martedì 17 aprile 2007

Tormento e consolazione


(copyright Stilos: il quindicinale dei libri)


La frase più rivelatrice dell’esordio di Rosella Postorino non è contenuta nel romanzo ma nei ringraziamenti finali: “Se non riuscirò a scrivere, sarò sempre infelice”. Banalizzando per certi versi la polarizzazione, potremmo dire che esistono due tipi di scrittori, quelli per i quali la scrittura è tormento e quelli per i quali la scrittura è consolazione. Rosella Postorino dichiara apertamente di appartenere a questa seconda categoria, e che dunque per lei la scrittura è estromissione di sentimenti a lungo interiorizzati, covati, masticati quasi e poi – immagine cruda ma che rende l’idea – sputati sulla carta.
La Stanza di Sopra è il lento sfogo di Ester, adolescente il cui padre ammalato giace immobile e muto da un tempo che sembra eterno, così che la sua presenza in casa sia quella di un morto ancora vivo. Intorno a Ester ruotano sua madre, che non si rassegna alla propria sconfitta, un’amica che è il suo esatto opposto e un discreto numero di ragazzi che la protagonista ha l’abitudine di provocare senza mai appagarli del tutto. Tuttavia, la storia di Ester è interamente incentrata su Ester stessa, sui suoi sentimenti appena abbozzati, sulle sue reazioni sconsiderate; non a caso, a ben guardare, Ester è l’unico personaggio del romanzo che abbia un nome proprio, mentre gli altri vengono tutti definiti in relazione a lei, in quanto suoi parenti, suoi amici, suoi amanti.
Ester è il centro di sé stessa e la sua vita, pagina dopo pagina, consiste nella ricerca di un “amore ordinato”, così come la protagonista stessa lo definisce, o in altri termini di qualcuno che si prenda cura di lei, che non l’abbandoni a sé stessa. Inscindibilmente, la sua ricerca diventa quella di un’altra figura paterna, che Ester troverà nel padre della sua amica, e soprattutto il disperato tentativo di rimuovere un senso di colpa riguardo alla malattia del padre che Ester sente connaturato a sé stessa, così come viene rivelato dai frequenti flashback sull’infanzia nel corso dei quali la protagonista narratrice parla di sé stessa come “la bambina”.
La terza di copertina non ne rivela l’età precisa, ma la gioventù di Rosella Postorino fa presagire ampi margini di crescita. Lo si evince dal suo stile fatto di brevi paragrafi e di frasi spezzate, che alle volte funziona bene (soprattutto nei flashback, quando Ester pare considerarsi dall’esterno, frapponendo la distanza della crescita) alle volte funziona meno (ad esempio quando ha la visione di “papaveri come grida bocche spalancate lingue che hanno leccato il gelato alla fragola capezzoli turgidi nasi sanguinanti gole”). Altrettanto la scelta di una trama molto difficile a svilupparsi, dato che vive della completa immobilità del padre configurando di conseguenza un tempo sospeso, in cui parole e azioni sembrano galleggiare nel vuoto, e tanto più la lunghezza del romanzo, da un lato breve abbastanza da non consentire all’autrice cali di tensione narrativa, dall’altro sufficientemente lungo da far correre il rischio di qualche pleonasmo.
Trattandosi in generale di un esordio ben scritto, purtroppo risaltano maggiormente due tendenze dalle quali penso che la Postorino non farà fatica a liberarsi presto. Innanzitutto qualche ricaduta in una banalità cronachistica, aggiunta a bella posta per dar maggior spessore al personaggio di Ester e che invece per certi versi lo appiattisce: accade ad esempio dove indugia sui suoi disturbi alimentari e sulle sue “ossa sporgenti”, argomento che avrebbe meritato o un’attenzione maggiormente circostanziata oppure una completa ellissi narrativa che lasciasse intuire ciò che invece viene detto esplicitamente e sinteticamente. In secondo luogo, un certo maledettismo che qua e là traspare dal personaggio di Ester e che non sembra differenziarlo da una diffusa tendenza della narrativa giovane italiana, quasi anzi che la Postorino temesse in qualche modo di discostarsi da essa. Al contrario, calcare la mano su questa distinzione sarebbe stato un pregio ulteriore de La Stanza di Sopra.
In definitiva l’esordio di Rosella Postorino è più interessante proprio dove l’autrice non si concede al dejà vu del disagio giovanile, della vacuità del sesso, delle giornate tutte uguali. Come conferma la frase contenuta nei ringraziamenti, il meglio della Postorino consiste nel consolatorio e disperato rimuginare sui sentimenti, nella continua e tacita contemplazione del padre immobile, nella riproposizione del passato in un ardito collage narrativo. Quando non scrive degli avvenimenti ma descrive il riflesso degli avvenimenti stessi, le ferite che lasciano sul cuore.

Nessun commento:

Posta un commento