lunedì 26 febbraio 2007

Peccato, pena e così sia


(martedì 28 novembre 2006, copyright Ore Piccole)


L’ultima signorina interessante è disperata (come mi riferisce nel momento stesso in cui entriamo nella bolscevica Feltrinelli) soprattutto perché i libri costano troppo. Per quanto io mi sforzi di affettare un’aria di superiorità, inversamente proporzionale allo stipendio che mi garantisce il dottorato filosofico, un rapido controllo empirico degli angolini di risvolti e copertine a caso le dà inconfutabilmente ragione: sotto i sedici euro non si trova nulla che non sia la nuova collana Adelphi cinque euro per cinque pagine. Anch’io sono disperato, a questo punto, in quanto la principale motivazione per cui avevo accompagnato l’ultima signorina interessante in Feltrinelli era (lungi dalle solite robacce) indagare su cosa potessero pensare, tramite lei, i giovani d’Italia su Ginger Man, il romanzo di J.P. Donleavy appena edito fra le sempre incuriosenti novità di Neri Pozza.
Fra tante novità che vengono impacchettate appositamente per i giovani d’Italia, Ginger Man non solo non è affatto un romanzo giovanilistico, Dio scampi e liberi, ma nemmeno è una novità stricto sensu, essendo stato pubblicato più di cinquant’anni fa come illustrato nell’ottima nota conclusiva sulla genesi del romanzo; ora, nel 1955 l’ultima signorina interessante non era ancora nata (forse non era nata nemmeno sua madre), mentre invece ai suoi occhi io sono talmente vecchio che forse a quei tempi dovevo già avere la mia età. D’altro canto Ginger Man è una novità in Italia, visto che era stato solo fugacemente (e non interamente) tradotto in illo tempore da Luciano Bianciardi per Feltrinelli, mentre la traduzione di Massimo Ortelio appena proposta da Neri Pozza è la prima integrale, vivaddio. La mia disperazione aumenta tuttavia al pensiero che l’ultima signorina interessante avrebbe gioco facile a mostrarmi nel risvolto della terza di copertina che Ginger Man costa diciassette euro a fronte di quattrocento pagine, trecentonovantasette per amor di precisione; poiché anch’io alla sua età compravo i libri facendo un rapporto quantità/prezzo (classificandoli dunque secondo un coefficiente di un tot denari a pagina), mi vedrei dunque costretto a un disperato tentativo di arringa che suonerebbe grossomodo così:


“Signorina ultima e interessante, diciassette euro è un prezzo che va pagato per entrare nella vita altrui, nei rari casi in cui ne vale la pena; è alto, indubbiamente, ma stavolta è adeguatamente adeguato. Ti ritroveresti infatti con un oggetto-libro non solo esteticamente bello che come tale non sfigurerebbe fra le tue mani (perdonami, ma bisogna sempre un po’ provarci), ma anche piuttosto raro a trovarsi nelle biblioteche altrui; ti distinguerebbe fra le tue amiche un po’ tutte uguali e in particolar modo sarebbe istruttivo per loro e per te (stante che sei l’unica alfabetizzata di tutto il branco, a quanto ho visto). Mi stai a sentire? Tutto ruota intorno a un uomo diabolico (no, non io, smetti di indicarmi in pubblico con aria terrorizzata) che racchiude nel proprio nome e cognome tanto il martirio (Sebastian) quanto il pericolo (Dangerfield) come due estremi dello stesso cappio, e che ondeggia fra i due nella sua vita da universitario eternamente fuori corso, sposato con una figlia ma sempre o quasi sempre ubriaco (no, non io, per carità, ormai non reggo nemmeno più la Coca Cola®), senza uno straccio di lavoro decente ma sempre a letto con questa o quella servotta o cameriera o shampista (no, niente shampiste, sorry, la shampista è un parto della mia speranzosa immaginazione) in un frenetico tourbillon alcolico ed erotico dal sapore picaresco.
Ma tu non mi ascolti. Se mi ascoltassi, a questo punto diresti qualcosa di estremamente morale per la tua età, del tipo: Bella roba per istruire una matricolina indifesa, maiale. Non mi ascolti, invece, e annuendo distrattamente ti dirigi incerta verso il reparto gialli, che io dichiaratamente e aprioristicamente detesto, così che devo interpretare il tuo allontanamento come ciò che effettivamente, fisicamente è: un indietreggiare. Per non accorgermene, per non pensarci, parlo ancora e ribatto alla domanda che non hai fatto specificando che si tratta di un romanzo pieno di indizi per solutori più che esperti, erotomani cattolici e joyciani perfetti (esattamente come me, ma tu non lo sai ancora). Prendi pagina cinquantuno, ad esempio (come potresti fare se non ti fossi messa a sfogliare l’ultimo prodotto di Sandrone Dazieri): lì troveresti lasciato cadere che i libri preferiti di Sebastian Dangerfield sono Una cosa chiamata amore, La maledizione del bere e Felicità nella morte.
Sei schifata abbastanza, immagino, da non poter mai ammettere che J.P. Donleavy ha mirabilmente sintetizzato in una biblioteca minima le tre cose più importanti della vita: il superamento del proprio corpo nell’altrui (l’amore), l’annullamento della facoltà percettiva (il bere), la definitiva conclusione della vita cosciente (la morte). Hai iniziato l’università da due mesi tutt’al più e credi che all’interno di questo triangolo si risolveranno i tuoi prossimi anni di studio, ma non sei portata ad accettare l’idea che i fidanzamenti e le feste e la costante elettrificante consapevolezza di essere diventata pienamente padrona della tua vita siano in realtà un surrogato della triplice tragedia che, attraverso i titoli dei suoi libri preferiti, Sebastian Dangerfield vive quotidianamente, sguazzandoci. Pensa come doveva essere vivere in Irlanda. Negli anni cinquanta. Essere americano, sposato con un’inglese, disoccupato, spiantato, un outsider su tutta la linea: e, come se non bastasse, cattolico.
Inorridisci, vero? Inorridisci alla sola parola cattolico e, paventando la predica, camuffi il tuo brivido passando donnescamente fra gli scaffali d’attualità politica e lasciandovi cadere la considerazione tipicamente feltrinelliana che la paura dell’Islam in fin dei conti è un’insorgenza periodica. Potrei contestarti in mille modi (che probabilmente mi condurrebbero direttamente al martirio postmoderno per esplosione altrui) ma mi trattengo dal farlo e cerco di spiegarti al contrario come ciò che tenga unite le tre tragedie di Sebastian Dangerfield è proprio il cattolicesimo. Vedi l’uomo in copertina? (No, non lo vedi perché ti sei improvvisamente girata a guardare un enorme libro fotografico sulla Nutella®, per di più informandomi che la Nutella® ti fa un po’ schifo: ma sei sicura di essere una signorina normale?) L’uomo in copertina tenta una privata ascensione in un campo che non è di grano (sebbene il Vangelo insegni che la messe è molta, sono gli operai a scarseggiare) ma più probabilmente di erbaccia stolta; l’uomo in copertina è sul terzo gradino di una scala (credi che sia un riferimento alla Trinità o ai tre gradi di pentimento della confessione, contritio cordis, confessio oris e satisfatio operis? ma che te lo chiedo a fare, è già tanto se sei stata battezzata) e con gli occhi chiusi rivolti al cielo allarga le braccia in un gesto che è di rassegnazione, di disperazione e di crocifissione al tempo stesso.
Questo ti spinge ad avvicinarti sempre più alla cassa della Feltrinelli senza aver comprato nulla e quindi all’uscita (tanto dalla libreria quanto, parrebbe, dalla mia stessa vita). Non sopporti l’idea che altri indizi della mia intuizione siano sparsi lungo il libro? (Guarda, guarda la mirabile etimologia implicita a pagina 187: Io sono qualunque cosa. E soprattutto cattolico). Non ti sembra verosimile né umana una redenzione che porta necessariamente con sé la colpa, un’aspirazione sovrumana che si macchia di quotidiane mancanze, l’impossibilità di distinguere ragionevolmente fra bene e male, creatura divina e creatura diabolica? Ti irrita la fondamentale domanda che hai scorto in quarta di copertina fra l’indice e il medio della mia mano sinistra: Ci è permesso pregare per un orgasmo? Non lo saprò mai, non avrò tempo per chiedertelo. Sei uscita dalla Feltrinelli e io dietro di te; sto per chiederti di andare a bere qualcosa prima di cena e so già che rifiuterai, sebbene Donleavy, con la voce di Dangerfield, mi suggerisca un metodo apparentemente infallibile per convincerti: vai e dalle un bel pizzicotto sul sedere. O meglio ancora, resettare il tempo e attaccare discorso chiedendoti: Prendi una bottiglia di birra. Vorrei dirti un paio di cose. Parliamo del peccato. Non ti va di parlare del peccato, né tanto meno di commetterne alcuno (ti ho fatto vedere pagina 230? Bisogna essere in due per accoppiarsi, quindi pazienza, riproverò altrove e magari sarò più fortunato): dovevo capire dal primo istante, ultima signorina interessante, da quando mi hai detto che i libri costano troppo, che saresti stata la pena prevista per il peccato stesso di averti chiesto di seguirmi, poiché Ginger Man non è un libro per signorine, ma un prontuario per noi diavoletti cresciuti con le acrobazie di Henry Miller e i monologhi inconfessabili di Joyce, e poiché nonostante la nuda forza dei numeri mi senti più vicino all’adorabile Donleavy, che ha ottant’anni e gliene auguro altrettanti, piuttosto che a te che ne hai diciotto e mi fai sentire vecchio, appassito, superfluo come un libro fuori commercio.”

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