sabato 5 aprile 2008

Lo Stato dei Licei, 16: la manna dal cielo

[Pensate che quando facevo la terza liceo, no, quando facevo la seconda liceo, insomma al quarto anno del Classico il momento più atteso della settimana era l’oretta scarsa di educazione fisica in cui giocare a calcio su un campo tutto di brecciolina, e allora cadere e sfracellarsi le ginocchia era il minimo, se non che la concitazione del gioco non permetteva di fare troppi calcoli e si arrivava a casi estremi come quando un giorno un mio compagno di classe si prese un calcio in faccia, non violento per carità ma si trattava di un tentativo di rovesciata ovviamente fallimentare, così che lui con la faccia insanguinata dovette tornare di corsa a scuola dal campetto e noi dietro a lui, che nel frattempo si era rifugiato nel cesso dei maschi a cercare di tamponare la situazione in qualche modo, non fosse che un altro mio compagno di classe particolarmente sensibile l’aveva prontamente raggiunto per soccorrerlo, se non che la sua sensibilità samaritanesca era tale da fargli venire i vapori ogniqualvolta vedeva del sangue, e molto empaticamente anzi ogniqualvolta vedeva del sangue uscire da un corpo altrui la sua sensibilità finiva sempre per fargli uscire altrettanto sangue dal naso proprio, così nel giro di una decina di minuti avevamo non uno ma due feriti, il compagno di classe A che aveva il sopracciglio spaccato dal sopraccitato calcio con conseguente spargimento di sangue in due lavandini del cesso dei maschi, il compagno di classe B che aveva il naso grondante oltremodo con conseguente spargimento di sangue nei restanti due lavandini del cesso dei maschi, al punto che la professoressa di Greco, che chissà come e perché si trovava in quel momento a passare esattamente dal cesso dei maschi, vedendo la ceramica dei lavandini diventare da bianca sporca che era progressivamente rosso carminio li apostrofò per cognome entrambi e col suo caratteristico latino accentato all’altamurana scandì, Tizio, Caio, sic tranzit gloria mundi!]

Gurrado, la primavera è certo una dolce stagione: le rondini tornano ai nidi, i ghiacci si sciolgono, nuovi germogli compaiono tra i rami degli alberi; per le strade, i fiori inebriano l'animo dei passanti col loro soave profumo; i bimbi affollano allegramente i parchi e, cosa ancor più gradevole, riaprono le gelaterie dopo la lunga pausa invernale. I tiepidi raggi del sole tornano a scaldare le tegole dei tetti, compreso quello del liceo Voltaire, dove l'atmosfera, curiosamente, pare assai più rilassata del solito: sia gli studenti che i professori sembrano pervasi da un'inusuale allegria, e trascorrono volentieri la pausa della ricreazione all'aperto, nel piccolo cortile alberato posto dietro all'edificio scolastico, che confina con l'Arcivescovado. In questa stagione, il suddetto cortile potrebbe essere addirittura descritto come un locus amenus: i platani troneggiano imponenti, ricoperti di fresche foglioline verdi; gli abeti e i pini sfoggiano nuove profumate gemme; le piante di mimosa rallegrano col loro vivace colore tutto l'insieme, per quanto dei grappoli di fiorellini gialli non sia rimasta che qualche macchia nella parte più alta dell’albero, a causa delle razzie compiute dagli studenti in occasione dell'8 marzo, festa della donna (essi infatti non perdono occasione per trafugare mazzetti di mimosa e farne dono all'insegnante di turno, speranzosi che il gesto li salvaguardi da un'eventuale interrogazione).

Non tutti però possono godere dei piaceri primaverili, come ad esempio la professoressa Fiorello, insegnante di latino e greco. Ella infatti, misteriosamente, non pare gradire nella maniera più assoluta il cambio di stagione, presentandosi a scuola scura in volto e di pessimo umore. Nessuno, tuttavia, è stato finora in grado di spiegarsene il motivo.

Invero, dopo l’episodio capitato pochi giorni fa in Terzaddì, gli alunni della Fiorello cominciano a sospettare l’origine di cotanto cattivo umore; non già perché la povera donna possegga uno spirito arido e insensibile al bello, bensì per ragioni assai più pragmatiche. Si dà infatti il caso che, visto il notevole aumento della temperatura dovuto alla bella stagione, le finestre della Terzaddì rimangano spalancate per tutta la mattina, consentendo agli studenti di bearsi del dolce canto degli usignoli e del soave effluvio dei fiori. Scrutando il panorama esterno, con le montagne ancora innevate che si slanciano verso il cielo terso e azzurro, e il sole che intiepidisce le strade della città, i membri della sezione non possono che sospirare dal dispiacere, costretti come sono tra le quattro mura dell’edificio scolastico, in compagnia di un’insegnante che, misteriosamente frustrata, decide su due piedi di interrogare l’intera sezione sull’ultimo brano di Tacito assegnato, nel quale lo storico latino si premura di consegnare ai posteri la meticolosa descrizione dei suicidi di Seneca e di Petronio. Gli studenti soffrono oltremodo, specie perché la maggior parte di loro non si aspettava una tale mossa da parte della Fiorello; perfino l’ambiente esterno, a quanto pare, partecipa del loro dolore. Qualcuno infatti, lanciando una superficiale occhiata fuori dalla finestra, nota che dal cielo sta cadendo silenziosa una lieve e sconosciuta sostanza e, istintivamente, esclama: -Perbacco, piove!

La notizia colma tutti di una notevole sorpresa, specie se si valuta che non una nuvola oscura di cielo in quel momento, ma soffia soltanto una leggerissima brezza. La professoressa, troppo concentrata sulla scelta dei paradigmi da domandare agli interrogati (ovvero a tutti i membri della Terzaddì), non si cura dello strano fenomeno e seguita a incalzare la povera Veronica B, la quale è seduta proprio nel banco davanti alla cattedra. All’improvviso, tuttavia, una folata di vento più forte delle altre fa sì che la misteriosa e affascinante sostanza penetri dalla finestra della Terzaddì e invada il locale:

-Polvere magica!-, esclamano alcuni.

-Polvere e basta!-, fanno eco altri.

-Polline!-, esclama sconvolta la professoressa Fiorello, cominciando a starnutire convulsamente e a respirare in maniera quanto mai irregolare. Ha addirittura abbandonato la lettura di un passo assai commovente di Tacito, in cui viene descritto come Caio Petronio amasse tagliarsi e riallacciarsi continuamente le vene, prima che sopravvenisse la morte.

Gli alunni della Terzaddì cominciano però a temere che la morte stia sopraggiungendo anche sulla professoressa Fiorello, che non smette di starnutire, tossire e assumere un colorito via via più violaceo. Due baldi giovanotti l’afferrano per le spalle e la trascinano fuori da quell’ambiente invaso dal polline. In verità, essi avrebbero desiderato sbattere la professoressa fuori dalla porta già molto tempo prima, ma l’occasione è venuta solo adesso.

-Meno male che l’interrogazione si è interrotta-, bisbiglia Patrizia A nell’orecchio della compagna di banco, un po’ pallida in volto -ancora mezza riga di vene tagliate, emorragie bruciate e arterie riallacciate, per di più descritte in lingua latina, e avrei finito col sentirm[NdG: Silvia G è colta da tosse parossistica pertanto il manoscritto termina qui]


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