mercoledì 24 settembre 2008

Intervista a Riccardo Reim

(Gurrado per Il Sottoscritto)

È difficile trovare una persona più versatile di Riccardo Reim nel panorama letterario italiano: attore, regista, sceneggiatore, saggista, traduttore, curatore dei testi più disparati, selezionatore di antologie erudite, collettore di aforismi e autore d’inchieste. Soprattutto, ora, romanziere, grazie all’attenzione dedicatagli dalla casa editrice Hacca che nel 2007 aveva ripubblicato le sue Lettere Libertine (già edite nel 1982 a opera di Dario Bellezza, e successivamente rimaneggiate) seguite quest’anno dall’inedito Il Tango delle Fate.


Dai romanzi di Reim traspare evidente una cultura pressoché sconfinata, che lega in sé la conoscenza dei generi e periodi letterari più diversi. La sua predilezione per l’erotismo, invece di rinchiuderlo in pastoie narrative e lessicali che la letteratura di genere troppo spesso richiede in sacrificio, esalta al contrario il talento di Reim nell’aderire alle sfide insite nella progettazione e nello sviluppo della pagina letteraria. Quest’adesione ha un indubbio sapore dionisiaco, che ne Il tango delle fate diventa lampante grazie alla lingua utilizzata: una continua commistione di lessico alto e basso, che alterna felicemente Francese, Latino, Spagnolo e dialetto Napoletano. Né questa scelta appare in qualche modo forzata, poiché risponde esattamente alle esigenze della storia che Reim racconta: quella di Gennaro N., meglio noto come Caminito, che nel suo travestitismo si innalza progressivamente al di sopra dell’ambiente squallido in cui opera, dei maschi ai quali si prostituisce, delle esigenze che il suo stesso corpo gli (o le) impone - fin quasi a diventare un angelo, o meglio un essere di tutti i sessi e di nessun sesso che vive tramite la propria corporeità una continua, spontanea e tragicamente contraddittoria tensione verso l’alto, verso Dio.
Il Sottoscritto ha intervistato Riccardo Reim.

Mi sembra che Il tango delle fate possa essere letto come una continuazione di Lettere libertine; non riguardo alla trama, ma per quel che concerne i temi. Infatti Digo, il protagonista delle Lettere, ha in comune con Gennaro N. l’esistenza di un doppio, e in entrambi i casi questo doppio è un essere angelicato e dal sesso ambiguo: eppure la composizione delle due opere è estremamente distante. Com’è arrivato dunque alla composizione de Il tango delle fate? Ha in qualche modo creduto di dover collegare, tematicamente o stilisticamente, i due romanzi?
No, direi che non c’è stata alcuna esigenza – almeno a livello razionale – di dover “collegare” i due romanzi, nati peraltro da situazioni e ispirazioni assai differenti; ma è anche vero che la scrittura (come il teatro e qualsiasi forma d’arte, credo) agisce per vie insondabili e procede per lapsus. È stato scritto che in ambedue i casi l’ermafroditismo rimane la cifra stilistica della mia narrativa e dell’essenza dei personaggi… Sono abbastanza d’accordo su quest’osservazione, in quanto si riallaccia al tema della non-unità dell’Io che in Lettere libertine si sdoppiava in una sorta di delirante rêverie nutrita di letture bene o mal “digerite” dal protagonista; mentre ne Il tango delle fate l’Io si fa polimorfo, diventa una sorta di mistero trinitario nutrito di trash e di sublime, costantemente in bilico fra blasfemia e crisi mistica, farneticamento erotico e purezza, in quanto il/la protagonista, come tutti gli ispirati (e come Bernadette, santa popolare elargitrice di grazia e guarigione) appartiene ai semplici e dunque procede per eccessi, senza preoccuparsi di distinguere.


Il tango delle fate mi sembra tuttavia debitore di qualcosa a una sua recente pièce teatrale, intitolata appunto Caminito.
Una cosa che mi preme precisare è che il romanzo non è un ampliamento del monologo, che avevo scritto due anni fa. Ambedue i testi prendono vita da un personaggio autentico che Antonio Veneziani e io intervistammo per il volume d’inchieste Pornocuore (Coniglio, 2005): era una buffa, straziante, buona e inquietante creatura che viveva in un basso dei Quartieri Spagnoli. Mi venne quasi subito il desiderio di costruire una storia su quegli straordinari brandelli di vita che eravamo riusciti a farci raccontare; ma quella storia, nella mia testa, non apparteneva tanto al teatro quanto, per qualche strano motivo, alla pagina scritta. Per questo, forse – ma anche per una specie di pigrizia, o magari di timidezza verso un mezzo con il quale ho meno confidenza – il progetto è rimasto per anni in un angolo, fermo, anche se mai dimenticato. Poi, in occasione di una mia collaborazione col Teatro Stabile dell’Aquila (la versione dell’Anphitryon di Kleist), conobbi Manuele Morgese e scrissi per questo talentuoso giovane attore un monologo, qualcosa di “tascabile” e a budget estremamente ridotto: Caminito, appunto, spettacolo fortunatissimo sia di critica che di pubblico, che potrebbe essere definito la “voce-confessione” (non a caso in Napoletano) del protagonista, ma che non coincide con la vicenda che avevo immaginato su di lui. Infatti, come voce in prima persona, alcuni brani del monologo sono presenti nel romanzo – ma non perché io abbia voluto in qualche modo riutilizzare del materiale preesistente bensì perché, per così dire, già ne facevano parte.


Il tango delle fate si apre con la scena di un’ascesa (letteralmente verso il Duomo, metaforicamente verso il Divino) che è strumento di redenzione, poiché Caminito si pente, e al tempo stesso di perdizione, poiché Caminito si masturba. Anche in Lettere libertine ho colto una similare tensione verso l’alto, con conseguenti e contemporanee ricadute verso abissi di sensualità sempre più profondi. Questa compresenza è una scelta istintiva, una profonda convinzione, un artificio narrativo? È una risposta al libertinismo materialista del XVII e XVIII secolo, che faceva derivare l’eccesso erotico dalla totale eliminazione di Dio?
Direi piuttosto che si tratta di una convinzione generata dall’istinto; e non utilizzerei il termine “ricadute”, che si potrebbe equivocare negativamente. Credo che erotismo e misticismo siano figli della stessa cova: del resto, un abisso è un cielo capovolto…
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In Lettere Libertine le citazioni dai classici dell'erotismo sono parte integrante del testo, mentre ne Il tango delle fate questo coltissimo sostrato resta per lo più sullo sfondo. D'altra parte lei è noto per aver tradotto numerosissimi classici di vario genere, e per essere stato il collettore degli Aforismi proibiti e libertini (Newton Compton, 2008). Che peso ha avuto la letteratura erotica nella sua formazione d'autore? Nei confronti di quali pagine si sente più debitore?
Ho tradotto e curato anche, in specifico, parecchi classici dell’erotismo, non solo per la Newton Compton (con cui, tra l’altro, da un paio di mesi è uscito a mia cura I gioielli indiscreti di Diderot) ma anche, a suo tempo, per la Lucarini; mentre attualmente curo per Coniglio Editore la collana “La manutenzione della carne”, dove, tra l’altro, si confrontano le incisioni originali dei libri proposti con delle tavole eseguite appositamente da disegnatori di grande prestigio, che rappresentano l’imagérie populaire dei nostri giorni: un progetto insolito e coraggioso, che ho elaborato con Francesco Coniglio e che è stato premiato piuttosto bene sia dalla critica che dalle vendite. Abbiamo esordito una decina di mesi fa con Thérése Philosophe, attribuito a Diderot, e Il portinaio dei certosini di Gervaise de Latouche; ora proseguiamo con L’odalisca, attribuito a Voltaire, e il celeberrimo Gamiani di Musset.
Perché la letteratura erotica mi ha sempre ineteressato? Forse perché ho un cocciuto amore – o meglio, una cocciuta curiosità – per tutto ciò che è marginale o rimosso, come anche il nero, o il roman feuilleton; anche per quanto riguarda la mia attività teatrale, ho quasi sempre scelto temi, autori o testi insoliti… Tornando alla letteratura erotica, direi che forse mi ha insegnato il coraggio e l’uso di certe parole, in cui soprattutto i francesi sono maestri. E poi della letteratura erotica mi affascinano e m’intrigano, come in tutti i “generi”, le convenzioni, le ipocrisie, le ironie, le strizzate d’occhio che s’incontrano a ogni riga. Lettere libertine nacque da questo divertimento, e direi che tutta la parte dell’apocrifo settecentesco – e non soltanto i brani che introducono i vari capitoli – è un continuo incastro di citazioni più o meno palesi.

Credo che la letteratura erotica sia senza dubbio la più difficile a scriversi, perché c’è il continuo e concreto rischio di cadere in noiose ripetizioni o esagerazioni ridicole, senza contare che – più di ogni altro genere – l’erotismo pretende un talento innato nella scelta delle parole da usare a seconda delle esigenze della pagina. In Lettere libertine come ne Il tango delle fate lei ricorre ottimamente a dei virtuosismi che la portano ora a un pastiche settecentesco (che mi ricorda un po’ Sade, un po’ Restif de la Bretonne), ora a una sorta di sopra-linguaggio barocco che mischia in sé lingue estranee all’italiano corrente. Com’è arrivato alla codificazione di questi stili opposti? Crede che siano riconducibili alle medesime esigenze?
Gran parte del divertimento che nasce dalla lettura di opere erotiche – intendo la lettura distaccata e anche ironica di un lettore smaliziato, certo – sta proprio nell’imprevedibile incastro di situazioni prevedibilissime, spesso ripetute a sazietà: la vergine tratta in inganno, il prete corrotto, il nobile vizioso, etc. In Lettere libertine l’idea è di far ripercorrere a un ragazzo (che poi si scopre androgino) le tappe canoniche di tutte le Justine, con le conseguenti “sventure della virtù”.
Mi stupisce che lei citi Restif de la Bretonne, scrittore noioso e insulso come pochi, specie nella sua Anti-Justine – libro pretenzioso, ripetitivo, sciatto e privo di qualsiasi mordente. Per fortuna ce n’è giunta solo una minima parte. Non credo che Restif possa avermi influenzato in alcun modo, perché l’ironia si può applicare soltanto a chi possiede qualità e soprattutto a chi si ama: ripensando all’Anti-Justine ricordo soltanto un diffuso fastidio e una noia sconfinata… I debiti “virtuosistici” nella mia scrittura ci sono, eccome, ma portano i nomi di Diderot, Crébillon, Voltaire, Latouche, e naturalmente Sade; Restif lasciamolo dov’è, che davvero se ne ricava poco e niente.
Quanto al linguaggio dei miei romanzi – ovvero quello dei loro protagonisti, anche quando sono in terza persona – direi che la spiegazione sia nel metodo che seguo scrivendo, e che per me è l’unico possibile, tanto che non riesco neppure a immaginarne un altro: la scrittura è la mia voce che interpreta il personaggio, esattamente come in una performance (c’è infatti chi ha definito Il tango delle fate un libro-performance): quando la scrittura ha esattamente l’andamento e il ritmo della mia voce, la pagina può essere licenziata. È qualcosa che deriva, ovviamente, dal teatro, che è la parte più antica del mio mestiere (“mestiere” in senso goldoniano), quella più incancellabile, che ti porti dietro e ti appartiene come una seconda pelle, che ritorna sempre e comunque.

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