martedì 2 settembre 2008

Viva viva Mariastella


La bruttezza del presente ha valore retroattivo.
(Karl Kraus)

La logica e i miei amici comunisti (perché contrariamente all’idée reçue sono diventato buono, così da avere amici comunisti, interisti, milanesi e di questo passo finirò per avere anche amici tedeschi) – dicevo, la logica e i miei amici comunisti pretenderebbero che io odiassi Mariastella Gelmini perché, proprio quest’anno in cui mi ero deciso a iscrivermi alla Ssis, l’ha abolita. Per chi non lo sapesse, la Ssis è anzi era un corso biennale in cui dei laureati disoccupati venivano istruiti su come si insegna nei licei da professori che non erano in grado di insegnare nemmeno all’università, pagando tre-quattromila euro ad atenei dal bilancio traballante per comprare un’abilitazione professionale dal Ministero dell’Istruzione, senza tuttavia avere l’immediata certezza di esercitare. È dunque evidente che, a scorno della logica e dei miei amici comunisti, sono disponibile a sacrificare volentieri la mia inevitabile disoccupazione sull’altare del miglior Ministro che l’Istruzione Pubblica abbia avuto dai tempi di Gentile.

Mariastella Gelmini, prima ancora di essere Ministro, è una cattolica bresciana – e ciò è garanzia di alti ideali e notevole senso pratico. Abolire la Ssis è stato un atto di rispetto nei confronti di migliaia di laureati, nonché (spero) un avvertimento a professori universitari che guadagnano troppo per quel che lavorano (e soprattutto per quel che valgono).

Reintrodurre il voto in condotta, e raccomandare severità al riguardo, è il ricupero dell’idea di schola magistra vitae secondo la quale alle elementari si forma il figlio e al liceo l’uomo (la scuola media, notoriamente, non esiste); soprattutto, è un ceffone alla marea di psicologi impazziti che ritengono deleteria la distinzione in buoni o cattivi, e che danno genericamente la colpa alla società (quindi alla scuola stessa, quindi ai singoli professori) giustificando tutto e mettendo il manico del coltello in mano ai genitori, per lo più presuntuosi e incompetenti, i quali non si trattengono dal rovinare i propri figli difendendoli.

Ripescare il grembiule per le elementari (bianco per le femminucce, blu per i maschietti?) rende esplicita l’idea che, una volta varcata la soglia dell’istituto, i bambini non sono più pertinenza della famiglia che li veste ma della scuola che li ricopre, e che sono tutti uguali. Senza considerare l’oggettivo vantaggio che un grembiule si sporca volentieri e si lava facilmente.

Rimettere un maestro unico lì dove ce n’erano tre, che sommati non ne valevano mezzo, è innanzitutto l’ammissione che l’inizio della fine della scuola è datato 1991, quando il maestro venne triplicato e gli alunni vennero rincoglioniti, privandoli del sano punto di riferimento grazie al quale si erano formate generazioni a decine dall’Unità d’Italia in poi. Se ci fate caso, dopo l’arrivo del maestro triplo si sono moltiplicati debiti formativi, recuperi, crediti extrascolastici e scoreggine del genere, che hanno svuotato di senso e prestigio la scuola che, almeno quella, era l’unico settore in cui l’Italia primeggiava. Inoltre fa bene sfrondare, riconoscere implicitamente che le scuole sono piene di maestri e professori che non fanno un accidente e prendono lo stesso identico stipendio di chi lavora pure al loro posto.

Ridare dei voti numerici, e non verbosi e generici giudizi dei quali nessuno capiva nulla, implica che ciascuno studente ha un valore e che tale valore è calcolabile sulla base di un criterio unitario e raffrontabile con quello altrui, per spingerlo a migliorarsi. Altrimenti si degrada la scuola a hobby in cui tutti sono bravi perché l’importante è partecipare, e si rimanda indefinitamente il momento in cui bambini di venti, trent’anni dovranno iniziare a scontrarsi con la dura realtà di fatti, numeri e dati irreversibili.

Mariastella Gelmini, se continua a questo ritmo, può rivoltare come un calzino il sistema scolastico italiano – tradotto, sulla mediolunga scadenza, può cambiare l’Italia e, fra trent’anni, vivere una serena vecchiaia in un paese migliorato da lei. Spero che il prossimo passo, temerario quantunque, recida alla radice la principale causa di disoccupazione giovanile in Italia: è tempo di chiudere le università pubbliche.

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