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giovedì 29 ottobre 2015

Siccome non ci credevo dopo averlo letto sul Corriere della Sera, ho controllato anche sulla Stampa e perfino su Repubblica scoprendo che - se tre fonti fanno una prova - Raffaele Cantone ha davvero detto che Milano è la capitale morale d'Italia perché a Roma mancano gli anticorpi morali contro la corruzione. Mi sono riemersi ricordi vaghi di una trasmissione di un quarto di secolo fa i cui inviati fermavano per strada la gggente chiedendo di spiegare esattamente il significato di espressioni invalse nella routine del gergo giornalistico: ed ecco una signora spiegare con sussiego, sopra risate registrate in studio, che Milano era la capitale morale d'Italia perché c'era più moralità.

Voi vi accapigliate sull'inedita e trascinante questione se Milano sia meglio di Roma in base al parere personale di un magistrato (che, detto fra parentesi, non essendo cattolico ha dunque diritto a esprimere pareri personali che vengono commentati con ammirazione e rispetto per la sua autorità, mentre se fosse stato cattolico l'avreste preso a pedate in faccia perché i magistrati non devono esprimere opinioni); io invece traggo da questa storia due conseguenze. Anzitutto che aveva ragione Patrizia Valduga quando scriveva già in tempi non sospetti l'endecasillabo "Italiani, imparate l'italiano". Se nessuno alza il ditino per far notare che il senso di "capitale morale" è lo stesso di "vincitore morale" e dunque ha tutto a che fare con meriti contratti de facto e nulla col concetto etico un po' peloso di "anticorpi morali", vuol dire che rispetto ai tempi in cui la signora ignorante che la pensava come Cantone causava crasse risate gli italiani hanno smesso di sapere l'italiano: effetto forse collaterale ma certo inevitabile dell'avvento di vitelli d'oro linguisticamente ibridi come l'internet e l'euro - diceva l'immenso Geminello Alvi che l'euro era stato introdotto dagli italiani stanchi della dominazione italiana sull'Italia.

In secondo luogo, passando al livello delle implicazioni sociali dell'uso della lingua, il plauso a Cantone e il conseguente vacuo dibattito indicano che è variato il metro di giudizio delle azioni. Prima gli italiani esaltavano ciò che era luccicante o nobile: il vincitore morale, la Milano da bere e così via; adesso esaltano ciò che è etico e corretto. Ci siamo ridotti ad avere la stessa concezione del bello che a metà Cinquecento poteva avere un calvinista presbite delle valli svizzere. Venticinque anni non sono molti ma per l'Italia sono stati troppi. Ieri la signora che travisava il senso di "capitale morale" veniva sbertucciata in tv con ogni ragione; oggi al lessico confusionario di un magistrato si dedicano ossequiose lenzuolate sui quotidiani. Raffaele Cantone è la giusta guida per l'Italia che finisce.

lunedì 26 ottobre 2015

Dal 1766 al 1796 Pietro Verri non pubblicò nulla, volontariamente, perché riteneva che il pubblico non fosse all'altezza delle sue idee. Se non che Pietro Verri era conte mentre io sono assegnista di ricerca in scadenza di contratto e ciò rende necessario che io scriva il più possibile e cerchi di pubblicare quasi tutto, quanto meno per la pecunia. Se dunque leggendomi trovate qualcosa di intelligente non prendetelo come un complimento.

venerdì 12 giugno 2015

Sulle donne nude adotto da anni un criterio adamantino: sono favorevole se sono belle, se sono brutte sono contrario. Questa Eleanor ventitreenne ha gli occhioni cerbiatteschi delle inglesine che si truccano troppo per il sabato sera ed escono a frotte con abitini svolazzanti facendoti venire istintivamente voglia di portartele a letto tutte simultaneamente, almeno fino al momento in cui aprono bocca e passa ogni vaghezza*. Quindi, sono favorevole: anche se sta venendo subissata di improperi per essersi spogliata profanando non so quale montagna sacra del lontano oriente. La stigmatizza perfino l'esperto di viaggi Simon Calder il quale ha rammentato a lei e agli inglesi tutti che quando si mette piede in un altro paese bisogna ricordarsi che lì vigono regole diverse e che bisogna rispettarle, anche se non le si condivide. Considerato che Calder lavora per la Bbc ma scrive anche per l'Independent, il più progressista dei quotidiani favorevoli ad accoglienza e multiculturalismo**, se ne deduce che se il principio fosse valso non solo per gli inglesi che vanno ma anche per gli stranieri che vengono l'Inghilterra sarebbe stato un posto migliore e magari sarei rimasto a vivere lì.


*Nota: Una notte a Londra una passante neanche tanto male mi saltò al collo alla scoperta che ero italiano proferendomi in rapida successione le tre sole parole nostrane che conosceva - "Ciao, ti amo, vaffanculo!" - che nella fattispecie erano sintomo della sua contingente ubriachezza ma potevano essere anche considerate come condensato resoconto di ogni possibile fidanzamento.

**Nota: L'Independent fa tuttora autorità sui quotidiani progressisti italiani, i quali per dimostrare apertura mentale estesa finanche all'ortografia non di rado lo chiamano Indipendent.

mercoledì 26 novembre 2014

Ho letto e riletto più volte l'editoriale di Giuliano Ferrara sul Foglio rosa di lunedì scorso, trovandolo amaro ben oltre l'intenzione di stigmatizzare il diritto ad abortire rivendicato in copertina da Internazionale, settimanale di gran tendenza aduso a darsi ragione da sé. L'aborto è solo l'aspetto più cruento di una posta in gioco più alta che coinvolge tutto quello che abbiamo – noi che in senso lato possiamo dichiararci militanti di una minoranza conservatrice – detto e fatto in questi ultimi dieci anni. Gli eventi ci hanno scalzato al punto che adesso il mantenimento di una posizione benché coerente non allineata al pensiero unico abortista, femminista, omosessualista, giustizialista, animalista, terzomondista, pacifista, accoglientista e sincretista ci interdice non solo il patentino di credibilità in un contesto intellettuale che ha smesso di ragionare da tempo perché troppo occupato ad autoalimentarsi creando sempre nuove mozioni d’impegno à la page alle quali tutti devono accostumarsi, foss’anche a costo di abdicare alla realtà dei fatti; ma ci pregiudica altresì il normale espletamento delle funzioni sociali, umane. Oramai sostenere idee minoritarie benché assennate implica quest’alternativa: o venire presi per provocatori prima e scemi poi, se non istigatori al crimine, dagli abituali consessi all’interno dei quali si vede progressivamente svanire la concreta speranza di essere ascoltati e compresi, se non amati; oppure rinchiuderci in club diametralmente opposti e stagni, e da cattolico italiano so bene quanto i cattolici italiani riescano a essere noiosi e ottusi e ripetitivi oltre che codini quando non ipocriti e tiepidi.

Ho vissuto anni in Inghilterra vedendo erodere ogni settimana un po’ della libertà di dire ciò che si pensa, di puntare il dito contro il re nudo, di non negare l’evidenza più lampante. Per timore di offendere qualsiasi tipo di minoranza gli inglesi hanno sortito l’effetto di creare una nuova minoranza ammutolita e perseguitata, composta da tutti coloro i quali non fanno parte di nessuna di queste minoranze intersecate e sovrapposte che si sono trasformate in vacche sacre e scodinzolano dispoticamente. Sono tornato a vivere in Italia e qui assisto all’identica differita, patrocinata da lenzuolate stucchevoli e dementi campagne di hashtag, giornate contro e giornate a favore di incommensurabili cazzate, acquiescenza all’idea che se un uomo uccide una donna compie un atto diverso e più grave rispetto alla donna che uccida un uomo; all’idea che si sia all’improvviso maturato il diritto di sposarsi a piacimento e di ottenere tutto ciò che si desidera; che abbia ragione una Boldrini per la quale le donne sono talmente uguali all’uomo da essergli superiori e non un Erdogan per il quale è sconsigliabile mettere nelle mani di una donna la stessa zappa dell’uomo e imporle di zappare egualitaristicamente; che la nostra civiltà e l’altrui sono consimili e interscambiabili, con le decapitazioni quale pittoresco incidente di percorso; che gli invasori siano migranti e quindi una risorsa, come lo furono i barbari per rinnovare l’Impero Romano; che un figlio sia un fastidio sulla strada della luminosa carriera della madre e della sua libertà di spendere denaro per fini più nobili; che Dio non esista perché non tutto va per il verso che vorremmo; che la fede sia una prospettiva privata, un occhiale colorato per vedere il mondo rosé; e infinite altre scempiaggini che si tengono l’un l’altra per mano come le fisarmoniche di giornali ritagliati a forma di omino, e che chissà quante altre se ne porteranno appresso in anni futuri e prossimi che non sono sicuro di voler vedere.

Non certo da militante. Per dieci anni abbiamo suonato il flauto per persone che non hanno ballato, abbiamo cantato un lamento per persone che non hanno pianto e che adesso si sono accodate alla dittatura del pensiero unico costituendo una massa critica di maggioranza bovina e insormontabile, almeno per le nostre forze residue. Nel Vangelo c’è scritto chiaro e tondo che non praevalebunt e quindi possiamo nutrire la ragionevole certezza che i secoli spazzeranno via queste cianfrusaglie con la stessa vigoria riservata a tutte le ideologie che le hanno precedute; ma è piuttosto evidente che non saremo noi. Coltiveremo il nostro giardino, anzi, vivremo asserragliati la vita nei boschi, ognuno per conto proprio aspettando che la peste si propaghi fino alla nostra soglia, cercando di mangiare bene, leggere qualche classico, oziare col caffè compulsivo e l’occasionale sigaretta. In camera ho un whisky canadese che scende con facilità insidiosa; arrendiamoci, sarà un successo.

lunedì 3 novembre 2014

Materani, ancora uno sforzo! Ho apprezzato il vostro tentativo di leggermi collettivamente ma avrei preferito che mi leggeste tutto, o anche solo un po’ oltre la rubrichetta settimanale di satira su Tempi che si è imbattuta nella nomina della vostra città a futura capitale europea della cultura e che adesso, contenti voi, è chiusa. Prima di accusarmi unilateralmente di ingiustificato odio e preciso accanimento nei confronti della vostra città, avreste potuto spingervi a scoprire che nello stesso identico giorno in cui questa mia mano scriveva (su un quaderno a quadretti, con brutta grafia) la satira sulla futura capitale europea della cultura, nello stesso identico giorno, dicevo, la mia mano scriveva anche uno sperticato elogio del romanzo di una vostra concittadina, contro la quale avrei dovuto invece scagliarmi col sangue agli occhi se fossi sottostato alla vostra teoria che mi vuole pregiudiziale nemico di tutto ciò che è Matera, viene da Matera o sembra anche solo lontanamente Matera.

Avreste potuto, prima di commentare in tromba il mio sommesso articolo sul sito di Tempi e sui social network più coloriti, esplorare gli archivi e scoprire un pezzo antiquato (dell’estate scorsa, ohibò) in cui prendevo le difese di Charlie Brooker, opinionista e umorista britannico sul quale grava l’indubbia colpa di non essere di Matera ma che ha detto cose molto scaltre sull'aver più volte richiesto al quotidiano per cui scrive, il Guardian, di impedire i commenti sotto i suoi articoli con la precipua motivazione che lui scrive per essere letto, non per far scrivere i lettori. Avreste potuto, se non siete versati con l’inglese, cercare il mio nome e scovare questo mio blog discontinuo, capriccioso, mercuriale, in cui ho disattivato da mo la possibilità di lasciare commenti perché sono favorevole alla separazione delle carriere: chi scrive scrive e chi legge legge. Leggere cosa scrive un lettore mi interessa tanto quanto scoprire come rammenda le suole il mio pizzaiolo. Se volete essere letti, fate fatica come l’ho fatta io in anni di letture prolungate e tentativi di scrittura e rifiuti editoriali e riletture per lisciare gli avverbi e miopia crescente e crampi alle mani e lenta lentissima erosione di un mondo culturale a tratti impenetrabile onde poter riuscire a pubblicare qualche articolo sui giornali nonché a farmi assegnare una rubrichetta settimanale di satira, che adesso è svanita nel nulla.

Materani, siete ancora lì? Probabilmente no, in quanto dalla lettura forzosa dei vostri commenti ho dedotto una dissuetudine a finire gli articoli: altrimenti avreste incocciato l’ultimo capoverso della mia rubrichetta settimanale di satira (che adesso non c’è più) in cui con una finta lettera di Mel Gibson già parodiavo alcune delle proteste non propriamente imprevedibili che sarebbero emerse nei successivi commenti in difesa della vostra città e delle sue bellezze e perfino della sua stazione ferroviaria. Se aveste letto tutto, magari, vi sareste ricreduti trattenendovi dallo scrivere considerazioni che erano già state derise nell’articolo che vi stavate accingendo a commentare. Alla peggio avreste potuto fare come il gentiluomo che ha commentato il mio articolo tre volte: la prima per dire che non meritava neanche di essere letto e che infatti lui non l’aveva letto; la seconda per notificare che si era sforzato di arrivare fino a metà ma l’aveva trovato eccessivamente greve e rancoroso per riuscire a spingersi oltre; e la terza per concludere: “L’ho letto tutto, in effetti è divertente”. Chi mi ha puntato contro l’indice accusatore strillando che l’autrice del mio articolo aveva il dovere di rispondere, non si sa cosa non si sa a chi, avrebbe potuto pazientare e attendere un mio outing in cui rivelassi al mondo che sono maschio.

Avreste potuto, materani, prima di accusarmi di essere al soldo di qualche altra candidata futura capitale europea della cultura, e anche prima di accusarmi di essere un cieco sostenitore del Nord a discapito del Sud, cercare su questo mio blog le parole “capitale europea della cultura” e scoprire che mesi e mesi fa avevo già dileggiato la candidatura di tutte le reginette sparse sul suolo patrio a questo titolo frivolo e che avevo contestualmente candidato Pavia al titolo indiscusso di capitale europea della tristezza. Avreste potuto, prima di commentare l’ultima involontaria puntata della mia rubrichetta settimanale di satira, prendere la rincorsa e scoprire che il mio primo primissimo articolo pubblicato su Tempi risale a boh, sei anni fa credo, che compariva entro un ciclo sulle piazze d’Italia, che era dedicato a Pavia e che infatti esordiva con un bel “Pavia non esiste” – nelle pagine successive spiegavo perché.

Prima di trarre conseguenze sul mio essere longobardo e di conseguenza leghista antimaterano, avreste potuto documentarvi e scoprire che vengo da Gravina, a venti chilometri da Matera nientemeno. Prima di argomentare che ho attaccato Matera perché come chiunque vive a Gravina la odio e la detesto, avreste potuto informarvi e scoprire che ho abbandonato i vostri paraggi quindici anni fa, verso città italiane ed estere che non sono mai state capitali europee della cultura, e che oramai considero le vostre rivalità con distacco siderale. Avreste anche potuto trarre giovamento e forse ilarità da una serie di frasette leggere che avevo scritto in agosto, una al dì, per prendere in giro Gravina visto che mi trovavo costretto a trascorrerci l’estate – rendendo così, me ne accorgo solo ora, un grande servigio alla vostra futura capitale europea della cultura perché, se tanto mi dà tanto, per corrispondenza biunivoca voi materani dovete odiare e detestare Gravina e forse chissà, la vostra reazione al mio articolo era specularmente causata da quest’intrinseco campanilismo, altroché.

Avreste potuto, ma senza esagerare, prestare attenzione al caso che si trattasse di una rubrichetta settimanale di satira (non ricordo se ho già detto che ormai è chiusa) e forse anche leggere a ritroso le sette puntate precedenti rendendovi conto che lo stesso trattamento riservato a Matera – che voi avete trovato volgare e razzista – lo avevo riservato a categorie difformi quali i giornalisti, i calciatori, i politici, i poeti, i filosofi dell’ottocento e gli orsi. Credete forse che siano tutti materani? C’è magari qualcuno di voi che ha preso sul serio la vecchia puntata in cui dichiaravo incidentalmente che l’estensore della rubrichetta (chiusa, sparita, kaputt) mangiava i bambini ed è quindi corso a mettere i figli in salvo?

Materani, mi sono stancato e chiudo qui l’intemerata. Mi dovete delle scuse ma sono buono e vi perdono. Per la prossima volta, vi consiglio di leggere prima di scrivere, e vi ricordo che quando diffuse la falsa notizia di essere lui il capo delle Brigate Rosse, Ugo Tognazzi rilasciò poi un’unica dichiarazione alle folle indignate per l’eccesso di umorismo: “Rivendico il diritto alla cazzata”.


[Noterella: Francesi, ancora uno sforzo fu un pamphlet composto nel 1795 dal marchese de Sade.]

sabato 23 agosto 2014

Se conoscessi Maria Elena Boschi le vorrei il bene un po’ melanconico che si deve alle coetanee belle di bellezza tale da farle apparire sempre lievemente fuori contesto – tanto più trovandola sulla copertina del nuovo numero di Panorama, sorridente e occhieggiante come oggetto del desiderio dell’estate 2014 sotto il titolo: “Che fai stasera? Come si corteggia, si rimorchia, si filtra ai tempi della desideratissima ministra Boschi”. Non è chiaro: significa che bisogna tutti corteggiare la Boschi, che resta lì ad aspettare un connazionale che vinca la giostra? O che da quando lei è entrata nel governo è stata rottamata la vecchia maniera di corteggiare rimorchiare flirtare e bisogna di conseguenza adeguarsi al nouveau régime sentimentale? La ministra intanto resta non accasata, pare, magari anche non corteggiata, negletta come solo le donne di bellezza rara e intimorente, facile a gualcirsi, sono destinate a restare nonostante che, informa l’articolista, il suo topless finora immaginario sia stato valutato 15.000 euro in favore dell’infingardo che lo svelerà a un mondo che desidera sbirciarla senza volere correre il rischio di innamorarsene (“È la crisi, ministra”, conclude l’articolista con perfidia femminile). La Boschi invece esiste veramente e stona in una nazione di avvizziti guardoni, per non dire di peggio. Sette sue fotine innocenti corredano infatti un reportage sulle confessioni degli italiani che sostengono di rimorchiare con successo nel nuovo mondo dell’iperconnessione tecnologica, pur fottendosene della ministra perché alla qualità preferiscono la quantità. C’è infatti il finto padre single che inganna le mamme in spiaggia, che novità, nascondendo di avere la fidanzata a casa. Il compulsivo ossessivo da Meetic e Whatsapp che si vanta di essere “il re degli emoticon” senza capire che ogni volta che un uomo manda una faccina stilizzata a una donna un ormone muore rinsecchito, e che se una donna gli si concede dopo avere ricevuto una pallina che emette cuoricini allora vuol dire che si meritano l’un l’altra. C’è quello che “strappa i vestiti di dosso per sentirsi ancora macho”. Il mesto passatista che crede di realizzarsi dragando la compagna di classe separata perché al liceo “il suo lato B era notevole”. Il PR da discoteca che scopa ragazze olandesi in serie a Miramare di Rimini garantendo ingressi superfree. L’immancabile precario che si vanta di essere alternativo e nutre “una visione scientifica della conquista” che culmina nel suo estrarre la chitarra a cena, orrore, “lasciarsi esagerare”, qualsiasi cosa significhi, e voilà, negli intervalli non canori lamentarsi di guadagnare “di gran lunga sotto i settecento euro e neppure tutti i mesi”. Una botta d’allegria, queste cinque tipologie di uomini che invece dovrebbero desiderare donne desiderabili, azzardare il gioco a somma zero e magari contemplare la sconfitta anziché specchiarsi nei propri successi incrinati. Questi intanto sono i maschi adulti italiani, pomposi e ombelicali, che si vantano di essere bravi a rimorchiare col pallottoliere e poi passano la sera a casa a frignare o, i meno dignitosi, davanti ai social network; mentre a Maria Elena Boschi voglio il bene sempre più melanconico che si deve alle coetanee che vanno sprecate in un contesto che non merita la loro bellezza. È la crisi, ministra.


martedì 19 agosto 2014

Dice che l'estate è la stagione dell'amore. Adesso è anche la stagione delle piogge. Fatto sta che mi ha fatto tornare in mente un vecchio pezzo che avevo scritto per Tempi nel 2010, in cui spiegavo cosa direi alle signorine di oggi se anziché Gurrado fossi Jane Austen.

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È una verità universalmente riconosciuta che dovrebbero sposarsi solamente i maschi. Alle donne non conviene: perdono terreno sul lavoro, vengono limitate nella loro libertà espressiva, si riducono a passare l’aspirapolvere mentre il marito guarda Empoli-Ancona su Sky e sono costrette a dormire sul divano perché lui russa. Sposandosi, una donna sacrifica tutto quanto di buono aveva fatto fino ad allora e soprattutto ciò che potrebbe fare in futuro. Molte femministe sostengono l’istituzione del matrimonio fra uomini solo perché così verrebbero lasciate in pace.

Non si spiega altrimenti il successo planetario di Elizabeth Gilbert. Quest’anno uscirà il film tratto dal suo libro più celebre, Mangia prega ama, già tradotto in Italia da Rizzoli. Poco sorprendentemente, è la storia di una donna – Julia Roberts sullo schermo, la stessa Gilbert nel volume – che dopo essersi sposata giovane e avere divorziato molla tutto e per ritrovare sé stessa va a Roma a bere una quantità indiscriminata di cappuccini alle ore più impensate e a guardare le partite casalinghe della Lazio. Dopo di che, per ritrovarsi ancora di più, va a farsi buddista o scintoista in India e in Indonesia dove, già che c’è, trova anche un figaccione chiamato Felipe se lo riporta in America come bagaglio a mano.

Ho letto il libro della Gilbert qualche anno fa e quindi i dettagli mi sfuggono. Ricordo distintamente però che molte donne sono andate in sollucchero non solo in America ma anche in Italia, dove ci si aspetterebbe meno instabilità emotiva e soprattutto dove l’itinerario della Gilbert diventa difficilmente praticabile: se, poniamo, una casalinga di Torpignattara viene mollata dal marito, siamo sicuri che può risolvere tutti i suoi problemi bevendo un cappuccino nella curva nord dell’Olimpico? Eppure sui siti che lasciano la parola alle lettrici le recensioni a Mangia prega ama sono tutte positive: “una bellissima finestra aperta sul mondo femminile”, “un libro molto catartico” in cui “molte donne di tutte le età si rispecchieranno e alla fine vedranno più chiare le loro potenzialità”. I lettori italiani maschi non si pronunciano, forse (a parte me) non esistono nemmeno. Su facebook la Gilbert ha 1310 fan che, giuro, a mezzanotte e mezza si connettono a internet dal telefonino appositamente per scrivere sulla sua bacheca frasi topiche tratte dal suo stesso libro o per assicurarle che hanno appena finito di rileggerlo per la quarta volta. In America i lettori maschi esistono e solitamente le scrivono per dirle che alla presentazione della sera prima l’hanno trovata particolarmente affascinante ma erano troppo timidi per dirglielo di persona. Appena uscirà il film, la situazione degenererà e assisteremo a ciò che Joseph Conrad sintetizzerebbe con una sola parola ripetuta due volte: l’orrore, l’orrore.

Per questo la mia eroina è un’ebrea americana che si chiama Lori Gottlieb. In teoria dovrebbe essere l’eroina di ogni rispettabile femminista e di conseguenza il mio incubo: ha 43 anni e ne dimostra una trentina, ha un unico figlio partorito quando già si affacciava agli -anta, non è sposata né fidanzata quindi l’ha cresciuto completamente da sola, il padre essendo un anonimo donatore di sperma e lo zio un frigorifero. Ha dedicato la vita alla carriera ed è stata un carro armato: scrive sul New York Times, sul Los Angeles Times, su Elle e su Glamour; ha partecipato ad antologie di saggi pubblicate anche dalla Oxford University Press; ha pubblicato quattro libri in proprio, due dei quali sono stati rivenduti a Hollywood per la riduzione cinematografica; il quinto è stato appena pubblicato negli Stati Uniti e ad aprile invaderà la Gran Bretagna. Ciò nondimeno Lori Gottlieb risulta enormemente impopolare. Le femministe la detestano, le dicono che è più vecchia di quello che sembra e più brutta di quel che è; le danno della maschilista, della fascista, della retrograda e della traditrice. Nonostante l’ avallo di Oprah Winfrey, la donna che ha fatto vincere le elezioni a Obama, lo scetticismo intorno alla Gottlieb è rimasto sesquipedale ed è testimoniato dal numero di fan che è riuscita a racimolare su facebook: 62, fa quasi pena.

I libri di Lori Gottlieb non sono mai stati tradotti in Italia; peccato perché ce ne sarebbe bisogno. Anzitutto bisognerebbe diffondere Marry him!, ovvero Sposalo!. La teoria alla base del volume è che gli ideali femministi imposti dalla società tendono a sviare le donne da ciò di cui avrebbero bisogno e perfino da ciò che non ammetterebbero mai di fronte a sé stesse di desiderare; le fanno diventare ipercritiche nei confronti degli uomini con cui hanno una relazione e le spingono a mollarne uno dietro l’altro senza considerare che il tempo sfugge e i treni passano una volta sola. Così facendo, suggerisce Lori Gottlieb, si finisce come lei: quarant’anni ben portati, un bel bambino e una carriera gloriosa che la fa tornare a casa ogni sera senza trovarci nessuno con cui fare due chiacchiere.

Il corollario della teoria è contenuto nel volume successivo, Mr Good Enough (ovvero Mister Accettabile), pubblicato in America in occasione di San Valentino. Se possibile, Lori Gottlieb si fa ancora più radicale nelle sue idee rivoluzionarie: sostiene che ogni donna desidera sposarsi; che una donna che si risvegli a 30 anni senza un marito accanto inizia a essere lievemente preoccupata; che le donne sposate sono mediamente più felici di quelle che cenano da sole con cibo tailandese da asporto riscaldato al microonde; che chi non si accontenta mai e non è disposta a chiudere un occhio sugli inevitabili difetti del fidanzato di turno corre il rischio concreto, un giorno, di non avere più nessuno con cui continuare la turnazione. Feministing.com, uno dei siti più involontariamente divertenti dell’universo, in maniera conciliante l’ha definita “autrice di stronzate”. La firmataria della recensione, tale Vanessa, è sicuramente femminista ma dubito che sia fidanzata.

Il paradosso è che Lori Gottlieb si proclama femminista convinta. Non è pazza. Si limita a contestare la degenerazione del femminismo da movimento di riscossa sociale a capriccio di oltranziste sentimentali che si sentono in dovere di avere tutto. Non è nemmeno l’unica. Nel suo intervento allo scorso Festival Filosofia di Modena la sociologa israeliana Eva Illouz ha ribadito con forza l’esigenza di ritornare a Jane Austen, ossia a una società in cui i vari gradini del corteggiamento erano scanditi da riti collettivi. In questa maniera a ogni comportamento del corteggiatore veniva associato un significato preciso e tutto ciò che faceva o non faceva veniva giudicato da una comunità familiare e locale che fungeva da protezione per la corteggiata, rendendo la sofferenza amorosa più rara e comunque superabile. Non a caso nessuna eroina di Jane Austen va a bere cappuccini in Indonesia. La perdita del codice prestabilito di corteggiamento, spacciata per conquista del progresso e parità sociale, ha causato l’individualizzazione della sofferenza: ogni persona ritiene di doversi allineare a un ideale inesistente che definisce “ciò che io sono veramente” o “ciò che io veramente provo”, eleggendo a legge universale i propri capricci e pretendendo che il corteggiatore o la corteggiata vi si adeguino all’istante. Così finisce che nessuno si accontenta e ogni possibile partner viene scartato per lesa maestà individuale. Eva Illouz auspicava pertanto che corteggiatori e corteggiate riuscissero a definirsi meno come individui e più come membri di una comunità, e a regolare la propria vita sentimentale prendendo in considerazione anche le esigenze altrui, almeno saltuariamente. Meno psicanalisi e più sociologia era la sua ricetta contro la “fobia da legame”, che da tutt’altro percorso portava esattamente alle conclusioni raggiunte da Lori Gottlieb.

Una soluzione è a portata di mano: basterebbe reintrodurre nel nostro lessico la parolaccia “zitella”. Come le streghe sono sparite quando si è smesso di metterle al rogo, da quando la gente ha smesso di sposarsi sono sparite le zitelle. Oggi tutte le donne non sposate si dichiarano single, felici e completamente padrone della propria vita, esattamente come la Perpetua di Don Abbondio che aveva rifiutato tutti i suoi corteggiatori perché non erano alla sua altezza. Se le single tornassero zitelle, nessuna quarantacinquenne si vergognerebbe di sentire la mancanza di un marito.

Diceva Maupassant che il momento più bello dell’amore è salire le scale della casa dell’amata. Per salire le scale sono necessari un livello di partenza ben preciso, dei gradini progressivamente crescenti e un punto d’arrivo sicuro e accogliente. Se si tolgono i gradini si ha l’illusione che tutto sia sullo stesso piano e più facile da raggiungere, ma in realtà la scalata sarebbe sostituita da un baratro, da un buco nero. Allora delle nostre vite sentimentali individualizzate, idealizzate e isteriche resteranno soltanto orgoglio e precipizio.

giovedì 15 maggio 2014

Scrivo sul sito del Foglio:

Le tesi sono fatte per essere buttate. Bisogna spiegarlo a chi si scandalizza per le foto che sul sito di Repubblica mostrano cassonetti per la raccolta differenziata della carta traboccanti di tesi in ingegneria informatica discusse alla Statale di Milano. Roba inaudita, una vergogna che finora aveva toccato solamente le università di Teramo (maggio 2011), Cagliari (novembre 2011), Parma (ottobre 2012) e Lecce (aprile 2013) per limitarci ai casi più recenti e facilmente riscontrabili. Eppure chi ha riempito i cassonetti era nel giusto. Nello specifico non si capisce perché conservare in eterno tesi come quella che si scorge in cima, sulla “realizzazione di un sistema di comunicazione in aree intelligenti per grosse organizzazioni”, discussa nel 1990 e inevitabilmente obsoleta un quarto di secolo dopo. Se però vogliamo affrontare il tema più in generale e chiederci se una tesi gettata via svilisca in qualche modo il senso dell’istruzione universitaria e della ricerca accademica in Italia, non è affatto difficile giungere a conclusioni simili.
Per definizione è la tesi di dottorato quella che consente di arricchire un pochettino, al prezzo di anni di ricerca, la conoscenza pregressa su un dato argomento; un progetto di dottorato è infatti volto a colmare una piccola lacuna nella bibliografia, trattando un soggetto che prima non c’era. La tesi di laurea magistrale, che si consegue dopo i corsi specialistici del quarto e quinto anno, è invece una ricognizione della bibliografia esistente e serve a certificare che il candidato sia a conoscenza degli strumenti di base per intraprendere la corrispondente professione nonché degli strumenti minimi necessari qualora volesse tentare di proseguire la ricerca. È la scala che serve a raggiungere il tetto ma che, una volta arrivati su, non serve più a nulla; conservarla è feticismo per genitori e nonni, come il diploma appeso dietro la scrivania. La tesi di laurea breve, o triennale, è una certificazione minima che serve ad assicurare in alcuni casi che il candidato possa svolgere una professione-base e in altri che possa continuare a studiare per altri due anni come ha fatto nei precedenti tre. Per ripararsi dalla pioggia di carta che ne consegue, alcune facoltà stanno pensando di sostituirla con un colloquio orale.
Solo una minoranza esigua e statisticamente impercettibile di tesi di laurea viene coronata dalla dignità di stampa, ossia dal riconoscimento che essa arricchisce la bibliografia esistente con un portato di novità; e anche in questi rari casi, una volta che la tesi debitamente aggiustata è diventata un articolo o una monografia, la si può tranquillamente gettare via. Considerate infine la cosa dalla prospettiva del laureato. Se intraprende una carriera professionale che non ha molto a che vedere con l’argomento di laurea, la sua tesi resta lettera morta, poco più che un esercizio di stile. Se decide di insistere sull’argomento sviluppandolo professionalmente, la sua tesi viene superata dai fatti in men che non si dica. Poniamo invece che opti per la carriera accademica e sulla tesi di laurea imbastisca il dottorato e anni e anni di ricerca: qualora mai dovesse riprenderla in mano gli sembrerebbe così ingenua e ruspante, inevitabilmente piena di sbavature stilistiche e inesattezze fattuali, da voler recarsi sua sponte nella segreteria d’ateneo a implorare che buttino nel primo cassonetto il suo errore di gioventù.


lunedì 12 maggio 2014

Partiamo dai dati di fatto: ho trentatré anni e non mi sono sposato anche per colpa della legge sul divorzio, che invale dal referendum del 12 maggio 1974 ossia esattamente quarant'anni fa ossia sei anni e mezzo prima che io nascessi. Di là dai miei indubbi limiti personali, di là dalla concreta evenienza che sempre io sia stato un fidanzato migliorabile al netto della fidanzata contingente, è evidente che la mia refrattarietà ha anche una causa sociologica: il divorzio ha abolito il matrimonio.

Prima dell'introduzione del divorzio infatti chi si sposava sapeva che il vincolo era indissolubile (a parte i famosi casi eccezionali sanciti dalla Sacra Rota) e sapeva di dover regolarsi di conseguenza. Non discuto qui il caso - in sé discutibile - che la battaglia per il divorzio sia stata una battaglia per la felicità dell'individuo, della coppia e dei bambini, nonostante che raramente queste tre felicità coincidano, e non discuto per la semplice consapevolezza che quando io dico "felicità" intendo qualcosa di diverso da quello che intendevano allora i divorzisti, oggi gli omosessualisti e nel frattempo gli abortisti.

Lasciamo perdere i nomi e dedichiamoci ai fatti. Sposarsi cinquant'anni fa significava essere sicuri che, bene o male, si sarebbe rimasti in compagnia fino alla morte, nonostante le amanti, le disgrazie, le malattie i temporanei giramenti di capo e la reciproca antipatia che si matura col tempo. Sposarsi adesso significa non esserne più sicuri; significa sapere dal primo giorno che la persona che mi sta sposando può da un momento all'altro non avermi sposato più e, peggio ancora, che io stesso contraendo consapevolmente matrimonio e promettendole di legarmi a lei per sempre possa un domani altrettanto consapevolmente decidere di sciogliere il vincolo che ci lega e di non essermi sposato più. Uno s'innamora e non ci pensa; tuttavia non c'è promessa, per quanto sincera e fededegna, della cui durata eterna si possa essere ragionevolmente sicuri se lo Stato stesso indica e favorisce una scappatoia legale per sottrarsene.

Mille obiezioni possono essere mosse a questo mio timore, che è solo una nuvoletta ma persiste su un cielo che prima era completamente sereno. Fatto sta che non mi sono sposato; e ho trentatré anni, quasi trentaquattro.

lunedì 24 marzo 2014

Non capisco niente di motociclismo - l'unico caso in cui la Moto Gp sia stata in grado di farmi sollevare un sopracciglio d'interesse è stato quando Max Biaggi tentò di centrare in pieno Valentino Rossi che impennava per festeggiare una vittoria - ma temo che, in caso contrario, comunque non sarei in grado di capire la scelta operata da SportWeek per presentare la stagione di corse iniziata ieri. Il settimanale della Gazzetta ha chiesto ai ventitré piloti di scattarsi un selfie che ha corredato di tre tweet di commento. Naturalmente i tweet erano fasulli, sia nel senso che sembravano scritti in prima persona dal pilota ma non lo erano affatto, sia nel senso che trattandosi di frasi pur inferiori ai fatali 140 caratteri ma pubblicate su un quotidiano anziché sull'apposito sito internet non erano, per definizione, dei tweet. Anche i selfie erano sospetti, nonostante che in un angolo di ciascuna fotografia arrivasse il braccio del pilota che teoricamente doveva star reggendo il telefonino; ma la luce e la posa sembravano denunciare quanto meno l'occhio di un professionista se non la sua mano. Paragonate uno di questi selfie a quello celeberrimo fatto davvero a capocchia da star alla rinfusa durante la notte degli Oscar e la differenza è cristallina.

Due conseguenze. La prima è che non so quanto convenga a un mezzo di comunicazione di mimetizzarsi su un mezzo di comunicazione diverso. Perché un giornale dovrebbe vendere più copie pubblicando selfie e tweet come se fosse un sito anziché della carta? Se vado in edicola a comprare un giornale, ci vado perché voglio della carta; se volessi selfie e tweet starei già comodo su internet senza dover uscire di casa. Poniamo che vada di moda la cucina thailandese, che piace a molti ma ad alcuni no: se io fossi il proprietario di una trattoria pugliese, mi converrebbe sostituire alle orecchiette le porcherie che mangiano i thailandesi e che non so nemmeno come si chiamano? Se lo facessi, prenderei comunque gli scarti degli appassionati di cucina esotica che continuerebbero ad andare a mangiare nei ristoranti thailandesi originali. Se invece non lo facessi, raccoglierei attorno a me una minoranza solida, per quanto progressivamente accerchiata, di orecchiettomani fidelizzati.

La seconda conseguenza è che l'editoria italiana crede al potere magico delle parole. Non solo è convinta che basti trasformare un libro in ebook per avere più lettori quando invece, se uno non legge su carta, non leggerà nemmeno senza carta; è anche convinta che le immagini possano essere interessanti solo se sono dei selfie. Non degli autoscatti; dei selfie. Lo so che è uguale, ma è diverso. Ieri Repubblica ha stabilito un nuovo record pubblicando l'immagine di un signore che si è messo completamente nudo in una sala degli Uffizi e spacciandola per selfie nonostante che il soggetto fosse ritratto di profilo e da una distanza di almeno dieci metri. Si vede che, se all'uomo nudo degli Uffizi fosse stata scattata una fotografia, non sarebbe stata sufficiente a diventare una notizia.

martedì 28 gennaio 2014

Il principale effetto della riforma universitaria introdotta nel 1999 da Luigi Berlinguer – il famigerato tre più due – è stato di raddoppiare le feste di laurea. Il candidato si presenta di fronte alla commissione, discute la tesi come può, viene proclamato dottore, indossa la corona d’alloro, si mette in posa pagando cinque o dieci euro a scatto, brinda con parenti e amici e il giorno dopo torna a lezione come se niente fosse, in attesa di laurearsi di nuovo un paio d’anni dopo se tutto va bene. Né si può escludere il caso limite: uno al mattino si laurea e al pomeriggio si sfila la cravatta, depone l’alloro e ancora tramortito dal pranzo faraonico va a sostenere un esame con un professore già membro della commissione mattutina, il quale magari lo boccia: così che a sera il neodottore, mentre parenti e amici ancora brindano per festeggiare, già beva per dimenticare.

Alla questione delle feste di laurea Repubblica ha dedicato qualche settimana fa una lenzuolata in cui il professor Maurizio Bettini, che insegna filologia classica a Siena, lamentava gli eccessi delle lauree-evento quanto a vestiario, filmini, palloncini, coriandoli e tappi di champagne. Ha ragione. Se con la tradizionale laurea del vecchio ordinamento la discussione era un evento accademico aperto a pochi intimi atterriti dall’autorevolezza dei docenti, nel giro di dieci anni è diventato di moda festeggiare la più squallida delle lauree brevi imbrattando tutto, sfasciando quel che si può e affiggendo sopra le lapidi degli antichi barbogi volantini fotocopiati con la foto del neodottore ubriaco o seminudo o assiso sulla tazza del cesso con didascalie che riecheggiano un ritornello di Checco Zalone: “Se ce l’ho fatta io / ce la puoi farcela anche tu; / se ce l’ho fatta io / figuriti tu”. Solo che lui scherzava e loro dicono sul serio, solo che lui sbagliava apposta e loro vanno fieri di poter scrivere del loro genio di famiglia: “Se c’è là fatta lui…”.

Ai suoi tempi Luigi Berlinguer presentava la propria riforma come ineludibile. Di ineludibile qui c’è solo l’evoluzione antropologica del popolo delle prime comunioni: quelli che dieci anni fa festeggiavano il pargolo in saio bianco con celebrazioni megagalattiche, quelli che da qualche tempo al diciottesimo compleanno gli regalano un servizio fotografico professionale che più tamarro non si può, a maggior ragione lo esaltano ora che è cresciuto e veste l’alloro, ancorché alloro triennale: tutti hanno diritto a un royal wedding per ogni tappa importante della vita, anche se il giorno dopo tornano a sedere fra i banchi spogliati di ogni fronda. Alle Università non resta che emettere velleitarie ordinanze (non schiamazzate! non lanciate uova o farina sugli affreschi! non scagliate il nonno nella fontana vuota!), assistere impotenti mentre vengono disattese e poi pagare i danni di tasca propria. A meno che non si colga al volo l’opportunità che sembra offerta da un’inversione di tendenza: lo scorso anno le statistiche hanno alfine registrato un numero di immatricolazioni, e quindi di rette, inferiore al numero di lauree, e quindi di feste. La mia modesta proposta per i magnifici rettori è dunque di sopperire ai mancati introiti e di ripianare le spese da eccesso d’entusiasmo emettendo un’innovativa ordinanza per cui l’ingresso alle sedute di laurea sia gratuito soltanto per il candidato ma costi dieci euro per genitori orgogliosi, zii tracotanti, compagni di bisbocce e amici goliardoni. Se è uno spettacolo, allora si paga il biglietto.

lunedì 4 novembre 2013

Ho trascorso il fine settimana immerso in complicati calcoli filologici dai quali, grazie a un'adeguata analisi dei termini e a una complicata intersezione dei campi semantici, è emersa cristallina l'equazione seguente:

allerta meteo = piove.

Non nascondo l'emozione di fronte a questa scoperta che, in attesa di essere registrata su un supplemento del Vocabolario Treccani, può iniziare a cambiare sensibilmente il modo di parlare degli italiani. I qualunquisti potranno lamentarsi bofonchiando: "Allerta meteo, governo ladro". I delinquenti potranno strillare "Allerta meteo!" quando vedranno avvicinarsi una pattuglia della polizia. Gli sportivi potranno considerare amaramente che "quest'anno il Milan fa schifo, su questo non c'è allerta meteo". Se la sorte esagera nell'accanirsi contro di voi, potrete parlare di "allerta meteo sul bagnato". La controprova che l'equazione funziona risiede nell'espressione idiomatica che mai nessun meteorologo potrebbe contestare: "Tanto tuonò che ci fu allerta meteo". Anche la letteratura può beneficiarne e presto si potrà preparare una nuova edizione del d'Annunzio coi bei versi:

Allerta meteo
dalle nuvole sparse.
Allerta meteo su le tamerici
salmastre ed arse,
allerta meteo sui pini
scagliosi ed irti,
allerta meteo sui mirti
divini,
su le ginestre fulgenti
di fiori accolti,
sui ginestri folti
di coccole aulenti,
allerta meteo sui nostri volti
silvani,
allerta meteo sulle nostre mani
ignude,
sui nostri vestimenti
leggieri, etc.

mentre Domenico Modugno rimpiangerà di non poter cantare "Ciao ciao bambina, un bacio ancora, e poi per sempre ti perderò: vorrei trovare parole nuove, allerta meteo sul nostro amor". A beneficio invece dei compilatori dei dizionari di sinonimi e contrari, faccio presente che quando non piove è allarme riscaldamento globale. L'ultima volta è stata venerdì mattina, quando ci siamo svegliati e inaspettatamente - nonostante che fosse il primo novembre - c'era il sole anziché i consueti nuvoloni carichi di allerta meteo. Un primo tentativo di denunciare benché in forma poco elaborata il sovvertimento climatico risale già alla poesia Novembre di Giovanni Pascoli:

Gémmea l'aria, il sole così chiaro
che tu ricerchi gli albicocchi in fiore,
etc. etc.
di foglie un cader fragile. E' l'estate,
          fredda, dei morti.

Per venire incontro agli studenti delle scuole meridionali che falliscono i test Invalsi solo a causa di un complotto ministeriale ordito ai loro danni, faccio la parafrasi: "L'aria è limpida e splendente come se fosse una gemma e il sole è così chiaro che tu cerchi gli albicocchi fioriti, eccetera eccetera, foglie secche che cadono dagli alberi e vengono calpestate. E' l'allarme riscaldamento globale di Halloween".

giovedì 3 ottobre 2013

Sto leggendo il nuovo romanzo di Antonio Pascale, Le attenuanti sentimentali (Einaudi), e mi fa piacere notare che è puntellato da un sorridente scetticismo nei confronti di un'istituzione ormai comunemente accettata: l'amicizia fra uomo e donna. Pascale è un razionalista di buon senso e come me non si capacita dell'universale diffusione di una pratica che è contraria alla logica, alla natura e all'interesse. Solo che lui ascrive il proprio scetticismo ai natali mediterranei, che lo spingono a essere galante in modo quasi caricaturale con le donne per interesse privato, mentre io mediterraneo quantunque penserei piuttosto all'interesse collettivo.

Sono ancora a metà libro quindi non so (presumo di no) se a un certo punto Pascale sbotterà e dirà quel che penso, ossia che l'amicizia fra uomo e donna è il primo gradino della distruzione del maschio: seguono la lotta all'omofobia, che sotto una formula educata configura il reato di eterosessualismo; la progressiva confusione dei confini fra corteggiamento e stalking, che presto ci farà desistere dall'attaccare discorso con qualcuna oggi per timore di essere denunciati domani; l'ideologia isterica che scorge in ogni uomo un potenziale operatore di femminicidio. In cima alla scala si trova il risultato concreto, ossia un tasso di natalità tendente al limite zero.

Allora, suggestionato da tali implicazioni recondite della lettura del romanzo di Pascale, stanotte non sono riuscito a chiudere occhio ma ne ho approfittato per elaborare una modesta proposta per prevenire che l'assenza di figli diventi un fardello per i mancati genitori e per la nazione. Eccola: se le forze dell'ordine colgono in flagrante un uomo e una donna seduti allo stesso tavolo o a passeggio insieme, chiedano loro se sono sposati o fidanzati. Se rispondono di no, chiedano con discrezione se sono forse amanti, o se quanto meno si bacino di nascosto. Se i due persistono nel rispondere sdegnati di no protestando di essere amici e basta, venga loro comminata una sanzione pecuniaria, rispettivamente di € 50 all'uomo e di € 250 alla donna, quest'ultima da raddoppiare qualora la violazione sia stata commessa in combutta con un uomo che si dichiara gay, intervenendo nella fattispecie l'aggravante dell'omissione di soccorso. Una misura del genere potrebbe rendere meno verosimile un futuro di bambini tutti chiamati Maometto e magari perfino superfluo l'aumento dell'Iva.

domenica 17 febbraio 2013

Shakhtar Donetsk - Borussia Dortmund: il derby degli evidenziatori.

Dunque sul palco di Sanremo si è favorevoli al matrimonio gay ma non al bacio fra due uomini.

Anna Paola Concia protesta: "Tutti gli autori del Festival sono maschi, e pure tutti i finalisti". La Littizzetto è la goccia che fa traboccare il vaso.

Il problema era che se all'Eurofestival mandavano Elio e le Storie Tese, tutti i sacrifici fatti con Monti sarebbero risultati vani.

Maradona ha chiamato suo figlio Diego Fernando, come se invece che un bimbo fosse una sottomarca.

Nel frusinate la terra continua a tremare. Ormai è impossibile tenersi l'anfora in testa.

Benedetto XVI incontra Monti. Ora medita seriamente di ricandidarsi.

lunedì 27 agosto 2012

Finalmente domenica!
Prima giornata, 26 agosto 2012

[“Finalmente domenica!” è la nuova rubrica del lunedì di Quasi Rete / em bycicleta, il blog letterario della Gazzetta dello Sport. Per sopravvivere a questa stagione orfana non solo del simpatico Ibrahimovic e dello spilungone Lavezzi ma anche delle rubriche “L’anticipo” e “Il posticipo”, Savio e io proponiamo in parallelo ciascuno il proprio diario intimo del campionato. “Finalmente domenica!” costituisce altresì uno dei primi esperimenti al mondo di solipsismo sincronizzato. Questa è la mia metà.]

L’altra sera stavo guardando con mia madre Desperate Housewives quando, a un certo punto, le ho detto: “Ma ti rendi conto che questo è il venticinquesimo campionato che seguo?” Mi madre se ne rendeva conto ma il suo interesse al riguardo era contenuto, pertanto non ho ritenuto opportuno approfondire il tema specificando che a rigore di cronologia i campionati che ho seguito sono ventisei, compreso quello di oggi, ma ho chiari in mente solo venticinque inizi: della stagione ’87-’88 ricordo l’ultima giornata ma non la prima, anche se non dubito che ce ne sia stata una. La frase appena conclusa può anche essere considerata tutto ciò che ho da dire nel controverso dibattito sul Nuovo Realismo.

So anche a priori che ricorderò quest’inizio di campionato per un’inattesa peculiarità, in quanto oggi ho fatto una cosa che non mi capitava da anni: mi sono messo a leggere un romanzo di mattina, subito dopo colazione. Era L’amante di Lady Chatterley e si tratta in realtà di una rilettura: una decina d’anni fa l’avevo trovato uno dei libri più sciatti della letteratura inglese e intendevo fugare quest’ingenerosa valutazione giovanile. Ora che l’ho letto con più calma e maturità, posso confermare che è uno dei libri più sciatti della gloriosa letteratura inglese, a parte tre pagine di monologo del guardacaccia che però non salvano le altre trecento. Non lo facevo dai tempi dei liceo, leggere romanzi al mattino dei giorni liberi: ero sempre preso dallo studio o dall’indolenza o dal sonno arretrato o dal lavoro in sospeso o dalla fidanzata o dalle mail accumulate senza riposta o dai social network da ammansire o dalla necessità di scrivere robaccia o dallo scrupolo di leggere tutti i quotidiani di corsa per commentare gli articoli fregando tutti sul tempo. Oggi, sarà che ogni stagione calcistica è un nuovo inizio, ho deciso di farlo e l’ho fatto – as simple as this, dicono gli inglesi.

Avrei in realtà voluto farlo già ieri ma un blog mi aveva chiesto di indicare i cinque libri che secondo me esprimono meglio lo spirito del tempo attuale, quindi avevo dovuto passare la mattinata a pensarci. Ci ho pensato tanto a lungo che me ne sono venuti in mente quattro, e al gentiluomo che aveva avanzato la richiesta ho dovuto spiegare anzitutto il succo dei miei ragionamenti: “Premetto che ideologicamente non credo che i libri servano a capire lo spirito del tempo. Per me, come lettore, si tratta di un gioco a somma zero: il mondo va da una parte e i libri da un’altra, e le persone più indicate a cogliere lo spirito del tempo sono gli analfabeti. Consapevoli o meno del proprio analfabetismo, costoro infatti si sposano, fanno figli, producono oggetti, fanno circolare il denaro e mandano avanti la storia. Noi intellettuali, intesi come persone retribuite per produrre parole a qualsiasi livello, in larga parte non sappiamo fare niente (parlo per me, se non altro) e ci limitiamo a suonare il piffero senza rivoluzione. Io stesso mi vanto di leggere per non frequentare il mondo, anche se alla lunga il contrario è più salubre. Per questo inizio la lista di cinque libri che mi è stata richiesta lasciando un significativo spazio vuoto e indicandone solo quattro”.

[Il resto si trova cliccando qui.]

martedì 3 gennaio 2012

Questa settimana Panorama saluta il 2012 con un sorrisone giallo stilizzato in copertina. Sostiene che nel corso dell'annus horribilis appena trascorso (horribilis per voialtri; per me è stato comunque meglio del 2010; le generalizzazioni non reggono giammai) alcune buone notizie inosservate possono far ben sperare per i mesi a venire. Dunque speriamo, anzi, ben speriamo: però un'analisi più approfondita delle notizie in questione rivela che in realtà c'è solo da essere terrorizzati. Più che di effettive buone notizie si tratta infatti di rimedi, talora incerti, a molestissime disgrazie incombenti: la malaria, il tumore al seno, cuori che non funzionano più, occhi che non hanno mai funzionat, apparati circolatori che funzionano ancor meno... La fotina di una coppia intenta a un acrobatico coito non vuol dire che nel 2012 finalmente si scopa ma che la possibilità di "iniziare la triplice terapia con antiretrovirali in una fase visione dell'infezione riduce del 96% il rischio di trasmettere l'Aids", e che dunque nel 2012 scopare sarà leggermente meno pericoloso che nel 2011, beninteso una volta premuniti di adeguata consulenza medica prima durante e dopo l'intercorso. In questo contesto, non si sa come interpretare il dibattito sulla prossima fine del mondo nella doppia pagina centrale: non si sa se preoccuparsi di più per il possibilismo catastrofista di un biologo membro del Centro ufologico nazionale, della cui esistenza non dubitavo pur ignorandola, o perché a svelare l'infondatezza delle previsioni apocalittiche è stato convocato Alessandro Cecchi Paone.

lunedì 2 gennaio 2012

Se qualcuno nutriva dubbi sul fatto che il bando dei botti di fine anno a opera di vari sindaci sortisse un effetto diverso dalla moltiplicazione degli infortuni dovuti ai medesimi botti, evidentemente non ha mai imparato che la proibizione è la più ampia strada che conduca alla licenza. Inoltre le morti e i ferimenti da esplosivo rudimentale sono la conseguenza collaterale della non geniale strategia comunicativa dei sindaci, che hanno incentrato il motivo della proibizione sullo spavento che i botti causano agli animali invece che alle vecchiette o ai bambini o ai deboli di cuore o ai duri d'orecchio che non possono sopportare rumori forti e improvvisi pena la completa sordità. Il mondo va così, fra uomo e animale è in atto da millenni un misterioso gioco a somma zero e se si difendono troppo i diritti degli animali alla lunga si finisce per ledere i diritti degli uomini: il diritto al calore e alla bellezza per non trasformare le volpi in pellicce, il diritto alla conoscenza scientifica per non trasformare  i criceti in cavie, il diritto al piacere del palato per non trasformare i cavalli in bistecche, il diritto alla qualità degli utensili per voler sostituire la plastica al corno e così via. Detto questo, l'annosa questione dei botti di fine anno presenta una soluzione che non solo salverebbe la capra del divertimento e i cavoli della sicurezza ma è altresì sotto gli occhi di tutti. Funziona in questa maniera: il 30 novembre ogni comune sgombra un ampio stabile abbandonato in periferia; dall'1 dicembre e per tutto il mese le forze dell'ordine esercitano ronde costanti per individuare chi possieda esplosivi di stagione; gli esplosivi sequestrati vengono accumulati nello stabile di cui sopra, dove vengono rinchiusi anche i possessori; alla mezzanotte del 31 dicembre si accende la miccia. L'effetto è garantito.

lunedì 28 novembre 2011

Proprio nei giorni in cui la massima attenzione delle testate nazionali è rivolta alle date italiane del tour di Paul  McCartney, l'editore Robin pubblica un libro che vanta di essere "il più completo dossier sulla 'morte' di Paul McCartney". Questa presunta morte costituisce da quarant'anni una delle più inquietanti leggende di doppelganger e viene alimentata con indizi a decine che sarebbero sparsi nella produzione dei Beatles e altrove; personalmente è una delle cose che trovo più impressionanti al mondo e ne scrivo con qualche brivido. Secondo la macabra vulgata, McCartney sarebbe morto in un incidente stradale nel novembre 1966 e sarebbe stato sostituito da un sosia, leggermente più alto di lui, che ne avrebbe preso il posto in tutto e per tutto nella futura produzione del quartetto. Abitualmente però non si tiene conto di un dettaglio decisivo. Se i Paul McCartney sono due, vuol dire che c'è un McCartney I che ha inciso Please please me, A hard day's night ed Every little thing, e un McCartney II che ha inciso She's leaving home, The fool on the hill e Maxwell's silver hammer; di conseguenza direi che, chiunque egli sia, io sono un fan del secondo.
(Detto questo, riguardo alla leggenda io mi attengo alla risposta dello stesso McCartney alla giornalista che gli chiedeva: "Cos'ha da dire ai sostenitori della teoria secondo la quale lei sarebbe morto?" "Che sono vivo").

giovedì 3 novembre 2011

L'iPad mette a disposizione degli alunni strumenti potenzialmente infiniti; ma l'attenzione, la precisione, la consapevolezza nell'uso di tali strumenti si acquisiscono soltanto con lo studium, l'applicazione quotidiana e seria sulle care vecchie sudate carte che oggi diventano sudati tablet. Su questo ci troviamo rapidamente d'accordo: che sia studio su carta stampata o su pergamena, su tavole di pietra o su display, l'importante è che si sudi.

Su Tempi in edicola questa settimana un franco (e sorprendente) dialogo fra Diego Sempio, rettore della fondazione Ikaros di Bergamo che sui banchi di scuola ha sostituito i libri con l'iPad, e uno come me, secondo il quale cultura deve per forza rimare con rilegatura.

venerdì 28 ottobre 2011

Non sopporto coloro i quali non fanno nemmeno finire di morire una persona che già sono lì pronti in tv, sui giornali, addirittura su facebook e twitter a seppellirla col congedo di prammatica: "Ciao, Nome di Battesimo". Uno dei principali motivi per i quali preferisco venire chiamato esclusivamente per cognome è che, una volta morto, potrò rapidamente scoprire tutti quelli che in vita mi hanno voluto un bene superficiale e disattento: saranno quelli che mi liquideranno con un "Ciao, Antonio".

Col povero Simoncelli è andata peggio e forse era inevitabile. I "Ciao, Sic" si sono sprecati. Questo è niente tuttavia se paragonato all'ingresso ed egresso delle sue motociclette dalla chiesa dove si sono tenuti i funerali. Sia chiaro che qui non intendo fare una colpa al padre, che ha insistito per farle entrare; presumo che perdere un figlio sia il dolore più insopportabile e non si può pretendere lucidità, bisogna solo offrire comprensione. Me la prendo col parroco che non l'ha impedito (e col vescovo che non ha strigliato il parroco). Non mi riferisco solo a una questione di opportunità teorica spiccia, ossia se sia il caso che una motocicletta entri in chiesa: in realtà la questione specifica non sta in piedi perché com'è noto è possibile far benedire qualsiasi oggetto. Mi preoccupano invece il contesto teologico, le implicazioni spirituali e le conseguenze pratiche. Com'è noto erano gli antichi egizi a seppellire i cari estinti insieme alle loro motociclette, ossia insieme agli strumenti di lavoro o agli oggetti che i defunti più avevano amato in vita; è un'usanza toccante ma al parroco (e al vescovo) dovrebbe essere abbastanza chiaro che uno dei principali pregi del Cattolicesimo è di avere garantito un progressivo smarcamento dal culto degli antichi egizi. Vorrei inoltre chiedere al parroco e al vescovo conforto riguardo a due temi che mi stanno ancora più a cuore. Uno: hanno pensato che far accompagnare la bara di qualcuno dall'oggetto che costui ha più amato in vita può dare l'impressione che venga sminuito il senso stesso della morte cristiana, che dovrebbe essere un sereno mollare gli ormeggi per passare a un aldilà più luminoso di qualsiasi carenatura? Due: hanno pensato al neopaganesimo nazionalpopolare al quale davano la stura col proprio avallo? Gli Italiani, si sa, sono così: dopo avere scritto "Ciao, Sic" e "Ciao, Karol" vorranno diventare essi stessi Sic o Karol o chi per loro; e dopo avere istituzionalizzato prima e democratizzato poi l'applauso funebre che originariamente risuonò per Anna Magnani e ora è riservato alle vittime degli sgozzamenti da strada nonché al nonnino spentosi in grazia di Dio, ora vorranno altresì essere accompagnati nell'ultimo viaggio dagli oggetti che più hanno amato in vita. Allora avremo finalmente compiuto il tragitto completo, dalle mummie alla risurrezione della carne e ritorno.

Già che siamo in argomento ne approfitto per dare le mie ultime disposizioni (mamma, non allarmarti, sto una bellezza ma non si sa mai). Non azzardatevi a portare in chiesa la mia bara seguita uno a uno dai circa duecento volumi blu dell'edizione critica delle opere complete di Voltaire alla quale collaboro, né dalle ultime annate del Foglio, che pure è la prima cosa che leggo ogni mattino, e nemmeno da chicchi di caffè o cabosse di cacao. Sconsiglio vivamente anche la presenza di avvenenti signorine in bikini, ferma restando la mia forte predilezione al riguardo, e dietro l'altare non piazzate un megaschermo sul quale scorrano le immagini delle vittorie del Milan in Coppa dei Campioni. Fate una messa semplice, se proprio volete suonate il Dies Irae di Mozart, dopo di che provvedete a seppellirmi sotto la seguente dicitura senza fronzoli retorici (niente "lavoratore indefesso", "amico sincero", "fidanzato discutibile", "figlio snaturato", "intellettuale arzigogolato", etc.):

+
Antonio Gurrado
ghisleriano
1980-2099

E invece lo so già, scriverete "Ciao, Antonio" e io non potrò nemmeno rivoltarmi nella tomba perché l'avrete riempita di tutti i Guerin Sportivo che conservo da più di vent'anni.