giovedì 30 agosto 2007

Il dono della sintesi

(Gurrado per Ore Piccole)


Per il buon vino ci vuole tempo. Stesso discorso per un romanzo: tempo per scriverlo, tempo per leggerlo e, una volta che lo si è letto, tempo per capire cosa c’è di effettivamente buono, cos’è destinato a restare e cosa no. Se andate a comprare un qualsiasi libro in una libreria Waterstone’s, in Inghilterra, vi verrà consegnata una busta di plastica che reca un ammonimento di W.H. Auden: Molti libri sono immeritatamente dimenticati; nessun libro è immeritatamente ricordato.

Trattandosi di un romanzo su un vino, ho deciso di far trascorrere del tempo prima di recensire la Storia controversa dell’inarrestabile fortuna del vino Aglianico nel mondo di Gaetano Cappelli (Marsilio, 2007). Prima di leggerlo ho lasciato che si sfogassero i recensori, ho atteso di dimenticarmi cosa ne aveva scritto Antonio D’Orrico (favorevole) sul Corriere Magazine e Daria Bignardi (contraria) sul suo blog; dopo averlo letto ho fatto trascorrere tutto il soffocante mese di agosto e solo adesso, al termine di questo processo di decantazione, verifico cos’è rimasto, cosa c’è di lento in un libro rapido sia nella foliazione (189 pagine) sia negli spostamenti da un capo all’altro della geografia e della storia. Sul fondo di una bottiglia di vino rimane la posa che insaporisce il resto del liquido. Del romanzo di Cappelli, a tre mesi dall’uscita e a uno dalla lettura, rimane impressa innanzitutto la smodata lunghezza del titolo, che lì per lì parrebbe fatto apposta per disorientare il lettore occasionale costringendolo a incartarsi ogni volta che ne chiede ragione alla commessa della sua libreria preferita (“l’inarrestabile ascesa, no, la controversa fortuna, no, la sensazionale scoperta, no, la fortunosa storia”, etc.), e che invece col passare del tempo prende vita propria nella memoria e vien fuori sinuoso come una filastrocca che si era desistito dall’imparare se non inconsciamente. Poi svetta la simmetria fra inizio e fine, due brevi scene familiari che ritraggono il ricercatore assenteista Riccardo Fusco e che fanno da cornice a una trama il cui protagonista è, con la sua duplice storia personale e familiare, il tycoon lucano Graziantonio Dell’Arco (Fusco è piuttosto un rovinoso e inconsapevole deus ex machina). Ancora, il taglio a tinte forti dei personaggi, dal quale non uno si salva con una parola sola che riesca a porlo su un livello di maggiore accettabilità morale rispetto al resto della ciurma: anzi, la scelta del narratore onnisciente permette a Cappelli di assumere una sorridente distanza dalla bruttura di ogni singolo personaggio e, per estensione, della società tutta che descrive.


Nel dettaglio, infatti, Fusco è un fallito tanto sul piano privato quanto su quello accademico; Dell’Arco è consapevole che, senza la sua sterminata ricchezza, sarebbe rimasto l’emarginato degli anni del liceo; il pittore Giàcenere più che l’ideale artistico insegue la propria giovinezza perduta e quella delle modelle che lo circondano starnazzanti; la critica Cathryn Wally Triny, con tutte le sue ipsilon fasulle (la famiglia fa Gallatrini), patisce la propria autorità nel campo enologico con una solitudine estrema che di fatto la rende fin quasi disumana – e questo è solo fior da fiore. Un’altra spia che la struttura del romanzo non è per nulla facile si può rinvenire in come l’atteggiamento sornione di Cappelli voce narrante con un gioco di specchi venga prestato al (e contemporaneamente parodiato nel) monumentale saggio da cui Fusco attende gloria inverosimile, ossia Le oche in piazza: imprinting antropologico in un contesto paesano. (Va rimarcato che dopo aver ricevuto il manoscritto del saggio l’editore di Fusco si suicida: è un richiamo ironico alla plausibile reazione di un editore che si trovi a leggere il titolo del romanzo di Cappelli stesso?)


Fusco conduce una ricerca sulla provincia potentina secondo criteri antropologici solitamente destinati a popolazioni estranee alla cultura occidentale; è esattamente quello che fa Cappelli – non da ora, dai suoi esordi – rifacendosi alla grande tradizione del romanzo settecentesco, al punto di vista di Dio e compagnia narrando. Se non che il valore aggiunto alla sua opera (da Parenti Lontani a Il Primo a questo Aglianico) risiede proprio nella comicità dell’attrito sociologico fra la piccola vita potentina e la vita in grande dell’America (in Parenti Lontani), dell’editoria selvaggia (ne Il Primo) e finalmente del jet-set più vacuo (nell’Aglianico).

Ci vorrebbe un saggio e non una recensione per dimostrarlo, ma la caratteristica principale di Cappelli m’è sempre parsa la piena avvertenza che un romanzo si compone di parole e non di altro; e che quindi la letteratura non debba lavorare sui sentimenti, sull’ispirazione, sulle furberie e sulle porcherie varie ma esclusivamente sulle parole che una dietro l’altra compongono un libro: esattamente come l’antropologia riduce necessariamente l’uomo da individuo complesso a oggetto semplificato d’indagine scientifica. A questo scopo Cappelli agisce in due direzioni. Da un lato, la scelta dei nomi dei personaggi non è mai casuale, ma è sempre parlante. Un solo esempio: il fiero rivale di Dell’Arco si chiama Yarno Cantini dei Conti del Canto degli Angeli. Di là dall’allitterazione solfeggiata, un nome del genere si espande in cerchi semantici che anticipano i temi della nobiltà (il conte), della ricchezza (il conto), della piacevolezza della sua proprietà terriera (il cantuccio), della produzione del vino (la cantina), del suo essere toscano (il Chianti) e così via – il tutto con sole tre consonanti reiterate.

L’altra direzione nella quale Cappelli modella il linguaggio è l’internazionalità del dialetto. Sa l’italiano talmente bene (è raro, fra gli scrittori) da calcolare scientificamente quando intercalarvi l’inflessione dialettale, spezzando il ritmo della frase e creando l’effetto sorpresa. Né è un’operazione che vien fuori a casaccio; è passato un mese ma potranno passare anni e io ancora ricorderò nel dettaglio il momento in cui (a seguito di peripezie che lascio narrare al romanzo di Cappelli, invece di sterilizzarle qui) il lettore si ritrova nello studio di Mikail Nikolaevic Trepulov, pittore russo di chiara fama, e dopo un lungo meditabondo silenzio lo sente apostrofare gli interlocutori in fiorito napoletano: “Ma allora vui sit rui strunz”. Anche a saperlo in anticipo, anche a rileggerla due minuti dopo, l’effetto comico della scena è incrollabile, perché si regge su fondamenta salde: cinquanta (quarantanove) anni fa, Leonardo Sciascia aveva fatto parlare “con un marcato accento napoletano” Stalin che appariva in sogno a Calogero Schirò ne Gli zii di Sicilia, dando icastica prova della limitatezza del provinciale ai cui occhi la lingua più straniera immaginabile è quella che si parla dall’altro lato del meridione.

Storia controversa dell’inarrestabile fortuna del vino Aglianico nel mondo va letto dunque andando oltre il titolo, oltre la levità del contenuto, oltre la caratterizzazione dialettale e la scoperta satira contro vip presunti tali; va letto e poi fatto riposare, lasciato decantare. Solo grazie a questo procedimento di lentezza ho modo di rendermi conto che un libro spensierato e facile a prima vista non debba essere stato per niente facile all’atto della composizione, e che alla sintetica spensieratezza Cappelli dev’essere giunto (non so, me lo dirà lui) al prezzo di una sacrosanta fatica.

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