, pensate, la domenica è talmente lunga che ho preparato un prontuario di reperti derbistici in attesa del Milan-Inter di stasera. Lo trovate su Quasi Rete, blog letterario della Gazzetta dello Sport, con almeno una cosa che non vi aspettate.
martedì 11 novembre 2014
Non a torto ieri mia madre mi ha contattato chiedendomi informazioni sul tipo di bara che desidero, non perché la mia salute stia peggiorando (non sensibilmente almeno, per quanto dopo i trenta sia tutta una china discendente e dopo i quaranta restino solo tasse e malattie) ma perché l'altro giorno avevo dichiarato tutto contento su facebook: "Adesso che Ho visto Maradona è stato recensito sul Guerin Sportivo posso anche morire contento". Che mia madre non abbia un profilo facebook e che dunque si sia con ogni evidenza appoggiata ai servizi segreti della Germania dell'Est è un altro discorso; sorvoliamo. Mi preme piuttosto domandarmi se si possa provare affetto nei confronti di un giornale e maturare un legame duraturo negli anni con un oggetto che, per quanto pieno di parole, è senza dubbio un oggetto e peggio ancora, a differenza di un libro, muta di volta in volta formato e contenuto e autori. Sono sicuro che se si fosse trattato di un sito, di qualcosa di non tangibile, il legame non si sarebbe creato: perché la maniera migliore per dimostrare il mio affetto nei confronti del Guerino consiste nel conservarne le copie che ho comprato dal 1988 (in altri tempi presagivo che me le sarei portate anche nell'oltretomba, dico anche questo a beneficio di mia madre) e quindi nel sottrarre spazio concreto ad altre cose e, in casi estremi, ad altre persone.
Il primo numero del Guerino che possiedo ha ventisette anni ed è lacero, senza più copertina, con figurine (figurine!) attaccate su pagine a caso per quanto provenienti da una stagione calcistica diversa e posteriore; il Guerino in sé è più vecchio, essendo stato fondato nel 1912 ed essendo come tale il più antico settimanale sportivo d'Europa e credo il più antico periodico ancora attivo in Italia. Quando ho scritto con Francesco Savio un libro di metafisica pallonara che si chiamava Anticipi, posticipi avevamo notato che la pubblicazione sarebbe caduta in concomitanza col centenario e avevamo deciso di unirci ai festeggiamenti. Così scrivevamo in una nota al testo:
Quando ci siamo affacciati per la prima volta al calcio la pay-tv era ancora di là da venire e gli unici anticipi e posticipi che potevamo permetterci erano psicologici: il posticipo dell'attesa di poter vedere stampate le foto a colori della settimana calcistica e l'anticipo della trepidazione del momento in cui l'edicolante avrebbe annunciato che dentro il pacco degli arrivi c'era finalmente il Guerin Sportivo. Il nostro immaginario calcistico, così come lo raccontiamo in questo libretto, è nato grazie a questo. Nell'anno in cui celebra il proprio centenario, riteniamo quindi doveroso dedicare Anticipi, posticipi alla gloria del Guerino.
Poi ci siamo evoluti e io mi sono messo a scrivere - su ordinazione di un editore che deve ancora mandarmi quanto meno le cinque copie che mi spettano da contratto - un romanzetto a tema su calcio, Mondiali, Napoli e comunismo. L'ho chiamato Ho visto Maradona e l'ho usato per raccontare il dramma dell'unico adolescente milanista e comunista in una città profondamente e istintivamente maradoniana e democristiana, mettendolo di fronte al duplice sconforto dello scudetto al Napoli e della caduta del Muro di Berlino (il Muro di Berlino, qualcuno l'avrà notato in questi giorni, è caduto venticinque anni fa; e qualcun altro avrà anche notato, dando un'occhiata agli sviluppi dalla Germania, che forse era il caso di tenerlo su). Per riempire le pagine ho dovuto studiare. Così scrivo nella nota a quest'altro testo (annoto un sacco, io):
Questo, volendo, è un romanzo storico; di sicuro ha delle fonti. Eccetera eccetera i servizi firmati della "Domenica Sportiva" andati in onda su Rai Uno fra il 1987 e il 1990 bla bla bla le registrazioni di "Tutto il calcio minuto per minuto" eccetera eccetera. Gli eventi sportivi dell'epoca e più in generale la temperie che li contornava sono stati ricostruiti dai numeri del Guerin Sportivo, allora diretto da Marino Bartoletti.
Quest'annosa pila di giornali inutili e ingombranti, che mia madre ciclicamente voleva farmi gettare via perché non servivano a niente, mi ha per lo meno consentito di mettere su due libri di calcio che magari hanno fatto passare mezz'ora di tempo a tre persone; che poi in senso più lato i due libri non siano comunque serviti a niente è un altro discorso, come gli oscuri legami fra mia madre e la DDR. Muoia pure oggi (io), almeno potrò portarmi in tasca la recensione di Christian Giordano, che è bella e d'impatto perché apre la doppia pagina del Guerino dedicata ogni mese ai libri, e che riproduco qui sotto per consolarmi da solo, ma in bassa definizione per non esagerare.
(Ho anche fatto un Voltaire cattolico sul quale l'influsso del Guerino è stato più contenuto.)
Il primo numero del Guerino che possiedo ha ventisette anni ed è lacero, senza più copertina, con figurine (figurine!) attaccate su pagine a caso per quanto provenienti da una stagione calcistica diversa e posteriore; il Guerino in sé è più vecchio, essendo stato fondato nel 1912 ed essendo come tale il più antico settimanale sportivo d'Europa e credo il più antico periodico ancora attivo in Italia. Quando ho scritto con Francesco Savio un libro di metafisica pallonara che si chiamava Anticipi, posticipi avevamo notato che la pubblicazione sarebbe caduta in concomitanza col centenario e avevamo deciso di unirci ai festeggiamenti. Così scrivevamo in una nota al testo:
Quando ci siamo affacciati per la prima volta al calcio la pay-tv era ancora di là da venire e gli unici anticipi e posticipi che potevamo permetterci erano psicologici: il posticipo dell'attesa di poter vedere stampate le foto a colori della settimana calcistica e l'anticipo della trepidazione del momento in cui l'edicolante avrebbe annunciato che dentro il pacco degli arrivi c'era finalmente il Guerin Sportivo. Il nostro immaginario calcistico, così come lo raccontiamo in questo libretto, è nato grazie a questo. Nell'anno in cui celebra il proprio centenario, riteniamo quindi doveroso dedicare Anticipi, posticipi alla gloria del Guerino.
Poi ci siamo evoluti e io mi sono messo a scrivere - su ordinazione di un editore che deve ancora mandarmi quanto meno le cinque copie che mi spettano da contratto - un romanzetto a tema su calcio, Mondiali, Napoli e comunismo. L'ho chiamato Ho visto Maradona e l'ho usato per raccontare il dramma dell'unico adolescente milanista e comunista in una città profondamente e istintivamente maradoniana e democristiana, mettendolo di fronte al duplice sconforto dello scudetto al Napoli e della caduta del Muro di Berlino (il Muro di Berlino, qualcuno l'avrà notato in questi giorni, è caduto venticinque anni fa; e qualcun altro avrà anche notato, dando un'occhiata agli sviluppi dalla Germania, che forse era il caso di tenerlo su). Per riempire le pagine ho dovuto studiare. Così scrivo nella nota a quest'altro testo (annoto un sacco, io):
Questo, volendo, è un romanzo storico; di sicuro ha delle fonti. Eccetera eccetera i servizi firmati della "Domenica Sportiva" andati in onda su Rai Uno fra il 1987 e il 1990 bla bla bla le registrazioni di "Tutto il calcio minuto per minuto" eccetera eccetera. Gli eventi sportivi dell'epoca e più in generale la temperie che li contornava sono stati ricostruiti dai numeri del Guerin Sportivo, allora diretto da Marino Bartoletti.
Quest'annosa pila di giornali inutili e ingombranti, che mia madre ciclicamente voleva farmi gettare via perché non servivano a niente, mi ha per lo meno consentito di mettere su due libri di calcio che magari hanno fatto passare mezz'ora di tempo a tre persone; che poi in senso più lato i due libri non siano comunque serviti a niente è un altro discorso, come gli oscuri legami fra mia madre e la DDR. Muoia pure oggi (io), almeno potrò portarmi in tasca la recensione di Christian Giordano, che è bella e d'impatto perché apre la doppia pagina del Guerino dedicata ogni mese ai libri, e che riproduco qui sotto per consolarmi da solo, ma in bassa definizione per non esagerare.
(Ho anche fatto un Voltaire cattolico sul quale l'influsso del Guerino è stato più contenuto.)
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